Le quattro occupazioni del pianeta terra

 

Di Tom Engelhardt

19 dicembre 2011

 

Nelle strade di Mosca le decine di migliaia di dimostranti scandivano lo slogan :”Noi esistiamo!” Se teniamo conto dei commenti di statisti, scienziati, politici, ufficiali dell’esercito, banchieri, artisti, tutti i personaggi importanti e che ricevono attenzione  su questo pianeta, nulla ha distinto questo anno in modo più sorprendente che quelle due parole urlate dalla massa dei dimostranti russi.

“Noi esistiamo!” pensate a questa espressione come a un semplice     constatazione, una richiesta implicita che deve essere presa sul serio (o altrimenti), e indubbiamente come a un’espressione di meraviglia, che è quasi una domanda: noi esistiamo?”

E chi potrebbe rimproverarli per urlare quelle parole? O per la meraviglia? E’ stato proprio miracoloso. Tuttavia un’altra nazione per molto tempo immersa in una specie di  silenzio popolare improvvisamente trova la voce e i dimostranti prontamente dichiarano che non lasceranno la scena quando la giornata e la dimostrazione finiranno. Chi ha  supposto in anticipo che forse 50.000 moscoviti  avrebbero finito per  protestare contro   un’elezione truccata  in un paese improvvisamente insofferente,  insieme alle folle di San Pietroburgo, Tomsk, e di altre città, dal sud del paese fino alla Siberia?

A Piazza Tahrir, al Cairo, hanno giurato: “Questa volta siamo qui e ci rimarremo!” Dovunque, questo anno, sembrava che loro, “noi” eravamo lì e ci saremmo rimasti. A New York, quando i dimostranti sono stati costretti dalla polizia a lasciare Zuccotti Park, sono ritornati portando i cartelli che dicevano: “Non si può sfrattare un’idea quando è arrivato il  momento di diffonderla.”

E sembra che sia così in tutto il mondo. Tunisi, Cairo, Madrid, Madison, New York,Santiago,Homs. Così tante città grandi, piccole, luoghi. Londra, Sana’a, Atene, Oakland, Berlino, Rabat, Boston, Vancouver…..c’è da restare senza fiato. E in quanto ai luoghi che non sono ancora in ebollizione – il Giappone, la Cina e altri posti  – attenzione al 2012 perché, guardiamo in faccia la realtà, “noi esistiamo”.

Dovunque il “noi” non poteva essere così mal caratterizzato in modo più ampio, spesso notevolmente, perfino strategicamente: il 99% dell’umanità che contiene tante tendenze potenzialmente contrastanti di pensiero e di essenza: liberali e fondamentalisti,  estremisti di sinistra e nazionalisti di destra, la classe media e i poveri più miseri,  i pensionati e gli studenti di scuole superiori. Il “noi”, però non poteva essere più concretamente vero.

Questo “noi” è un qualche cosa che da molto tempo non si vedeva su questo pianeta, e forse mai in modo così globale. Ed ecco che cosa dovrebbe levare il fiato  a voi e anche all’altro 1%: non si è mai ipotizzato che “noi” esistessimo. Tutti, perfino noi, ci dichiaravamo sconfitti.

Fino allo scorso dicembre, quando un giovane Tunisino venditore ambulante di verdure  si è dato fuoco per protesta contro la sua stessa umiliazione, quel “noi” sembrò essere formato dai non-attori del ventunesimo secolo e anche di gran parte di quello precedente. Parliamo di coloro che sono messi da parte e della  cui vita soltanto settimane, mesi, al massimo un anno fa, semplicemente non importava a nessuno; tutti coloro che i potenti sapevano di poter assolutamente calpestare,  mentre rendevano più solido il loro controllo sulle ricchezze, le risorse, la proprietà del pianeta,  che invece  trascinavano verso il basso.

