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di Michael Hudson   -14 dicembre 2011

Il modo più semplice per comprendere la crisi finanziaria dell’Europa consiste nel guardare alle soluzioni che vengono proposte per risolverla.  Sono il sogno dei banchieri, un palo della cuccagna di regali che pochi elettori probabilmente approverebbero in un referendum democratico. Gli strateghi delle banche hanno imparato a non sottoporre i loro piani al voto democratico, dopo che gli islandesi si sono rifiutati per due volte, nel 2010 e 2011, di approvare la capitolazione del loro governo al rimborso all’Inghilterra e all’Olanda delle perdite incorse dalle mal regolamentate banche islandesi che avevano operato all’estero.  In assenza di un tale referendum le dimostrazioni di massa sono state il solo modo in cui gli elettori greci hanno potuto manifestare la propria opposizione ai 50 miliardi di euro di privatizzazioni svendute pretese dalla Banca Centrale Europea (BCE) nell’autunno 2011.

Il problema è che alla Grecia manca il contante per ripagare i propri debiti e gli interessi.  La BCE sta pretendendo che il paese svenda il proprio patrimonio pubblico – terreni, acqua, sistemi fognari, porti e altri beni del demanio pubblico – e anche tagli le pensioni e altri pagamenti alla popolazione.  Il 99% che sta in basso è comprensibilmente arrabbiato nell’apprendere che lo strato più ricco della popolazione è largamente responsabile del deficit di bilancio avendo messo al sicuro all’estero, a quanto risulta, 45 miliardi di euro nelle sole banche svizzere.  L’idea che i normali salariati siano obbligati a rinunciare alle pensioni per pagare per gli evasori fiscali – e per la generale mancata tassazione della ricchezza a partire dal regime dei colonnelli – rende la maggior parte delle persone comprensibilmente rabbiosa.  Per la “troika” BCE, UE e FMI affermare che, indipendentemente da quanto i ricchi incassino, rubino o evadano, il pagamento deve essere fatto dalla popolazione in generale non è una posizione politicamente neutrale. Discende fortemente dalla posizione dalla parte dei ricchi che ha scorrettamente assunto.

Una politica fiscale democratica ripristinerebbe la tassazione progressiva sul reddito e la proprietà, e ne imporrebbe l’incasso con sanzioni per l’evasione.  Sin dal diciannovesimo secolo i riformatori democratici hanno cercato di liberare le economie dagli sprechi, dalla corruzione e dal “reddito con guadagnato”.  Ma la troika BCE sta imponendo una tassazione regressiva, che può essere imposta soltanto affidando la politica governativa a un gruppo di tecnocrati non eletti.

Chiamare ‘tecnocrati’ gli amministratori di una politica così antidemocratica sembra un cinico eufemismo dal suono scientifico per riferirsi ai lobbisti e burocrati della finanza ritenuti utilmente di mente tanto ristretta da agire da utili idioti nell’interesse dei propri patroni. La loro ideologia è la stessa filosofia dell’austerità che il FMI impose ai debitori del Terzo Mondo dagli anni ’60 agli anni ’80.  Pretendendo di stabilizzare la bilancia dei pagamenti introducendo i liberi mercati, questi dirigenti svendettero i settori esportatori e le infrastrutture fondamentali ad acquirenti delle nazioni creditrici.  L’effetto fu una spinta delle economie tormentate dall’austerità a indebitarsi ancora di più nei confronti delle banche straniere e delle oligarchie nazionali degli stessi paesi.

Questo è il binario sul quale sono state avviate le socialdemocrazie dell’eurozona. Sotto la copertura politica dell’emergenza finanziaria, le paghe e i livelli di vita devono essere ridimensionate e il potere politico deve essere trasferito dal governo eletto a tecnocrati che governino per conto delle grandi banche e istituzioni finanziarie. La manodopera del settore pubblico deve essere privatizzata – e desindacalizzata – mentre l’assistenza sociale, i piani pensionistici e l’assistenza sanitaria devono essere ridimensionati anch’essi.

Questo è il programma politica di base seguito dagli scalatori delle imprese quando svuotano i piani pensionistici delle aziende per rimborsare i propri sostenitori finanziari nelle operazioni di acquisizione a debito [leveraged buy out]. E’ anche così che è stata privatizzata l’economia dell’ex Unione Sovietica dopo il 1991, trasferendo il patrimonio pubblico nelle mani di cleptocrati che hanno collaborato con i banchieri occidentali per fare della borsa russa e di altre le beniamine dei mercati finanziari globali.  Le imposte sul patrimonio furono ridotte mentre vennero imposte tasse fisse sui salari (per un totale del 59% in Latvia).  L’industria fu smantellata mentre i diritti fondiari e minerari venivano trasferiti a stranieri, le economie venivano spinte all’indebitamento e i lavoratori, specializzati e non specializzati, venivano costretti a emigrare per trovare lavoro.

