OccupyWallStreet: un’introduzione al processo del consenso ed all’Assemblea Generale

Tag

, , ,

di Una Spenser –  8 ottobre 2011

Ho tenuto un diario delle mie esperienze presso #OccupyBoston qui e qui. Ciò che queste esperienze hanno messo in luce è che, mentre il movimento #Occupiamo si diffonde in centinaia di città degli Stati Uniti, sentiamo parlare di questi raduni chiamati “Assemblee Generali” e di “consenso”.  Ma cosa sappiamo davvero di queste cose?

Questo movimento è ispirato direttamente dalla Primavera Araba e dalle Campanadas in Spagna. Abbiamo visto il popolo egiziano riunirsi lentamente al Cairo come folla disorganizzata, assolutamente criticato dalle voci internazionali per essere soltanto una élite di giovani istruiti e per essere privo di capi e non avere obiettivi chiari.  Suona familiare?

Un punto di svolta è stato il giorno in cui hanno dispiegato, sul lato di un edificio, una lista di rivendicazioni che formulavano chiaramente i passi per passare dalla tirannia della brutale cleptocrazia di Mubarak a una società democratica più giusta. Poi i lavoratori hanno aderito alla loro causa e hanno cominciato a scioperare. Improvvisamente il mondo ha saputo che si trattava di una cosa seria.

Come sono passati dall’essere una “folla” disorganizzata priva di capi a essere un movimento galvanizzato con un piano grandioso? Hanno abbracciato un sistema di democrazia orizzontale noto come democrazia diretta e hanno utilizzato il Pensiero Collettivo.

Dal primo giorno, Piazza Tahrir è stata davvero un mini-esempio di quello che è la democrazia diretta.  La gente si è fatta carico di tutto; spazzatura, cibo, sicurezza. E’ stata un’entità autosufficiente. E in mezzo a ciò, sotto ogni tenda, a ogni angolo, la gente dibatteva le proprie rivendicazioni, il futuro, come le cose dovevano andare economicamente e politicamente. E’ stato affascinante. E’ stato uno specchio di ciò che l’Egitto avrebbe amato essere se fosse stato democratico. E si è sottratto allo stereotipo perpetuato dal regime e dai media occidentali circa il fatto che gli arabi sono supposti essere politicamente apatici.

In tale sistema non c’è gerarchia. Chiunque può formare un Gruppo di Lavoro per valutare le necessità e costruire possibili soluzioni. I Gruppi di Lavoro trasferiscono tali soluzioni possibili, come proposte, a un’Assemblea Generale perché l’intera comunità le prenda in considerazione. Il processo utilizzato per valutare una proposta è chiamato consenso.

Le cleptocrazie possono emergere da molte forme di governo. L’Egitto era un governo autocratico. Qui abbiamo una democrazia che si suppone rappresentativa, tuttavia quella che è in vigore è in realtà una cleptocrazia.  Ogni volta che si assiste a disparità di reddito come quelle che abbiamo qui, è in vigore una cleptocrazia. Se il sistema del Pensiero Collettivo ha potuto rovesciare Mubarak, si può capire come sia imperativo sperimentarlo qui. Soltanto, è necessario che apprendiamo ciò che stiamo per tentare.

Seguitemi oltre e vi offrirò un’introduzione al pensiero collettivo, alle assemblee generale e al processo decisionale del consenso.

La Commissione sulle Dinamiche di Gruppo nelle Assemblee del Campo di Protesta di Puerta del Sol (Madrid) ha definito il pensiero collettivo come segue:

Per quanto a nostra conoscenza il Pensiero Collettivo è diametricalmente opposto al tipo di pensiero proposto dal sistema attuale. Ciò rende difficile assimilarlo e applicarlo. E’ necessario tempo e comporta un processo lungo. Di fronte a una decisione la reazione normale di due persone con opinioni diverse tende a essere aggressiva. Ciascuno difende la propria opinione allo scopo di convincere l’avversario, fino a quando tale opinione risulta vincente oppure, al massimo, viene raggiunto un compromesso.

Lo scopo del Pensiero Collettivo, d’altro canto, è di costruire. Cioè due persone con idee diverse collaborano per costruire qualcosa di nuovo. Non viene dato perciò peso alla mia idea o alla tua; piuttosto il concetto è che due idee insieme produrranno qualcosa di nuovo, qualcosa che né tu né io avevamo immaginato all’inizio. Quest’ottica esige  da noi un ascolto attivo, piuttosto che la mera preoccupazione di preparare la nostra reazione.

Il Pensiero Collettivo nasce quando comprendiamo che, nel generare il consenso, devono essere valutate tutte le opinioni, le nostre e le altrui, e che una volta che il consenso è indirettamente costruito, esso può trasformarci.

Un modo per immaginare la cosa potrebbe consistere nel valutare i sondaggi che utilizziamo qui a Daily Kos.  Qualcuno propone delle scelte e noi dobbiamo deciderne una. Quella con il maggior numero di voti vince. Io spesso litigo con i sondaggi e i test a risposta multipla perché la risposta che sceglierei non c’è quasi mai. In un modello di pensiero collettivo, non verrebbe mai proposto un sondaggio simile. Si potrebbe presentare una lista di opzioni ma invece di sceglierne una si lavorerebbe insieme per modificare la lista trasformandola in un’unica risposta che rifletta le preoccupazioni e le idee di tutti. Si arriverebbe a una risposta che tutti potrebbero accettare e cui tutti potrebbero consentire. E’ molto probabile che la risposta risultante non sarebbe simile a nulla di ciò che era contenuto nella lista di scelte originale.

Nel pensiero competitivo, ci affidiamo a singoli o a piccole organizzazioni per formulare soluzioni e o vi acconsentiamo o le rifiutiamo e scegliamo le soluzioni di un’altra persona. E’ altamente probabile che nessuna opzione sia ottima, ma siamo costretti a scegliere. Poi consideriamo quelli che hanno avanzato la proposta vincente come leader e tendiamo a delegare a loro le nostre decisioni future.

Nel pensiero collettivo, ciò non accadrebbe mai. Se qualcuno propone una soluzione, essa viene portata alla valutazione del collettivo per idee su come potrebbe essere resa ancora migliore e la garanzia che tutte le preoccupazioni riguardanti la proposta siano affrontate. La soluzione risultante appartiene a tutti e nessuno è considerato un leader e a nessuno sono delegate le decisioni future. Il potere di attuare proposte e di ricoprire posizioni di tipo dirigenziale è temporaneo e al servizio della comunità.

Ora cominciamo a comprendere il concetto di Pensiero Collettivo. Diamo un’occhiata alla sede in cui si svolge il Pensiero Collettivo: l’Assemblea. L’Assemblea è un modello di riunione. I gruppi di lavoro possono operare come un’assemblea. Quando in una comunità si riuniscono tutti si parla di Assemblea Generale o di Assemblea Cittadina o di Assemblea Popolare.

La Campagna per la Democrazia Reale definisce l’Assemblea Popolare così:

(1) Le Assemblee Popolari  assumono le decisioni orizzontalmente

(2) Le Assemblee Popolari sono interessate ad apprendere, sperimentare e incorporare nuove pratiche democratiche

E’ davvero così semplice. Un’assemblea è un organismo decisionale. L’organizzazione Giornata USA della Rabbia  descrive ulteriormente ciò che un’assemblea è, e ciò che non è:

Cos’è un’Assemblea Popolare?

E’ un organismo decisionale partecipativo che lavora per raggiungere il consenso.

L’Assemblea ricerca gli argomenti migliori per assumere decisioni che riflettano ogni opinione, non posizioni in contrasto le une con le altre come accade quando si vota.

Un’Assemblea non dovrebbe essere incentrata su un dibattito ideologico; dovrebbe invece occuparsi di questioni pratiche:

  • Di cosa abbiamo bisogno?
  • Come possiamo ottenerlo?

L’Assemblea è basata sull’associazione libera; se non si è d’accordo con ciò che viene deciso non si è tenuti ad attuarlo. Tutti sono liberi di fare quello che desiderano; l’Assemblea cerca di produrre un’informazione collettiva e linee condivise di pensiero e azione. Incoraggia il dialogo e la conoscenza reciproca.

Un’Assemblea è un luogo di riunione in cui persone che hanno obiettivi comuni possono incontrarsi su un piano di parità. Può occuparsi di:

  • Informazioni: i partecipanti condividono informazioni di mutuo interesse. Non discutono il contenuto di tali informazioni.
  • Riflessioni: esaminare  a fondo insieme una questione, una situazione o un problema. Devono essere fornite le informazioni ma non occorre arrivare a una decisione immediata.
  • Decisioni: quando il gruppo deve arrivare a una conclusione o a una decisione unitaria riguardo a un argomento in cui è stato coinvolto. Per arrivare a questo e al fine di costruire il consenso devono essere stati attuati i due passi precedenti (disporre delle informazioni e riflettere su di esse).

Nella mia esperienza delle occupazioni, sin qui, non comprendere ciò che un’Assemblea Generale è, e ciò che non è, è fonte di un mucchio di confusione e, quindi, di frustrazione. Le persone sono costrette ad aderire a questo movimento a motivo del fatto che, essendo state  private dei loro diritti, si sono ritrovate a sentirsi arrabbiate e disperate.  Temono per il proprio futuro. Vogliono unirsi ad altri nella stessa barca. La sola cosa che sappiamo fare riguardo all’assunzione di questa posizione politica è manifestare insieme.  Siamo abituati a riunirci e ad ascoltare persone che ci parlano e ci infervorano e ci ispirano con le loro idee. Ci aspettiamo che siano loro a guidarci e a farsi carico dei problemi al posto nostro. Deleghiamo loro la nostra responsabilità sociale collettiva.

Il problema è che questo è ciò che siamo andati facendo per più di 200 anni e siamo in una condizione di fallimento. Dobbiamo fare qualcosa in modo diverso. Questo movimento è una protesta, certo, ma è anche un’offerta.  Offre un modo alternativo di affrontare i nostri bisogni sociali. Tale modo è una democrazia partecipativa diretta in cui ogni persona è equanime, responsabile e deve rendere conto appieno delle decisioni che assumiamo su come governarci. Ciò significa mettersi  al lavoro sul serio.

Quel che è brillante in questo sistema è che si tratta di arrivare a soluzioni. Non si tratta di lamentarsi. Se si ha un problema, va sviluppata una proposta. Non si è in grado di elaborarla da soli? Si crei un gruppo di lavoro.

Non si tratta di pontificare. Se si hanno informazioni da condividere – informazioni reali, concrete, non opinioni – vanno assolutamente fornite per contribuire ad assumere decisioni. Si deve restare attaccati ai fatti. Non importa quale sia l’opinione personale. Abbiamo un problema da affrontare e dobbiamo costruire una soluzione. Vanno offerte proposte o correzioni, non opinioni intangibili.

Non c’è spazio per i partiti politici in questo sistema. Se hai un’idea costruttiva da aggiungere alla costruzione di una soluzione, esprimila qui. Non importa se proviene da qualche sfondo ideologico. Marxisti, Comunisti, Democratici, Socialisti … queste etichette non significheranno nulla. O l’idea affronta la necessità di cui ci si occupa oppure no. Sarà presa in considerazione e adottata o rifiutata in base al fatto che si tratti di qualcosa che tutti possono riconoscere come soluzione per una necessità.

Molti si perdono quando partecipano a un’Assemblea Generale. Ho visto gente in continuazione lamentarsi che “stiamo parlando di cose reali!” Ho assistito alla formazione di un gruppo dirigenziale anarchico qui a Boston. Hanno espresso frustrazione per il fatto che non c’è dibattito all’Assemblea Generale. Ma l’Assemblea Generale non è una sede di dibattito. E’ una sede di costruzione di soluzioni pratiche. Dunque, se hai una proposta, avanzala. Se hai informazioni da condividere, mettiti in coda (stack) e, assolutamente, condividile.

Che cos’è una coda (stack)? Le code sono liste di chi ha chiesto di parlare. Chi gestisce le code chiamerà le persone per ordine al momento opportuno. All’Assemblea Generale di Boston, ad esempio, ora utilizziamo una coda per gli Annunci dei Gruppi, una coda per le Proposte dei Gruppi e una coda Individuale.  Quando qualcuno parla si utilizzano mini-code. Tutti hanno diritto di parlare senza essere interrotti. Se qualcuno ha una richiesta di chiarimento (requisito molto importante) o una richiesta di informazioni direttamente rilevante, fa un gesto. Un Gestore del Tempo del Pubblico metterà queste persone in coda per parlare quando l’oratore ha finito. Se il Gestore del Tempo del Pubblico decide che la domanda è a fini di chiarimento o che l’informazione richiesta non è direttamente rilevante, la persona può scegliere di essere posta sulla coda Individuale. A nessuno è negata la possibilità di parlare.

Va notato che a New York e a Boston utilizziamo uno strumento chiamato ‘coda progressiva’. Il gestore della coda verifica che si ascolti una pluralità di voci. Se un gruppo demografico è ascoltato troppo spesso, il gestore della coda ha la facoltà di dare precedenza nella coda a qualcuno che rappresenti un gruppo demografico diverso.  La cosa più tipicamente si verifica riguardo al genere. Si prenotano nella coda per parlare più uomini che donne. Può capitare di sentir parlare cinque uomini di seguito e il gestore della coda sposterà allora in cima alla coda una donna. Con il conoscerci meglio a vicenda la gestione della coda progressiva probabilmente si affinerà in modo che possano essere messe più spesso in posizioni di priorità nella coda più voci emarginate.

Ciò che un’Assemblea Generale non è, è stato un concetto impegnativo da affrontare. Così quello che abbiamo visto emergere è una versione modificata dell’Assemblea in cui la “coda Individuale” è più che altro un microfono aperto alla fine dell’Assemblea.  Colpisce costatare come le persone si impegnino durante il processo di valutazione di una proposta e quanti abbandonino l’Assemblea una volta che inizia il microfono aperto.  Immagino che dovremo dividere la coda Individuale in una coda propositiva e in una coda di condivisione in modo da non perdere la considerazione, da parte del collettivo, di proposte valide solo perché la gente se n’è andata.

A Boston c’è voluto un po’ per consolidare una struttura di Assemblea Generale propria dell’accampamento e cui l’accampamento aderisce.  Essere passati attraverso la struttura gerarchica calata dall’alto del “governo della maggioranza” della nostra società e attraverso tutti i sentimenti di oppressione che ne sono derivati, ci ha lasciati impauriti e privi di fiducia. C’è stata una reazione da riflesso condizionato all’avere persone che “impongano” regole e strutture. E’ stato prevalente un pregiudizio sottostante nei confronti dell’oppressione autoritaria di una classe dominante autoeletta. Dopo diverse assemblee fallite, tuttavia, un quasi ammutinamento del Gruppo di Lavoro Agevolativo ha portato a un appello sentito del tipo “proviamoci, per favore, e facciamoci partecipi del miglioramento delle cose che non funzionano bene”. E’ stato un momento di tensione, con gli agevolatori che volevano andarsene se i partecipanti non avessero consentito a sperimentare la struttura. Lo hanno fatto, comunque, e abbiamo avuto la nostra prima esperienza di un vero lavoro attraverso il consenso. I partecipanti sono arrivati a comprendere davvero che non si trattava di un’imposizione autoritaria, bensì di una garanzia di sicurezza per chiunque volesse parlare. Stiamo ancora mettendo a punto dei dettagli, ma ora stiamo progredendo con un senso di fiducia.

OK, cos’è dunque, esattamente, la procedura del consenso? Non c’è un insieme di regole per raggiungere il consenso. Il sito ConsensusDecisionMaking.org  ha questo da dire:

Che cos’è il processo decisionale incentrato sul consenso?

Ci sono molti significati del termine “consenso”. E ci sono molte variazioni riguardo al modo in cui i gruppi usano il “processo decisionale incentrato sul consenso”.  Queste differenze sono espresse in articoli e altre risorse di questo sito web.  I seguenti principi unificatori, tuttavia, formano un tronco comune da cui si dipartono rami diversi.

Il sito elenca ed elabora i seguenti principi:

  • Inclusività
  • Ricerca di accordo
  • Collaborazione
  • Costruzione di rapporti
  • Pensiero dell’intero gruppo

Sul sito si possono trovare molte discussioni sulle variazioni che possono essere impiegate per raggiungere il consenso. I passi fondamentali implicati sono:

  1. Discussione
  2. Identificazione di una proposta
  3. Identificazione di problemi non risolti
  4. Modifica collaborativa della proposta
  5. Valutazione del sostegno
  6. Completamento della decisione o ritorno ai passi 1 o 3

La chiave per fare ciò consiste nel dar tempo a tutte le voci per esprimere i propri dubbi e per costruire la proposta in modo tale che tutti i membri si dicano d’accordo di poterla accettare. Non si lasciano problemi in sospeso procedendo oltre. E’ in questo modo che sono protetti i gruppi di minoranza.

Per #OccupyBoston abbiamo lavorato alla nostra procedura di consenso. Un paio di noi ha avviato la stesura di  un documento di lavoro ed è in corso una discussione riguardo ai dettagli. Poiché i 5 passi fondamentali elencati più sopra non vi danno un’idea esatta di come potrebbe effettivamente essere il processo, incollo la versione in corso  della procedura di consenso con le nostre note attuali:

Questa è una guida per i Facilitatori riguardo a come OccupyBoston sta attualmente attuando il processo del consenso. Il Gruppo di Lavoro per la Facilitazione sta preparando una proposta da presentare all’Assemblea Generale con tutti i dettagli per la gestione di un’Assemblea Generale.

Cos’è il consenso

Il consenso è una procedura di risoluzione nonviolenta dei conflitti. L’espressione di preoccupazioni e di idee contrastanti è considerata desiderabile e importante. Quando un gruppo crea un’atmosfera che alimenta e sostiene il dissenso senza ostilità o paura, costruisce le fondamenta per decisioni più forti e più creative.

Consenso diretto

1. Chiedere al gruppo o alla persona di manifestare le proprie proposte

2. Chiedere di attendere mentre voi:

a. chiedete se ci sono richieste di chiarimenti

b. chiedete se ci sono informazioni necessarie/da condividere

c. chiedete se ci sono preoccupazioni od obiezioni forti fornendo le seguenti spiegazioni:

– “Prima di condividere le preoccupazioni, ricordiamo che in un processo di consenso, quando si condivide una preoccupazione  esso diventa una preoccupazione  del gruppo. Saremo tutti responsabili di assicurarci che sia affrontata, prima di votare.”

– faremo delle pause di silenzio; più impegnativo il tema, più lunghe le pause, per consentire a ciascuno di pensare ed esprimersi,

– in questo momento stiamo soltanto elencando, non affrontando o risolvendo dubbi od obiezioni; tale processo avrà luogo dopo (è a questo fine che sono previste le modifiche e le valutazioni dei cambiamenti da parte del proponente),

– chiediamo che i dubbi e le obiezioni siano formulati partendo dal presupposto che il gruppo cercherà di trovarvi soluzione,

d. chiedere se ci sono modifiche costruttive per affrontare i dubbi e le obiezioni espressi.