Per loro “noi” eravamo soltanto una massa di umanità con i mutui subprime,  che quasi non esisteva. E quindi tra tutte le affermazioni del 2011, la più semplice – “Noi esistiamo!” è stata di gran lunga la più potente.

 

Nome dell’anno: Occupiamo Wall Street!

 

Ogni anno a partire dal  1927, quando fu scelto Charles Lindbergh per il suo famoso volo transoceanico sull’Atlantico, la rivista Time elegge un “uomo” (anche se in rare occasioni è stata una donna come la Regina Elisabetta II) o, dopo il 1999 una “persona” dell’anno (anche se delle volte è stata un oggetto inanimato come “il computer” o un gruppo o un’idea). Se volete conoscere la misura con cui “noi” abbiamo cambiato i discorsi globali in pochi mesi, quelli in gara questo anno comprendevano: “I giovani dimostranti arabi”, “Anonimo”, “il 99%” e “l’1%”. Si deve ammettere che c’erano anche Kim Kardashian, Casey Anthony, Michele Bachman, Kate Middleton, e Rupert Murdoch. Alla fine il vincitore del 2011 è stato “il dimostrante”.

Come avrebbe potuto essere altrimenti? Noi esistiamo e perfino il Times lo sa. Da Tunisi in gennaio a Mosca in dicembre questo è stato, giorno per giorno, settimana per settimana, mese per mese, l’anno di chi protesta.  Chi guarda indietro può scorgere indizi di quello che doveva accadere in “esplosioni” isolate come la soppressione del Movimento Verde in Iran o l’attivismo civico clandestino che sta nascendo in Russia.  Ciononostante, la protesta, quando è arrivata, sembrava venisse fuori di punto in bianco.

Senza che nessuno se lo aspettasse e fosse preparato, i giovani (seguiti dalle persone di mezza età e dagli anziani) sono scesi nelle strade delle città di tutto il mondo e si sono semplicemente rifiutati di andarsene, perfino quando è arrivata la polizia, perfino quando le bande di criminali sono arrivate, perfino quando l’esercito è arrivato, perfino quando hanno cominciato e non hanno finito, di spruzzare il pepe in faccia ai dimostranti, di arrestarli,  ferirli e ucciderli.

A proposito, se “noi esistiamo”, è la dichiarazione che firma il 2011, il nome dell’anno dovrebbe essere “Occupiamo Wall Street”, Dimenticate il fatto che il luogo occupato, Zuccotti Park, non si trova lungo Wall Street, ma due isolati più in là, e che, paragonato a Piazza Tahrir o alle strade di Mosca, è stato uno dei più piccoli appezzamenti di terreno adibiti a protesta che ci siano sul pianeta. Non è stato un fattore importante.

La frase è stata un risultato imprevisto di primo ordine. E’ stata anche un rimborso. Quelle tre parole hanno immediatamente ribaltato la storia dei due decenni passati e hanno aiutato a mettere i dimostranti del 2011 al terzo posto della lista delle quattro grandi occupazioni planetarie della nostra era.

 

In precedenza le “occupazioni” erano state delle faccende relativamente limitate a un luogo. Si occupava una nazione (“l’occupazione del Giappone”), che di solito era stata sconfitta o conquistata. Nel nostro tempo, però, se dovessi scegliere, racconterei la storia dell’umanità in stile americano, come la storia di quattro occupazioni, ognuna di natura globale:

La Prima occupazione: Negli anni ’90 i rappresentanti  della finanza del nostro mondo hanno stabilito di “occupare la ricchezza” in senso planetario. Questi erano, naturalmente i i globalisti, meglio noti ora come neo-liberali che erano determinati ad “aprire” mercati dovunque. Avevano intenzione di, come ha suggerito Thomas Friedman,  (anche se non lo intendeva del tutto in questo modo) appiattire la Terra, e questa si è rivelata un’asserzione violenta.

