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Di Michael T. Klare

7 dicembre 2011

Per quanto riguarda la linea politica della Cina, l’amministrazione Obama salta davvero dalla padella nella brace?  Nel tentativo di voltare pagina riguardo a due guerre disastrose nel Grande Medio Oriente, potrebbe iniziare una nuova Guerra Fredda in Asia –considerando ancora una volta il petrolio come la chiave per arrivare alla supremazia globale.

La nuova politica è stata annunciata dallo stesso presidente Obama il 17 novembre in un discorso al parlamento australiano nel quale ha esposto una visione geopolitica audace ed estremamente pericolosa. Invece di focalizzarsi sul Grande Medio Oriente, come è avvenuto nell’ultimo decennio, gli Stati Uniti concentreranno il loro potere nell’area dell’Asia Orientale e del Pacifico. “Il mio orientamento è chiaro,” ha dichiarato a Canberra: “Poiché pianifichiamo e  facciamo i preventivi  per il futuro, destineremo le risorse necessarie a mantenere la nostra forte presenza militare in questa zona.” Mentre i funzionari dell’amministrazione insistono a spiegare che questa nuova linea politica non è indirizzata in modo specifico alla Cina, l’implicazione è abbastanza chiara: da ora in poi, l’obiettivo principale della strategia militare americana non sarà l’antiterrorismo, ma sarà il contenimento di quella terra in forte espansione economica, a qualsiasi rischio o costo.

Il nuovo centro di gravità del pianeta

 

La nuova importanza che si dà  sull’Asia e al contenimento della Cina è necessaria, insistono a dire i più alti funzionari, perché l’area asiatica e del Pacifico ora costituisce il “centro di gravità” dell’attività economicamondiale. Mentre gli Stati Uniti si sono impantanati in Iraq e in Afghanistan, si sostiene che la Cina aveva un  margine di azione per  espandere la sua influenza nella zona. Per la prima volta dalla II Guerra mondiale, Washington non è più l’attore economico dominante in quella area. Se gli Stati Uniti vogliono mantenere il loro titolo di suprema  potenza mondiale, deve, sostengono, ristabilire la sua supremazia nella zona e far arretrare l’influenza cinese. Nei prossimi decenni, nessun compito di politica estera sarà più importante di questo.

In linea con questa nuova strategia, l’amministrazione ha intrapreso molte mosse intese a sostenere  il poter americano in Asia,  e a mettere quindi la Cina sulla difensiva. Queste iniziative comprendono la decisione di inviare 250 Marines  – che un giorno potranno diventare 2.500 – in  una base militare australiana a Darwin sulla costa settentrionale di quel paese, e l’adozione, il 18 novembre, della “Dichiarazione di Manila”, una promessa di più stretti rapporti con le Filippine.

Contemporaneamente, la Casa Bianca ha annunciato che la vendita di 24 caccia a reazione F-16  all’Indonesia e una visita di Hillary Clinton all’isolata Birmania, da lungo tempo alleata della Cina, la prima visita in quel paese di un segretario di stato dopo 56 anni. La Clinton ha anche parlato di maggiori legami diplomatici e militari con Singapore, la Thailandia e il Vietnam – tutte nazioni  vicine alla Cina o di sorvegliare   le vie commerciali più importanti sulle quali la Cina fa affidamento per l’importazione di materie prime e sull’esportazione di prodotti finiti.

Come hanno descritto i funzionari dell’amministrazione, queste iniziative mirano a massimizzare i vantaggi dell’America in campo diplomatico e militare in un’epoca in cui la Cina domina il regno economico nella zona. In un recente articolo  sulla rivista Foreign Policy, la Clinton ha fatto intendere che se gli Stati Uniti diventano deboli,  non si può più sperare che prevalgano contemporaneamente in varie zone. Devono scegliere i loro campi di battaglia attentamente e usare le loro limitate risorse   – la maggior parte di tipo militare – per ottenere i massimi vantaggi. Considerata la centralità strategica dell’Asia riguardo al potere globale, bisogna concentrare le risorse in quella area.

“Nei dieci anni passati,,” scrive la Clinton, “abbiamo stanziato immense risorse a [Iraq e Afghanistan]. Nei prossimi dieci anni dobbiamo essere intelligenti e agire in modo  sistematico riguardo a dove investire tempo ed energia, in modo da essere nella posizione migliore per sostenere la nostra posizione di comando [e] i nostri interessi…. Uno dei compiti più importanti dell’ arte di governare americana  nel prossimo decennio sarà quindi di fissare degli  incrementi di investimento in maniera sostanziale – nei campi: economico, diplomatico, strategico e di qualsiasi altro tipo nella zona asiatica del Pacifico.”