NOTA: nel corso di questa sezione (ad eccezione della parte a) non dovrebbero esserci reazioni dirette.  Le persone si sentiranno più sicure nell’esprimere dubbi e obiezioni se sapranno di non dover affrontare immediatamente idee o contestazioni.  Le modifiche proposte sono la reazione a contestazioni e obiezioni. Il tempo lasciato ai proponenti per valutare la modifica delle proprie proposte è un modo per affrontare o risolvere dubbi e obiezioni. L’obiettivo consiste nel restare non aggressivi e nel concentrarsi sul costruire soluzioni insieme presupponendo che ogni input è un mattone della costruzione delle soluzioni e che ogni nuovo input è un mattone posto sulle fondamenta che tutti gli altri mattoni hanno già creato.
3. Dare ai proponenti un momento per valutare se affronteranno i dubbi e le obiezioni facendo una delle cose seguenti:

a. spiegando quanti dubbi e obiezioni sono già trattati

b. ritirando la proposta

c. modificando la proposta in base a dubbi e obiezioni

d. adottando alcune delle modifiche proposte, o

e. mantenendo la proposta nei suoi termini originali

4. Chiedere  ai proponenti di ripetere la proposta (modificata o meno).

NOTA: ciò viene fatto, anche se non ci sono cambiamenti, per consentire un rinnovato ascolto e per lasciare spazio affinché le persone valutino nuovamente se hanno preoccupazioni, obiezioni o modifiche da sottoporre. Non passare a richiedere il consenso fino a quando non si avverta che tutto ciò è stato espresso.

4. [sic, probabilmente da cancellare, vedi oltre il punto 5 – n.d.t.] Ripercorrere i passi 2 e 3.

5. Ripetere i passaggi da 2 a 4 fino a quando non ci siano più obiezioni o modifiche.

NOTA: dobbiamo decidere quante di queste ripetizione effettuare prima di passare al Consenso Indiretto.

6. Chiedere se esistono richieste di bloccare le proposte e definire cos’è un blocco.

NOTA: In tutti i modelli che Allison ha osservato, un blocco può effettivamente opporsi al consenso. (E’ fondamentale definire come ciò si verifica). Ciò è diverso da una “preoccupazione grave” che potrebbe essere  fatta rilevare ma che non blocca il consenso.  Dobbiamo decidere  se vogliamo consentire i blocchi (possono esserci gravi svantaggi nel consentire i blocchi ma possono essere suscitati timori che voci emarginate possano essere oppresse se non vi è un chiaro accordo sui limiti del potere individuale sui gruppi) e, in caso affermativo, come ciò possa verificarsi. (Può un singolo, se il gruppo considera il blocco essere una questione di principio, far valere un blocco? O qualcuno deve esprimere i propri motivi per un blocco e poi deve ottenere una certa percentuale di sostegno al blocco?)

(da Wikipedia: i blocchi sono in generale considerati una misura estrema, utilizzati soltanto quando un membro sente che una proposta “mette in pericolo l’organizzazione o i suoi partecipanti o viola la missione dell’organizzazione (ovvero un’obiezione di principio). Il gruppo decide se consentire o meno il blocco.)

7. Se la proposta non è bloccata chiedere “Potete accettare questa proposta?” e misurare la reazione.

NOTA: Allison chiarisce, con “Potete accettare questa proposta?”, come si formula la richiesta del consenso in quanto, prima di questo, non abbiamo avuto una formulazione esplicita. Si suppone che il consenso riguardi una decisione che tutti possano accettare.  Non significa che tutti siano d’accordo. Significa che tutti acconsentono. E’ importante operare la distinzione tra l’acconsentire (da cui il consenso) e il condividere.

8. Se c’è un consenso del 75%, farsi confermare dai partecipanti che tutti rilevano un consenso del 75% e poi annunciare che è stato raggiunto il consenso e che la proposta è adottata.

9. (Se necessario). Se non c’è il consenso ma la proposta non è bloccata si può passare al consenso indiretto.

Consenso indiretto

Implica mini-presentazioni e possibile creazione di sottogruppi_

1. Chiedere a tre persone che appoggiano la proposta e a tre persone che vi si oppongono di parlare ciascuno da 30 secondi a due minuti, alternando sostenitori e oppositori.

2. Riformulare la proposta e chiedere “potete accettare questa proposta?” prima di misurare la reazione.

3. Se non viene raggiunto il consenso chiedere all’assemblea di suddividersi in piccoli gruppi di discussione per 3 – 5 minuti.

(NOTA: ci sono diversi tipi di gruppi di discussione. Possiamo scegliere di utilizzarne uno o avere un menu da cui l’agevolatore possa scegliere il tipo più adatto.

4. Richiamare i partecipanti all’assemblea e

a. chiedere se ci sono richieste di chiarimento

b. chiedere se si sono necessità di informazione

c. chiedere se vi sono preoccupazioni gravi o obiezioni fornendo le seguenti spiegazioni:

– faremo delle pause di silenzio; più impegnativo il tema, più lunghe le pause, per consentire a ciascuno di pensare ed esprimersi,

– in questo momento stiamo soltanto elencando, non affrontando o risolvendo dubbi od obiezioni;

– chiediamo che i dubbi e le obiezioni siano formulati partendo dal presupposto che il gruppo cercherà di trovarvi soluzione,

d. chiedere se ci sono modifiche costruttive

5.  Dare ai proponenti un momento per valutare se vogliono:

a. spiegare quanti dubbi e obiezioni sono già trattati

b. ritirare la proposta

c. modificare  la proposta in base a dubbi e obiezioni

d. adottare alcune delle modifiche proposte, o

e. mantenere la proposta nei suoi termini originali

6. Chiedere ai proponenti di ripetere la proposta (modificata o meno)

7. Spiegare cos’è un blocco e chiedere se ce ne sono.

8. Se la proposta non è bloccata chiedere “Potete accettare questa proposta?” e misurare le reazioni.

9. Se non viene raggiunto il consenso si possono ripetere i passaggi da 1 a 8 o rimandare la proposta a un gruppo di lavoro (se la proposta era di un singolo, questi dovrebbe essere indirizzato a collaborare con un gruppo di lavoro per rivedere la proposta.)

COMUNICAZIONI A GESTI

1. Sono d’accordo, mi piace, questa cosa mi fa sentire bene:  mani in alto, dita che si muovono verso l’alto.

2. Sono neutrale, mi sento così-così: mani piatti, dita che si muovono in avanti.

3. Non sono d’accordo, non mi piace, la cosa non mi fa sentire bene: mani in basso, dita che si muovono verso il basso.

4. Necessità d’informazioni: dito indice puntato verso l’alto.

5. Questione di procedura: unire le punte degli indici in una linea orizzontale.

6. Domanda di chiarimento: dito indice e medio a formare una “C”

7. Modifica costruttiva: segno di “pace”

8. Prosegui, sentiamo cos’hai da dire: ruotare i pugni uno attorno all’altro

10. Preoccupazioni/Obiezioni: ????

Come potete vedere leggendo questo, il consenso richiede tempo. In una società in cui ci viene l’infarto se dobbiamo attendere su un’auto davanti al semaforo rosso o se una pagina web ci mette più di due secondi a caricarsi, dobbiamo essere consapevoli che non siamo addestrati ad avere la pazienza necessaria per questa procedura.  Siamo una banda di “più grossi, migliori, più veloci”.  Soltanto che la nostra definizione di “migliore” può essere rimandata.  Dobbiamo dunque concederci spazio per errori e fallimenti.  Diciamoci “Sì, mi prenderò tempo per ascoltare”.  Facciamo così perché è solo ascoltando tutti che si possono costruire soluzioni che servono tutti.  Quando tutti sono serviti bene, il sistema è sostenibile.  Le persone si sentono collegate alle soluzioni e l’una all’altra e c’è molta più soddisfazione  che in un sistema in cui il 51% delle persone vota per una soluzione con la quale il 49% è in disaccordo.

Come ho detto in precedenza, abbiamo avuto fallimenti spettacolari con l’Assemblea Generale a #OccupyBoston. Abbiamo imparato da quei fallimenti. Ci siamo fermati, abbiamo fatto un passo indietro e ci siamo chiesti: “Vogliamo fallire? Se non lo vogliamo, continuiamo a provare e continuiamo a imparare.”  C’è stata dedizione sufficiente per perseverare cosicché siamo passati in modo altrettanto spettacolare dalla quasi rinuncia a esperienze davvero ispiratrici di Assemblea Generale. Si tratta di un lavoro in corso. Un lavoro collettivo in corso. Un lavoro in cui le decisioni per rivolvere i problemi e i dubbi che incontriamo lungo il cammino sono affrontate collaborativamente e le soluzioni sono decise attraverso il consenso. E’ una bella atmosfera in cui lavorare. E’ lenta. Può essere confusionaria. Può annoiare. Può far sentire che non si arriverà da nessuna parte. Poi è sorprendente come qualcosa emerge e l’energia è piena di creatività e di speranza e la comunità prende forma. Quando ciò accade ci si sente come se si avesse il potere di fare qualsiasi cosa. Forse persino il potere di rovesciare una cleptocrazia plutocratica e di costruire un sistema di governo equo e giusto.

POSTATO IN ORIGINE SU  UnaSpenser SABATO 8 OTTOBRE 2011 ALLE 10:14 PDT.

RIPUBBLICATO ANCHE DA   Occupy Wall Street, Occupy Virtual America: OCCUPY BEYOND WALLSTREET, Occupy our homes!, DKOMA, E ClassWarfare Newsletter: WallStreet VS Working Class Global Occupy movement.

NOTA DEL TRADUTTORE: Per materiali in italiano sul processo del consenso vedere Wikipedia.

DA Z NET ITALY – Lo spirito della resistenza è vivo!

http://www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.dailykos.com/story/2011/10/08/1022710/–occupywallstreet:-a-primer-on-consensus-and-the-General-Assembly

Originale: dailykos.com

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

La lotta emerge in Russia

La lotta emerge in Russia

Di Boris Kagarlitsky

e Lee Sustar

 

15 dicembre 2011

 

Le proteste di decine di miglia di persone svoltesi  a Mosca e in altre città il 10 dicembre, sono state di gran lunga le più imponenti dimostrazioni  dal crollo dell’Unione Sovietica avvenuto 20 anni fa.

L’oggetto delle mobilitazioni è stato la frode di enormi dimensioni nelle elezioni parlamentari del 4 dicembre.  Il partito governante, Russia Unita, guidato da Vladimir Putin ha offeso milioni di cittadini con le operazioni     di voto truccate per cercare di raggiungere una maggioranza in parlamento. Questi tentativi spudorati di brogli sono stati documentati sia dagli osservatori ai seggi che da comuni cittadini che hanno scattato fotografie con  i cellulari.

La truffa ha scatenato proteste immediate di due giorni a Mosca e in altre città. Le prime manifestazioni  sono state  affrontate nella maniera tipica della Russia di Putin; con la brutalità della polizia e centinaia di arresti. Tuttavia, dopo la condanna internazionale delle azioni repressive, i dirigenti dei partiti liberali hanno negoziato un patto con il governo per avere il permesso per la dimostrazione del 10 dicembre.

Putin, l’ex presidente che è diventato primo ministro dopo aver installato alla presidenza il suo burattino, Dmitry Medvedev, aveva messo in ridicolo la democrazia all’inizio di questo anno quando ha annunciato che Medvedev si sarebbe fatto da parte per permettere a Putin di candidarsi di nuovo alla presidenza in marzo. Ora queste proteste stanno ridisegnando la politica della Russia: il magnate Mikhail Prokhorov, il terzo uomo più ricco del paese, ha annunciato che sfiderà Putin per la presidenza.

 

Boris Kagarlitsky, ex prigioniero politico nell’ex Unione Sovietica, militante socialista e autore di molti libri sulla Russia, ha parlato con Lee Sustar delle radici delle attuali proteste e delle prospettive per il futuro.

 

FIN DA QUANDO E’ ANDATO al potere nel 1999, Putin è stato capace di governare una situazione di  espansione economica che ha creato una stabilità basata su una specie di contratto sociale, fino quando la crisi economica ha colpito il paese nel 2007-2008. Che cosa è avvenuto da allora?

 

L’economia è cresciuta molto dal 2002 al 2007 circa. Un funzionario del governo quando parlava di quel periodo diceva che molta gente in Russia erano andati dalla miseria alla povertà, come se questo fosse un progresso.

In effetti, era una specie di successo. In quel periodo c’era una reale crescita dell’industria, però la produzione era fornita da apparecchiature vecchie, obsolete del vecchio periodo sovietico, da investimenti stranieri nell’industria più protetta, quella delle automobili. I settori più protetti erano esattamente quelli che attiravano la maggior parte degli investimenti esteri, perché le industrie straniere dovevano costruire impianti in Russia per guadagnarsi l’accesso al mercato di quella nazione.

Le cose, per molti versi quindi, andavano meglio dal punto di vista economico fino al 2008. Dopo il crollo dei prezzi del petrolio, tuttavia, la situazione si è deteriorata molto rapidamente. La produzione industriale è diminuita, è aumentata la disoccupazione, ed è esplosa la crisi sociale. Improvvisamente, la gente ha scoperto che nel periodo di Putin, le parti rimanenti dello stato dell’assistenza sociale dall’Unione Sovietica si erano disfatte o stavano per subire un attacco. Abbiamo quindi cominciato a perdere, uno alla volta, gli elementi dell’assistenza pubblica che avevamo mantenuto dopo le “riforme” degli anni ’90.

Adesso c’è un attacco sistematico all’educazione, all’assistenza sanitaria e ad alcuni elementi di misure sociali. Abbiamo una situazione di austerità, come in Europa. E’ paragonabile a quello che si vede nel resto del mondo capitalista.

Negli ultimi tre anni, quindi, l’economia si  deteriorava, la rabbia  cresceva e  tuttavia non succedeva nulla.

 

Come mai questa reazione fatta di proteste è arrivata così in ritardo?

 

LA GENTE SPERAVA che le cose sarebbero migliorate. Putin  e il suo entourage avevano ancora un po’ di popolarità per quello che avevano fatto   nella prima parte del decennio. Non sono stati, naturalmente, tutti successi loro, ma erano comunque collegati a loro.

Inoltre le forze di opposizione in Russia erano quasi inesistenti. I liberali – non il genere di liberali che ci sono in Occidente che in realtà sono neo- liberali – sono molto peggiori di Putin per quanto riguarda i problemi economici. Le loro critiche su questa base di destra, però, erano impopolari.

Poi ci sono i pagliacci,  come il Partito comunista ufficiale o [il fascista] Vladimir Zhirinovsky, o il finto partito social democratico che si chiama Russia Giusta. Questi non costituiscono affatto un’alternativa politica.

Anche la sinistra non è riuscita a costruire un’organizzazione politica. Aveva poco accesso ai mezzi di informazione. Era marginale, settaria e divisa in gruppi diversi. In quel senso, c’era pochissima attività politica che potesse essere presentata come polo politico di attrazione.

Questa è stata la situazione degli ultimi tre anni. C’era poca attività pubblica. La popolarità di Putin, però, è crollata e quello che è accaduto alle elezioni di dicembre è stato, in un certo senso, un modo per punirlo. La gente o non ha votato o hanno votato per tutti tranne che per  Russia Unita, il partito favorevole al governo. Questo ha significato un crollo assolutamente catastrofico per Russia Unita.

Il progetto iniziale del governo era di ottenere circa il 55% dei voti, e di prepararsi per le successive elezioni presidenziali, nelle quali Putin si sarebbe candidato.

La gente, invece, non ha votato e, ironicamente, quelli che lo hanno fatto, hanno votato contro Russia Unita. Il voto reale per Russia Unita – come è stato dimostrato dagli exit poll e dai conteggi delle sezioni elettorali controllate da osservatori indipendenti, è sceso al 20 /25 per cento. Questo è quello che hanno detto anche a me dei membri di Russia Unita.

In effetti, Russia Unita sapeva che avrebbe perso nelle grandi città, ma era sicura che le piccole città e le zone lontane avrebbero compensato quei risultati. Invece, il voto è crollato dovunque.

E quindi alle 4 di pomeriggio, orario di Mosca, il governo ha deciso improvvisamente di  truccare le elezioni. Garantisco che non c’è stato alcun accordo preliminare per realizzare questa truffa. Un certo livello di brogli è normale in Russia, per far vedere che la situazione è un po’migliore. Questa volta c’è stato l’ordine di realizzare una frode massiccia. La situazione del governo si deteriorava di ora in ora.

Ecco perché la situazione è diventata così scandalosa. Se avessero programmato i brogli elettorali  in anticipo, sarebbero stati in grado di  manipolare le elezioni   più facilmente.

Hanno sbagliato tutto. Sono stati  scoperti  in centinaia di casi. Le cifre diventavano assurde. Almeno tre province hanno avuto un’affluenza alle urne  maggiore del 100%. A Rostov l’affluenza  risultava essere del 140%. Tutte le tecniche  che avevano per truccare i voti sono state completamente inefficaci. Russia Unita ha organizzato una massiccia truffa elettorale e tuttavia non è riuscita a prendere il 50% dei voti.

 

Quale è stata la reazione alla truffa?

 

L’intellighenzia liberale di Mosca era completamente frustrata, ma c’è stata una protesta spontanea di 10.000 persone a Mosca e una analoga a San Pietroburgo.  In questa città in effetti la sinistra aveva organizzato un certo boicottaggio del voto il giorno delle elezioni.

A San Pietroburgo la protesta è stata molto egemonizzata dalla sinistra e dalle forze progressiste. A Mosca c’è stato un miscuglio. I librali di destra lottano duramente per avere l’egemonia del movimento, ma anche i nazionalisti hanno aderito alle proteste.

La protesta del 5 dicembre è continuata il giorno successivo. Ci sono stati parecchi scontri tra studenti e polizia. L’Università Europea di San Pietroburgo ha dovuto cancellare le lezioni del Dipartimento di sociologia perché la maggior parte degli studenti erano stati arrestati. Potete avere idea, quindi, di quanto sia stata massiccia la protesta.

Durante queste manifestazioni, c’è stata una coalizione spontanea di forze diverse a cui è seguita la dimostrazione del 10 dicembre, che doveva aver luogo a Piazza della Rivoluzione. È stata iniziata dal Fronte della Sinistra, una coalizione di diversi gruppi di sinistra.

Poi però i liberali hanno fatto un accordo con il governo – senza consultare i loro colleghi del Fronte della Sinistra – per svolgere una dimostrazione legale da qualche altra parte. E’ stata spostata a Piazza Bolotny e Bolotny significa palude. Si è molto scherzato su questo: “si va dalla rivoluzione alla palude”. Lo scopo dei liberali era di prendere il controllo del movimento di protesta e, in una certa misura, ci sono riusciti.

 

Alla fine c’è stato l’accordo che la sinistra si sarebbe radunata ancora nei pressi di Piazza della Rivoluzione e poi avrebbe marciato fino a Bolotny. E’ stato un risultato importante, ha stabilito che c’era la libertà di dimostrare nelle strade, libertà che era stata negata per anni.

