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di Ursula Huws e Ed Lewis   -11 dicembre 2011

Ursula Huws è, tra le altre cose, direttore della società di consulenza in ricerche sociali ed economiche Analytica.  Come parte della serie di articoli del New Left Project [NLP – Progetto per una Nuova Sinistra] dell’annuario del  Socialist Register di quest’anno – La Crisi e la Sinistra –  la Huws ha parlato a Ed Lewis, del NLP, del suo contributo al volume “Crisi come opportunità per il capitalismo: nuova accumulazione attraverso la mercificazione dei servizi pubblici.”

Puoi offrirci una panoramica della tesi che sostieni nel tuo saggio?

Penso che la sinistra, certamente la sinistra inglese, si sia concentrata molto sul vedere la crisi finanziaria come qualcosa che ha a che vedere con le banche e qualcosa a che vedere con la finanziariarizzazione e con l’economia finanziaria.  Tutte le iniziative politiche cui abbiamo assistito di recente – compreso il movimento Occupiamo, che io appoggio assolutamente – si sono concentrate su quanto le banche sono i cattivi, su come cambiare il sistema bancario, su come renderlo responsabile, ecc.  C’è stata pochissima attenzione a quello che sta accadendo in quella che potremmo chiamare ‘economia reale’. E’ un’espressione complicata da usarsi: si è soliti parlare di capitale finanziario e di capitale industriale, come se fossero due cose distinte, cosa che probabilmente era cento anni fa, ma la realtà è che il capitale industriale si comporta sempre più come capitale finanziario.  Abbiamo queste imprese transnazionali che hanno la casa madre in paradisi fiscali, che creano un loro spazio interno globale in cui muovono i loro profitti senza pagare tasse di alcun genere e comportandosi sempre più come banche.

Ma nonostante ciò esiste quella che chiamiamo ‘economia reale’, nel senso che il capitalismo in realtà si affida alla produzione di beni reali che sono consumati da persone del mondo reale e prodotti da persone del mondo reale, per utilizzare un’espressione un po’ datata.  Il capitalismo, indipendentemente da ciò cui si dedicano le banche, entra periodicamente in crisi a motivo del tasso di profitto decrescente e dell’eccessiva accumulazione.  Non è un’idea nuova: Rosa Luxembourg ha scritto in modo molto eloquente del fatto che il capitalismo ha sempre necessità di espandersi all’esterno di sé stesso.  La sua grande intuizione è che c’è bisogno di nuovi mercati esterni al capitalismo perché il plusvalore deve essere ricavato dalla forza lavoro e non accadrà mai che i lavoratori possano acquistare tutti i beni che vengono prodotti, perché l’importo totale dei loro salari sarà sempre inferiore al valore di tali beni.  E allora il capitale deve trovare nuovi mercati al proprio esterno, espandendosi, ad esempio, in parti del mondo che sono pre-capitaliste, di cui ne sono rimaste pochissime.  Deve anche ampliarsi al proprio esterno per altre ragioni.  Deve trovare nuove fonti di lavoro servile, che chieda di meno; deve trovare costantemente nuove fonti di materie prime. Ha sempre più bisogno, in questi giorni e in quest’epoca, di trovare nuovi luoghi in cui scaricare i detriti che derivano da tutta questa produzione di cose fisiche (problema che si aggrava esponenzialmente a dispetto di tutta la retorica sull’ “economia incorporea”). Di fatto nel mondo vengono prodotte cose concrete in misura sempre maggiore rispetto a quanto sia accaduto storicamente in precedenza.  Ma il capitale ha anche costantemente bisogno di nuove cose da trasformare in merci. Questa è quella che i marxisti chiamano l’accumulazione primitiva. In passato le nuove merci sono derivati da aspetti della natura, dal corpo umano, con il generare nuove merci mediante, ad esempio, sostante  o chirurgie cosmetiche. Il capitale è enormemente inventivo nella sua capacità di generare nuove merci più o meno dal nulla.  Ma vorrei sostenere che c’è un altro tipo di mercificazione che sta avendo luogo proprio al giorno d’oggi.

Ora, è chiarissimo che circa all’epoca della crisi finanziario, e legata ad essa in modi complessi,  c’è stata un’altra crisi in corso nell’economia reale.  Se si guarda alle statistiche dell’anno 2006-2007, ad esempio, si vede che c’è stata una  concentrazione del capitale più rapida che mai prima in passato.  In quell’anno la quota di mercato delle società multinazionali è cresciuta tremendamente.  Tali società hanno anche accresciuto la loro quota dell’occupazione globale.  E le fusioni e incorporazioni hanno raggiunto livelli record.  Ma mentre era in corso questa enorme concentrazione di potere da parte delle imprese transnazionali nell’economia globale , c’è stata anche, in realtà, una caduta degli investimenti reali in nuove produzioni, quelli che sono noti come gli investimenti nei ‘campi vergini’.  C’è stato tutto questo denaro che si è riversato in giro, ci sono state tutte queste società che hanno comprato altre società, e c’è stata un’enorme crescita in termini di quota della produzione globale detenuta dalle imprese transnazionali, la quota dell’occupazione mondiale è stata dominata da esse, ma esse non hanno fatto altro che ingozzarsi del potenziale esistente. Hanno cannibalizzato altre imprese, non c’è stata sufficiente produzione nuova.  E dunque c’è stata una crisi di accumulo. Da dove potevano venir fuori le nuove merci?