Fingendo di esseri dediti alla stabilizzazione dei prezzi e al libero mercato, i banchieri gonfiarono una bolla creditizia immobiliare.  Il reddito degli affitti fu capitalizzato in finanziamenti bancari e speso per pagare gli interessi. Tutto ciò fu enormemente redditizio per i banchieri ma lasciò i paesi baltici e gran parte dell’Europa Centrale in una situazione debitoria tesa e con un capitale in negativo entro il 2008.  I neoliberali plaudono ai livelli salariali che hanno fatto precipitare e al PIL in calo, come a una storia di successo, perché quei paesi hanno trasferito l’onere fiscale sul lavoro, piuttosto che sulla proprietà o sulla finanza. I governi hanno salvato le banche a spese dei contribuenti.

E’ assiomatico che la soluzione a ogni grande problema sociale tenda a crearne di maggiori, non sempre intenzionalmente! Dal punto di vista del settore finanziario la “soluzione alla crisi dell’Eurozona consiste nell’invertire gli obiettivi dell’Era Progressista di un secolo fa, quella che speranzosamente John Maynard Keynes definì nel 1936 “l’eutanasia di chi vive di rendita (rentier).”  L’idea era di subordinare il sistema bancario a servire l’economia invece del contrario.  Invece la finanza è diventata il nuovo modo di fare la guerra, meno evidentemente sanguinoso ma con gli stessi obiettivi delle invasioni vichinghe di mille anni fa e con la conseguente conquista coloniale dell’Europa: appropriazione di terre e di risorse naturali, di infrastrutture e di qualsiasi altra attività che possa generare un flusso di entrate.  Fu per capitalizzare e stimare tali valori, ad esempio, che Guglielmo il Conquistatore compilò dopo il  1066 il Domesday Book [il ‘libro del giorno del giudizio’, un censimento delle proprietà inglesi – n.d.t.], un modello per  calcoli in stile BCE e FMI di oggi.

L’appropriazione del surplus economico per rimborsare i banchieri sta capovolgendo i valori tradizionali della maggior parte degli europei.  L’imposizione dell’austerità economica, lo smantellamento della spesa sociale, le svendite del patrimonio pubblico, la de-sindacalizzazione del lavoro, i livelli salariali in caduta, il ridimensionamento dei piani pensionistici e dell’assistenza sanitaria in paesi soggetti a regole democratiche richiede di convincere gli elettori che non ci sono alternative. Si afferma che senza un sistema bancario redditizio (non importa quanto predace) l’economia andrà a pezzi con le perdite bancarie sui prestiti cattivi e sui giochi d’azzardo che abbatteranno il sistema dei pagamenti. Nessun organismo regolamentare potrà essere d’aiuto, nessuna miglior politica fiscale, niente se non la consegna del controllo ai lobbisti per salvare le banche dal perdere le pretese finanziarie che hanno costruito.

Quello che vogliono le banche è che il surplus economico sia utilizzato per pagare gli interessi e non sia utilizzato per migliorare il livello di vita, la spesa pubblica o addirittura per nuovi investimenti di capitale. Le attività di ricerca e sviluppo richiedono troppo tempo. La finanza vive nel breve termine. Questa prospettiva di breve termine è autodistruttiva e tuttavia viene presentata come scienza.  L’alternativa, viene detto agli elettori, è la schiavitù: interferire con il “libero mercato” attraverso regolamentazioni della finanza e persino con una fiscalità progressiva.

Naturalmente c’è un’alternativa. E’ quella che la civiltà europea dagli Scolastici del tredicesimo secolo all’Illuminismo e alla fioritura dell’economia politica classica ha cercato di creare: un’economia libera da redditi non guadagnati, libera da poteri forti che utilizzino privilegi speciali per “ricavare una rendita”.  Per mano dei neoliberali, invece, il libero mercato è un mercato libero a favore della classe dei redditieri perché essi ottengano interessi, rendite e monopolio sui prezzi.

Gli interessi dei redditieri [rentier] presentano il proprio comportamento come un’efficiente “creazione di ricchezza”.  Le scuole di economia aziendale insegnano ai privatizzatori come organizzare prestiti finanziari e collocamento di obbligazioni impegnando tutto quello che possono affinché i servizi pubblici infrastrutturali siano ceduti dai governi.  L’idea è di utilizzare le entrate per pagare gli interessi alle banche e agli obbligazionisti e poi conseguire un utile di capitale aumentando i pedaggi per l’accesso alle strade e ai porti, all’acqua e all’utilizzo delle fognature e ad altri servizi fondamentali.  Ai governi viene detto che le economie possono essere gestite in modo più efficiente smantellando i programmi pubblici e svendendone il patrimonio.