Durante la dimostrazione, però, i liberali controllavano il palco, il messaggio e i mezzi di informazione. La destra sta diventando sempre più emarginata. I liberali però non portano il movimento da nessuna parte. Hanno convocato un’altra manifestazione per il 17 dicembre, un’altra per il 24 dicembre e poi un’altra per il 1° gennaio.

Il movimento sta però gradualmente perdendo energia. Il governo non annullerà le elezioni o non rivedrà la legge elettorale, che è stata una delle richieste più importanti fatte nelle dimostrazioni.

Nella dimostrazione del 10 dicembre, ci è stato un blocco tra i liberali e l’estrema destra. I liberali hanno permesso alla destra di entrare nella piazza con le loro bandiere imperiali e di farli parlare. Per la prima volta c’è stato un neo-nazista che ha parlato a una folla così grande – una situazione scandalosa che ha demoralizzato un numero considerevole di persone. Il movimento si sta quindi demoralizzando e probabilmente verrà sconfitto, almeno nella sua forma attuale.

La gente, però, ha ragione, quando dice che sta iniziando una nuova rivoluzione russa. Il 10 dicembre ci sono state manifestazioni in tutto il paese.  Al contrario che a Mosca, queste proteste erano dominate da gente che parlava di problemi sociali e che esprimevano critiche riguardo al sistema sociale ed economico.

La spaccatura tra i liberali e la sinistra, è una cosa buona. La sinistra partecipa alle proteste con i liberali, ma c’è la sensazione che essi rappresentino un piano di azione diverso e quindi la sinistra dovrebbe separarsi.

Ora, quindi, il compito della sinistra è di organizzarsi separatamente, anche se siamo in grado di appoggiare le richieste democratiche generali. Quello che fanno attualmente i liberali non ha alcuna prospettiva; Dobbiamo organizzarci a livello imprenditoriale,  all’università e nelle scuole e dobbiamo sviluppare altre proteste in forme più radicali, come quelle usate in Occidente dalla forze contrarie alla globalizzazione. Dobbiamo sviluppare dei movimenti sociali a livello di base popolare.

La sinistra, però, non è unita. Alcuni segmenti della sinistra stanno diventando l’ala sinistra dei liberali. Un sacco di gente è felice di  andare alle manifestazioni e di appoggiare le richieste democratiche generali. Sostengono che non si dovrebbero fare dichiarazioni su altri argomenti,  altrimenti la folla si allontanerebbe.

La mia posizione è esattamente opposta. I liberali perdono terreno perché non parlano dei problemi che interessano la loro numerosa base, per esempio l’assistenza sanitaria. Riguardo a questi problemi i liberali non hanno idee diverse da quelle del governo. La sinistra deve elaborare un suo proprio programma più radicale e che  deve essere in contrasto con quello dei liberali.

 

Da Z Net – Lo spirito  della resistenza è vivo –

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/the-struggle-emerges-in-russia-by-boris-kagarlitsky

Fonte: Socialistworker.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Duri con l’euro, deboli con i nazisti

Tag

, , ,

di Victor Grossman – 16 dicembre 2011

Evviva! La Merkel ha avuto la sua giornata! C’è voluta una lunga notte di trattative dietro le quinte, ma, se si esclude quel Tory, David Cameron, tutti i membri dell’Unione Europea si sono accordati per salvare l’euro, salvare l’economia, salvare il mondo!  Era sull’orlo del disastro, aveva avvertito Sarkozy alla vigilia della riunione: se non  raggiungeremo un accordo “non avremo una seconda opportunità”!

I giornali tedeschi, pieni per giorni e settimane di questa storia arcana, hanno passato al microscopio ogni corrugamento delle sopracciglia di Angela, analizzato ogni bacio sulla guancia tra lei e Nicholas Sarkozy a Berlino, Parigi, Marsiglia o Bruxelles, e atteso in gelide ore mattutine. Ma ne è valsa la pena. O no?

Facendosi strada attraverso il gergo finanziario a proposito di tassi di interesse sulle obbligazioni, i fondi speciali, le valutazioni del merito di credito et similia, due parole sono emerse dalle profonde riunioni e dalle notti intere di  dibattiti. “Austerità” è  una di esse, “disciplina” l’altra.

Quelle “sorelle deboli” alle estremità dell’Europa, l’Irlanda e il Portogallo sulle tempestose coste atlantiche, la Grecia sulle ancor più tempestose scogliere dell’Egeo, e forse anche stati cruciali del Mediterraneo come la Spagna e l’Italia, hanno semplicemente mancato di disciplina.  I mass media tedeschi hanno offerto questa analisi ai propri lettori: vita al di sopra dei propri mezzi, nessuna corretta esazione delle imposte, corruzione e, in Grecia, pura pigrizia. “E noi dovremmo rischiare la nostra buona moneta per quei buoni a nulla?”

Vero, questi paesi hanno mancato di rispettare rigorosi parametri prussiani, che possono non essere più puliti ma almeno si sforzano di apparirlo.  E anche se le tattiche avide dei finanzieri di Wall Street o di Francoforte erano sostanzialmente le stesse dei loro colleghi greci, portoghesi o irlandesi, essi e i loro governi erano di gran lunga più ricchi e meno minacciati dalla bancarotta.

Ma il biasimo dovrebbe almeno essere condiviso. In Grecia la Goldman Sachs ha guidato il branco di lupi con somme enormi di assistenza normalmente in derivati finanziari; è sembrata così generosa allora e si è dimostrata così costosa dopo.  Poi somme enormi sono anche andate ad acquisti di armi tedesche, come sottomarini.  Certo, chi può predire le future relazioni tra Grecia e Turchia? Meglio andare sul sicuro, ammoniscono i commercianti tedeschi di armamenti, sorridendo quando ribollono dissidi riguardo a Cipro o a qualche isola dell’Egeo, lamentandosi a ogni passo verso la pace; dopotutto piazzano i sottomarini anche in Turchia.  Persino il povero Portogallo, alla peggio minacciato dall’alto mare è stato spinto a grossi acquisti di armamenti tedeschi.

No, la Germania non esporta soltanto Mercedes, Porsche o vini del Reno. Le sue vendite di armi, dai carri armati Leopard all’Arabia Saudita, ai sottomarini a Israele o alle automatiche Heckler & Koch a chiunque sia ansioso di acquistarle, hanno superato l’anno scorso il trilione di euro, conquistando la medaglia di bronzo dietro soltanto gli USA e la Russia.

Le sue grandi esportazioni, di articoli militari o di altri, meno mortali, dalla Daimler, Bayer o Siemens, hanno contribuito a farle mantenere la testa fuor d’acqua mentre gli altri annaspavano in cerca d’aria, o di euro. La sua crescente potenza economica è sembrata in qualche modo visibile nella posizione assunta dalla Merkel, meno bonaria e amichevole, più tenace e di muso duro. Ora la Germania può far valere in giro il proprio peso, in Europa e oltre, indispettendo anche i suoi vecchi mentori e compari di Washington, che ora stanno diventando rivali.

Le limitazioni iniziali sono scomparse quando è stata inghiottita la Germania dell’Est nel 1990.  L’allora Cancelliere Helmut Kohl stabilì la linea: “La Germania ha chiuso con il passato; in futuro potrà apertamente dichiarare il suo ruolo di potenza mondiale, un ruolo che ora è necessario ampliare.”  Il ministro degli esteri Kinkel fu ancora più chiaro: “Occorre padroneggiare due  compiti paralleli: all’interno del paese dobbiamo tornare a essere un unico popolo, all’esterno è ora di arrivare a ottenere qualcosa che abbiamo mancato due volte di realizzare. In accordo con i nostri vicini dobbiamo trovare la nostra strada verso un ruolo che corrisponda ai nostri desideri e al nostro potenziale.”  Il suo riferimento al doppio fallimento della Germania, che ora deve trovare coronamento, fu davvero allarmante.  Un deputato del partito della Merkel lo ha recentemente aggiornato: “E’ ora che in Europa si parli tedesco!”

Il trattato più o meno concordato a Bruxelles limiterebbe fortemente i deficit, prescriverebbe ai membri di sottoporre i propri bilanci al controllo della Commissione Europea e così renderebbe l’economia di ogni paese dell’Unione Europea, dall’Estonia a Malta, soggetta a decisioni dall’alto, con dure sanzioni per chi non segua la linea.  Questo è parte di ciò che si intende per “disciplina”.

Ciò che la disciplina farà valere sarà la “austerità”.  Molti esempi sono già disponibili; il Portogallo, la Grecia e ora l’Italia devono tagliare radicalmente i propri bilanci per salvare l’euro.  E, come negli USA, il bordello può essere stato causato dall’1% ma è il 99% che deve pagare per ripulirlo.  Imposte più alte sulle vendite di beni di consumo, calci nel sedere a migliaia di dipendenti dell’amministrazione pubblica, tasse più salate a carico dei piccoli proprietari di case, dilazione dell’età pensionabile, tagli ai sussidi; tutto ciò fa parte dell’austerità prescritta.  E quando i greci hanno obiettato hanno ricevuto una dose maggiore di disciplina, dura abbastanza con le dimissioni di un primo ministro per aver proposto un referendum democratico ma ancor più dolorosa con i manganelli sulla testa, i lacrimogeni negli occhi e le manette ai polsi. Atene e Oakland hanno molto in comune! La formula è semplice come l’abicì, come Angela-Boehner-Cantor.

Ogni economista corretto concorda sul fatto che tagliare stipendi e salari e attaccare le pensioni in tempi duri è puro veleno.  Come ha affermato il New York Times in un editoriale (10.12.2011): “Un patto che leghi tutti i membri a una maggiore austerità in un periodo di recessione è esattamente ciò di cui l’Europa oggi non ha bisogno.”   Ciò nonostante consente ancora grandi profitti ai ragazzi di successo, con l’aiuto del governo, anche nei paesi colpiti più duramente, ma soprattutto in Germania, dove, anche se non troppo proclamata o visibile, maggiore austerità è in programma dopo le elezioni del 2013.

Ciò rivela un’altra faccia di questa gemma dalle molte sfaccettature.  Ogni volta che l’economia di un paese si indebolisce, a soffrirne di più sono i sottopagati, i sovraccarichi e i senza lavoro.  Se c’è una Sinistra bene organizzata o un forte movimento sindacale è possibile contrattaccare, anche contro le previsioni, simbolizzate dagli spray al peperoncino e dalle manette di plastica.  I sindacati greci, portoghesi e italiani hanno dimostrato un vero spirito combattivo.  Dove mancano questi elementi, o hanno troppo spesso capitolato, lo scontento crescente si rivolge alla destra, con marce in scarponi militari e dando la colpa della mancanza di lavoro o di case accessibili agli immigranti in frenetica ricerca di asilo dalla miseria più nera nelle loro patrie più calde ma di gran lunga più povere.

Ottant’anni fa la colpa veniva data agli ebrei. Oggi è degli algerini, turchi, arabi o di tutti i mussulmani, con i loro minareti, turbanti o nomi “diversi”. O degli “zingari”, per secoli buoni per un pogrom di tanto in tanto. In un paese europeo dopo l’altro, l’estrema destra ha guadagnato forza, o in giacca e cravatta facendo della retorica sulle richieste sociali, oppure sbandierando apertamente slogan e gesti terrificanti del passato.  E sempre attaccando gli “stranieri” e quelli di sinistra a parole e a volte con atti sanguinosi.  I loro progressi minacciano l’Olanda, la Svizzera, l’Austria, l’Italia, la Svezia, la Norvegia, forse peggio di tutti gli altri paesi l’Ungheria, già rimbombante di echi fascisti del passato.  Quanto saranno rappresentati gli entusiasti di Franco nel nuovo governo spagnolo? Può Marine Le Pen, più moderna ma non più moderata del suo padre fascista, conquistare un secondo o anche primo posto nelle imminenti elezioni francesi? C’è parecchio di cui rabbrividire!

In Germania il fascista Partito Nazional-Democratico della Germania (NPD) ha conquistato seggi alle elezioni statali nella Germania Orientale e in alcuni quartieri.  Tuttavia, solitamente sotto il quattro per cento, non ha uguagliato le grandi conquiste di altri paesi.  E’ presente lo stesso, comunque, e costruendo basi elettorali locali e attendendo una maggiore austerità tedesca, il cui arrivo è più smorzato qui rispetto ad altrove, ma minacciosamente percepibile lo stesso.

La gente di sinistra, fuori e dentro il partito della sinistra, non hanno mai cessato di ammonire contro questo pericolo e di agire contro di esso. Ogni volta e dovunque i nazisti hanno marciato – in media marciano in due, tre e addirittura cinque località diverse ogni fine settimana – sono stati accolti da controdimostrazioni, in modo più deciso lo scorso febbraio a Dresda, dove 18.000 antifascisti hanno fatto fallire i piani nazisti di una manifestazione e una marcia.  Per anni la sinistra ha sollecitato una messa fuori legge del NPD, in modo da tagliare le centinaia di migliaia, persino milioni di sovvenzioni governative ricevute in base ai loro risultati elettorali, la loro principale risorsa finanziaria. Una messa al bando cancellerebbe anche la fervente protezione che ottengono quando marciano e diffondono la loro propaganda di odio contro gli stranieri.  Un tentativo di metterli fuori legge è fallito nel 2003; c’erano così tanti agenti della Verfassungsschutz (l’organismo per la Protezione della Costituzione, simile allo FBI) in posizioni di dirigenza nello NPD che è stato impossibile un processo senza denunciare quei gentiluomini; e i loro ruoli attivi.  Il governo ha fatto marcia indietro.  Ha continuato a trattare da cittadini onesti gli uomini dello NPD e i teppisti loro alleati.  Oppure i “pericolosi estremisti di destra” sono stati fatti equivalere ai “pericolosi estremisti di sinistra”. L’attenzione più ostile è stata sempre riservata alla sinistra.

Improvvisamente tutto ciò si è sgretolato. In un’esplosione sono morti due terroristi nazisti e un terzo, una donna, si è arresa alla polizia.  Loro e i loro complici avevano ucciso negli anni precedenti dieci commercianti al dettaglio turchi e greci, anche una poliziotta, avevano ferito ventidue persone facendo scoppiare una bomba, avevano condotto rapine in banca e cercato di distruggere una sinagoga.  Non erano mai stati presi.  Poi altri complici sono stati arrestati e sono stati divulgati nuovi fatti.  I politici sino ad allora ignari hanno improvvisamente scoperto, dichiarandolo ad alta voce, quanto si erano opposti all’estremismo di destra e avevano pianto le vittime dell’odio nazista, di cui sino a quel momento non si erano curati affatto.  Tirate le somme, più di 180 persone erano state uccise in vent’anni da gente di destra, mentre le autorità preferivano attaccare la sinistra, alcuni dei cui sostenitori più indisciplinati (o erano provocatori della polizia?) occasionalmente tiravano bottiglie e sassi contro i nazisti, o forse contro i poliziotti che li proteggevano.

E’ stato presto evidente che la Verfassungsschutz, incaricata di controllare il terrorismo, con almeno 130 agenti in posizioni dirigenziali nello NPD che aveva chiari collegamenti con la scena teppistica nazista, in qualche modo non aveva prevenuto, riferito o addirittura notato gli omicidi, che erano andati tutti impuniti.  Né aveva identificato i responsabili che difficilmente erano sconosciuti nelle loro zone di residenza.

Nonostante la sconvolta sorpresa dei media e della maggior parte dei partiti, non si trattava certo di una novità. Come i Servizi di Intelligence (per lo spionaggio all’estero) la Verfassungsschutz era stata gestita per anni in larga misura da nazisti. Il suo presidente dal 1955 al 1972 era stato Hubert Schruebbers, un membro del partito nazista e malvagio pubblico ministero che aveva inviato ebrei e antinazisti in prigione, in campi di concentramento e alla morte.  Il suo odio per i comunisti gli aveva naturalmente garantito il posto dopo la guerra, indipendentemente dal suo passato.  Il suo vicepresidente dal 1951 al 1964, ex colonnello nazista, aveva preso parte a deportazioni di ebrei; altri alti dirigenti erano stati membri  delle SS o della Gestapo  attivi in Olanda, Polonia, Unione Sovietica, Francia e Norvegia, spesso con grande esperienza: in torture e omicidi.  Questi uomini sono morti, ma i loro successori hanno spesso mantenuto tradizioni e collegamenti, anche quando, dopo la riunificazione, la Germania Occidentale si è dedicata a insegnare la democrazia ai tedeschi dell’est.

Nei primi giorni dopo che gli omicidi (e le probabili coperture) sono venuti alla luce, tutti i partiti di sono dichiarati d’accordo sul fatto che lo NPD doveva essere messo fuori legge. Ma gradualmente sono sorti i dubbi:  gli stati amministrati dai democristiani non sono ansiosi di ritirare i loro agenti segreti nello NPD.  Stanno procrastinando. Ma se un secondo tentativo di mettere al bando il partito dovesse essere sconfitto in tribunale sarebbe una grossa spinta per i pargoli di Hitler.

Generalizzazioni eccessive circa i partiti tedeschi di governo sono rischiose. Ma c’è una lunga tradizione storica, non solo in Germania: in tempi di grande tensione i poteri in essere preferiscono sempre l’estrema destra che minaccia le loro proprietà, i loro portafogli azionari e i loro bonus piuttosto che la sinistra che realmente li minaccia.  Questo nuovo accordo sull’euro difficilmente eviterà tale tensione o proteggerà il 99% della popolazione che sta in basso.  Sta già facendo l’opposto, con ciascun paese che cita i tagli fatti passare nei paesi vicini più deboli per giustificare nuovi tagli nel proprio, spingendo così in basso il livello dell’intera Europa.  E l’austerità richiede disciplina, anche quella di tipo violento citata più sopra.

Chi sono i poteri in essere? Uno dei maggiori contendenti al titolo sarebbe Josef Ackermann, amministratore delegato della Deutsche Bank, con il suoi 9,6 milioni di euro di reddito (2009). E’ appena finito sui titoli di prima pagina per una lettera bomba che gli è stata indirizzata, presumibilmente da un oscuro gruppo anarchico italiano.  Ciò ha temporaneamente fatto passare in secondo piano la storia degli assassini nazisti; sì, siamo tornati all’estremismo di sinistra.  La bomba, scoperta prima che potesse ferire qualcuno, è arrivata in un momento così appropriato che ha anche provocato un cauto scetticismo tra alcuni cinici.

Ma la Deutsche Bank di Ackermann merita in effetti attenzione. E’ stata uno dei principali finanziatori della Grecia, non molto dietro la Goldman Sachs. E’ stata anche una protagonista principale del racket dei pignoramenti delle ipoteche sui mutui negli Stati Uniti, una causa e una vincitrice dell’intera miseria della recessione.  Pochi nei media hanno gradito ricordare che la Deutsche Bank fu una protagonista principale delle finanze della prima guerra mondiale, poi una sostenitrice chiave dell’ascesa al potere di Hitler, una profittatrice dell’occupazione di gran parte dell’Europa e un’investitrice diretta nel campo della morte di Auschwitz.  Ora impiega 100.000 persone in tutto il mondo e non è potente solo in Germania. I suoi stretti collegamenti con Angela Merkel sono divenuti visibili in modo imbarazzante tre anni fa, quando si è appreso che lei aveva riservato a Ackermann una lussuosa festa privata di compleanno nel suo quartier generale di Berlino, paragonabile alla Casa Bianca, con la presenza di circa venticinque amici selezionati da lui.