Questa riflessione, centrata chiaramente sull’aspetto militare, appare pericolosamente provocatoria. I passi annunciati implicano un incremento della presenza militare nelle acque ai confini della Cina e un incremento dei legami di tipo militari con i paesi vicini di quella nazione e sono passi che certamente susciteranno allarme a Pechino e  faranno diventare più rigidi coloro che fanno parte della cerchia al potere (specialmente la dirigenza militare cinese) che sono a favore di una reazione più militante e militarizzata alle incursioni statunitensi.  Qualsiasi forma tale reazione assuma, una cosa è sicura: la dirigenza della seconda potenza economica mondiale non si permetterà di apparire debole di fronte a un concentrazione di forze americane alla periferia del  suo paese. A sua volta ciò significa che forse getteremo i semi di una nuova Guerra fredda in Asia nel 2011.

La concentrazione di forze militari degli Stati Uniti e la possibilità di un potente contrattacco  cinese, sono stati già oggetto di discussione sulla stampa americana ed asiatica. Non ha ricevuto invece alcuna attenzione una aspetto cruciale di questa lotta incipiente: la misura in cui le mosse improvvise di Washington sono state dettate da una recente analisi dell’equazione dell’energia globale che rivelano (secondo come la vede l’amministrazione Obama) un aumento di punti deboli della Cina e nuovi vantaggi per Washington.

La nuova equazione dell’energia

 

Per decenni gli Stati Uniti sono stati pesantemente dipendenti dall’importazione di petrolio, e molto proveniva dal Medio oriente e dall’Africa, mentre la Cina era largamente autosufficiente per la produzione di petrolio. Nel 2001, gli Stati Uniti consumavano 19.6 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre ne producevano  soltanto 9 milioni di barili. (1 barile= 42 galloni americani, 1 gallone americano =3,78 litri, n.d.T.). Il fatto di dover dipendere da forniture straniere per la differenza di 10,6 milioni di barili, si dimostrò una fonte di enorme preoccupazione per coloro che a Washington attuavano i piani economici e politici che reagirono creando legami più stretti  e di tipo militare con i produttori di petrolio del Medio Oriente, ed entrando in guerra di tanto in tanto per garantirsi la sicurezza delle fonti di approvvigionamento del petrolio.

Nel 2001 la Cina consumava soltanto 5milioni di barili al giorno e quindi, avendo una produzione interne di 3,3 milioni di barili, doveva importare soltanto 1,7 milioni di barili. Queste cifre fredde hanno fatto sì che i suoi dirigenti si preoccupassero molto meno dell’affidabilità dei loro principali  fornitori di petrolio di oltre oceano e quindi non hanno dovuto riprodurre lo stesso tipo di  complicate relazioni di politica estera  in cui Washington era da lungo tempo coinvolto.

Adesso, l’amministrazione Obama ha concluso, le cose cominciano a cambiare. Come risultato, dell’economia cinese in forte espansione e del fatto che sta emergendo  una ragguardevole classe media che è in continuo aumento (molti di loro si sono comprati la loro prima macchina), il consumo di petrolio del paese sta esplodendo. Mentre  il consumo era di     7,8 milioni di barili al giorno nel 2008, raggiungerà, secondo le previsioni recenti del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, i 13,6 milioni di barili nel 2020 e i 16,9 milioni di barili nel 2035. La produzione interna di petrolio, d’altra parte, si ipotizza che aumenterà da 4 milioni di barili al giorno nel 2008 a 5,3 milioni nel 2035. Non ci si deve quindi sorprendere che ci si aspetta che le importazioni cinesi schizzeranno  dai 3,8 milioni di barili al giorno, a 11,6 milioni nel 2035, per cui in quella data supereranno il numero di barili degli Stati Uniti.