Il divario tra lo scopo ostentato e l’effetto reale non è mai stato più ipocrita.  Rendere i pagamenti di interessi (e anche gli utili di capitale) esenti da imposte priva i governi delle entrate dalle tariffe degli utenti cui rinunciano, aumentando così i loro deficit di bilancio.  E invece di promuovere la stabilità dei prezzi (l’apparente priorità della BCE) la privatizzazione aumenta i prezzi delle infrastrutture, degli alloggi e di altri costi del vivere e fa affari con l’addebito di interessi e di altre spese finanziarie generali, e assicura remunerazioni molto più elevate alla dirigenza.  E’ dunque soltanto un’affermazione ideologica automatica che questa politica sia più efficiente semplicemente perché a indebitarsi sono i privatizzatori e non il governo.

Non c’è alcuna necessità tecnica o economica che la dirigenza finanziaria europea imponga la depressione a gran parte della popolazione.  Ma c’è una grande occasione di profitto per le banche che hanno ottenuto il controllo della politica economica della BCE.  A partire dagli anni ’60, la crisi della bilancia dei pagamenti ha offerto ai banchieri e agli investitori liquidi di prendere il controllo della politica fiscale, di trasferire l’onere fiscale sul lavoro e di smantellare la spesa sociale a favore delle sovvenzioni a investitori stranieri e al settore finanziario.  Essi guadagnano dalle politiche d’austerità che riducono la qualità della vita e la spesa sociale.  Una crisi del debito consente all’élite finanziaria nazionale e ai banchieri stranieri di indebitare il resto della società, utilizzando i propri privilegi creditizi (o i risparmi derivanti da politiche fiscali meno progressive) come leva per impossessarsi di beni e per ridurre le popolazioni in uno stato di dipendenza dal debito.

Il tipo di guerra che oggi divora l’Europa è dunque più che economica nella sua portata.  Minaccia di diventare una linea di divisione storica  tra l’epoca dello scorso mezzo secolo di speranza e di potenziale tecnologico e una nuova era di polarizzazione con l’oligarchia finanziaria che prende il posto dei governi democratici e riduce le popolazioni in uno stato di schiavitù del debito.

Perché un’appropriazione del patrimonio e del potere così sfacciata possa riuscire, è necessario che una crisi sospenda i normali processi legislativi politici e democratici che vi si opporrebbero. Il panico e l’anarchia politici creano un vuoto in cui gli arraffoni possono muoversi velocemente, usando la retorica dell’inganno finanziario e di un’economia d’accatto per razionalizzare soluzioni egoistiche attraverso una visione falsa della storia economica e, nel caso dell’odierna BCE, della storia tedesca in particolare.

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I governi non hanno bisogno di indebitarsi presso banchieri commerciali o altri finanziatori. Sin da quando è stata fondata la Banca d’Inghilterra, nel 1694, le banche centrali hanno stampato denaro per finanziare la spesa pubblica. Anche i banchieri creano liberamente denaro quando fanno un prestito e accreditano il conto del cliente in cambio di un pagherò gravato da interessi. Oggi queste banche possono prendere a prestito riserve dalle banche centrali governative a un basso tasso d’interesse (0,25% negli Stati Uniti) e prestare quel denaro a tassi più elevati.  Cosicché le banche sono ben liete di vedere le banche centrali governative creare credito da prestar loro.  Ma quando si tratta di governi che creino  moneta per finanziare i propri deficit di bilancio da spendere nel resto dell’economia, le banche preferirebbero avere questo mercato e i relativi interessi solo per sé.

Le banche commerciali europee sono particolarmente categoriche riguardo al fatto che la Banca Centrale Europea non dovrebbe finanziare i deficit governativi.  Ma la creazione privata di credito non è necessariamente meno inflattiva della monetizzazione governativa dei propri deficit (semplicemente stampando il denaro necessario). La maggior parte dei prestiti delle banche commerciali sono concessi con garanzie su immobili, azioni e obbligazioni, fornendo credito che viene utilizzato per rilanciare i prezzi degli alloggi e dei titoli finanziari (come nel caso delle acquisizioni a debito).

E’ principalmente il governo che spende il credito nell’economia “reale”, nella misura in cui i deficit del bilancio pubblico impiegano lavoro o sono spesi in beni e servizi.  I governi evitano di pagare interessi facendo stampare denaro alle proprie banche centrali sulle proprie tastiere dei computer anziché prendere a prestito da banche che fanno la stessa cosa sulle loro tastiere.  (Abraham Lincoln non fece altro che stampare moneta quando finanziò la Guerra Civile statunitense con il “biglietti verdi”).