Anche se svizzero, è sicuramente l’uomo più potente in Germania e oltre; lei è tuttora la donna più potente, ora, nella maggior parte dell’Europa. La stretta collaborazione e collusione tra questi due, con una crisi europea tuttora minacciosa e una riserva in destra sullo sfondo, fanno sì che uno si auguri ardentemente che tutti a sinistra, ora con i nuovi modelli del movimento Occupiamo, possano farsi avanti. Sono urgentemente necessari ora e potrebbero esserlo ancor di più negli anni a venire.  

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/tough-on-euros-weak-on-nazis-by-victor-grossman

Originale: Berlin Bulletin No. 35

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Durban è diventata un paradiso dei procrastinatori

Tag

Durban è diventata un paradiso dei procrastinatori  

 

 

 

Di Nimmo Bassey

 

15 dicembre 2011

 

Mentre i colloqui stavano la mattina di domenica stavano per concludersi, era chiaro che i dirigenti avevano mostrato ancora una volta la loro abilità di procrastinare.

Per come stanno le cose, i essi hanno tempo fino al 2015 per mettersi d’accordo su un  nuovo patto che non entrerebbe in vigore fino al 2020. Durban potrebbe e essere soprannominata il paradiso dei procrastinatori.

Gli inquinatori del  mondo hanno bloccato la vera azione e hanno scelto ancora una volta di salvare gli investitori e le banche espandendo i mercati del carbonio che stanno ora crollando e che, come tute le attività finanziarie di questo periodo,  sembra che arricchiscano soprattutto i pochi scelti.

La fine dei colloqui in era origine fissata per  venerdì 9 dicembre.   Quando è arrivata la sera i negoziatori sembravano molto lontani da una conclusione.

La frustrazione  infuriava all’interno e all’esterno della conferenza internazionale dove i colloqui continuavano. Centinaia di militanti  per il clima hanno inscenato un’azione di resistenza passiva nei corridoi vicino a una delle sale delle riunioni plenarie, chiedendo: “Non uccidete l’Africa!” Hanno occupato per circa tre ore la Conferenza delle Parti (COP 17). Alla fine gli agenti della sicurezza hanno espulso alcuni attivisti, tra i quali Bobby Peak dell’organizzazione Amici della Terra del Sud Africa, Desmond D’Sa dell’Alleanza ambientalista della Comunità di Durban sud e Kumi Naidoo di Greenpeace. All’esterno la gente ha sfidato la pioggia per riunirsi nello spazio Occupy COP 17 – soprannominato Speakers’Corner (L’Angolo degli oratori). Questo era diventato lo spazio auto-gestito dove la gente poteva far sentire la propria voce e mandare liberamente messaggi senza dover avere a che fare con le complicazioni della sicurezza nelle sale dove si tenevano i colloqui. Venerdì c’è stata la veglia di protesta   per la  Conferenza delle Parti (COP).  Il nome era adatto perché i discorsi ufficiali si erano trasformati più o  meno in un rito funebre.

I cittadini di KwaMashu (un sobborgo di Durban)  mandati via dalla loro terra per far apparire più bella  Durban,  hanno avuto il tempo di raccontare qui le storie dei loro travagli. Sono venuti sotto gli auspici di un gruppo che si chiama Abahlali BaseMjondolo, il movimento di coloro che abitano nelle baracche. I bambini della comunità hanno fatto uno spettacolino per far vedere come all’inizio fossero stati sfrattati quando il Sud Africa ha ospitato i campionati mondiali di calcio, come avessero rimesso a posto  i pezzi della loro vita dopo la “fiesta” del calcio e come fossero stati poi sfrattati di nuovo per far sì che la  COP  trovasse  un aspetto piacevole l’aspetto della città. Hanno chiesto di sapere perché, in quanto Sud Africani non avevano diritto a un ricovero, alla dignità, e a un trattamento decente.

All’interno, i discorsi sono andati avanti per tutto il giorno seguente e infine si sono conclusi la domenica mattina presto. Gli analisti  considerano i colloqui un disastro assoluto.

“La gente comune è stata ancora una volta delusa dai nostri governi”, dice Sarah-Jayne Clifton, Coordinatrice per la Giustizia del Clima della confederazione Friends of the Earth International. (Internazionale degli Amici della Terra) http://it.wikipedia.org/wiki/Friends_of_the_Earth.

“Guidate dagli Stati Uniti, le nazioni avanzate sono venute meno alle loro promesse, hanno indebolito le regole sull’azione per il clima e hanno dato forza a coloro che permettono alle grosse imprese commerciali e industriali di trarre profitto dalla crisi del clima”. La Clifton spiega che il protocollo di Kyoto, l’unica struttura legalmente vincolante per la riduzione delle emissioni, è sopravvissuta solo di nome.  “L’ambizione di ottenere i tagli alle emissioni rimane terribilmente bassa,” ha aggiunto. “Il fondo verde per il clima non ha denaro e i programmi di espandere il commercio del carboni distruttivo vanno avanti.

“Nel frattempo, milioni di persone nel mondo in via di sviluppo si trovano già di fronte a impatti climatici devastanti e il mondo si catapulta a capofitto verso la catastrofe climatica. Il rumore degli inquinatori delle grosse imprese commerciali e industriali, ha smorzato le voci della gente comune che non arrivano più alle orecchie dei nostri capi.” Secondo Mohamed Adow dell’ente di beneficenza Christian Aid, il risultato dei colloqui è profondamente angosciante. Non avevo mai visto una situazione peggiore di questa in questo tipo di incontro: In un’epoca in cui gli scienziati fanno la fila per avvertirci delle terribili conseguenza che ci saranno se le emissioni continuano ad aumentare, quello che vediamo qui a Durban è  il tradimento fatto a tutta la gente del mondo.”

Il risultato di Durban è un compromesso che salva la conferenza sul clima ma mette in pericolo la gente che vive in povertà,” conclude Adow. Alla conferenza stampa di chiusura, l’ONU era ansioso di fare commenti positivi sul risultato.

Il capo dell’ONU per i problemi del clima, Christiana Figueres, ha definito i colloqui un “punto di riferimento”; ha detto che le decisioni prese “hanno realmente segnato una traiettoria completamente nuova per il regime climatico.” “Ha garantito un secondo periodo di impegno, ma ha anche preparato la strada per un regime più ampio applicabile a tutti in maniera legale e ha fornito meccanismi per le nazioni in via di sviluppo per soddisfare  le loro necessità di riduzione e di  adattamento.”

Non tutti interpretano il risultato in quei termini. “E’falso dire che un secondo periodo  di impegno per il Protocollo di Kyoto è stato adottato a Durban,” dice Pablo Solón, ex rappresentante dei negoziatori per la Bolivia. “La vera decisione è stata semplicemente rimandata alla prossima conferenza, senza nessun impegno da parte delle nazioni ricche per le riduzione delle emissioni. Questo significa che il Protocollo di Kyoto sarà    tenuto in vita fino a quando sarà sostituito da un nuovo accordo che risulterà perfino più debole.”

Nel frattempo, mentre altre Conferenze si susseguiranno, milioni di persone saranno spazzate via dall’impatto del clima, mentre le grosse imprese commerciali e industriali e i loro lustrascarpe, i politici, sorridono lungo la strada per la banca, o si dondolano in comode amache, come se abitassero su un altro pianeta.

E tuttavia, dopo il fallimento dei colloqui, lascio Durban lunedì mattina con una sensazione di grande ottimismo. Ho visto il potere che ha la gente comune che si raduna insieme, la condivisione di storie e la creazione di nuovi legami. Rapporti. Forse una COP del popolo può essere la strada per andare avanti. Mi ricordo i semi di questo tipo di conferenza che abbiamo gettato a Cochabamba , Bolivia, nel 2010.

 

Nnimmo Bassey è il presidente di  Friends of the Earth International“Amici della Terra Internazionale”

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/durban-became-a-procrastinators’paradise-by-nnimmo-bassey

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons – CC BY-NC-SA 3.0

 

 

Le missioni segrete di addestramento condotte dal Pentagono in Medio Oriente

Tag

Le missioni segrete di addestramento del Pentagono in  Medio Oriente

 

Di Nick Turse

 

14 dicembre 2011

 

Mentre sbocciava  la Primavera Araba  e il presidente Obama era incerto se parlare in favore dei dimostranti che cercavano un cambiamento nel Greater Middle East (Oriente Grande :è un termine entrato di recente nella geopolitica che indica, oltre il Medio Oriente propriamente detto, anche l’Iran, l’Afghanistan e il Pakistan), il Pentagono ha agito con decisione.  Ha creato legami sempre più forti con alcuni dei regimi più repressivi della zona, costruendo basi militarinegoziando vendite e trasferimenti di armi ai despoti dal Bahrein allo Yemen.

Mentre le forze di sicurezza di tutta la zona usavano la mano pesante contro il dissenso dei democratici, il Pentagono mandava ripetutamente truppe per missioni di addestramento per i militari alleati di quelle zone. Nel corso di più di 40 operazioni di questo genere, che si chiamavano: Eager Lion  Friendship Two, che a volte duravano settimane e mesi ognuna, insegnavano alle forze di sicurezza del Medio Oriente gli aspetti più raffinati della contro insurrezione tattiche per piccole unità,  raccolta di informazioni, e operazioni informative, tutte abilità fondamentali per sconfiggere le insurrezioni popolari.

Questi esercitazioni  di addestramento congiunto, raramente riportate dai mezzi di informazione, e raramente citate al di fuori dell’ambiente militare, costituiscono il nocciolo di un sistema elaborato di vecchia data che lega il Pentagono ai militari dei regimi repressivi di tutto il Medio Oriente. Sebbene il Pentagono stenda un velo di segretezza su queste esercitazioni, rifiutandosi di rispondere a domande importanti sulla loro portata, scopo o costo, un’indagine fatta dal sito TomDispatch rivela le linee generali di un programma di addestramento in tutta la zona che ha grandi ambizioni e che è del tutto in disaccordo con gli obiettivi professati da Washington di appoggio alle riforme democratiche nel Greater Middle East.

 

Leoni, marines e Marocchini  – Oh, mamma mia!

 

Il 19 maggio, il presidente Obama si è finalmente interessato della Primavera Araba in modo serio. Ha dichiarato chiaramente di stare con i dimostranti e di essere contro i governi repressivi, asserendo che “gli interessi dell’America non sono contrari alle speranze della gente, ma sono essenziali per realizzarle.”

Quattro giorni prima, proprio i dimostranti dei quali il presidente aveva preso le parti,  avevano dimostrato a Temara, in Marocco.  Erano diretti a una struttura che si sospettava ospitasse un centro  segreto per gli interrogatori autorizzati dal governo. E’ stato allora che le forze di sicurezza del regno hanno attaccato.(Vedi: rumori dal Mediterraneo.blogspot.com/2011/05/tempra-le-torture-della-nuova-era.html)

“Ero in un gruppo di circa 11 dimostranti, inseguiti dalle auto della polizia.,” ha detto allo Human Rights Watch (HRW) – Osservatorio per i diritti umani, Oussama el-Khlifi, un dimostrante di 23 anni della capitale, Rabat. “Mi hanno costretto a dire: “Lunga vita al re”  e mi hanno colpito a una spalla. Quando hanno visto che non ero caduto, mi hanno colpito la testa  con una  mazza e ho perso conoscenza. Quando sono rinvenuto, mi sono trovato in ospedale con il naso rotto e una lesione a una spalla.”

A circa cinque ore di macchina verso sud, c’era un altro raduno in condizioni molto più favorevoli. Nella città di mare di Agadir, era in corso una cerimonia per festeggiare il trasferimento di un comando militare. “Siamo qui per appoggiare ….impegni bilaterali con uno dei nostri più importanti alleati nella zona,” ha detto il colonnello John Caldwell del Corpo dei Marines degli Stati Uniti al raduno che segnava l’inizio della seconda fase dall’African Lion, un’esercitazione annuale congiunta per l’addestramento fatta  insieme alle forze armate del Marocco.

Il Comando statunitense per l’Africa (AFRICOM), cioè il quartier generale che sovrintende alle operazioni in Africa, ha programmato 13 importanti esercitazioni congiunte di questo tipo soltanto nel 2011, dall’Uganda al Sud Africa,dal Senegal al Ghana, che comprendono anche l’esercitazione African Lion. La maggior parte delle missioni di addestramento nel Greater Middle East sono, tuttavia, realizzate dal Comando centrale (CENTCOM), che sovrintende alle guerre e ad altre attività militari in 20 nazioni di quell’area.

“Ogni anno lo USCENTCOM (Comando centrale statunitense) realizza più di 40 esercitazioni con una vasta gamma di nazioni che collaborano con noi    nella zona,” ha detto a TomDispatch un portavoce militare. “Dato che le nazioni che ci ospitano sono politicamente sensibili,  lo USCENTCOM non discute la natura di molte delle nostre esercitazioni al di fuori delle nostre relazioni bilaterali.”

Delle molte esercitazioni congiunte di addestramento che ha patrocinato, il CENTCOM  ne riconosce due delle quali fa il nome: Leading Edge, un’esercitazione di 30 nazioni centrata sulla contro-proliferazione, svoltasi negli Emirati Arabi Uniti  (United Arab Emirates – UAE) alla fine del 2010 e Eager Resolve, un’esercitazione annuale per simulare una reazione coordinata a un attacco chimico, biologico, radiologico, nucleare o con esplosivi ad alto potenziale; vi partecipano gli stati membri del Consiglio della cooperazione del Golfo: Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Saudi Arabia e gli UAE.

Tuttavia i documenti militari, i rapporti  di dominio pubblico, ed altri dati analizzati da TomDispatch, aprono una finestra sui rapporti con altre nazioni per l’ addestramento che il CENTCOM ha rifiutato di riconoscere. Mentre i dettagli di queste missioni nel caso migliore sono scarsi,  i risultati sono chiari: durante il 2011, le truppe statunitensi hanno operato regolarmente con le forze di sicurezza che hanno anche addestrato, appartenenti a numerosi regimi che stavano attivamente respingendo le proteste democratiche e soffocando il dissenso all’interno dei confini dei loro paesi.

 

Diventare amici del  Regno

 

In gennaio, per esempio, il governo dell’Arabia Saudita  ha ridotto la scarsa libertà di espressione che esisteva in quel regno, per mezzo dell’istituzione di nuove restrizioni sulle notizie su Internet e i commenti fatti dai cittadini riguardo a queste. Lo stesso mese, le autorità saudite hanno avviato azioni repressive per le dimostrazioni pacifiche. Poco dopo, sei Sauditi hanno richiesto al governo il riconoscimento del primo partito politico del paese che, secondo quanto riferisce l’Osservatorio dei Diritti Umani, aveva tra gli scopi dichiarati, “maggiore democrazia e protezione dei diritti umani.” Sono stati subito arrestati.

Il 19 febbraio, soltanto tre giorni dopo quegli arresti, le forze statunitensi e quelle saudite hanno avviato la Friendship Two, un esercitazione di addestramento a Tabuk, in Arabia Saudita. Per dieci giorni, 4.100 soldati americani e sauditi si sono esercitati in manovre di combattimento e in tattiche di contro insurrezione  sotto il sole implacabile del deserto. “Questa è un’esercitazione fantastica  in una sede  fantastica e stiamo mandando un messaggio veramente ottimo alla gente di questa zona,” continuava a dire il Maggiore  Bob Livingston , un comandante della Guardia Nazionale che prendeva parte alla missione. “Gli impegni che abbiamo con l’esercito dell’Arabia Saudita  riguardano il loro esercito, il nostro esercito ma dimostrano anche alla popolazione di questa zona la nostra capacità di collaborare reciprocamente e la nostra capacità di operare insieme.”

 

Eager Lights  e Eager Lions

 

Quando la Primavera Araba ha deposto i despoti alleati degli Stati Uniti in Tunisia e in Egitto, il regno di Giordania, dove criticare il re Abdallah o protestare anche pacificamente contro le politiche del governo è un reato, ha continuato a soffocare il dissenso.  L’anno scorso, per esempio, le forze statali di sicurezza hanno preso d’assalto la casa del ventiquattrenne studente di informatica Imad al-Din al-Ash e lo hanno arrestato. Il suo reato? Un articolo in rete nel quale chiamava il re “effeminato.”

In marzo le forze giordane di sicurezza non sono riuscite a entrare in azione e alcune si sono anche unite ai dimostranti favorevoli al governo quando  questi hanno attaccato dei militanti pacifici che chiedevano riforme politiche.  Poi sono arrivare le dichiarazioni che forze governative avevano torturato i militanti islamisti.

Nel frattempo, in marzo, le truppe statunitensi si sono unite alle forze giordane nella Eager Light, un’esercitazione di addestramento ad Amman, la capitale della Giordania, focalizzata sull’addestramento per operazioni di contro insurrezione. Poi, dall’11 al 30 giugno, migliaia di soldati delle forze di sicurezza giordane e di truppe statunitensi hanno condotto l’esercitazione Eager Lion centrata su missioni di operazioni speciali e  di guerra irregolare e anche contro insurrezione. (http://www.disarmiamoli.org/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=231).

In novembre, Christophe Wilcke, dell’Osservatorio per i Diritti Umani,    ha rimproverato duramente  la Giordani a per il processo di 150 dimostranti arrestati in primavera con accusa di terrorismo dopo una rissa in  pubblico cui partecipavano sostenitori del regime. “Soltanto i membri dell’opposizione sono soggetti a un procedimento giudiziario. Il processo….è seriamente scorretto,” ha scritto Wilcke. Sceglie gli islamisti in base ad accuse di terrorismo e getta dubbi sulla strada presa dal regime verso reali riforme politiche, l’impegno per un governo di diritto, e il dichiarato desiderio di proteggere i diritti della libertà di espressione e di riunione.”

Più o meno nello stesso periodo, le truppe statunitensi stavano  preparando     l’Operazione  Flexible Saif. Per circa quattro mesi le truppe americane si sono impegnate nell’addestramento essenziale dei militari giordani, secondo gli Americani che vi hanno preso parte, concentrandosi su argomenti che andavano dai fondamenti del servizio militare fino ai fondamenti per la raccolta di informazioni.

 

Chi sono i fortunati guerrieri del Kuwait?

 

All’inizio di quest’anno, le forze di sicurezza del Kuwait hanno assaltato e arrestato i dimostranti “Bidun”(senza nazionalità), ** una minoranza della popolazione che chiedevano diritto di cittadinanza dopo avere avuto per 50 anni uno status di apolidi nel regno ricco di petrolio. “Le autorità del Kuwait ….dovrebbero permettere ai dimostranti di parlare e di riunirsi liberamente , come è nel loro diritto,” ha scritto Sarah Leah Whitson, Direttrice per  dell’Osservatorio per i Diritti Umani in  Medio Oriente. Di recente il Kuwait ha usato la mano pesante contro i militanti  che usano internet. In luglio, Priyanka Motaparthy dell’Osservatorio per i Diritti Umani ha scritto sulla rivista Foreign Policy che il ventiseienne Nasser Abul è stato portato bendato  e ammanettato in un’aula di tribunale del Kuwait. Il suo reato, secondo quanto riferisce Motaparthy, è stato “di aver    scritto alcune volte  Twitter  per criticare le famiglie al potere in Bahrein e in Arabia Saudita.”

