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Verso un vero cambiamento di paradigma in Palestina

 

Di Ramzy Baroud

 

11 dicembre 2011

 

L’insurrezione palestinese o Intifada del 1987 rimane l’unico più importante trionfo della mobilitazione popolare nella storia della Palestina.

La Prima Intifada, come è comunemente nota, aveva messo, una volta per tutte il popolo palestinese come una collettività sulla carta geografica di una zona dove in precedenza c’era spazio soltanto per i carri armati   israeliani Merkava e per gli “inviati di pace” dell’ONU. Il corpo politico arabo era stato guidato da dirigenti per lo più impotenti e le fazioni palestinesi con molteplici affiliazioni erano guidate da uomini che avevano numerosi  pseudonimi.

Senza trascurare il fatto che le fazioni palestinesi avevano di fatto contribuito alla lunga ardua lotta per la libertà palestinese, era esistito  per molto tempo un divario tra la massa più grande del popolo palestinese e coloro che sostenevano di rappresentarlo.

L’Intifada ha cercato di cambiare quel paradigma preoccupante. Ha riportato la lotta dalle capitali arabe in Palestina, e, cosa più importante, ha coinvolto i Palestinesi comuni nella campagna per porre fine all’occupazione di Israele. I partiti che rappresentavano gli “attori”  tradizionali  del conflitto, hanno affrontato una situazione senza precedenti in un  conflitto che in prima era  stato determinato quasi soltanto dal potere militare di Israele, reso possibile dall’appoggio incondizionato degli Stati Uniti  e dall’acquiescenza araba. Questa volta, però, i proiettili erano sufficientemente mortali, nessun appoggio da parte degli Stati Uniti è stato sufficientemente generoso, e nessuna sottomissione politica è stata tanto sufficientemente demoralizzante da soffocare le richieste spontanee di libertà fatte dai Palestinesi comuni.

L’Intifada alla fine è cessata. Le élite politiche palestinesi  hanno tentato di trarre vantaggio da quello che essa aveva guadagnato e Israele ha fatto del suo meglio per evitare che l’Intifada riprendesse. Ci sono stati quindi gli Accordi di Oslo, uno sforzo congiunto di Israele e di alcuni capi palestinesi per creare un nuovo status quo. Palestinesi scelti sono stati riportati nei territori occupati per gestire le masse “ribelli” mentre Israele portava avanti la sua missione coloniale senza essere ostacolato. Da allora – e malgrado la Seconda Insurrezione palestinese del 2000 – nessun importante cambiamento di paradigma è riuscito a cambiare quella terribile realtà. La dirigenza palestinese, raggruppata nella cosiddetta Autorità Palestinese (AP), è sprofondata ancora di più nella corruzione  mentre gli insediamenti illegali israeliani si sono trasformati al di là delle fantasie di Ariel Sharon e di altri ferventi capi della destra.

Nel frattempo, i Palestinesi continuano a sussistere tra momenti di sfida, come è stato dimostrato a Gaza, a Jenin e in altri posti, mentre lentamente avviene un pulizia etnica da parte di Gerusalemme est e della Cisgiordania per fare spazio agli insediamenti ebrei in espansione. Il coraggio di questi Palestinesi comuni, uomini e donne che restano aggrappati ai loro vecchi  amati alberi di ulivo mentre vengono abbattuti spietatamente è diventato ora un simbolo  noto nella sua forma araba: sumoud, cioè resistenza fatta con determinazione.

Detto, questo, il panorama politico è ancora una volta chiuso in un  modello prevedibile. I dirigenti israeliani ipocriti parlano di pace mentre mantengono uno stato di assedio e di occupazione per migliaia di Palestinesi, mentre una dirigenza palestinese che si è auto designata cresce sempre  più ed è  dipendente proprio dall’occupazione cui tenta di porre fine. Secondo l’International Middle East Media Center (Centro Internazionale del Medio Oriente per i mezzi di informazione) che cita uno studio universitario condotto da uno ricercatore palestinese della Cisgiordania, “l’ammontare degli investimenti fatti da uomini di affari palestinesi negli insediamenti israeliani e nella stessa Israele, nel 2010 ammontavano a 2,5 miliardi di dollari.  (IMEMC e agenzie, 9 novembre).