Alle banche piacerebbe utilizzare il proprio privilegio di creare credito per ricavare interessi da prestiti ai governi per finanziare i deficit dei bilanci pubblici.  Esse hanno dunque un interesse egoistico a limitare l’ “opzione pubblica” di monetizzare i propri deficit di bilancio.  Per garantirsi il monopolio del proprio privilegio di creare credito, le banche hanno montato una vasta campagna di denigrazione dell’avversario riguardo alla spesa governativa e, in realtà, contro l’autorità governativa in generale, che risulta essere l’unica autorità con un potere sufficiente a controllare il loro potere o a offrire opzioni finanziarie alternative, come fanno le banche del risparmio postale in Giappone, in Russia e in altri paesi.  Questa concorrenza tra banche e governo spiega le false accuse mosse alla creazione di credito da parte del governo in quanto dichiarata più inflazionistica di quella della banche commerciali.

La realtà è chiarita dal confronto tra il modo in cui gli Stati Uniti, l’Inghilterra e l’Europa gestiscono le proprie finanze pubbliche.  Il Tesoro statunitense è di gran lunga il maggior debitore e le sue banche maggiori sembrano avere un capitale negativo, essendo debitrici nei confronti dei propri depositanti e di altre istituzioni finanziarie di somme molto superiori a quelle che possono essere pagate con il loro portafoglio di prestiti, investimenti e giochi finanziari assortiti.  Tuttavia, mentre i disordini finanziari globali si intensificano, gli investitori istituzionali investono il loro denaro in buoni del tesoro USA, in misura così vasta che questi titolo non rendono più dell’1%.  Per contro, un quarto del settore immobiliare USA ha un capitale negativo, gli stati e le amministrazioni cittadine statunitensi si trovano a confrontarsi con l’insolvenza e devono ridimensionare le spese.  Grandi imprese finiscono in bancarotta, i piani pensione sono in arretrati sempre maggiori, e tuttavia l’economia USA resta una calamita per i risparmi globali.

Anche l’economia inglese sta vacillando, e tuttavia il governo paga solo il 2% di interessi. Ma i governi europei pagano più del 7%. Il motivo di tale disparità è che questi ultimi sono privi dell’ “opzione pubblica” di creare moneta. L’avere una Federal Reserve Bank o la Banca d’Inghilterra che possono stampare denaro per pagare interessi o rinnovare i debiti esistenti è ciò che rende gli Stati Uniti e l’Inghilterra diversi dall’Europa. Nessuno si aspetta che queste due nazioni siano costrette a svendere i terreni pubblici e altri beni per raccogliere i fondi per pagare (anche se possono farlo come scelta politica).  Dato che il Tesoro USA e la Federal Reserve possono creare nuova moneta, ne consegue che, fintanto che i debiti del governo sono denominati in dollari, possono firmare abbastanza cambiali sulle tastiere dei propri computer da far sì che l’unico rischio corso dai detentori di buoni del tesoro USA è quello del tasso di cambio del dollaro rispetto alle altre valute.

Per contro, l’Eurozona ha una banca centrale ma l’articolo 123 del Trattato di Lisbona vieta alla BCE di fare quello che le altre banche centrale sono state fondate per fare: creare il denaro per finanziare i deficit di bilancio governativi o per rinnovare prestiti in scadenza.  Gli storici del futuro senza dubbio troveranno notevole che ci sia realmente della razionalità a sostegno di tale politica, o almeno la pretesa di una storia di copertura.  E’ una cosa così inconsistente che qualsiasi studente di storia può capire quanto sia distorta. L’affermazione è che se una banca centrale crea credito, ciò minaccia la stabilità dei prezzi.  A essere considerata inflazionistica è solo la spesa governativa, non il credito privato!

L’amministrazione Clinton ha equilibrato il bilancio del governo USA alla fine degli anni ’90, e tuttavia stava esplodendo l’Economia delle Bolle.  D’altro canto il Tesoro e la Federal Reserve hanno inondato l’economia con 13 trilioni di dollari di crediti al sistema del credito bancario dopo il settembre 2008 e con ulteriori 800 miliardi di dollari l’estate scorsa attraverso il programma di Agevolazione Quantitativa della Federal Reserve (QE2).  E tuttavia i prezzi al consumo e delle materie prime non stanno salendo.  Nemmeno i prezzi degli immobili e del mercato azionario sono rilanciati.  Dunque l’idea che più denaro significhi prezzi più alti (MV=PT *) oggi non funziona.    [* Equazione degli Scambi (ES)di Fisher:MV = PT,  dove M = quantità  di moneta, V = velocità di circolazione della moneta, T = numero di transazioni, P = livello generale dei prezzi – n.d.t.].