Questa primavera, le truppe statunitensi hanno partecipato alla Lucky Warrior, un’esercitazione di addestramento di 4 giorni in Kuwait destinata a perfezionare le abilità specifiche  per combattere in quella zona. Lo scarso materiale disponibile dalle forze armate non parla di un coinvolgimento diretto del Kuwait nella Lucky Warrior, ma i documenti esaminati da TomDispatch indicano che sono stati usati  traduttori in  altre “edizioni” dell’esercitazione, facendo quindi pensare a un coinvolgimento del Kuwait e/o di altre nazioni arabe nell’operazione. La segretezza del Pentagono, tuttavia, rende impossibile sapere la portata completa della partecipazione dei collaboratori del Pentagono in quella zona.

TomDispatch ha identificato altre operazioni di addestramento nella zona che il CENCOM ha mancato di riconoscere, compresa la Steppe Eagle, un’esercitazione annuale multilaterale realizzata nel Kazakistan, nazione repressiva, dal 31 luglio al 23 agosto durante la quale si è svolto l’addestramento delle truppe locali in: missioni di scorta, operazioni  di transennamento di una zona destinata ad essere perquisita.  Poi c’è stato il  Raduno della Falcon Air, un’esercitazione  per tattiche di supporto aereo   ravvicinato * che comprendeva anche una “gara” di bombardamento, svolta in ottobre dall’aviazione  statunitense, giordana, e turca nella base aerea di Shaheed Mwaffaq Salti in Giordania.

Le forze armate statunitensi hanno anche organizzato un seminario sulla attualità e le informazioni sulle  operazioni militari, con membri delle forze armate libanesi che comprendeva, secondo un Americano che  vi ha partecipato, una discussione “sull’uso della propaganda come supporto dell’informazione sulle operazioni militari”.

Queste missioni di addestramento sono soltanto una piccola delle molte che si svolgono in segreto, lontano dagli occhi indiscreti della stampa o delle popolazioni locali. Sono una componente fondamentale di un sistema enorme di sostegno del Pentagono che  trasporta anche  aiuti e armi a una serie di regni  medio orientali e di dittature alleati degli Stati Uniti. Queste missioni congiunta assicurano stretti legami tra le forze armate statunitensi e le forze di sicurezza di governi repressivi in tutta la zona, offrendo a Washington accesso e influenza e ai paesi che ospitano queste esercitazioni le più moderne strategie militari, le tattiche e gli strumenti del commercio in un momento in cui sono, o temono di essere, assediati dai dimostranti che cercano di   lo spirito democratico che cercano di trarre vantaggio dallo  spirito democratico che si sta propagando nella zona.

 

Segreti e bugie

 

Le forze armate statunitensi hanno ignorato le richieste di TomDispatch che avevano lo scopo di sapere se delle operazioni congiunte erano state rimandate, se c’erano stati dei cambiamenti di data,  o se erano state  cancellate in seguito alle dimostrazioni della Primavera Araba. In agosto, tuttavia, la Agenzia French Press ha riferito che la Bright Star, un’esercitazione biannuale di addestramento cui partecipano le forze militari statunitensi ed egiziane, era stata cancellata in seguito all’insurrezione popolare che aveva deposto il presidente Hosni Mubarak, alleato di Washington.

Il numero delle esercitazioni di addestramento in tutta la zona  sconvolta  dalle proteste democratiche, e perfino le informazioni essenziali sul numero complessivo delle missioni di addestramento del Pentagono nella zona, sul luogo dove si svolgono, sulla durata, su chi vi partecipa,  rimangono in gran parte sconosciute. Il CENTCOM tiene regolarmente segrete queste informazioni per gli Americani per non parlare delle popolazioni di tutto il Grande Medio Oriente.

I militari hanno si sono anche rifiutati di fare commenti sulle esercitazioni in programma per il 2012. Ci sono tuttavia buone ragioni per credere che il loro numero aumenterà perché i despoti della zona pensano di respingere le forze popolari che vogliono un  cambiamento. “Con la fine dell’operazione New Dawn in Iraq e la riduzione delle forze   in Afghanistan, le esercitazioni della USCENTCOM continueranno ad avere come obiettivo….la preoccupazione per la reciproca sicurezza e l’intensificazione dei rapporti già forti e duraturi in quella zona,” ha fatto sapere  un portavoce della CENTCOM a TomDispatch in una mail.

Dato che le dimostrazioni a favore della democrazia e la rivolta popolare sono le “preoccupazioni per la sicurezza” dei regimi dall’Arabia Saudita e dal Bahrein alla Giordania e allo Yemen, non è difficile immaginare come i moderni metodi di addestramento usati dal Pentagono, la sua scuola per le tattiche di contro insurrezione, e il suo aiuto nelle tecniche di raccolta di informazioni segrete potrebbero essere usate nei mesi prossimi.

Questa primavera,  quando si svolgeva  l’operazione African Lion  e i dimostranti marocchini che erano stati malmenati, si curavano le ferite, il presidente Obama affermava che “gli Stati Uniti sono contrari all’uso della violenza e della repressione contro il popolo della zona” e difende i diritti umani fondamentali dei cittadini di tutto il Greater Middle East. Ha aggiunto: “Questi diritti comprendono la libertà di espressione, la libertà di associazione pacifica, libertà di religione, parità tra uomini e donne davanti alla legge e il diritto di scegliere i propri dirigenti, sia che si viva a Baghdad o a Damasco, a Sanaa o a Tehran.”

Rimane la domanda: gli Stati Uniti credono che le stesse cose si possano dire per le persone che vivono ad Amman, a Kuwait City, a Rabat o a Riyhad? E se è così, perché il Pentagono sta rinforzando la posizione dei governanti repressivi di quelle capitali?

 

 

** http://it.globalvoicesonline.org/2011/06/kuwait-capovolgi-il-tuo-avatar-sostieni-i-bidun/

 

 

Nick Turse è direttore associato di TomDispatch.com. Ha vinto dei premi di giornalismo e i suoi articoli sono apparsi sul Los Angeles Times, The Nation e regolarmente su TomDispatch. Questo articolo è il terzo della sua nuova serie sul cambiamento dell’impero americano. Potete seguirlo su Twitter@NickTurse, su Tumbir e su Facebook.

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore del libro : The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria) e anche del romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria). Il suo libro più recente è: The American way of War:How Bush’s Wars Became Obama’s (Haymarket Books) ( Lo stile bellico Americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama).

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/the-pentago-s-secret-training-missions-in-the-middle-east-by-nick-turse

Fonte: TomDispatch.com

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons   CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

UE: la transizione mortale dalla socialdemocrazia all’oligarchia

Tag

, , , , , ,

di Michael Hudson   -14 dicembre 2011

Il modo più semplice per comprendere la crisi finanziaria dell’Europa consiste nel guardare alle soluzioni che vengono proposte per risolverla.  Sono il sogno dei banchieri, un palo della cuccagna di regali che pochi elettori probabilmente approverebbero in un referendum democratico. Gli strateghi delle banche hanno imparato a non sottoporre i loro piani al voto democratico, dopo che gli islandesi si sono rifiutati per due volte, nel 2010 e 2011, di approvare la capitolazione del loro governo al rimborso all’Inghilterra e all’Olanda delle perdite incorse dalle mal regolamentate banche islandesi che avevano operato all’estero.  In assenza di un tale referendum le dimostrazioni di massa sono state il solo modo in cui gli elettori greci hanno potuto manifestare la propria opposizione ai 50 miliardi di euro di privatizzazioni svendute pretese dalla Banca Centrale Europea (BCE) nell’autunno 2011.

Il problema è che alla Grecia manca il contante per ripagare i propri debiti e gli interessi.  La BCE sta pretendendo che il paese svenda il proprio patrimonio pubblico – terreni, acqua, sistemi fognari, porti e altri beni del demanio pubblico – e anche tagli le pensioni e altri pagamenti alla popolazione.  Il 99% che sta in basso è comprensibilmente arrabbiato nell’apprendere che lo strato più ricco della popolazione è largamente responsabile del deficit di bilancio avendo messo al sicuro all’estero, a quanto risulta, 45 miliardi di euro nelle sole banche svizzere.  L’idea che i normali salariati siano obbligati a rinunciare alle pensioni per pagare per gli evasori fiscali – e per la generale mancata tassazione della ricchezza a partire dal regime dei colonnelli – rende la maggior parte delle persone comprensibilmente rabbiosa.  Per la “troika” BCE, UE e FMI affermare che, indipendentemente da quanto i ricchi incassino, rubino o evadano, il pagamento deve essere fatto dalla popolazione in generale non è una posizione politicamente neutrale. Discende fortemente dalla posizione dalla parte dei ricchi che ha scorrettamente assunto.

Una politica fiscale democratica ripristinerebbe la tassazione progressiva sul reddito e la proprietà, e ne imporrebbe l’incasso con sanzioni per l’evasione.  Sin dal diciannovesimo secolo i riformatori democratici hanno cercato di liberare le economie dagli sprechi, dalla corruzione e dal “reddito con guadagnato”.  Ma la troika BCE sta imponendo una tassazione regressiva, che può essere imposta soltanto affidando la politica governativa a un gruppo di tecnocrati non eletti.

Chiamare ‘tecnocrati’ gli amministratori di una politica così antidemocratica sembra un cinico eufemismo dal suono scientifico per riferirsi ai lobbisti e burocrati della finanza ritenuti utilmente di mente tanto ristretta da agire da utili idioti nell’interesse dei propri patroni. La loro ideologia è la stessa filosofia dell’austerità che il FMI impose ai debitori del Terzo Mondo dagli anni ’60 agli anni ’80.  Pretendendo di stabilizzare la bilancia dei pagamenti introducendo i liberi mercati, questi dirigenti svendettero i settori esportatori e le infrastrutture fondamentali ad acquirenti delle nazioni creditrici.  L’effetto fu una spinta delle economie tormentate dall’austerità a indebitarsi ancora di più nei confronti delle banche straniere e delle oligarchie nazionali degli stessi paesi.

Questo è il binario sul quale sono state avviate le socialdemocrazie dell’eurozona. Sotto la copertura politica dell’emergenza finanziaria, le paghe e i livelli di vita devono essere ridimensionate e il potere politico deve essere trasferito dal governo eletto a tecnocrati che governino per conto delle grandi banche e istituzioni finanziarie. La manodopera del settore pubblico deve essere privatizzata – e desindacalizzata – mentre l’assistenza sociale, i piani pensionistici e l’assistenza sanitaria devono essere ridimensionati anch’essi.

Questo è il programma politica di base seguito dagli scalatori delle imprese quando svuotano i piani pensionistici delle aziende per rimborsare i propri sostenitori finanziari nelle operazioni di acquisizione a debito [leveraged buy out]. E’ anche così che è stata privatizzata l’economia dell’ex Unione Sovietica dopo il 1991, trasferendo il patrimonio pubblico nelle mani di cleptocrati che hanno collaborato con i banchieri occidentali per fare della borsa russa e di altre le beniamine dei mercati finanziari globali.  Le imposte sul patrimonio furono ridotte mentre vennero imposte tasse fisse sui salari (per un totale del 59% in Latvia).  L’industria fu smantellata mentre i diritti fondiari e minerari venivano trasferiti a stranieri, le economie venivano spinte all’indebitamento e i lavoratori, specializzati e non specializzati, venivano costretti a emigrare per trovare lavoro.

Fingendo di esseri dediti alla stabilizzazione dei prezzi e al libero mercato, i banchieri gonfiarono una bolla creditizia immobiliare.  Il reddito degli affitti fu capitalizzato in finanziamenti bancari e speso per pagare gli interessi. Tutto ciò fu enormemente redditizio per i banchieri ma lasciò i paesi baltici e gran parte dell’Europa Centrale in una situazione debitoria tesa e con un capitale in negativo entro il 2008.  I neoliberali plaudono ai livelli salariali che hanno fatto precipitare e al PIL in calo, come a una storia di successo, perché quei paesi hanno trasferito l’onere fiscale sul lavoro, piuttosto che sulla proprietà o sulla finanza. I governi hanno salvato le banche a spese dei contribuenti.

E’ assiomatico che la soluzione a ogni grande problema sociale tenda a crearne di maggiori, non sempre intenzionalmente! Dal punto di vista del settore finanziario la “soluzione alla crisi dell’Eurozona consiste nell’invertire gli obiettivi dell’Era Progressista di un secolo fa, quella che speranzosamente John Maynard Keynes definì nel 1936 “l’eutanasia di chi vive di rendita (rentier).”  L’idea era di subordinare il sistema bancario a servire l’economia invece del contrario.  Invece la finanza è diventata il nuovo modo di fare la guerra, meno evidentemente sanguinoso ma con gli stessi obiettivi delle invasioni vichinghe di mille anni fa e con la conseguente conquista coloniale dell’Europa: appropriazione di terre e di risorse naturali, di infrastrutture e di qualsiasi altra attività che possa generare un flusso di entrate.  Fu per capitalizzare e stimare tali valori, ad esempio, che Guglielmo il Conquistatore compilò dopo il  1066 il Domesday Book [il ‘libro del giorno del giudizio’, un censimento delle proprietà inglesi – n.d.t.], un modello per  calcoli in stile BCE e FMI di oggi.

L’appropriazione del surplus economico per rimborsare i banchieri sta capovolgendo i valori tradizionali della maggior parte degli europei.  L’imposizione dell’austerità economica, lo smantellamento della spesa sociale, le svendite del patrimonio pubblico, la de-sindacalizzazione del lavoro, i livelli salariali in caduta, il ridimensionamento dei piani pensionistici e dell’assistenza sanitaria in paesi soggetti a regole democratiche richiede di convincere gli elettori che non ci sono alternative. Si afferma che senza un sistema bancario redditizio (non importa quanto predace) l’economia andrà a pezzi con le perdite bancarie sui prestiti cattivi e sui giochi d’azzardo che abbatteranno il sistema dei pagamenti. Nessun organismo regolamentare potrà essere d’aiuto, nessuna miglior politica fiscale, niente se non la consegna del controllo ai lobbisti per salvare le banche dal perdere le pretese finanziarie che hanno costruito.

Quello che vogliono le banche è che il surplus economico sia utilizzato per pagare gli interessi e non sia utilizzato per migliorare il livello di vita, la spesa pubblica o addirittura per nuovi investimenti di capitale. Le attività di ricerca e sviluppo richiedono troppo tempo. La finanza vive nel breve termine. Questa prospettiva di breve termine è autodistruttiva e tuttavia viene presentata come scienza.  L’alternativa, viene detto agli elettori, è la schiavitù: interferire con il “libero mercato” attraverso regolamentazioni della finanza e persino con una fiscalità progressiva.

Naturalmente c’è un’alternativa. E’ quella che la civiltà europea dagli Scolastici del tredicesimo secolo all’Illuminismo e alla fioritura dell’economia politica classica ha cercato di creare: un’economia libera da redditi non guadagnati, libera da poteri forti che utilizzino privilegi speciali per “ricavare una rendita”.  Per mano dei neoliberali, invece, il libero mercato è un mercato libero a favore della classe dei redditieri perché essi ottengano interessi, rendite e monopolio sui prezzi.

Gli interessi dei redditieri [rentier] presentano il proprio comportamento come un’efficiente “creazione di ricchezza”.  Le scuole di economia aziendale insegnano ai privatizzatori come organizzare prestiti finanziari e collocamento di obbligazioni impegnando tutto quello che possono affinché i servizi pubblici infrastrutturali siano ceduti dai governi.  L’idea è di utilizzare le entrate per pagare gli interessi alle banche e agli obbligazionisti e poi conseguire un utile di capitale aumentando i pedaggi per l’accesso alle strade e ai porti, all’acqua e all’utilizzo delle fognature e ad altri servizi fondamentali.  Ai governi viene detto che le economie possono essere gestite in modo più efficiente smantellando i programmi pubblici e svendendone il patrimonio.

Il divario tra lo scopo ostentato e l’effetto reale non è mai stato più ipocrita.  Rendere i pagamenti di interessi (e anche gli utili di capitale) esenti da imposte priva i governi delle entrate dalle tariffe degli utenti cui rinunciano, aumentando così i loro deficit di bilancio.  E invece di promuovere la stabilità dei prezzi (l’apparente priorità della BCE) la privatizzazione aumenta i prezzi delle infrastrutture, degli alloggi e di altri costi del vivere e fa affari con l’addebito di interessi e di altre spese finanziarie generali, e assicura remunerazioni molto più elevate alla dirigenza.  E’ dunque soltanto un’affermazione ideologica automatica che questa politica sia più efficiente semplicemente perché a indebitarsi sono i privatizzatori e non il governo.

Non c’è alcuna necessità tecnica o economica che la dirigenza finanziaria europea imponga la depressione a gran parte della popolazione.  Ma c’è una grande occasione di profitto per le banche che hanno ottenuto il controllo della politica economica della BCE.  A partire dagli anni ’60, la crisi della bilancia dei pagamenti ha offerto ai banchieri e agli investitori liquidi di prendere il controllo della politica fiscale, di trasferire l’onere fiscale sul lavoro e di smantellare la spesa sociale a favore delle sovvenzioni a investitori stranieri e al settore finanziario.  Essi guadagnano dalle politiche d’austerità che riducono la qualità della vita e la spesa sociale.  Una crisi del debito consente all’élite finanziaria nazionale e ai banchieri stranieri di indebitare il resto della società, utilizzando i propri privilegi creditizi (o i risparmi derivanti da politiche fiscali meno progressive) come leva per impossessarsi di beni e per ridurre le popolazioni in uno stato di dipendenza dal debito.

Il tipo di guerra che oggi divora l’Europa è dunque più che economica nella sua portata.  Minaccia di diventare una linea di divisione storica  tra l’epoca dello scorso mezzo secolo di speranza e di potenziale tecnologico e una nuova era di polarizzazione con l’oligarchia finanziaria che prende il posto dei governi democratici e riduce le popolazioni in uno stato di schiavitù del debito.

Perché un’appropriazione del patrimonio e del potere così sfacciata possa riuscire, è necessario che una crisi sospenda i normali processi legislativi politici e democratici che vi si opporrebbero. Il panico e l’anarchia politici creano un vuoto in cui gli arraffoni possono muoversi velocemente, usando la retorica dell’inganno finanziario e di un’economia d’accatto per razionalizzare soluzioni egoistiche attraverso una visione falsa della storia economica e, nel caso dell’odierna BCE, della storia tedesca in particolare.