Nel frattempo gli Stati Uniti, possono ipotizzare  una situazione energetica migliore. Grazie all’aumento della produzione in zone di “petrolio duro” degli Stati Uniti, compreso il Mar Glaciale Artico al largo delle coste dell’Alaska, le acque profonde  del Golfo del Messico, e le formazioni  scistose in Montana, Nord Dakota e Texas, le future importazioni si ipotizza che diminuiranno, anche se aumenterà il consumo di energia. Inoltre, è probabile che ci sarà maggiore disponibilità di petrolio dall’Emisfero occidentale piuttosto che dal Medio Oriente o dall’Africa. Questo avverrà, anche in questo caso, grazie allo sfruttamento di  ulteriori aree  di  “petrolio duro”, comprese le sabbie bituminose nella zona del fium Athabasca in Canada,(http://it.wikipedia.org/wiki/Sabbie_bituminose) i giacimenti petroliferi brasiliani nelle acque profonde dell’Atlantico,  le regioni ricche di risorse energetiche della Colombia,  una volta straziata dalla guerra e ora sempre più in pace.  Secondo il Dipartimento dell’Energia, la produzione congiunta  negli Stati Uniti, in Canada e in Brasile, si ipotizza che arrivi a 10,6 milioni di barili al giorno tra il 2009 e il 2035, un salto enorme, se consideriamo che la maggior parte delle zone del mondo ipotizzano una diminuzione di produzione.

A chi appartengono, queste rotte marittime, comunque?

 

Da una prospettiva geopolitica, tutto quello che abbiamo detto sembra conferire un reale vantaggio agli Stati Uniti, anche se la Cina diventasse mai più vulnerabile ai ghiribizzi  degli eventi lungo le rotte marittime verso terre lontane. Vuol dire che Washington sarà in grado di contemplare un graduale allentamento dei suoi legami militari e politici con gli stati produttori di petrolio del Medio Oriente che hanno dominato così a lungo la sua politica estera e lo hanno condotto a quelle guerre che sono costate così tanto e che hanno provocato così tanta devastazione.

In effetti, come ha detto a Canberra il presidente Obama, gli Stati Uniti sono ora in una posizione in cui possono cominciare a focalizzare le loro capacità militari in qualche altra zona. “Dopo un decennio in cui abbiamo combattuto due guerre che ci sono costate tanto,” ha dichiarato, gli Stati Uniti rivolgono ora l’attenzione al vasto potenziale dell’area asiatica del Pacifico.”

Per la Cina queste ipotesi comportano un potenziale indebolimento  strategico. Sebbene parte del petrolio che la Cina importa viaggerà via terra attraverso gli oleodotti dal Kazakistan e dalla Russia, la maggior parte di esso arriverà ancora sulle petroliere dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’America Latina lungo rotte marittime controllate dalla Marina statunitense. Infatti quasi ogni  petroliera  che trasporta il petrolio in Cina viaggia nel Mar Cinese meridionale, una zona di mare che l’amministrazione Obama sta ora cercando di porre sotto il suo effettivo controllo navale.

Assicurandosi il dominio navale del Mar cinese meridionale e delle acque adiacenti, l’amministrazione Obama mira evidentemente ad acquisire  l’energia del ventunesimo secolo, equivalente al ricatto nucleare del ventesimo secolo. Questa linea politica implica una minaccia: “spingeteci troppo in là, e metteremo la vostra economia in ginocchio bloccando il vostro flusso di forniture  essenziali di energi”. Naturalmente nessuna di queste cose verrà mai detta pubblicamente, ma è inconcepibile che funzionari importanti dell’amministrazione non ragionino in base a queste linee, e ci sono molte prove che i Cinesi sono profondamente preoccupati per questo rischio, come indicato, per esempio, dai loro frenetici sforzi  di costruire oleodotti incredibilmente costosi attraverso tutta l’Asia fino al bacino del Mar Caspio.

Mentre diventa più chiara la natura del progetto strategico di Obama, è indiscutibile che i dirigenti cinesi come reazione, faranno dei passi per assicurare la sicurezza delle linee di trasporto cinesi  dell’energia.

Alcune di queste mosse saranno indubbiamente di carattere economico e diplomatico e comprenderanno, per esempio gli sforzi di corteggiare altri   paesi protagonisti di quella area,  zona come il Vietnam e l’Indonesia e anche i paesi  maggiori fornitori di petrolio come l’Angola, la Nigeria e l’Arabia Saudita. Non fate errori, però: ci saranno anche sforzi di tipo militare. Un significativo aumento della flotta navale cinese – ancora piccola e arretrata se la paragoniamo alle flotte degli Stati Uniti e dei loro principali alleati – sembrerebbe certamente inevitabile. Analogamente, ci saranno certamente legami militari più stretti tra Cina e Russia e anche con gli stati membri dell’Asia Centrale che fanno parte della Shanghai Cooperation Organization (Kazakistan, Kirghisistan, Tagikistan e Uzbekistan).