Le banche commerciali creano debito. E’ il loro prodotto. La leva su debito è stata utilizzata per più di un decennio per rilanciare i prezzi – rendendo più costoso per i cittadini statunitensi avere una casa o acquistare una polizza che garantisca un reddito pensionistico – ma l’economia odierna sta soffrendo di una deflazione da debito con i redditi personali, quelli da attività e le entrate fiscali che sono dirottati a rimborsare i debiti anziché a spendere in beni o a investire o ad assumere.

Molto più impressionante è la parodia della storia tedesca che viene ripetuta in continuazione, come se la ripetizione in qualche modo possa far smettere alla gente di ricordare quello che in realtà è accaduto nel ventesimo secolo.  A sentir raccontare la storia dai dirigenti della BCE, sembrerebbe avventato da parte di una banca centrale finanziare il governo, a motivo del rischio di super-inflazione. Vengono esibiti ricordi dell’inflazione di Weimar in Germania negli anni ’20.   Ma, esaminato, ciò risulta essere quello che gli psichiatri chiamano un ricordo artificiale: una condizione in cui un paziente è convinto di aver sofferto un trauma che sembra reale, ma che in realtà  non esiste.

Quel che è accaduto nel 1921 non è stato un caso di governi indebitatisi presso banche centrali per finanziare spese interne come programmi sociali, pensioni o assistenza sanitaria come oggi.  Piuttosto l’obbligo della Germania di pagare le riparazioni ha portato la Reichsbank a inondare i mercati delle valute estere di marchi tedeschi per ottenere la valuta necessaria per comprare sterline inglesi, franchi francesi e altre valute per pagare gli Alleati, che usavano quel denaro per rimborsare i debiti degli eserciti Inter-Alleati verso gli Stati Uniti.  L’iperinflazione della nazione ha avuto origine dal suo obbligo di pagare le sue obbligazioni in valuta estera.  Nessun importo di tassazione interna avrebbe raccolto la valuta straniera di cui era programmato il pagamento.

Arrivati agli anni ’30 questo fenomeno era ben noto, spiegato da Keynes e da altri che avevano analizzato i limiti strutturali della capacità di pagare il debito estero imposto indipendentemente dalla capacità di attingere ai bilanci valutari nazionali in essere.  Dal testo del 1931 di Salomon Flink ‘The Reichsbank and Economic Germany’ agli studi sulle iper-inflazioni cilena e di altri paesi del Terzo Mondo, gli economisti hanno scoperto all’opera una causa comune, basata sulla bilancia dei pagamenti. Per primo arriva un crollo dei rapporti di cambio. Ciò aumenta il prezzo delle importazioni e, in conseguenza, il livello nazionale dei prezzi.  Servono più soldi per effettuare acquisti a prezzi più alti.  La sequenza statistica e la catena causale portano dal deficit della bilancia dei pagamenti al deprezzamento della moneta aumentando i costi delle importazioni e da questo aumento dei prezzi alla immissioni di liquidità, non il contrario.

Gli odierni sostenitori del “libero mercato” che scrivono nella tradizione monetarista di Chicago (fondamentalmente quella di David Ricardo) escludono dai loro calcoli le dimensioni del debito estero e di quello nazionale.  E’ come se il “denaro” e il “credito” fossero beni da barattare contro merci.  Ma un conto bancario o altre forme di credito si traduce in debito sull’altra colonna del bilancio. Il debito di una parte è il risparmio di un’altra parte e la maggior parte dei risparmi oggi viene prestata a interesse, assorbendo denaro dai settori non finanziari dell’economia.  Il dibattito è ridotto a un rapporto semplicistico tra la fornitura di denaro e il livello dei prezzi e, in realtà, solo il livello dei prezzi al consumo,  non dei prezzi del patrimonio. Nella loro ansia di opporsi alla spesa governativa – e in realtà di smantellare il governo e sostituirlo con pianificatori finanziari – i monetaristi neoliberali trascurano il carico del debito imposto oggi dalla Latvia all’Islanda all’Irlanda alla Grecia, Italia, Spagna e Portogallo.

Se l’euro andrà a pezzi sarà a motivo dell’obbligo dei governi di rimborsare i banchieri con soldi che devono essere presi a prestito invece che creati dalle banche centrali.  Diversamente dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra che possono creare credito da parte delle banche centrali sulle tastiere dei loro computer per evitare che l’economia avvizzisca o diventi insolvente, la costituzione tedesca e il Trattato di Lisbona impediscono alla banca centrale di fare altrettanto.

L’effetto è l’obbligo per i governi di indebitarsi a interesse presso le banche centrali.  Ciò dà ai banchieri la capacità di creare una crisi, minacciando di portare le economie fuori dall’Eurozona se non si sottomettono alle “condizioni” loro imposte in quella che sta rapidamente diventando una guerra di classe della finanza contro il mondo del lavoro.