* * *

I governi non hanno bisogno di indebitarsi presso banchieri commerciali o altri finanziatori. Sin da quando è stata fondata la Banca d’Inghilterra, nel 1694, le banche centrali hanno stampato denaro per finanziare la spesa pubblica. Anche i banchieri creano liberamente denaro quando fanno un prestito e accreditano il conto del cliente in cambio di un pagherò gravato da interessi. Oggi queste banche possono prendere a prestito riserve dalle banche centrali governative a un basso tasso d’interesse (0,25% negli Stati Uniti) e prestare quel denaro a tassi più elevati.  Cosicché le banche sono ben liete di vedere le banche centrali governative creare credito da prestar loro.  Ma quando si tratta di governi che creino  moneta per finanziare i propri deficit di bilancio da spendere nel resto dell’economia, le banche preferirebbero avere questo mercato e i relativi interessi solo per sé.

Le banche commerciali europee sono particolarmente categoriche riguardo al fatto che la Banca Centrale Europea non dovrebbe finanziare i deficit governativi.  Ma la creazione privata di credito non è necessariamente meno inflattiva della monetizzazione governativa dei propri deficit (semplicemente stampando il denaro necessario). La maggior parte dei prestiti delle banche commerciali sono concessi con garanzie su immobili, azioni e obbligazioni, fornendo credito che viene utilizzato per rilanciare i prezzi degli alloggi e dei titoli finanziari (come nel caso delle acquisizioni a debito).

E’ principalmente il governo che spende il credito nell’economia “reale”, nella misura in cui i deficit del bilancio pubblico impiegano lavoro o sono spesi in beni e servizi.  I governi evitano di pagare interessi facendo stampare denaro alle proprie banche centrali sulle proprie tastiere dei computer anziché prendere a prestito da banche che fanno la stessa cosa sulle loro tastiere.  (Abraham Lincoln non fece altro che stampare moneta quando finanziò la Guerra Civile statunitense con il “biglietti verdi”).

Alle banche piacerebbe utilizzare il proprio privilegio di creare credito per ricavare interessi da prestiti ai governi per finanziare i deficit dei bilanci pubblici.  Esse hanno dunque un interesse egoistico a limitare l’ “opzione pubblica” di monetizzare i propri deficit di bilancio.  Per garantirsi il monopolio del proprio privilegio di creare credito, le banche hanno montato una vasta campagna di denigrazione dell’avversario riguardo alla spesa governativa e, in realtà, contro l’autorità governativa in generale, che risulta essere l’unica autorità con un potere sufficiente a controllare il loro potere o a offrire opzioni finanziarie alternative, come fanno le banche del risparmio postale in Giappone, in Russia e in altri paesi.  Questa concorrenza tra banche e governo spiega le false accuse mosse alla creazione di credito da parte del governo in quanto dichiarata più inflazionistica di quella della banche commerciali.

La realtà è chiarita dal confronto tra il modo in cui gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Europa gestiscono le proprie finanze pubbliche.  Il Tesoro statunitense è di gran lunga il maggior debitore e le sue banche maggiori sembrano avere un capitale negativo, essendo debitrici nei confronti dei propri depositanti e di altre istituzioni finanziarie di somme molto superiori a quelle che possono essere pagate con il loro portafoglio di prestiti, investimenti e giochi finanziari assortiti.  Tuttavia, mentre i disordini finanziari globali si intensificano, gli investitori istituzionali investono il loro denaro in buoni del tesoro USA, in misura così vasta che questi titolo non rendono più dell’1%.  Per contro, un quarto del settore immobiliare USA ha un capitale negativo, gli stati e le amministrazioni cittadine statunitensi si trovano a confrontarsi con l’insolvenza e devono ridimensionare le spese.  Grandi imprese finiscono in bancarotta, i piani pensione sono in arretrati sempre maggiori, e tuttavia l’economia USA resta una calamita per i risparmi globali.

Anche l’economia inglese sta vacillando, e tuttavia il governo paga solo il 2% di interessi. Ma i governi europei pagano più del 7%. Il motivo di tale disparità è che questi ultimi sono privi dell’ “opzione pubblica” di creare moneta. L’avere una Federal Reserve Bank o la Banca d’Inghilterra che possono stampare denaro per pagare interessi o rinnovare i debiti esistenti è ciò che rende gli Stati Uniti e l’Inghilterra diversi dall’Europa. Nessuno si aspetta che queste due nazioni siano costrette a svendere i terreni pubblici e altri beni per raccogliere i fondi per pagare (anche se possono farlo come scelta politica).  Dato che il Tesoro USA e la Federal Reserve possono creare nuova moneta, ne consegue che, fintanto che i debiti del governo sono denominati in dollari, possono firmare abbastanza cambiali sulle tastiere dei propri computer da far sì che l’unico rischio corso dai detentori di buoni del tesoro USA è quello del tasso di cambio del dollaro rispetto alle altre valute.

Per contro, l’Eurozona ha una banca centrale ma l’articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta alla BCE di fare quello che le altre banche centrale sono state fondate per fare: creare il denaro per finanziare i deficit di bilancio governativi o per rinnovare prestiti in scadenza.  Gli storici del futuro senza dubbio troveranno notevole che ci sia realmente della razionalità a sostegno di tale politica, o almeno la pretesa di una storia di copertura.  E’ una cosa così inconsistente che qualsiasi studente di storia può capire quanto sia distorta. L’affermazione è che se una banca centrale crea credito, ciò minaccia la stabilità dei prezzi.  A essere considerata inflazionistica è solo la spesa governativa, non il credito privato!

L’amministrazione Clinton ha equilibrato il bilancio del governo USA alla fine degli anni ’90, e tuttavia stava esplodendo l’Economia delle Bolle.  D’altro canto il Tesoro e la Federal Reserve hanno inondato l’economia con 13 trilioni di dollari di crediti al sistema del credito bancario dopo il settembre 2008 e con ulteriori 800 miliardi di dollari l’estate scorsa attraverso il programma di Agevolazione Quantitativa della Federal Reserve (QE2).  E tuttavia i prezzi al consumo e delle materie prime non stanno salendo.  Nemmeno i prezzi degli immobili e del mercato azionario sono rilanciati.  Dunque l’idea che più denaro significhi prezzi più alti (MV=PT *) oggi non funziona.    [* Equazione degli Scambi (ES)di Fisher:MV = PT,  dove M = quantità  di moneta, V = velocità di circolazione della moneta, T = numero di transazioni, P = livello generale dei prezzi – n.d.t.].

Le banche commerciali creano debito. E’ il loro prodotto. La leva su debito è stata utilizzata per più di un decennio per rilanciare i prezzi – rendendo più costoso per i cittadini statunitensi avere una casa o acquistare una polizza che garantisca un reddito pensionistico – ma l’economia odierna sta soffrendo di una deflazione da debito con i redditi personali, quelli da attività e le entrate fiscali che sono dirottati a rimborsare i debiti anziché a spendere in beni o a investire o ad assumere.

Molto più impressionante è la parodia della storia tedesca che viene ripetuta in continuazione, come se la ripetizione in qualche modo possa far smettere alla gente di ricordare quello che in realtà è accaduto nel ventesimo secolo.  A sentir raccontare la storia dai dirigenti della BCE, sembrerebbe avventato da parte di una banca centrale finanziare il governo, a motivo del rischio di super-inflazione. Vengono esibiti ricordi dell’inflazione di Weimar in Germania negli anni ’20.   Ma, esaminato, ciò risulta essere quello che gli psichiatri chiamano un ricordo artificiale: una condizione in cui un paziente è convinto di aver sofferto un trauma che sembra reale, ma che in realtà  non esiste.

Quel che è accaduto nel 1921 non è stato un caso di governi indebitatisi presso banche centrali per finanziare spese interne come programmi sociali, pensioni o assistenza sanitaria come oggi.  Piuttosto l’obbligo della Germania di pagare le riparazioni ha portato la Reichsbank a inondare i mercati delle valute estere di marchi tedeschi per ottenere la valuta necessaria per comprare sterline inglesi, franchi francesi e altre valute per pagare gli Alleati, che usavano quel denaro per rimborsare i debiti degli eserciti Inter-Alleati verso gli Stati Uniti.  L’iperinflazione della nazione ha avuto origine dal suo obbligo di pagare le sue obbligazioni in valuta estera.  Nessun importo di tassazione interna avrebbe raccolto la valuta straniera di cui era programmato il pagamento.

Arrivati agli anni ’30 questo fenomeno era ben noto, spiegato da Keynes e da altri che avevano analizzato i limiti strutturali della capacità di pagare il debito estero imposto indipendentemente dalla capacità di attingere ai bilanci valutari nazionali in essere.  Dal testo del 1931 di Salomon Flink ‘The Reichsbank and Economic Germany’ agli studi sulle iper-inflazioni cilena e di altri paesi del Terzo Mondo, gli economisti hanno scoperto all’opera una causa comune, basata sulla bilancia dei pagamenti. Per primo arriva un crollo dei rapporti di cambio. Ciò aumenta il prezzo delle importazioni e, in conseguenza, il livello nazionale dei prezzi.  Servono più soldi per effettuare acquisti a prezzi più alti.  La sequenza statistica e la catena causale portano dal deficit della bilancia dei pagamenti al deprezzamento della moneta aumentando i costi delle importazioni e da questo aumento dei prezzi alla immissioni di liquidità, non il contrario.

Gli odierni sostenitori del “libero mercato” che scrivono nella tradizione monetarista di Chicago (fondamentalmente quella di David Ricardo) escludono dai loro calcoli le dimensioni del debito estero e di quello nazionale.  E’ come se il “denaro” e il “credito” fossero beni da barattare contro merci.  Ma un conto bancario o altre forme di credito si traduce in debito sull’altra colonna del bilancio. Il debito di una parte è il risparmio di un’altra parte e la maggior parte dei risparmi oggi viene prestata a interesse, assorbendo denaro dai settori non finanziari dell’economia.  Il dibattito è ridotto a un rapporto semplicistico tra la fornitura di denaro e il livello dei prezzi e, in realtà, solo il livello dei prezzi al consumo,  non dei prezzi del patrimonio. Nella loro ansia di opporsi alla spesa governativa – e in realtà di smantellare il governo e sostituirlo con pianificatori finanziari – i monetaristi neoliberali trascurano il carico del debito imposto oggi dalla Latvia all’Islanda all’Irlanda alla Grecia, Italia, Spagna e Portogallo.

Se l’euro andrà a pezzi sarà a motivo dell’obbligo dei governi di rimborsare i banchieri con soldi che devono essere presi a prestito invece che creati dalle banche centrali.  Diversamente dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra che possono creare credito da parte delle banche centrali sulle tastiere dei loro computer per evitare che l’economia avvizzisca o diventi insolvente, la costituzione tedesca e il Trattato di Lisbona impediscono alla banca centrale di fare altrettanto.

L’effetto è l’obbligo per i governi di indebitarsi a interesse presso le banche centrali.  Ciò dà ai banchieri la capacità di creare una crisi, minacciando di portare le economie fuori dall’Eurozona se non si sottomettono alle “condizioni” loro imposte in quella che sta rapidamente diventando una guerra di classe della finanza contro il mondo del lavoro.

Togliere alla banca centrale dell’Europa il diritto di privare i governi del potere di creare moneta

Una delle tre caratteristiche che definiscono uno stato-nazione è il potere di creare moneta. Una seconda caratteristica è il potere di riscuotere imposte. Entrambi questi poteri sono in corso di trasferimento dalle mani di rappresentanti democraticamente eletti a quelle del settore finanziario, come effetto dell’aver legato le mani al governo.

La terza caratteristica di uno stato-nazione è il potere di dichiarare guerra.  Quello che accade oggi è l’equivalente di una guerra, ma contro il potere del governo! E’, soprattutto, una modalità finanziaria di condurre la guerra e gli scopi di questa appropriazione finanziaria sono gli stessi di quelli di una conquista militare: primo, la terra e le ricchezze del sottosuolo su cui imporre rendite come tributo; poi le infrastrutture pubbliche per ricavare rendite dalle tariffe di accesso; e, terzo, ogni altra impresa o bene di demanio pubblico.

In questa nuova guerra finanziarizzata, i governi sono spinti ad agire da forze dell’ordine per conto dei conquistatori finanziari contro le loro stesse popolazioni nazionali.  Di certo questa non è una cosa nuova.  Abbiamo visto la Banca Mondiale e il FMI imporre l’austerità a dittature latinoamericane, a capitribù militari africani e ad altre oligarchie vassalle dagli anni ’60 fino agli anni ’80. L’Irlanda e la Grecia, la Spagna e il Portogallo devono ora essere assoggettate a un simile spogliamento mentre le decisioni politiche pubbliche sono trasferite a organismi finanziari sovra-governativi che agiscono per conto dei banchieri e, attraverso essi, per conto dell’1% della popolazione.

Quando i debiti non possono essere rimborsati o rinnovati arriva il tempo dei pignoramenti.  Per i governi ciò significa svendita di privatizzazioni per rimborsare i creditori. In aggiunta al fatto di essere un arraffamento della proprietà, la privatizzazione mira a sostituire la manodopera del settore pubblico con una forza lavoro non sindacalizzata che abbia minori diritti alla pensione, all’assistenza sanitaria o voce in capitolo sulle condizioni di lavoro.  La vecchia guerra di classe è così di nuovo all’opera, con una svolta finanziaria.  Facendo rattrappire l’economia, la deflazione da debito contribuisce a spezzare la capacità di resistenza del mondo del lavoro.

Inoltre dà ai creditori il controllo sulla politica fiscale.  In assenza di un parlamento pan-europeo con il potere di fissare le regole fiscali, la politica fiscale passa alla BCE.  Agendo per conto delle banche la BCE sembra favorire un’inversione della spinta del ventesimo secolo a una tassazione progressiva.  E, come ha chiarito un lobbista finanziario statunitense, la pretesa dei creditori è che i governi ridefiniscano gli obblighi sociali pubblici come “costi d’utenza”, da finanziare mediante trattenute sulle remunerazioni da passare alle banche perché le amministrino (o ne facciano cattiva amministrazione, a seconda dei casi).  Trasferire l’onere fiscale dalla proprietà immobiliare e dalla finanza al lavoro e all’economia “reale” minaccia così di diventare un arraffamento fiscale che va a sommarsi all’arraffamento delle privatizzazioni.

Questa è un’ottica di breve termine autodistruttiva.  L’ironia è che i deficit di bilancio dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) si sono originati in larga misura dal non aver tassato la proprietà e un’ulteriore svolta fiscale peggiorerà, anziché stabilizzarli, i bilanci governativi.  Ma i banchieri guardano solo a ciò che possono prendere nel breve periodo.  Sanno che qualsiasi imposta a carico dei patrimoni e delle imprese cui l’esattore rinunci è “disponibile” per gli acquirenti da impegnare presso le banche come interesse.  Così alla Grecia e ad  altre economie oligarchiche  viene detto di “pagarsi il biglietto” tagliando la spesa sociale governativa (ma non la spesa militare per l’acquisto di armi tedesche e francesi) e spostando le tasse sul lavoro e l’industria, e sui consumatori sotto forma di tariffe d’utenza più elevate per i servizi pubblici non ancora privatizzati.

In Inghilterra il primo ministro Cameron afferma che ridimensionare ulteriormente il governo sulla scia della Thatcher e di Blair renderà disponibili ancor più risorse e manodopera da assumere da parte del settore privato.  I tagli fiscali metteranno effettivamente sulla strada molti lavoratori, o almeno li costringeranno a trovare lavori pagati di meno e con meno diritti.  Ma tagliare la spesa pubblica farà avvizzire anche il settore imprenditoriale, peggiorando i problemi fiscali e debitori spingendo le economie ancor più profondamente nella recessione.

Se i governi tagliano la spesa per ridurre la dimensione dei loro deficit di bilancio – o se raccolgono imposte dall’economia in generale per generare un surplus – allora quei surplus risucchieranno denaro dall’economia, lasciando meno da spendere in beni e servizi.  La conseguenza può essere soltanto la disoccupazione, ulteriori insolvenze e fallimenti.  Possiamo considerare l’Islanda e la Latvia come i canarini nelle miniere di carbone finanziarie.  La loro esperienza recente dimostra che la deflazione debitoria porta all’emigrazione, a aspettative di vita minori, a tassi di nascite, di matrimoni e di formazione di famiglie inferiori, ma offre grandi occasioni ai fondi predatori per risucchiare ricchezza verso il vertice della piramide finanziaria.

La crisi economica attuale è una questione di scelta politica, non di necessità.  Secondo la battuta del segretario generale del presidente Obama, Rahm Emanuel: “Una crisi è un’occasione troppo buona per sprecarla.”  In tali casi la spiegazione più logica che debba beneficiarne qualche potere forte.  Le depressioni aumentano la disoccupazione, contribuendo a schiacciare il potere dei lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati. Gli Stati Uniti stanno assistendo a una stretta di bilancio a livello statale e locale (mentre cominciano a essere annunciate bancarotte) con i primi tagli che si verificano nella sfera delle insolvenze pensionistiche.  L’alta finanza viene rimborsata non rimborsando la popolazione che lavora dei risparmi e delle promesse fatte come parte di contratti di lavoro e dei piani privati di previdenza. I pesci grossi stanno mangiando i pesci piccoli.

Questa sembra essere l’idea che il settore finanziario ha di una buona pianificazione economica.  Ma è peggio di un piano a somma zero, in cui l’utile di una parte è la perdita dell’altra.  Si rattrappiranno le economie nel loro complesso e cambieranno forma polarizzandosi tra debitori e creditori.  La democrazia economica cederà il passo all’oligarchia finanziaria, invertendo la tendenza degli ultimi secoli.

L’Europa è pronta a compiere questo passo? Gli elettori riconoscono che spogliare il governo dell’opzione pubblica di creare denaro trasferirà tale privilegio alle banche sotto forma di monopolio? Quanti osservatori hanno identificato la quasi inevitabile conseguenza: il trasferimento della pianificazione economica all’allocazione creditizia bancaria?

Anche se i governi ricorressero all’ “opzione pubblica” creando il proprio denaro per finanziare i loro deficit di bilancio e fornendo all’economia credito produttivo per ricostruire le infrastrutture, rimane un grave problema: che fare del complesso del debito esistente che ora costituisce un peso morto per l’economia? I banchieri e i politici che essi sostengono si rifiutano di svalutare i debiti per riflettere la capacità di rimborso. I legislatori non hanno fornito alla società una procedura legale per le svalutazioni dei debiti, salvo la legge sulla cessione fraudolenta [Fraudulent Conveyance Law] dello Stato di New York che prescrive che i debiti siano annullati se i finanziatori hanno fatto credito senza assicurarsi della capacità di rimborso del debitore.

I banchieri non vogliono assumere la responsabilità dei cattivi prestiti.  Ciò pone il problema finanziario di ciò che i legislatori dovrebbero fare quando le banche sono state così irresponsabili nell’allocare il credito. Ma qualcuno deve subire la perdita.  Dovrebbe essere la società in generale o dovrebbero essere i banchieri?