I neo-liberali sono stati lasciati liberi di fare l’impossibile ai bei tempi seguiti alla Guerra Fredda quando governava Clinton. Volevano applicare una specie di  potere  economico che pensavano non sarebbe mai finito,  all’organizzazione del pianeta. Credevano che gli Stati Uniti fossero la superpotenza economica perenne e avevano la loro versione trasognata di come sarebbe stata una Pax americana economica. Il nome del gioco era privatizzazione e la loro versione della tattica bellica “shock and awe” (dominio rapido) implicava la convocazione delle istituzioni come il Fondo Monetario per “addestrare” le nazioni in via di sviluppo a un tipo di povertà e miseria redditizio.

Alla fine, tagliando gioiosamente  a fette e a dadini  i mutui subprime, (ossia mutui che “vengono concessi ad un soggetto che non può accedere ai tassi di interesse di mercato, in quanto ha avuto problemi pregressi nella sua storia di debitore.” (wikipedia) Come tali questi mutui hanno tassi di interessi e vincoli particolari. Da: wordreference.com, n.d.T.) hanno finanzializzato il mondo attraverso il quale hanno scavato un buco. Sono stati i nostri jihadisti dell’economia, nel grande  tracollo  del 2008, hanno buttato via l’economia mondiale che avevano aiutato a “unificare”. Allo stesso tempo, aumentando la differenza tra i super-ricchi e tutti gli altri, hanno aiutato a creare l’1% e il 99%  negli Stati Uniti  e nel mondo, preparando il terreno perché nascessero le proteste.

La seconda Occupazione:  se la prima occupazione aveva prodotto un    economico nel cuore del pianeta, la seconda ha fatto una cosa analoga in campo militare. Subito dopo gli attacchi dell’11 settembre, gli “unilateralisti” dell’amministrazione Bush hanno rivendicato il loro diritto di realizzare  un’occupazione globale investendo in testate di missili. Sembrava tutto romantico quando  si è trattava delle forze armate degli Stati Uniti e  di che cosa potevano fare: hanno invaso l’Iraq, decisi a presidiare le zone centrali del petrolio del pianeta. Doveva diventare “shock and awe” (dominio rapido) e ”missione compiuta” per tutto il tempo. Quello che avevano in mente era una versione militarizzata dello schema “Occupare la ricchezza”. Il loro ardente desiderio di  privatizzare si è esteso allora alle stesse forze armate, e, quando hanno invaso, insieme alle  loro salmerie sono arrivate le grosse imprese commerciali  amiche pronte a banchettare insieme.

C’era una volta in cui gli Americani sapevano che soltanto il nemico mostruoso – detto più di recente “l’impero del male”, cioè l’Unione Sovietica poteva sognare di conquistare e occupare il mondo, cosa che fanno, per la loro natura, i mostri cattivi. Questo fino al 2001, quando è venuto fuori che andava bene ai bravi ragazzi del pianeta Terra avere esattamente la stessa linea di pensiero.

L’invasione dell’Iraq , quella “passeggiata”, voleva stabilire un punto di appoggio nel il Grande Medio Oriente* comprese le basi permanenti sorvegliate da 30.000-40.000soldati americani, e che quella era soltanto l’inizio di una reazione a catena. Abbastanza presto la Siria e l’Iran si sarebbero inchinate alla potenza degli Stati Uniti o, se avessero rifiutato, sarebbero comunque decadute grazie al potere tecnologico americano. Alla fine, le terre del Grande Medio Oriente si sarebbero messe in riga (con l’aiuto del   di Washington nella zona, Israele).

E dato che non c’era nessuna altra nazione o blocco di nazioni con una potenza militare di quel genere, né ad alcuna sarebbe stato permesso  di nascere, il risultato – e non erano riservati su questo – sarebbe stata una Pax Americana e una Pax Repubblicana in patria più o meno fino alla fine dei tempi. In quanto “unica superpotenza” o perfino “iperpotenza”, Washington, in altre parole avrebbe occupato il pianeta.