Togliere alla banca centrale dell’Europa il diritto di privare i governi del potere di creare moneta

Una delle tre caratteristiche che definiscono uno stato-nazione è il potere di creare moneta. Una seconda caratteristica è il potere di riscuotere imposte. Entrambi questi poteri sono in corso di trasferimento dalle mani di rappresentanti democraticamente eletti a quelle del settore finanziario, come effetto dell’aver legato le mani al governo.

La terza caratteristica di uno stato-nazione è il potere di dichiarare guerra.  Quello che accade oggi è l’equivalente di una guerra, ma contro il potere del governo! E’, soprattutto, una modalità finanziaria di condurre la guerra e gli scopi di questa appropriazione finanziaria sono gli stessi di quelli di una conquista militare: primo, la terra e le ricchezze del sottosuolo su cui imporre rendite come tributo; poi le infrastrutture pubbliche per ricavare rendite dalle tariffe di accesso; e, terzo, ogni altra impresa o bene di demanio pubblico.

In questa nuova guerra finanziarizzata, i governi sono spinti ad agire da forze dell’ordine per conto dei conquistatori finanziari contro le loro stesse popolazioni nazionali.  Di certo questa non è una cosa nuova.  Abbiamo visto la Banca Mondiale e il FMI imporre l’austerità a dittature latinoamericane, a capitribù militari africani e ad altre oligarchie vassalle dagli anni ’60 fino agli anni ’80. L’Irlanda e la Grecia, la Spagna e il Portogallo devono ora essere assoggettate a un simile spogliamento mentre le decisioni politiche pubbliche sono trasferite a organismi finanziari sovra-governativi che agiscono per conto dei banchieri e, attraverso essi, per conto dell’1% della popolazione.

Quando i debiti non possono essere rimborsati o rinnovati arriva il tempo dei pignoramenti.  Per i governi ciò significa svendita di privatizzazioni per rimborsare i creditori. In aggiunta al fatto di essere un arraffamento della proprietà, la privatizzazione mira a sostituire la manodopera del settore pubblico con una forza lavoro non sindacalizzata che abbia minori diritti alla pensione, all’assistenza sanitaria o voce in capitolo sulle condizioni di lavoro.  La vecchia guerra di classe è così di nuovo all’opera, con una svolta finanziaria.  Facendo rattrappire l’economia, la deflazione da debito contribuisce a spezzare la capacità di resistenza del mondo del lavoro.

Inoltre dà ai creditori il controllo sulla politica fiscale.  In assenza di un parlamento pan-europeo con il potere di fissare le regole fiscali, la politica fiscale passa alla BCE.  Agendo per conto delle banche la BCE sembra favorire un’inversione della spinta del ventesimo secolo a una tassazione progressiva.  E, come ha chiarito un lobbista finanziario statunitense, la pretesa dei creditori è che i governi ridefiniscano gli obblighi sociali pubblici come “costi d’utenza”, da finanziare mediante trattenute sulle remunerazioni da passare alle banche perché le amministrino (o ne facciano cattiva amministrazione, a seconda dei casi).  Trasferire l’onere fiscale dalla proprietà immobiliare e dalla finanza al lavoro e all’economia “reale” minaccia così di diventare un arraffamento fiscale che va a sommarsi all’arraffamento delle privatizzazioni.

Questa è un’ottica di breve termine autodistruttiva.  L’ironia è che i deficit di bilancio dei PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) si sono originati in larga misura dal non aver tassato la proprietà e un’ulteriore svolta fiscale peggiorerà, anziché stabilizzarli, i bilanci governativi.  Ma i banchieri guardano solo a ciò che possono prendere nel breve periodo.  Sanno che qualsiasi imposta a carico dei patrimoni e delle imprese cui l’esattore rinunci è “disponibile” per gli acquirenti da impegnare presso le banche come interesse.  Così alla Grecia e ad  altre economie oligarchiche  viene detto di “pagarsi il biglietto” tagliando la spesa sociale governativa (ma non la spesa militare per l’acquisto di armi tedesche e francesi) e spostando le tasse sul lavoro e l’industria, e sui consumatori sotto forma di tariffe d’utenza più elevate per i servizi pubblici non ancora privatizzati.

In Inghilterra il primo ministro Cameron afferma che ridimensionare ulteriormente il governo sulla scia della Thatcher e di Blair renderà disponibili ancor più risorse e manodopera da assumere da parte del settore privato.  I tagli fiscali metteranno effettivamente sulla strada molti lavoratori, o almeno li costringeranno a trovare lavori pagati di meno e con meno diritti.  Ma tagliare la spesa pubblica farà avvizzire anche il settore imprenditoriale, peggiorando i problemi fiscali e debitori spingendo le economie ancor più profondamente nella recessione.