Non è un problema che i banchieri sono preparati a risolvere. Loro vogliono trasferire il problema ai governi e definire il problema in termini di come i governi possono “rimetterli in sesto”.  Quella che definiscono una “soluzione” al problema dei cattivi debiti consiste nel fatto che governo dia loro titoli buoni in cambio di prestiti cattivi (“contanti in cambio di spazzatura”), da pagare in pieno da parte dei contribuenti.  Avendo organizzato un enorme aumento di ricchezza per sé stessi, i banchieri ora vogliono prendere i soldi e scappare, lasciando le economie tormentate dai debiti. Le entrate che non possono essere pagate dai debitori saranno ora distribuite, per il pagamento, all’intera economia, aumentando enormemente il costo della vista e del fare impresa per tutti.

Perché dovrebbero essere “rimessi in sesto” a spese del rattrappimento del resto dell’economia?  La risposta dei banchieri è che  i debiti vanno corrisposti ai piani pensionistici dei lavoratori, ai consumatori con depositi bancari e che l’intero sistema crollerà se i governi mancheranno di rimborsare un titolo.   Se messi sotto pressione, i banchieri ammettono di aver acceso assicurazioni sui rischi, di detenere obbligazioni con collaterale debitorio e altre coperture dei rischi.  Ma gli assicuratori sono in gran parte banche USA e il governo USA sta premendo sull’Europa affinché non diventi insolvente danneggiando così il sistema bancario statunitense.  Così il garbuglio del debito è diventato politicizzato a livello internazionale.

Dunque per i banchieri la linea di resistenza consiste nell’incoraggiare l’illusione che non ci sia necessità che essi accettino l’insolvenza degli alti debiti non rimborsabili che hanno incoraggiato.  I creditori insistono sempre sul fatto che il debito generale può essere mantenuto se soltanto i governi ridurranno altre spese, aumentando contemporaneamente le imposte a carico dei singole e delle imprese non finanziarie.

Il motivo per cui ciò non funzionerà è che cercare di incassare l’odierna dimensione del debito colpirà la sottostante economia “reale”, rendendola ancor meno in grado di pagare i propri debiti.  Quello che è iniziato come un problema finanziario (“cattivi debiti”) si trasformerà ora in un problema fiscale (“cattive imposte”). Le tasse sono un costo per le imprese allo stesso modo in cui è un costo rimborsare un debito. Entrambi i costi devono riflettersi sui prezzi dei prodotti.  Quando in contribuenti sono gravati di tasse e di debiti dispongono di meno entrate disponibili per i consumi.  Così i mercati avvizziscono, ponendo sotto ulteriore pressione la redditività delle imprese nazionali.  Tale combinazione rende qualsiasi paese che segua un politica simile un produttore ad alto costo e, in conseguenza, un paese meno competitivo sui mercati globali.

Questo tipo di pianificazione finanziaria – e la sua parallela svolta fiscale – porta alla deindustrializzazione.  Creando denaro a corso forzoso da parte della BCE o del FMI si lascia il debito al suo posto, mantenendo la ricchezza e il controllo dell’economia nelle mani del settore finanziario.  Le banche possono ricevere il pagamento dei debiti incorsi per proprietà eccessivamente gravate da mutui ipotecari solo se i debitori sono sollevati da qualche tassa sul patrimonio immobiliare.  Imprese industriali a corto di disponibilità a causa dei debiti possono rimborsarli solo ridimensionando gli impegni pensionistici, l’assistenza sanitaria e gli stipendi dei propri dipendenti, o riducendo i pagamenti di imposte e tasse al governo. In pratica “onorare i debiti” finisce per tradursi in una deflazione da  debito e in una stretta economica generale.

Questo è il piano economico dei finanzieri.  Ma lasciare la politica fiscale e la pianificazione centralizzata nelle mani dei banchieri finisce per essere l’opposto di ciò su cui verteva l’economia del libero mercato degli ultimi secoli.  L’obiettivo classico consisteva nel minimizzare il debito generale, nel tassare le rendite fondiarie e da risorse naturali e nel mantenere i prezzi monopolistici in linea con gli effettivi costi di produzione (“valori”).  I banchieri hanno prestato sempre più a valere sulle stesse entrate che gli economisti del libero mercato consideravano la base fiscale naturale.

Dunque qualcosa deve cedere.  Si tratterà degli ultimi secoli di filosofia economica liberale del libero mercato, con la cessione ai banchieri della pianificazione del surplus economico? O la società riaffermerà la filosofia economica classica e i principi dell’Era Progressista, e riaffermerà il modello sociale dei mercati finanziati intesi a promuovere la crescita a lungo termine con minimi costi per la vita e l’imprenditoria?

Almeno nei paesi più pesantemente indebitati, gli elettori europei si stanno risvegliando davanti a un colpo di stato oligarchico in cui la tassazione e la pianificazione e il controllo dei bilanci stanno passando nelle mani di dirigenti nominati dal cartello internazionale dei banchieri.  Questo risultato è l’opposto di tutto ciò su cui si è incentrata l’economia del libero mercato degli ultimi secoli.

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 3 dicembre 2011 sotto il titolo “Der Krieg der Banken gegen das Volk” [La guerra delle banche contro il popolo].

 

MICHAEL HUDSON è un ex economista di Wall Street. Professore insigne di ricerca all’Università del Missouri a Kansas City (UMKC) è autore di numerosi libri tra cui  ‘Superimperialism: The Economic Strategy of American Empire’ [Il super-imperialismo: strategia economica dell’impero statunitense] (nuova edizione, Pluto Press, 2002). Ha contribuito a ‘Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion’ [Senza speranza: Barack Obama e la politica dell’illusione] in uscita presso AK Press.  Può essere raggiunto sul suo sito web a mh@michael-hudson.com

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/europe-s-deadly-transition-from-social-democracy-to-oligarchy-by-michael-hudson

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

“L’America è eccezionale.” Ripetetelo fino alla nausea

“L’America è eccezionale.” Ripeterlo fino alla nausea

 

di Tom Engelhardt

13 dicembre 2011

 

Se volete la misura di un’America che sta scivolando verso il basso, potreste dare un’occhiata al recente sondaggio commissionato dal quotidiano The Hill, nel quale la sorprendente percentuale del 69% delle persone interrogate ha detto che considerano il loro paese ormai in declino. Potreste anche considerare il linguaggio alato che usano i candidati alla presidenza in questo periodo. Mitt Romney,* in un recente dibattito dei Repubblicani sulla politica estera, ne ha dato un esempio tipico, insistendo a dire che “questo secolo deve essere un secolo americano” durante il quale “l’America guida il mondo libero e il mondo libero guida il mondo intero.”

Il presidente Barack Obama tende ad usare il linguaggio infuocato dell’eccezionalità americana, annunciando spesso la sua intenzione di fare in modo che il 21° secolo sia “un altro secolo americano.”

Dato che ho 67 anni, sono cresciuto nell’era successiva alla Seconda guerra mondiale che, sotto ogni aspetto, era il culmine del primo secolo americano. Dato che gran parte del resto del mondo avanzato lottava per ricostruire le città devastate, gli Stati Uniti non hanno potuto essere più eccezionali, una nazione unica nel suo genere nel fabbricare  articoli costosi utili in pace e in guerra, spesso prodotti dalle stesse grosse imprese industriali.

A quei tempi non c’era bisogno che i presidenti o i candidati alla presidenza si alzassero e ripetutamente rassicurassero il popolo americano del  fatto che eravamo così eccezionali. Era troppo ovvio per affermarlo. Dopo tutto, quando si ha una cosa, non c’è bisogno di sbandierarla.

La prossima volta, quindi, che sentite un qualsiasi politico insistere a dire che questa nazione è eccezionale nello stile del secolo, consideratela una specie di confessione segreta che invece non siamo così. In questi giorni si può sentire il ringhio (o il gemito) di difesa che si cela nell’insistenza che la nostra nazione non è soltanto una delle  nazioni potenti che  si trova  a un punto morto in politica e in una situazione economica difficile.

Pensate ora, se volete, ai muscoli di Rambo che a modo loro erano una confessione di insicurezza molto simile ai discorsi sull’ eccezionalità che fa Romney. Molto tempo fa, l’eroe dei film western o dei film di guerra, Gary Cooper or John Wayne, forse erano forti e silenziosi, ma il fisico “mostruoso”  non era certo la loro qualità principale. Quell’eroe non era  ultra-muscoloso  o enorme come si usa rappresentarlo nei cartoni animati. Essendo un uomo di quel momento del secolo realmente americano, non doveva  cambiare stile per mettere in risalto il fatto di essere un eroe e la sua potenza fisica.

Rambo è arrivato sugli schermi negli anni  dopo la guerra del Vietnam come una  creatura della sconfitta americana. Era un periodo in cui chi era forte e silenzioso non convinceva più abbastanza, quando una corsa alle armi vera sembrava necessaria, quando i pettorali del potere americano avevano bisogno di essere ultra gonfiati per essere ultra esibiti.

 

Romney e il suo equipaggio sono, letteralmente, i Rambo di questo  momento americano del 21° secolo e la loro versione dell’eccezionalità sempre presente si adatta bene a un’altra caratteristica che si ripete spesso   nel panorama attuale: l’esaltazione del soldato americano come eroe degli eroi, un modello  per la nazione.

Molte di queste cose avrebbero avuto un suono davvero strano per le orecchie degli Americani dell’epoca della mia infanzia. Avevano la loro serie di enormi paure, ma vivevano ancora in una nazione con un esercito di cittadini del quale la coscrizione assicurava che quasi tutti potessero far parte. Nella maggior parte delle famiglie, compresa la mia, c’era  allora almeno un reduce della Seconda Guerra mondiale.

Nessuno, tuttavia, parlava delle più grandi generazioni americane o dei loro eroi o, come Obama e George W. Bush prima di lui, della “più bel esercito del modo” (o “che il mondo abbia mai conosciuto”). Il soldato era semplicemente un Americano.

Adesso, nel mondo dell’esercito fatto tutto di volontari, mentre gli Stati Uniti sono continuamente in guerra in tutto il mondo, anche se con notevoli insuccessi, i militari esistono per lo più in una sfera separata, dato che  molti Americani non hanno nessun rapporto diretto con le guerre combattute nel loro nome e con i soldati che le combattono.

Oggi, tuttavia, sostenere le truppe (o “i guerrieri dell’America,” come ora vengono spesso chiamati), è diventato un dovere quasi religioso. Questa insistenza ricorrente del bisogno che hanno di appoggio, dovrebbe, come l’eccezionalità di Romney, essere considerato un altro tipo di ammissione segreta.

Dopo tutto, il più grande errore della nostra era è stato indubbiamente questo: quando l’Unione Sovietica è scomparsa improvvisamente nel 1991, i nostri capi hanno immaginato che di aver ottenuto una specie di vittoria americana che non si era mai vista prima. Dove, per secoli, c’erano state due o più grandi potenze rivali, adesso c’era soltanto l’unica superpotenza (o anche iperpotenza) del pianeta Terra, senza che ci fossero minacce  importanti in nessun posto.

A qualcuno è sembrato che questo fosse, per definizione, un secondo momento simile a quello del dopo II Guerra mondiale, pieno di eccezionalità americana. Mentre confondevano la potenza militare con la supremazia mondiale, non hanno notato che anche la più forte potenza della Guerra Fredda stava scivolando lentamente verso il basso in una nuvola di autocompiacimento. Al momento stiamo vivendo il resto di questa triste storia.

Quel momento americano e il  “secolo” che lo accompagnava, se ne sono  andati. Il declino incombe su di noi e qualsiasi rassicurazione che non è così serve soltanto, anche se in modo subliminale, a rinforzare quella realtà. A parte  il ritmo  che adotteranno,  i nostri “guerrieri” ed “eroi” tornano a casa in un paese infelice, dove non c ‘è eroismo né sicurezza, dove mancano i posti di lavoro. Nel frattempo, i nostri  capi protestano davvero troppo.

 

 

Tom Engelhardt, co-fondatore dell’American Empire Project, dirige il sito del Nation Institute TomDispatch.com

 

Da Z Net –Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://wwws.zcommunications.org/america-is-exceptional-repeat-ad-nauseam-by-tom-engelhardt

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

CC)= 2011 ZNET Italy –Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA 3.0

I banchieri sono i dittatori dell’Occidente

Tag

I banchieri sono i dittatori dell’Occidente

 

Di Robert Fisk

11 dicembre 2011

Siccome scrivo da una zona del mondo che produce più luoghi comuni      per piede quadrato (30 cm circa)  di qualsiasi altra “storia –cioè il Medio Oriente – dovrei forse fermarmi un attimo prima di dire che non ho mai  letto tanta immondizia, tante assolute  stupidaggini  sulla crisi finanziaria mondiale.

Non tratterrò il mio impeto. Mi sembra che l’informazione sul crollo del capitalismo abbia  raggiunto un nuovo minimo che neanche il Medio Oriente può superare per pura e totale ubbidienza proprio nei riguardi delle istituzioni e degli “esperti” di Harvard che hanno aiutato a causare l’intero disastro criminale.

Diamo un calcio alla “Primavera Araba” – espressione che è  di per sé una grottesca  deformazione verbale del grande risveglio arabo/musulmano che sta scuotendo il Medio Oriente – e i paragoni scadenti con le proteste di tipo sociale avvenute nelle capitali occidentali. Siamo stati inondati di servizi giornalistici su come  i poveri o gli svantaggiati  in Occidente hanno “tolto una pagina” dal libro della “Primavera Araba”,  come i dimostranti in America, Canada, Gran Bretagna, Spagna e Grecia sono stati “ispirati” dalle enormi dimostrazioni che hanno fatto cadere in regimi in Egitto, Tunisia  e – fino a un certo punto – la Libia. Queste però sono sciocchezze.

Il vero paragone, è inutile dirlo, è stato evitato dai giornalisti occidentali, così  entusiasti  di esaltare le ribellioni degli Arabi contro la dittatura, così ansiosi di ignorare le proteste contro i governi occidentali “democratici”, così disperati da denigrare queste dimostrazioni, da far credere che sono soltanto un modo di  seguire l’ultima moda  nel mondo arabo. La verità è piuttosto diversa.

Quello che ha spinto gli Arabi a decine di migliaia e poi a milioni nelle strade delle capitali del Medio Oriente, è stata la richiesta di dignità e il rifiuto di accettare che i dittatori locali fossero i veri proprietari dei loro paesi. I Mubarak, i Ben Ali e i Gheddafi e i re e gli emiri del Golfo (e della Giordania) e gli Assad tutti credevano di avere diritto di proprietà su tutte quante le loro nazioni. L’Egitto apparteneva alla S.p.A. Mubarak, la Tunisia alla S.p.A.  Ben Ali (e alla famiglia Traboulsi), la Libia alla S.p.A. Gheddafi . E così via. I martiri arabi della lotta contro la dittatura sono morti per dimostrare che i loro paesi appartenevano alla loro gente.

Questo è il vero parallelo che si può tracciare in Occidente. Le proteste sono in effetti contro l’alta finanza – una causa che ha una perfetta giustificazione. Ciò che hanno veramente predetto, tuttavia, sebbene un po’ in ritardo, è che da decenni acquisiscono una partecipazione in una democrazia fraudolenta: votano doverosamente per i partiti politici che poi consegnano il loro mandato democratico e il potere del popolo alle banche e agli operatori di derivati e alle  agenzie di valutazione (del livello di affidabilità), tutti e tre appoggiati dalla sciatta e disonesta cricca di “esperti” delle migliori università americane e da gruppi di esperti che mantengono la finzione che questa è una crisi della globalizzazione piuttosto che un massiccio raggiro finanziario imposto agli elettori.

Le banche e le agenzie di  valutazione sono diventati i dittatori dell’Occidente. Come i Mubarak e i Ben Ali, le banche credevano – e ancora credono – di essere i proprietari delle loro nazioni. Le elezioni che danno loro il potere sono diventate, grazie alla mollezza e alla collusione dei governi, tanto false come le votazioni alle quali gli Arabi sono stati costretti, decennio dopo decennio, per ungere i proprietari della loro proprietà nazionale. La Goldman Sachs e la Banca Reale di Scozia sono diventate i Mubarak e i Ben Ali degli Stati Uniti e del Regno Unito e ognuno di loro ha inghiottito  la ricchezza della gente sotto forma di   indennità e premi di produzione fasulli per i loro capi  malvagi in una misura infinitamente più rapace di quella che i loro avidi  fratelli di dittatura Arabi potessero immaginare.

Non avevo bisogno che il film di Chrales Ferguson, Inside Job, sulla BBC2 questa settimana – anche se mi è servito –mi insegnasse che le agenzie di valutazione e le banche statunitensi sono intercambiabili, che il loro personale si sposta continuamente  tra l’agenzia, la banca e il governo degli Stati Uniti. I giovanotti  del rating (quasi sempre giovanotti, naturalmente), che in America hanno valutato i  mutui  e i derivativi con l’indice di affidabilità AAA adesso stanno dilaniando con la loro velenosa influenza sui mercati – i cittadini europei,minacciando di abbassare o ritirare proprio le stesse valutazioni di affidabilità dalle nazioni europee che avevano profuso sui criminali  prima del crollo finanziario degli Stati Uniti. Credo che gli eufemismi tendano ad avere la meglio nelle discussioni. Perdonatemi, però: chi sono queste creature le cui agenzie di valutazione ora fanno più paura ai Francesi di quanta ne facesse  Rommel nel 1940?

Perché i miei colleghi giornalisti di Wall Street non me lo dicono? Come mai la BBC e la CCN e  – oh, mio Dio, perfino al-Jazeera – trattano queste comunità criminali come inconfutabili  istituzioni del potere? Perché non si indaga –il film Inside Job si è messo su  quella strada – riguardo a questi scandalosi doppiogiochisti? Mi ricorda molto il modo parimenti codardo con cui molti inviati trattano gli avvenimenti del Medio Oriente, stranamente  evitando qualsiasi critica nei riguardi Israele,  accusati di correità da un esercito di lobbisti pro-Likud (Partito nazionalista liberale di Israele) di spiegare ai telespettatori  perché ci si può fidare del processo di pace americano per il conflitto israelo-palestinese, perché le brave persone sono “moderati” e quelle cattive “terroristi”.

Gli Arabi per lo meno hanno cominciato a non dare peso a queste stupidaggini. Quando però i dimostranti di Wall Street fanno la stessa cosa, diventano “anarchici”, i “terroristi” sociali delle strade americane che osano chiedere che i Bernanke e i Geithner dovrebbero subire lo stesso processo di Hosni Mubarak. Noi in Occidente – i nostri governi – hanno creato i nostri dittatori. Al contrario degli Arabi, però, non possiamo toccarli.

Il Taoiseach (capo del governo) irlandese, Enda Kenny, questa settimana  ha solennemente informato la sua gente che non sono responsabili della crisi in cui si trovano. Lo sapevano già, naturalmente. Non ha detto loro, però, chi sono i colpevoli. Non è ora che Kenny e i suoi amici primi ministri dell’Unione Europea ce lo dicano? E anche i nostri inviati?

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http.//www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/bankers-are-the-dictators-of-the-west-by-robert-fisk

Fonte: The Indipendent

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons   CC BY-NC-SA 3.0

 

Verso un vero cambiamento di paradigma in Palestina

Tag

Verso un vero cambiamento di paradigma in Palestina

 

Di Ramzy Baroud

 

11 dicembre 2011

 

L’insurrezione palestinese o Intifada del 1987 rimane l’unico più importante trionfo della mobilitazione popolare nella storia della Palestina.

