La guerra in Iraq è davvero finita?

 

Di Danny Schechter

16 dicembre 2011

 

La guerra in Iraq lanciata con tanta furia e fervore  come una  campagna, no, meglio dire come una crociata per salvare il mondo dalla armi di distruzione di massa inventate, ci dicono che si stia  calmando.  I soldati statunitensi  vengono messi alla porta  con la rivendicazione che l’unico vincitore è lo stesso Iraq.

In una fotografia ufficiale pubblicata sul New York Times, il presidente Obama, con la mano sul cuore, posa con il Primo  Ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki alla cerimonia nazionale di Arlington e si vanta di un “risultato di straordinario”.

Dice: “Quello che c’è oggi è un Iraq che è in grado di auto governarsi, con la partecipazione concreta di tutti, e che  ha enormi potenzialità”.

Sono state deposte corone in un cimitero quando le restanti truppe statunitensi che  hanno attraversato  il deserto con tanto ardore nel 2003 adesso sono pronte a uscirne.

Nell’articolo non si parlava  dei negoziati inutili e della pressione di un governo statunitense disposto a restare in quel paese in tutti i modi possibili. Quando il sentimento patrio in Iraq ha reso impossibile questo desiderio, gli Stati Uniti hanno cominciato l’opera di trasformare il loro socio di minoranza in un nuovo cliente a cui vendere altri armamenti militare che comprendeno almeno altri 18 caccia F-16. Poiché in Iraq si è ricominciato a estrarre il petrolio, l’Iraq dovrà rimborsare questi costosi approvvigionamenti  e Washington diventerà il beneficiario di un flusso  di reddito in uscita che ora diventa “in entrata”.

Anche Maliki ha fatto il suo gioco, cercando di dimostrare che non è un cliente dell’America, rifiutando di aderire alle richieste di spodestare Bashar al-Assad in Siria e rifiutando un embargo del commercio favorito dall’Occidente. Questa affermazione di indipendenza non è apprezzata da coloro che sentono che “egli ci deve” e che dovrebbe chiederci “a che altezza” quando noi diciamo “saltare”, sebbene il presidente Obama dica che “rispetta” la decisione di Maliki.

Contemporaneamente, Maliki ha attinto al programma politico di  Saddam    schierando la sua personale polizia segreta e i militari per radunare centinaia di ex sostenitori Baathisti del regime di Saddam (ricordatevi che gli Iracheni in quel periodo non avevano altra scelta). Un gruppo di esperti statunitensi che documenta queste misure restrittive, dice che Maliki si preoccupa soprattutto della sua sopravvivenza. “Maliki è un Malichista”, dice uno di loro esperto. Queste citazioni si trovavano pochi anni fa quando si diceva che Saddam era un “Saddamista”.

Il potere fa queste cose. Anche Hussein, che ha iniziato a governare da dittatore con il sostegno degli Stati Uniti, era noto per  fare a meno dei suoi oppositori.

Maliki, tuttavia, fa lo stesso in nome di una “democrazia fragile”. Come Saddam, anche Maliki usa suo figlio Ahmad, per sfrattare le imprese statunitensi dalla Zona Verde di  Baghdad e per fargli  eseguire i suoi duri ordini. I gruppi che operano in difesa dei diritti umani lo criticano perché gestisce prigioni segrete dove mette i giornalisti e coloro che lo criticano, e ha licenziato 100 professori di un’università di Tikrit, la città natale di Saddam.

Sembra che gli Stati Uniti abbiano espresso “preoccupazione” per questo tipo di comportamento. Queste preoccupazioni, però, non sembra ostacolino gli accordi commerciali e il sostegno politico. Governare per decreto va bene  quando lo fanno i nostri amici.

 

La fatica dell’Iraq

 

Qui negli Stati Uniti è sopraggiunta la “fatica” dell’Iraq. Ormai circolano poche notizie di una guerra che molti Americani sono d’accordo a dichiarare sia stata un errore e che una volta appariva su ogni canale di informazione ventiquattro ore al giorno.

Questa guerra selvaggia è stata per lungo tempo considerata una cosa  imbarazzante,  tranne che dai contractor che hanno accumulato delle fortune e dai soldati che vengono ancora ringraziati per il loro “servizio” mentre stanno tornando casa dove affronteranno la realtà della disoccupazione sicura. A causa delle frequenti missioni di guerra, molti soldati si devono curare gravi ferite, devono  far fronte a  problemi di salute mentale e devono occuparsi delle loro famiglie rovinate. Sono anche vittime del conflitto, ma non in misura maggiore rispetto a milioni di Iracheni che sembrano essere stati dimenticati e ignorati.

Forse ci vorrà un po’ prima che gli ufficiali ammettano che gli Stati Uniti hanno perso una guerra che non si sarebbe mai dovuta cominciare, ma arriverà il momento anche di questo.

Noi abbiamo effettivamente liberato i giacimenti petroliferi perché altre nazioni li rivendichino mentre i politici addestrati in Iran hanno conquistato molte posizioni di potere. Teheran forse è  felice che gli Stati Uniti abbiano deposto Saddam Hussein dopo che lo hanno appoggiato nella guerra contro l’Iran che  gli è costata  almeno mezzo milione di vittime.

Il gigantesco movimento di protesta    dalla guerra, mentre è ora incentrato sull’Afghanistan, è ancora attivo. La coalizione “Fermiamo la Guerra” sta

appoggiando una  protesta a Londra presso l’ambasciata degli Stati Uniti che in aiuto dei “Democratici iracheni contro l’occupazione”. Hanno chiesto di far un picchetto davanti all’ambasciata americana a Grosvenor Square per  festeggiare il ritiro delle forze di occupazione fissato per la fine di questo mese. I dimostranti chiederanno l’espulsione di tutti i mercenari americani, dei consiglieri e degli istruttori militari e di ridurre le dimensioni dell’ambasciata americana di Baghdad.

L’opposizione irachena considera il ruolo degli Stati Uniti e i politici che hanno messo al potere per mezzo di elezioni come occupanti di integrità discutibile. Questo fa capire che non abbiamo finito di sentire la fine di un movimento di resistenza in Iraq il che significa che la violenza e l’instabilità sono ancora una minaccia. Potrebbe, tuttavia essere difficile per gli Stati Uniti e per le fonti americane di informazione dare tutta la colpa alle critiche contro i terroristi di al-Qaida in futuro.

Dato che Maliki sta ora terrorizzando i suoi nemici, spesso in nome di      discutibili “complotti” per destituirlo, l’Iraq rimarrà instabile. Tenete bene a mente che dopo tutti questi anni gli Iracheni hanno ancora di un sistema elettrico discontinuo e anche di gravi carenze di cibo e di medicinali.

La nazione ha molta strada da percorrere per riprendersi da una guerra che non è ancora finita. Gli Stati Uniti, nel frattempo, se ne stanno andando, almeno pubblicamente. I neo-conservatori che hanno appoggiato la guerra ora considerano l’Iraq come un “surrogato” che rimarrà dipendente , o, almeno, è quello che sperano. Per parafrasare uno slogan: La guerra che è iniziata con l’esplosione di  “colpisci e sgomenta”  è finita con il gemito del ritiro e con pochi problemi risolti. Molti Americani dicono “bene”, mentre la maggior parte degli Iracheni dicono: finalmente!

 

Danny Schechter, soprannominato “Sezionatore di notizie” ha girato il documentario Plunder , ( saccheggio) sui crimini perpetrati da  Wall Street.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/is-the-iraq-war-actually-over-by-danny-schechter

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly- Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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