Se i governi tagliano la spesa per ridurre la dimensione dei loro deficit di bilancio – o se raccolgono imposte dall’economia in generale per generare un surplus – allora quei surplus risucchieranno denaro dall’economia, lasciando meno da spendere in beni e servizi.  La conseguenza può essere soltanto la disoccupazione, ulteriori insolvenze e fallimenti.  Possiamo considerare l’Islanda e la Latvia come i canarini nelle miniere di carbone finanziarie.  La loro esperienza recente dimostra che la deflazione debitoria porta all’emigrazione, a aspettative di vita minori, a tassi di nascite, di matrimoni e di formazione di famiglie inferiori, ma offre grandi occasioni ai fondi predatori per risucchiare ricchezza verso il vertice della piramide finanziaria.

La crisi economica attuale è una questione di scelta politica, non di necessità.  Secondo la battuta del segretario generale del presidente Obama, Rahm Emanuel: “Una crisi è un’occasione troppo buona per sprecarla.”  In tali casi la spiegazione più logica che debba beneficiarne qualche potere forte.  Le depressioni aumentano la disoccupazione, contribuendo a schiacciare il potere dei lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati. Gli Stati Uniti stanno assistendo a una stretta di bilancio a livello statale e locale (mentre cominciano a essere annunciate bancarotte) con i primi tagli che si verificano nella sfera delle insolvenze pensionistiche.  L’alta finanza viene rimborsata non rimborsando la popolazione che lavora dei risparmi e delle promesse fatte come parte di contratti di lavoro e dei piani privati di previdenza. I pesci grossi stanno mangiando i pesci piccoli.

Questa sembra essere l’idea che il settore finanziario ha di una buona pianificazione economica.  Ma è peggio di un piano a somma zero, in cui l’utile di una parte è la perdita dell’altra.  Si rattrappiranno le economie nel loro complesso e cambieranno forma polarizzandosi tra debitori e creditori.  La democrazia economica cederà il passo all’oligarchia finanziaria, invertendo la tendenza degli ultimi secoli.

L’Europa è pronta a compiere questo passo? Gli elettori riconoscono che spogliare il governo dell’opzione pubblica di creare denaro trasferirà tale privilegio alle banche sotto forma di monopolio? Quanti osservatori hanno identificato la quasi inevitabile conseguenza: il trasferimento della pianificazione economica all’allocazione creditizia bancaria?

Anche se i governi ricorressero all’ “opzione pubblica” creando il proprio denaro per finanziare i loro deficit di bilancio e fornendo all’economia credito produttivo per ricostruire le infrastrutture, rimane un grave problema: che fare del complesso del debito esistente che ora costituisce un peso morto per l’economia? I banchieri e i politici che essi sostengono si rifiutano di svalutare i debiti per riflettere la capacità di rimborso. I legislatori non hanno fornito alla società una procedura legale per le svalutazioni dei debiti, salvo la legge sulla cessione fraudolenta [Fraudulent Conveyance Law] dello Stato di New York che prescrive che i debiti siano annullati se i finanziatori hanno fatto credito senza assicurarsi della capacità di rimborso del debitore.

I banchieri non vogliono assumere la responsabilità dei cattivi prestiti.  Ciò pone il problema finanziario di ciò che i legislatori dovrebbero fare quando le banche sono state così irresponsabili nell’allocare il credito. Ma qualcuno deve subire la perdita.  Dovrebbe essere la società in generale o dovrebbero essere i banchieri?

Non è un problema che i banchieri sono preparati a risolvere. Loro vogliono trasferire il problema ai governi e definire il problema in termini di come i governi possono “rimetterli in sesto”.  Quella che definiscono una “soluzione” al problema dei cattivi debiti consiste nel fatto che governo dia loro titoli buoni in cambio di prestiti cattivi (“contanti in cambio di spazzatura”), da pagare in pieno da parte dei contribuenti.  Avendo organizzato un enorme aumento di ricchezza per sé stessi, i banchieri ora vogliono prendere i soldi e scappare, lasciando le economie tormentate dai debiti. Le entrate che non possono essere pagate dai debitori saranno ora distribuite, per il pagamento, all’intera economia, aumentando enormemente il costo della vista e del fare impresa per tutti.

Perché dovrebbero essere “rimessi in sesto” a spese del rattrappimento del resto dell’economia?  La risposta dei banchieri è che  i debiti vanno corrisposti ai piani pensionistici dei lavoratori, ai consumatori con depositi bancari e che l’intero sistema crollerà se i governi mancheranno di rimborsare un titolo.   Se messi sotto pressione, i banchieri ammettono di aver acceso assicurazioni sui rischi, di detenere obbligazioni con collaterale debitorio e altre coperture dei rischi.  Ma gli assicuratori sono in gran parte banche USA e il governo USA sta premendo sull’Europa affinché non diventi insolvente danneggiando così il sistema bancario statunitense.  Così il garbuglio del debito è diventato politicizzato a livello internazionale.