Inoltre Washington potrebbe ora provocare gli inizi di una corsa agli armamenti in Asia fatta in puro stile da guerra fredda, che nessuna delle due nazioni potrebbe, alla lunga, permettersi. Tutto ciò è probabile porti a maggiore tensione e a un rischio accentuato di intensificazione  involontario che può derivare da futuri incidenti che potranno coinvolgere navi statunitensi, cinesi e degli alleati; ne è già successo uno nel marzo 2009 quando una flottiglia di imbarcazioni della marina cinese ha circondato una nave statunitense da pattugliamento  per la guerra contro i sottomarini,  The  Impeccable, e ha quasi provocato uno scontro a fuoco. Dato che un numero sempre maggiore di navi da guerra circoleranno in queste acque in maniera sempre più provocatoria, il rischio che un incidente del genere diventi un qualche cosa di molto più esplosivo può soltanto aumentare.

I rischi e i costi potenziali di questa politica che mette l’aspetto  militare al primo posto, condotta  verso la Cina,  non saranno limitati all’Asia. Nell’impulso di promuovere una maggiore auto sufficienza nella produzione energetica, l’amministrazione Obama dà la sua approvazione a tecniche di produzione come: perforazioni nell’Artico, perforazioni in mare aperto, fratturazione idraulica, che è garantito porteranno verso un’ulteriore catastrofe ambientale in patria come quella della Deepwater Horizon.* Contare sulle sabbie petrolifere del Canada, la “più sporca” delle energie, provocherà un aumento nelle emissioni di gas serra e a una molteplicità di altri rischi ambientali, mentre la produzione del petrolio nell’Atlantico        a largo delle coste brasiliane e altrove presenta una serie di seri pericoli.

Tutto questo ci assicura che, dal punto di vista ambientale, militare ed economico ci troveremo in un mondo più e non meno pericoloso. Il desiderio di abbandonare dalle disastrose guerre nel Grande Medio Oriente (il Medio Oriente propriamente detto, più Turchia, Iran, Pakistan e Afghanistan, n.d.T.), per affrontare problemi chiave che stanno covando in Asia, è comprensibile, ma la scelta di una strategia che dà così tanta importanza al dominio  e alla provocazione militare, è destinata a provocare una reazione dello stesso tipo. Non è certo una strada prudente     da seguire che, alla lunga non migliorerà gli interessi americani in  un’epoca in cui la cooperazione economica globale è di importanza fondamentale. Sacrificare l’ambiente per acquisire maggiore indipendenza energetica non ha più senso.

Una nuova Guerra fredda in Asia e una politica energetica in un emisfero che potrebbe mettere in pericolo il pianeta è una mistura fatale che dovrebbe essere riesaminata prima che lo scivolamento verso lo scontro e il disastro ambientale diventi irreversibile. Non bisogna essere dei veggenti per sapere che questa non è la definizione di  buona arte di governare  ma di marcia della follia.

Michael T. Klare  è professore di studi sulla pace e la sicurezza mondiale all’Hampshire College, è collaboratore del sito TomDispatch e autore, da pochissimo di Rising powers, Shrinking Planet.(LePotenze crescono, il pianeta diminuisce). La versione come film documentario del suo precedente libro Blood and Oil (Sangue e petrolio) si può richiedere alla Media Education Foundation. Per ascoltare la più recente audio intervista su Tomcast fatta a Klare da Timothy MacBain, nel corso della quale Klare discute i preparativi militari americani  nel Pacifico, cliccate su  : tomdispatch.blogspot.com/2011/12/new-cold-war-in-asia.html

 oppure scaricatelo sul vostro iPod da :itunes.apple.com/us/podcast-from-tomdispatch-com/id357095817

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su TomDispatch.com, un weblog del Nation Institute, che offre un flusso continuo di fonti alternative, notizie e opinioni da parte di Tom Engelhardt, direttore editoriale, co-fondatore dell’American Empire Project, autore del libro : The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria) e anche del romanzo: The Last Days of Publishing (Gli ultimi giorni dell’editoria). Il suo libro più recente è: The American way of War:How Bush’s Wars Became Obama’s (Haymarket Books) ( Lo stile bellico Americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama).

 

Da Z Net- Lo spirito della  resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

http://www.zcommunications.org/obama-s-risky-oil-threat-to-china-by-michael-t-klare

Fonte TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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