Ora, una delle tendenze che in effetti si è sviluppata, quasi ignorata almeno negli ultimi quindici anni, è stata che uno dei maggiori campi di espansione delle imprese multinazionali è stata in effetti il settore pubblico.  La mercificazione dei servizi pubblici non è un’accumulazione primitiva nel senso in cui la conosciamo, ovvero di generare nuove merci da aree della vita precedentemente esterne all’economia monetaria, come il lavoro domestico o il corpo; è in realtà la mercificazione del patrimonio collettivo della classe lavoratrice. Perché, se vogliamo, lo stato sociale è quel che i lavoratori sono riusciti a riprendersi dal capitale.  E la loro quota del plusvalore  che è stata ri-appropriata dai nostri genitori e dai nostri nonni, in modo molto eroico, in realtà, non avanzando rivendicazioni economicistiche a breve termine, ma rivendicando cose per l’intera classe lavoratrice.  E questo è ciò che ora viene espropriato.  E dunque per queste imprese transnazionali la crisi finanziaria è stata come una specie di Babbo Natale: questa splendida occasione di costringere i governi a mercificare enormi spazi del settore pubblico, a creare un nuovo campo di accumulazione del capitale nel nome del taglio ai bilanci pubblici per far quadrare i conti.

 Parliamo del processo di mercificazione dei servizi pubblici. Come si verifica?

Il processo di mercificazione lo si può vedere da un punto di vista storico.  E’ un processo che si svolge in diverse fasi.  Prima di tutto dobbiamo riconoscere che l’intera attività economica si basa sull’ingegno, le abilità, il sapere e la creatività umani.  Sono necessari a qualsiasi processo economico. Nella prima fase della mercificazione i processi devono essere standardizzati. Se non sono standardizzati si ha quella che in effetti è una specie di produzione artigiana: la persona competente che costruisce, ad esempio, un canestro, e poi fa un altro canestro e poi un altro ancora; ma i costi di produzione di ciascun canestro sono gli stessi.  Una volta che si sia ottenuta la standardizzazione del processo lavorativo e la possibilità di introdurre una divisione del lavoro, il capitalista può investire soldi nel macchinario che produce in serie i canestri e i lavoratori sono ridotti a unità della linea di produzione, producendo grandi quantità di canestri individuali.  Il profitto su ogni singolo canestro si moltiplica in base al numero di canestri che si vendono, il che è fondamentalmente diverso dalla produzione artigiana, pre-capitalista e pre-mercificazione, nella quale, indipendentemente dal numero di canestri prodotti, il profitto per canestro resta lo stesso.  E’ quella logica della produzione in serie che, per me, è l’essenza della mercificazione. E non si applica semplicemente alle merci fisiche; si può applicare a qualcosa come una polizza d’assicurazione, che può anch’essa essere una merce in modo analogo.

La maggior parte dei servizi pubblici implica in realtà una quantità di lavoro non manifesto che non è facile standardizzare e così risulta molto lunga e difficile la procedura di standardizzazione dei processi in modo che possano essere prodotti efficacemente in serie, utilizzando sempre meno lavoro specializzato.  Così la prima fase consiste nel codificare il sapere non manifesto del lavoratore e nello standardizzare quel sapere in modo tale che, anziché basarsi sull’utilizzo, da parte del lavoratore, della propria iniziativa, creatività e specializzazione, sia completamente standardizzato e replicabile, in modo da poter essere affidato a lavoratori sempre meno specializzati.