Naturalmente anche quelle dell’Iraq e dell’Afghanistan sono state occupazioni più tradizionali. A Baghdad, per esempio, il console americano L. Paul Bremer III ha promulgato l’ ”Ordine 17” che fondamentalmente garantiva a ogni straniero connesso all’impresa dell’occupazione la piena libertà della terra nella quale non potevano interferire in alcun modo gli Iracheni o alcuna istituzione irachena politica o legale. Questo comprendeva “libertà di movimento senza ritardi  in tutto l’Iraq” e né le loro imbarcazioni, né i veicoli  né gli aerei dovevano essere “soggetti a registrazione, autorizzazioni o a ispezioni del governo [iracheno].” Quando viaggiavano, nessun diplomatico straniero, soldato, consigliere, o guardia addetta alla sicurezza o nessuno dei loro veicoli,  imbarcazioni  o aeroplani dovevano  essere soggetti a “tasse doganali, diritti autostradali, o ad altre     tariffe, comprese quelle di atterraggio e di parcheggio.” E questo era solo l’inizio.

L’Ordine 17, che sembrava come un editto preso direttamente da un    scenario coloniale del diciannovesimo secolo, coglieva l’arroganza locale degli occupanti che voleva rendere tutto sua proprietà privata.

Tutto questo si è dimostrata una fantasia ai confini con la delusione, e non ci è voluto molto perché questo diventasse chiaro. Infatti, il fallimento assoluto  degli unilateralisti   gli si è ritorto contro sotto forma di un patto SOFA (Status of Forces Agreement- Accordo sullo status delle forze)

(http://www.atlasorbis.it/geopolitica/142-iraq-cala-il-sipario-su-operation-iraqui-freedom.html) mentre le autorità irachene  promettevano di porre fine al presidio della nazione non nel 2030 o nel 2050, ma nel 2011. E l’amministrazione Bush si è sentita costretta ad accettarlo nel 2008, lo stesso anno  che gli unilateralisti affrontavano  il gioco finale dei loro sogni di dominio globale.

 

In quell’anno, lo sforzo unilaterale dei neo- liberali di privatizzare il pianeta, è finito in fumo, insieme con la Lehman Brothers, con tutti quei mutui subprime (concesso a debitori ad alto rischio di insolvenza) e i derivati e un’intera orda di banche e di  imprese   finanziarie recuperati dalla pattumiera della storia dal Tesoro degli Stati Uniti. Parliamo di dare all’espressione “distruzione creativa” il significato più cupo possibile: le due ondate di unilateralisti americani hanno quasi distrutto il pianeta.

Hanno lasciato liberi demoni di ogni tipo, anche quando assicuravano che  la prima esperienza mondiale di “un’unica super potenza” si sarebbe dimostrata breve. Mettete sopra alle macerie che si sono lasciati dietro il disastro globale dell’aumento dei prezzi degli elementi fondamentali –        cibo e combustibile –  e avrete una situazione così “infiammabile” che nessuno si sarebbe dovuto meravigliare quando un solo fiammifero tunisino ha appiccato il fuoco.

Le prime due occupazioni fallite hanno gettato il pianeta nel caos e nella miseria, anche se hanno preparato la strada, in un modo completamente involontario, a una Primavera araba pronta a impegnarsi a combattere   l’1% del Medio Oriente.

Notate anche che, mentre le loro politiche peggioravano rapidamente, il primo e il secondo insieme di occupanti venivano via con il loro tesoro e la loro parte migliore intatti. Né i banchieri né i militaristi sono andati in prigione, neanche uno di loro. Se la erano cavata come banditi e continuano a farlo. Hanno portato a casa le loro indennità di molti  milioni di dollari. Si sono tenuti i loro yacht, le loro dimore signorili, i  loro jet privati (esenti da tasse). Hanno portato con sé la capacità di firmare contratti di milioni di dollari per scrivere memorie destinate a diventare dei libri di successo e di fare giri di conferenze a 100.000-150.000 dollari l’una. Nella seconda occupazione la hanno fatta franca, letteralmente dopo le uccisioni (e le torture e i sequestri di persona, ecc.). Allo stesso tempo, la miseria del 99% era cresciuta incommensurabilmente.