Questo è infatti un problema molto più grande di quello dei soldi palestinesi investiti nell’occupazione israeliana, o perfino di alcune vergognose concessioni fatte da un solo “negoziatore capo” o da qualche altro funzionario. La tragedia è che, mentre il dominio di  Israele si sta di nuovo normalizzando, (come avveniva prima del 1987), la dirigenza palestinese, malgrado ripetuti fallimenti, insiste nel mantenere la sua posizione di ascendente e di controllo. Questa insistenza continua anche se la mappa geopolitica  della zona si sta ridisegnando – sia in seguito all’azione dei popoli arabi, o per mezzo del potere militare e dell’influenza politica esercitata da persone esterne.

Un cambiamento di paradigma è infatti in corso in diverse nazioni arabe, specialmente in quelle prossime alla Palestina e a Israele. Mentre la brezza della cosiddetta primavera araba è probabile che venga sentita dai palestinesi dei territori occupati, la misura della sua influenza politica resta incerta. Anche se il cambiamento avvenuto in Egitto, per esempio, si dimostra realmente fondamentale e irreversibile, sarà di scarso beneficio per i Palestinesi, se un’alternativa e una  dirigenza realmente rivoluzionaria  non si concretizzeranno presto. Questo è il solo cambiamento che potrebbe forse rinnovare e utilizzare le energie del popolo palestinese.

L’atteggiamento politico della dirigenza palestinese, sia che si tratti dei “moderati” appoggiati dagli Stati Uniti in Cisgiordania, che di Hamas a Gaza, sono manovre che mirano ad adattarsi  al cambiamento politico in corso al Cairo e a Damasco.  I colloqui riguardanti l’unità svoltisi tra Fatah e Hamas – i più recenti  colloqui pubblicizzati per avere  avuto “successo, si sono tenuti in Egitto il 24 novembre – potrebbero, in teoria,  sanare la divisione esistente  tra i due rivali. In realtà, tuttavia, rimane un progetto politico tra due movimenti che aspirano a trovare un terreno comune per i loro personali fini politici. Questa è senza dubbio un’azione positiva, ma certamente del minimo cambiamento di paradigma necessario in Palestina nelle attuali circostanze.

E’ un fatto quasi astorico che i Palestinesi non abbiano ancora dimostrato     insieme ai Tunisini, agli Egiziani e agli altri. Questo si può forse attribuire all’estrema polarizzazione delle fazioni e all’amara politica che hanno diviso la Palestina in moltissimi modi. Ci sono stati pochi timidi tentativi di raggiungere una massa critica di mobilitazione popolare, invece è stato rapidamente cooptato un movimento ristretto che fa richieste eccessivamente  sentimentali e non chiare dal punto di vista politico.

In realtà, un’unità nazionale non è una pura decisione strategica, resa necessaria dalla realtà politica in rapido cambiamento. Richiede uno spostamento fondamentale dalle vecchie strategie e il liberarsi  da vecchie convinzioni. Nel caso della Palestina, un nuovo inizio richiede la mobilitazione totale di tutti gli aspetti della società palestinese, la riaffermazione delle priorità per l’unificazione nazionale,  l’introduzione di una linguaggio originale, nuovi strumenti e nuove strategie e deve essere accompagnata dal minimo possibile di retorica vuota.

Questa fase critica della lotta palestinese non può essere soddisfatta con il    cambiamento di marchio dei politici palestinesi, e non può essere introdotto da una dirigenza con un curriculum macchiato. Ci vuole una generazione di dirigenti con carriere immacolate, con opinioni rivoluzionarie, motivata dall’unica convinzione che non si può ottenere alcun tipo di libertà                         senza una vera unità nazionale, sotto un’unica bandiera. La fedeltà non va riposta in una qualsiasi fazione, ma nella Palestina stessa, e l’unico slogan che unisce dovrebbe essere : libertà.

 

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un opinionista di agenzie internazionali e redattore di Palestine Chronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold  Story (Pluto Press, Londo ( Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza).

 

Da z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/towards-a-true-paradigm-shift-in-palestine-by-ramzy-baroud

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETITaly–Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA 3.0

 

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