Dunque per i banchieri la linea di resistenza consiste nell’incoraggiare l’illusione che non ci sia necessità che essi accettino l’insolvenza degli alti debiti non rimborsabili che hanno incoraggiato.  I creditori insistono sempre sul fatto che il debito generale può essere mantenuto se soltanto i governi ridurranno altre spese, aumentando contemporaneamente le imposte a carico dei singole e delle imprese non finanziarie.

Il motivo per cui ciò non funzionerà è che cercare di incassare l’odierna dimensione del debito colpirà la sottostante economia “reale”, rendendola ancor meno in grado di pagare i propri debiti.  Quello che è iniziato come un problema finanziario (“cattivi debiti”) si trasformerà ora in un problema fiscale (“cattive imposte”). Le tasse sono un costo per le imprese allo stesso modo in cui è un costo rimborsare un debito. Entrambi i costi devono riflettersi sui prezzi dei prodotti.  Quando in contribuenti sono gravati di tasse e di debiti dispongono di meno entrate disponibili per i consumi.  Così i mercati avvizziscono, ponendo sotto ulteriore pressione la redditività delle imprese nazionali.  Tale combinazione rende qualsiasi paese che segua un politica simile un produttore ad alto costo e, in conseguenza, un paese meno competitivo sui mercati globali.

Questo tipo di pianificazione finanziaria – e la sua parallela svolta fiscale – porta alla deindustrializzazione.  Creando denaro a corso forzoso da parte della BCE o del FMI si lascia il debito al suo posto, mantenendo la ricchezza e il controllo dell’economia nelle mani del settore finanziario.  Le banche possono ricevere il pagamento dei debiti incorsi per proprietà eccessivamente gravate da mutui ipotecari solo se i debitori sono sollevati da qualche tassa sul patrimonio immobiliare.  Imprese industriali a corto di disponibilità a causa dei debiti possono rimborsarli solo ridimensionando gli impegni pensionistici, l’assistenza sanitaria e gli stipendi dei propri dipendenti, o riducendo i pagamenti di imposte e tasse al governo. In pratica “onorare i debiti” finisce per tradursi in una deflazione da  debito e in una stretta economica generale.

Questo è il piano economico dei finanzieri.  Ma lasciare la politica fiscale e la pianificazione centralizzata nelle mani dei banchieri finisce per essere l’opposto di ciò su cui verteva l’economia del libero mercato degli ultimi secoli.  L’obiettivo classico consisteva nel minimizzare il debito generale, nel tassare le rendite fondiarie e da risorse naturali e nel mantenere i prezzi monopolistici in linea con gli effettivi costi di produzione (“valori”).  I banchieri hanno prestato sempre più a valere sulle stesse entrate che gli economisti del libero mercato consideravano la base fiscale naturale.

Dunque qualcosa deve cedere.  Si tratterà degli ultimi secoli di filosofia economica liberale del libero mercato, con la cessione ai banchieri della pianificazione del surplus economico? O la società riaffermerà la filosofia economica classica e i principi dell’Era Progressista, e riaffermerà il modello sociale dei mercati finanziati intesi a promuovere la crescita a lungo termine con minimi costi per la vita e l’imprenditoria?

Almeno nei paesi più pesantemente indebitati, gli elettori europei si stanno risvegliando davanti a un colpo di stato oligarchico in cui la tassazione e la pianificazione e il controllo dei bilanci stanno passando nelle mani di dirigenti nominati dal cartello internazionale dei banchieri.  Questo risultato è l’opposto di tutto ciò su cui si è incentrata l’economia del libero mercato degli ultimi secoli.

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta sul Frankfurter Allgemeine Zeitung del 3 dicembre 2011 sotto il titolo “Der Krieg der Banken gegen das Volk” [La guerra delle banche contro il popolo].

 

MICHAEL HUDSON è un ex economista di Wall Street. Professore insigne di ricerca all’Università del Missouri a Kansas City (UMKC) è autore di numerosi libri tra cui  ‘Superimperialism: The Economic Strategy of American Empire’ [Il super-imperialismo: strategia economica dell’impero statunitense] (nuova edizione, Pluto Press, 2002). Ha contribuito a ‘Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion’ [Senza speranza: Barack Obama e la politica dell’illusione] in uscita presso AK Press.  Può essere raggiunto sul suo sito web a mh@michael-hudson.com

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/europe-s-deadly-transition-from-social-democracy-to-oligarchy-by-michael-hudson

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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