Una volta realizzata la standardizzazione il processo può essere gestito in base ai risultati.  Così si ha l’introduzione di indicatori di prestazione o roba del genere, cosicché i lavoratori, invece di ricevere un salario ed essere ritenuti affidabili nel fare quello che fanno in modo dedicato e professionale (i lavoratori del settore pubblico tendono ad essere estremamente dediti, se consideriamo i servizi pubblici non mercificati che sono stati prestati per il loro valore d’uso) vengono sempre più valutati in base a cosa producono, misurato da questi indicatori di prestazione o obiettivi o quant’altro.  E una volta che il lavoro può essere amministrato in base ai risultati, esso può essere esternalizzato.  Può essere eseguito da chiunque.  Tutto quel che si deve fare è contare i risultati  e fissare obiettivi per “un numero X di operazioni all’anca” o “un numero X di visite di assistenza sociale a domicilio”, o di qualsiasi altra cosa. Così il tipo di standardizzazione che funziona in fabbrica, diciamo, può essere applicato ai servizi pubblici e dunque il primo stadio della mercificazione dei servizi pubblici consiste nella standardizzazione e tale standardizzazione ha luogo sempre meno in contesti nazionali.  Stiamo parlando di imprese che hanno una divisione del lavoro a livello globale.  C’è dunque questa standardizzazione che sostiene il tutto, compresa la standardizzazione internazionale (le norme ISO) che fissa parametri qualitativi minimi o specifica particolari procedure e c’è bisogno che di assicurarsi che le qualifiche siano riconosciute globalmente in modo che il lavoro possa essere eseguito dovunque nel mondo da persone con le competenze giuste.  O si manda il lavoro all’estero, il che viene definito ‘delocalizzazione’, o si possono mettere al lavoro lavoratori immigrati.

Dunque la fase una del processo di mercificazione consiste nella standardizzazione; la fase due nella gestione per risultato.  La fase tre si realizza quando si possono disaggregare i processi e le organizzazioni.  Un compito può essere eseguito dovunque nel mondo, dove ci sono persone con le competenze giuste e dove si dispone di un’infrastrutture per il trasferimento, perché tutto può essere fatto a distanza.  Così quel che si fa in effetti è introdurre una catena globale di valore in parti dell’economia dove storicamente non esisteva. Quel che abbiamo visto negli ultimi quindici anni, o circa – in parte a motivo della fine della Guerra Fredda, in parte per l’introduzione del trasferimento globale di informazioni e di tecnologia, in parte per la sconfitta della classe lavoratrice nella maggior parte di paesi sviluppati (almeno nel settore privato) – è stata in effetti la creazione di un esercito globale di lavoratori di riserva.

A motivo della standardizzazione, molte delle cose che sono fornite al settore pubblico, come il supporto della tecnologia informatica e l’elaborazione degli stipendi, sono sempre più praticamente le stesse dei servizi forniti al settore privato.  E abbiamo questa nuova razza di imprese multinazionali che è cresciuta per fornire questi servizi esternalizzati, che hanno una divisione globale interna del lavoro loro propria, dove parte del lavoro viene svolto in paesi in via di sviluppo e parte in prossimità della sede del cliente. Hanno un’enorme flessibilità riguardo al poter introdurre lavoratori immigrati, portare i lavoratori dov’è il lavoro, o all’inviare il lavoro ai lavoratori. Sempre più queste imprese dispongono anche di uno spazio globale in cui operare che consente loro di evitare il pagamento delle tasse.

Queste imprese, almeno negli ultimi dieci anni, hanno esplicitamente preso di mira il settore pubblico, ma in un modo quasi invisibile. Poiché i servizi tendono ad essere considerati funzioni marginali, quel che accade è questo: diciamo che un ufficio governativo decida di affidare le pulizie all’esterno; il sindacato dei dipendenti pubblici pensa “beh, gli addetti alle pulizie non sono i nostri lavoratori chiave, pensiamo che sia un peccato, faremo quel che possiamo, ma fondamentalmente quelli di cui ci preoccupiamo sono gli ispettori delle tasse” ecc.  Così sempre più, un numero sempre maggiore di lavoratori è stato staccato dai libri paga pubblici e esternalizzato cosicché i lavoratori sono diventati dipendenti delle imprese globali e in molti casi, quando ciò è accaduto, è accaduto in modo quasi invisibile, perché è stato fatto mediante un trasferimento di personale.  In realtà le persone non vengono licenziate; si dice semplicemente  “oh beh, diamo questo contratto alla Accenture o alla Serco o alla Siemens Business Services o alla Cap Gemini” o a una di quelle imprese.  Ma continua a esserci bisogno delle competenze di quei lavoratori, almeno nella prima fase.  Così, per esempio, supponiamo che un’impresa ottenga un contratto per la tecnologia informatica esternalizzata; in quella società ritroveremo i lavoratori che sono stati trasferiti dall’amministrazione pubblica, dalle amministrazioni locali, dalla BBC o dalla Barclays Bank o da un’impresa industriale come la Fuijitsu, tutti che lavorano fianco a fianco ciascuno con le diverse condizioni di lavoro ereditate [dal precedente datore].