La terza occupazione: La cosa più importante e sorprendente che le prime due occupazioni globalizzanti hanno fatto, tuttavia, è stata di avere globalizzato la protesta. Insieme hanno creato la base, con pura iniquità e pura ingiustizia, di cadaveri e vite ferite, per Piazza Tahrir e Occupiamo Wall Street. Il loro fallimento ha preparato il terreno per qualche cosa di nuovo nel mondo.

Il risultato è stato un caso di contraccolpo in stile Chalmers Johnson, (http://it.wikipedia.org/wiki/Chalmers_Johnson) lo spirito del quale è stato colto nell’appropriazione che i dimostranti hanno fatto proprio della parola “Occupiamo”. C’era una sensazione là fuori che ci avessero occupato abbastanza a lungo e in modo disastroso. Era ora che noi occupassimo loro e anche i nostri parchi, le piazze, le strade, le città piccole e le città grandi, e le nazioni.

Il desiderio di raddrizzare le cose è potente. Gene Turitz, un mio amico che ha partecipato alle dimostrazioni che hanno deciso una  breve chiusura del porto di Oakland, in California, mi ha scritto di recente quello che segue riguardo alla sua esperienza. Coglie qualche cosa dello stato d’animo di questo momento.

“Il sindaco di Oakland, un ex progressista, ha imprecato contro la violenza economica che stava perpetrando il movimento “Occupiamo” con la chiusura del porto. Non una parola della violenza economica delle banche che rubano le case della gente per mezzo dei pignoramenti, o la violenza economica dei proprietari di squadre sportive che chiedono alla città di costruire nuovi stadi per le loro squadre minacciando di spostarsi in altre città se non si fa questo o quello per loro. Questo è proprio il modo in cui si agisce. Non si vuole la violenza di migliaia di persone che dimostrano pacificamente che le cose devono cambiare per migliorare la loro vita.”

 

O, in due parole: “Noi esistiamo” E probabilmente appena in tempo.

 

La Quarta Occupazione: questa è insieme la più nuova e la più vecchia delle occupazioni. Parlo dell’occupazione della terra da parte dell’umanità. Nei secoli recenti, c’è forse da chiedersi che siamo stati   duri con  questo pianeta, sfruttandolo di tutto ciò che ha un valore? La nostra scusa era che noi sinceramente non ne sapevamo molto,  almeno quando si trattava del cambiamento del clima, che noi non capivamo a che tipo di danno a lungo termine poteva produrre la combustione dei combustibili fossili. Adesso, naturalmente, lo sappiamo. Chi non lo sa,  o fa finta di non sapere  o semplicemente non gli interessa.

Ed ecco soltanto un assaggio di quello che sappiamo su come la quarta occupazione sta influenzando il pianeta: tredici degli anni più caldi da quando si è iniziato a registrarli si sono avuti negli ultimi 15 anni. Nel 2010, quantità straordinarie di anidride carbonica sono stati inviate  nell’atmosfera (“il salto più notevole mai visto nei gas del riscaldamento globale”); nel 2011 il tempo è stato  notevolmente estremo: siccità da caldo torrido,  incendi imponenti, inondazioni vaste;  nell’Artico, il ghiaccio si sta sciogliendo a velocità che non ha precedenti e questo vorrà dire innalzamento del livello del mare che minaccerà le zone basse del pianeta. E quanto a quella temperatura, continuerà ad aumentare spiacevolmente in questo modo. Potenzialmente, questo è la storia del  più gigantesco  contraccolpo di tutti i tempi.