La Prima Intifada, come è comunemente nota, aveva messo, una volta per tutte il popolo palestinese come una collettività sulla carta geografica di una zona dove in precedenza c’era spazio soltanto per i carri armati   israeliani Merkava e per gli “inviati di pace” dell’ONU. Il corpo politico arabo era stato guidato da dirigenti per lo più impotenti e le fazioni palestinesi con molteplici affiliazioni erano guidate da uomini che avevano numerosi  pseudonimi.

Senza trascurare il fatto che le fazioni palestinesi avevano di fatto contribuito alla lunga ardua lotta per la libertà palestinese, era esistito  per molto tempo un divario tra la massa più grande del popolo palestinese e coloro che sostenevano di rappresentarlo.

L’Intifada ha cercato di cambiare quel paradigma preoccupante. Ha riportato la lotta dalle capitali arabe in Palestina, e, cosa più importante, ha coinvolto i Palestinesi comuni nella campagna per porre fine all’occupazione di Israele. I partiti che rappresentavano gli “attori”  tradizionali  del conflitto, hanno affrontato una situazione senza precedenti in un  conflitto che in prima era  stato determinato quasi soltanto dal potere militare di Israele, reso possibile dall’appoggio incondizionato degli Stati Uniti  e dall’acquiescenza araba. Questa volta, però, i proiettili erano sufficientemente mortali, nessun appoggio da parte degli Stati Uniti è stato sufficientemente generoso, e nessuna sottomissione politica è stata tanto sufficientemente demoralizzante da soffocare le richieste spontanee di libertà fatte dai Palestinesi comuni.

L’Intifada alla fine è cessata. Le élite politiche palestinesi  hanno tentato di trarre vantaggio da quello che essa aveva guadagnato e Israele ha fatto del suo meglio per evitare che l’Intifada riprendesse. Ci sono stati quindi gli Accordi di Oslo, uno sforzo congiunto di Israele e di alcuni capi palestinesi per creare un nuovo status quo. Palestinesi scelti sono stati riportati nei territori occupati per gestire le masse “ribelli” mentre Israele portava avanti la sua missione coloniale senza essere ostacolato. Da allora – e malgrado la Seconda Insurrezione palestinese del 2000 – nessun importante cambiamento di paradigma è riuscito a cambiare quella terribile realtà. La dirigenza palestinese, raggruppata nella cosiddetta Autorità Palestinese (AP), è sprofondata ancora di più nella corruzione  mentre gli insediamenti illegali israeliani si sono trasformati al di là delle fantasie di Ariel Sharon e di altri ferventi capi della destra.

Nel frattempo, i Palestinesi continuano a sussistere tra momenti di sfida, come è stato dimostrato a Gaza, a Jenin e in altri posti, mentre lentamente avviene un pulizia etnica da parte di Gerusalemme est e della Cisgiordania per fare spazio agli insediamenti ebrei in espansione. Il coraggio di questi Palestinesi comuni, uomini e donne che restano aggrappati ai loro vecchi  amati alberi di ulivo mentre vengono abbattuti spietatamente è diventato ora un simbolo  noto nella sua forma araba: sumoud, cioè resistenza fatta con determinazione.

Detto, questo, il panorama politico è ancora una volta chiuso in un  modello prevedibile. I dirigenti israeliani ipocriti parlano di pace mentre mantengono uno stato di assedio e di occupazione per migliaia di Palestinesi, mentre una dirigenza palestinese che si è auto designata cresce sempre  più ed è  dipendente proprio dall’occupazione cui tenta di porre fine. Secondo l’International Middle East Media Center (Centro Internazionale del Medio Oriente per i mezzi di informazione) che cita uno studio universitario condotto da uno ricercatore palestinese della Cisgiordania, “l’ammontare degli investimenti fatti da uomini di affari palestinesi negli insediamenti israeliani e nella stessa Israele, nel 2010 ammontavano a 2,5 miliardi di dollari.  (IMEMC e agenzie, 9 novembre).

Questo è infatti un problema molto più grande di quello dei soldi palestinesi investiti nell’occupazione israeliana, o perfino di alcune vergognose concessioni fatte da un solo “negoziatore capo” o da qualche altro funzionario. La tragedia è che, mentre il dominio di  Israele si sta di nuovo normalizzando, (come avveniva prima del 1987), la dirigenza palestinese, malgrado ripetuti fallimenti, insiste nel mantenere la sua posizione di ascendente e di controllo. Questa insistenza continua anche se la mappa geopolitica  della zona si sta ridisegnando – sia in seguito all’azione dei popoli arabi, o per mezzo del potere militare e dell’influenza politica esercitata da persone esterne.

Un cambiamento di paradigma è infatti in corso in diverse nazioni arabe, specialmente in quelle prossime alla Palestina e a Israele. Mentre la brezza della cosiddetta primavera araba è probabile che venga sentita dai palestinesi dei territori occupati, la misura della sua influenza politica resta incerta. Anche se il cambiamento avvenuto in Egitto, per esempio, si dimostra realmente fondamentale e irreversibile, sarà di scarso beneficio per i Palestinesi, se un’alternativa e una  dirigenza realmente rivoluzionaria  non si concretizzeranno presto. Questo è il solo cambiamento che potrebbe forse rinnovare e utilizzare le energie del popolo palestinese.

L’atteggiamento politico della dirigenza palestinese, sia che si tratti dei “moderati” appoggiati dagli Stati Uniti in Cisgiordania, che di Hamas a Gaza, sono manovre che mirano ad adattarsi  al cambiamento politico in corso al Cairo e a Damasco.  I colloqui riguardanti l’unità svoltisi tra Fatah e Hamas – i più recenti  colloqui pubblicizzati per avere  avuto “successo, si sono tenuti in Egitto il 24 novembre – potrebbero, in teoria,  sanare la divisione esistente  tra i due rivali. In realtà, tuttavia, rimane un progetto politico tra due movimenti che aspirano a trovare un terreno comune per i loro personali fini politici. Questa è senza dubbio un’azione positiva, ma certamente del minimo cambiamento di paradigma necessario in Palestina nelle attuali circostanze.

E’ un fatto quasi astorico che i Palestinesi non abbiano ancora dimostrato     insieme ai Tunisini, agli Egiziani e agli altri. Questo si può forse attribuire all’estrema polarizzazione delle fazioni e all’amara politica che hanno diviso la Palestina in moltissimi modi. Ci sono stati pochi timidi tentativi di raggiungere una massa critica di mobilitazione popolare, invece è stato rapidamente cooptato un movimento ristretto che fa richieste eccessivamente  sentimentali e non chiare dal punto di vista politico.

In realtà, un’unità nazionale non è una pura decisione strategica, resa necessaria dalla realtà politica in rapido cambiamento. Richiede uno spostamento fondamentale dalle vecchie strategie e il liberarsi  da vecchie convinzioni. Nel caso della Palestina, un nuovo inizio richiede la mobilitazione totale di tutti gli aspetti della società palestinese, la riaffermazione delle priorità per l’unificazione nazionale,  l’introduzione di una linguaggio originale, nuovi strumenti e nuove strategie e deve essere accompagnata dal minimo possibile di retorica vuota.

Questa fase critica della lotta palestinese non può essere soddisfatta con il    cambiamento di marchio dei politici palestinesi, e non può essere introdotto da una dirigenza con un curriculum macchiato. Ci vuole una generazione di dirigenti con carriere immacolate, con opinioni rivoluzionarie, motivata dall’unica convinzione che non si può ottenere alcun tipo di libertà                         senza una vera unità nazionale, sotto un’unica bandiera. La fedeltà non va riposta in una qualsiasi fazione, ma nella Palestina stessa, e l’unico slogan che unisce dovrebbe essere : libertà.

 

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un opinionista di agenzie internazionali e redattore di Palestine Chronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold  Story (Pluto Press, Londo ( Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza).

 

Da z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/towards-a-true-paradigm-shift-in-palestine-by-ramzy-baroud

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETITaly–Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA 3.0

 

Vertice europeo: storie di unioni fiscali e di adulteri finanziari

Tag

, , ,

 

(Non) Salvate l'Euro!

 

di Jéròme E. Roos  -10 dicembre 2011

E’ da sempre un matrimonio difficile, nato da interessi economici e da pressioni familiari più che da amore reciproco.  Per 38 anni i coniugi hanno bisticciato per questioni di soldi – politica agricola comunitaria (CAP) di qua, sconto sui contributi di là – con il continente che di tanto in tanto accusava l’isola di tresche con lo Zio Sam e l’isola che rinfacciava al continente di intromettersi troppo nei suoi affari privati. Ma per molti anni i due sono rimasti insieme per via dei figli e per gli affari di famiglia. La cosa ora può cambiare.

Venerdì mattina un vertice cruciale della UE – pubblicizzato come l’ultima occasione per salvare l’euro dal collasso – è terminato con una drammatica divisione tra il Regno Unito e il resto dell’Europa.  Come ha scritto Michael White per il Guardian “sembra che sia arrivato il Botto Grosso, il momento in cui un governo londinese ha esercitato il famoso diritto britannico di veto su una questione importante della UE e si ritira ai margine dell’Unione Europea, ponendo fine a 50 anni di una politica più o meno coerente.”

La rottura segna  un ulteriore terremoto nella storia europea. Ma rivela anche la misura in cui interessi finanziari  hanno corrotto le menti dei nostri leader e avvelenato i reciproci rapporti.  Gli affari extraconiugali delle nostre élite politiche con le banche ora minacciano la stessa sopravvivenza della famiglia europea.  Sembra che tutti siano disponibili a sacrificare non solo gli affari di famiglia, ma anche gli stessi figli. Nessun prezzo è troppo alto per l’amore dell’oro.

Come sempre, il dolore più grande è sopportato in silenzio dai figli: i cittadini che non sono stati consultati dai propri leader. Le illusioni dell’infanzia riguardo alla solidarietà europea sono state brutalmente sradicate.  Ma, quasi per reprimere la parte del dramma più dura, nessuno sembra parlare dei disgraziati rapporti extraconiugali che sono alla base di tutto quel che accade.  La verità è che sia l’Inghilterra sia l’Europa si sono dedicati ad adulteri finanziari per decenni.

Presentazione degli amanti: Francoforte e La Défense contro la City

Non è mai stato uno scontro tra interessi europei e interessi britannici, come amano descriverlo sia i cosmopoliti continentali sia gli euroscettici inglesi. Dietro il velo dell’ideologia si aggirano potenti interessi finanziari che dettano le scelte delle nostre élite doppiogiochiste.  Come ha riferito il Guardian “Cameron ha esercitato il diritto di veto inglese nelle prime ore della mattina in cui la Francia era riuscita a bloccare una serie di richieste di salvaguardia avanzate dall’Inghilterra per proteggere la City di Londra.”

Più specificamente Cameron aveva richiesto che: (1) “qualsiasi trasferimento di poteri da un’autorità nazione a un’autorità europea sia assoggettabile a veto”; (2) “l’Autorità Bancaria Europea rimanga a Londra”; (3) “alle banche siano richiesti maggiori livelli di capitale” e (4) “alla Banca Centrale Europea siano impediti di tentativi di stabilire che le transazioni denominate in euro abbiano luogo nell’eurozona”.  Sarkozy ha respinto categoricamente le richieste di Cameron.

I motivi di ciò sono davvero molto semplici: (1) Sarkozy non vuole che le banche con sede in Inghilterra ricavino un vantaggio competitivo schivando la tassa sulle transazioni finanziarie da applicare a livello europeo; (2) vuole che l’Autorità Bancaria Europea si trasferisca a Parigi; (3) sa che le banche francesi sono in una posizione molto più debole rispetto a quelle inglesi; e (4) vuole che le transazioni denominate in euro abbiano luogo all’interno dell’eurozona in modo che possano essere canalizzate attraverso  La Défense anziché attraverso la City.

Tirando le somme si ottiene che questa è una battaglia tra banche; uno scontro di capitali. Non ha nulla a che vedere con gli interessi generali europei o inglesi. Se l’eurozona dovesse infrangersi, molte banche tedesche e francesi collasserebbero, di qui la pressione franco-tedesca per l’unione fiscale.  Tuttavia tale unione fiscale imporrebbe regole di stile continentale alla City di Londra, aperta a tutti.  Temendo di perdere la sua posizione competitiva nei confronti di New York, l’Inghilterra si è perciò opposta con forza alla partecipazione.

In vendita: unione d’austerità con paradiso fiscale estero

E’ del tutto chiaro che nel dividersi, Cameron e Merkozy stanno semplicemente schierandosi dalla parte dei loro amanti nell’industria finanziaria.  Il risultato, anziché salvare l’euro e riportare una di quella stabilità di cui c’è tanto bisogno, in realtà rappresenta il peggiore dei mondi possibili.  La Germania, ora l’indiscutibile egemone dell’Europa, userà l’unione fiscale per ottenere i massimi rimborsi per le proprie banche, mentre Londra potrà liberamente assumere il ruolo di paradiso bancario estero.

Wolfgang Munchau ha giustamente evidenziato che “contrariamente a quello che viene riferito, la signora Merkel non sta proponendo una unione fiscale.  Sta proponendo un club dell’austerità, un patto di stabilità sotto steroidi.  L’obiettivo consiste nell’imporre un’austerità a vita, con norme di equilibrio di bilancio incorporate in ogni costituzione nazionale.”  Marti Wolf è analogamente critico e dimostra perché  la Merkel percepisce scorrettamente la crisi come un problema di bilancio, anziché un problema strutturale.”

Come ha appena scritto l’economista premio Nobel, Joseph Stiglitz, molti paesi periferici sono stati in realtà fiscalmente molto più responsabili della stessa Germania: “In Spagna, ad esempio, il denaro è affluito nel settore privato provenendo da banche private.  Dovrebbe tale esuberanza innaturale costringere il governo, volente o nolente, a tagliare gli investimenti pubblici?” Istituzionalizzando la ‘disciplina di bilancio’, l’unione dell’austerità della Merkel rischia rinchiudere la periferia in una depressione permanente.

Questo approccio si dimostrerà doppiamente disastroso.  A parte il fatto che condannerà milioni di europei a decenni di povertà, minerà anche il tentativo di salvare l’euro.  Non è stata la sregolatezza fiscale a causare questa crisi.  Essa è il risultato di squilibri strutturali tra un centro altamente produttivo, che ha beneficiato di un tasso di cambio permanente sottovalutato, e una periferia stagnante che soffre esattamente per il motivo opposto.  I piani della Merkel non fanno nulla per risolvere ciò.

Come le banche, di nuovo, la fanno franca dopo l’omicidio

Quello che è ancora peggio è che il suo piano ignora completamente la situazione spaventosa delle banche europee.  La vera sregolatezza non mai stata nella spesa pubblica dei paesi della periferia, bensì nei finanziamenti privati delle banche principali. Con centinaia di miliardi di euro di liquidità in eccesso che si riversavano nel sistema, le banche francesi e tedesche hanno avidamente acquistato titoli greci, portoghesi e spagnoli e hanno pompato vagoni di capitale straniero nei mercati immobiliari irlandese e spagnolo.

Nel 2009, con gli intermediari che ritiravano i loro soldi dalle azioni e dal settore immobiliare nel corso della crisi creditizia, il settore dei debiti sovrani era diventato “uno dei principali motori del profitto per le grandi banche europee.”  Mentre milioni di persone perdevano il lavoro e la casa, i maggiori operatori in titoli potevano agevolmente portare a casa tra i 7,5 e i 15 milioni di dollari all’anno di soli premi [bonus].  La natura perversa di questo sistema incentivava i banchieri a ignorare i rischi e a spingere ancor più nel debito la periferia.

La conseguenza è stata non soltanto una periferia iper-indebitata ma anche un settore bancario con una leva eccessiva.  Ne è seguito che i prestiti interbancari non hanno fatto che congelarsi, mentre una corsa istituzionale alle banche mette le loro azioni sotto estrema pressione.  Il giorno del vertice, una verifica di resistenza [stress test] ha rivelato che le banche europee stanno soffrendo di un deficit di 115 miliardi di euro.  Moody’s ha appena declassato tre banche francesi e dilagano voci che la Germania potrà dover nazionalizzare la gigantesca Commerzbank.

Le banche reagiscono utilizzando strumenti complessi per sostenere il capitale, ma – proprio come la mal concepita unione d’austerità della Merkel – questi trucchi contabili si limiteranno a ritardare il giorno inevitabile della resa dei conti.  Tuttavia i nostri leader continuano a intestardirsi considerevolmente nei giochi pericolosi che stanno giocando. “Ho sempre detto che i 17 stati dell’eurozona devono riconquistare la credibilità,” ha detto la Merkel. “ E penso che ciò possa avvenire e che avverrà con le decisioni di oggi.”

I bambini non stanno bene, signora Merkel!

Ma i bambini non stanno bene e l’impresa di famiglia si sta sgretolando.  Se questo doloroso divorzio UE-Inghilterra ci dice qualcosa,  è che i nostri leader vanno a letto con potenti interessi finanziari e non può più essere affidato loro il destino del continente.  Prostituire i popoli d’Europa al settore bancario non è una soluzione sostenibile, né è una cosa molto umana da fare da un punto di vista etico.  I buoni europei dovrebbero opporsi con fermezza a questa disastrosa unione fiscale.

Così, ogni volta che vi viene detto “non c’è alternativa”, non credeteci, è una bugia.  Come un funzionario della Banca Centrale Europea ha detto recentemente alla Reuters, “quello che penso sia importante al momento  è non mostrare ai politici che potrebbe esserci un’alternativa, perché nella loro testa ciò potrebbe essere meno costoso delle opzioni di cui dispongono.”  Il tentativo di rendere naturale, e depoliticizzare, questa crisi è una cortina fumogena ideologica intesa a mantenerci strettamente in uno stato di prostituzione finanziaria.

Noi sappiamo che esistono alternative, perché le abbiamo viste funzionare in pratica.  Come ha appena  evidenziato il TIME Magazine, “dall’inizio del movimento la struttura priva di leader sembra funzionare.” Nella misura in cui non funzioni per le grandi istituzioni gerarchiche – come le potenti banche d’investimento e gli irresponsabili governi nazionali – quelle gerarchie devono essere demolite, smontate e ristrutturate dalle fondamenta.

Tornando nel mondo reale, l’Argentina ha già dimostrato che i paesi debitori possono sfidare i creditori stranieri e prosperare, mentre le piccole cooperative di credito hanno resistito alla tempesta finanziaria globale molto meglio delle grandi banche di proprietà privata. In un rapporto del 2009, l’ONU ha osservato che “nemmeno una cooperativa di credito in tutto il mondo ha ricevuto una ricapitalizzazione governativa come conseguenza della crisi finanziaria; esse rimangono ben capitalizzate.”

E dunque i ragazzi non stanno bene, ma c’è un’alternativa. Il nostro compito consiste nel diffondere la verità e organizzarci. Un’altra Europa è possibile!  

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/eu-summit-tales-of-fiscal-union-and-financial-adultery-by-j-r-me-e-roos

Originale: Roarmag.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0