Questo è soltanto un assaggio di quello che di solito  sappiamo sugli affari su questo pianeta: se ci fidiamo dei precedenti occupanti e della loro specie per  salvarci, allora sarà una lunga  lugubre  attesa. Non contate su nessuno dei giganti dell’energia come la Exxon o la BP o sui loro lobbisti e su i politici che loro influenzano per fermare il cambiamento  del clima. Dopo tutto, nessuno di loro sarà vivo per vedere un pianeta meno vivibile, quindi che cosa gli importa? Le zone torride sono così, le schede dei profitti e le indennità sono così ora, il che significa: non contate che all’1%  importi qualche cosa!

Se fosse spettato a loro – esclusi poche persone isolate – forse potremmo semplicemente cancellare la Terra  come un futuro luogo accogliente per noi. E al pianeta non importerebbe nulla. Dategli 100.000, anni o 10 milioni di anni o 100 milioni di anni e tornerà in forma con un sacco di specie  vita che lo circonderanno.

Siamo creature talmente effimere e con una durata di vita molto breve. E’ difficile per noi soltanto pensare nel modo di un modesto lungo termine     che il cambiamento climatico richiede. Ringraziate quindi la vostra buona stella che gli occupanti della prime e seconda ondata hanno creato una terza occupazione che non avevano mai immaginato possibile. E ringraziate la vostra buona stella che stanno anche nascendo lentamente  i movimenti che vogliono occupare il nostro pianeta in maniera nuova e ricacciare  indietro    coloro che provocano il riscaldamento globale.

Come i tentativi di occupazione dell’economia globale e del Grande Medio Oriente, ognuno stimolato da un senso di avidità che è andato al di là di ogni confine, l’occupazione del nostro pianeta sicuramente creerà le sue proprie forze di opposizione e non soltanto nel mondo naturale. Forse stanno già emergendo insieme alla primavera araba, all’estate europea, e all’autunno americano, per non parlare dell’inverno russo. E quando saranno qui – come quinta occupazione del pianeta Terra – quando terranno duro e scandiranno lo slogan “Noi esistiamo!” con rabbia, con forza e meraviglia, forse allora potremo realmente affrontare il cambiamento del clima e sperare che non sia troppo tardi.

Forse la quinta occupazione è quella che aspettiamo e non dubitate neanche per un secondo che arriverà. E’ già per strada.

 

*Il Grande Medio Oriente (in inglese Greater Middle East), è un termine politico coniato dall’amministrazione Bush per designare in un insieme di paesi che appartengono al mondo musulmano, e, precisamente: Iran, Turchia, Afghanistan, Pakistan.

(da: Wikipedia: http://en.wikipedia.org/wiki/GreaterMiddle_East)

 

Tom Engelhardt, co-fondatore dell’American Empire Project, e autore di  

The American way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s (Lo stile

bellico americano: Come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama), e  anche di: The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria), dirige il sito del Nation Institute TomDispatch.com, dove questo articolo è stato pubblicato la prima volta. Il suo libro più recente, The United States of Fear (Haymarket Books) – Gli Stati Uniti della paura, è  stato appena pubblicato.

 

[Nota per i lettori di TomDispatch: per coloro che non hanno ancora letto il pezzo per TomDispatch di Barbara Ehrenreich e John Ehrenreich, “The Making of the American  99% – La  formazione del 99%, americano ” viesorto a farlo e non perdete neanche “Protest Planet” –“ Il pianeta della protesta” di Juan Cole che offre una straordinaria spiegazione di come si è creato globalmente l’1%. Questi due articoli mi hanno aiutato a capire meglio il nostro mondo che sta cambiando. Vorrei ringraziare mia moglie per l’espressione “occupare la ricchezza.”]

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

 

http://www.zcommunications.org/the-four-occupations-of-planet-earth-by-tom-engelhardt

Fonte: Tom Dispatch.com

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA-3.0

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