Ora, il sindacato ritiene di aver fatto il suo dovere nel proteggerli considerate le norme TUPE [Transfer of Undertaking Protection of Employment – Protezione dei Lavoratori nei Trasferimenti d’Azienda] che proteggono il loro trattamento economico e lavorativo quando vengono trasferiti.  E così il problema dei sindacati spesso non è “combattiamo l’esternalizzazione”; è “assicuriamoci che conservino la pensione” o cose del genere “quando vengono trasferiti a questa azienda.” Ma il fatto è che le norme TUPE sono state create per situazioni in cui c’è una specie di cambiamento di datore di lavoro ‘una-tantum’; sono state inizialmente progettate per situazioni di fusione o di acquisizione.  E quel che succede con questi contratti è che essi sono in realtà rinnovati ogni cinque anni, o circa, e ogni volta che sono rinnovati c’è la potenzialità di ulteriori deterioramenti.

Questo processo sembra centrale per la creazione di una forza lavoro precaria nel settore pubblico.

Sta trasformando i lavoratori del settore pubblico in dipendenti del settore privato.  Ma non si tratta soltanto di cambiare il loro status; si tratta anche di trasformarli in dipendenti di imprese globali che hanno una divisione globale del lavoro, mettendoli in concorrenza diretta con lavoratori di parti del mondo a bassa paga con procedure lavorative sempre più standardizzate e quindi proletarizzandoli.

Hai detto in precedenza che la crisi finanziaria ha dato al capitale un’opportunità di ampliarsi ulteriormente nel settore pubblico. Come?

Poiché i governi nazionali sono stati costretti a salvare le banche, ciò ha creato un enorme imperativo di taglio dei bilanci del settore pubblico.  Questo è stato visto dalla nuova razza di multinazionali, che considerano il proprio futuro dipendente in particolare dalla crescita del proprio mercato nel settore pubblico,  come un’enorme opportunità, perché hanno compreso che la pressione sui bilanci pubblici si sarebbe trasferita, in termini politici, in una pressione a esternalizzare, come modo per risparmiare denaro.  Esternalizzare è visto come un modo per risparmiare soldi, anche se c’è una quantità di aspetti per cui l’esternalizzazione non fa risparmiare denaro.  C’è stata una retorica che presuppone che il settore privato sia più efficiente; l’idea è così radicata nella mente della gente da essere una specie di nuovo  comune buon senso che afferma che ‘sarà sempre più economico esternalizzare’. Così le imprese hanno visto questo come un’occasione d’oro per concludere una quantità di nuovi contratti.

Va ricordato che, arrivati al 2007, l’esternalizzazione nel settore pubblico in Inghilterra era già un’industria enorme; era un’industria che contava per il 6% del PIL, più vasta di industrie come quelle del cibo e delle bevande (i numeri sono riportati nel mio saggio). Era già un settore enorme, con un valore aggiunto molto alto, che cercava di espandersi.  Se si riesaminano i documenti che sono stati prodotti prima della crisi, vi è già un  consenso molto chiaro su fatto che entrare nel mercato del settore pubblico era il modo di espandersi, in particolare per queste società che fornivano servizi esternalizzati e anche per le imprese che si occupavano soltanto di subappalto della manodopera, come la Manpower e la Addeco.

Non solo questo è stato il principale spazio di espansione, ma le imprese hanno preso particolarmente di mira la salute e l’istruzione come due aree con le massime potenzialità di espansione e non penso che sia un caso che stiamo assistendo, indipendentemente dai tagli, alle attuali iniziative che intendono spalancare la porta, ad esempio, alle università private statunitensi perché facciano il loro ingresso nel mercato inglese, e a varie altre forme di fornitura nel campo, in particolare, dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione private, ma anche in altri settori.  C’è uno spazio enorme per una continua espansione: il 6% del PIL può sembrare molto, ma la spesa pubblica complessiva si aggira sul 47% del PIL e dunque le opportunità sono enormi.

Qual è stato l’impatto sui lavoratori di questa mercificazione?

I lavoratori del settore pubblico sono rimasti gli unici a mantenere standard di opportunità di lavoro ‘decenti’. Questa è, naturalmente, un’ipersemplificazione.  Ma fondamentalmente i lavoratori che sono stati schiacciati sotto la Thatcher sono stati i lavoratori del settore privato; si potrebbe sostenere che i minatori erano lavoratori del settore pubblico, ma erano addetti alla produzione.  I lavoratori del settore pubblico sono rimasti fortemente sindacalizzati nella maggior parte dei paesi sviluppati; in tutti i paesi della UE, escluso il Belgio, ad esempio, c’è una presenza sindacale più alta nel settore pubblico che in quello privato.  I dipendenti del settore pubblico hanno ferie migliori, non necessariamente una paga migliore ma accordi per un rapporto vita privata-lavoro più equilibrato, accordi per pari opportunità.  Hanno una buona sicurezza del posto, hanno buoni accordi procedurali.

Hanno anche ottenuto maggiore autonomia, spesso … le priorità della standardizzazione sembrano rivolte alla limitazione dell’autonomia, giusto?

Oh, assolutamente.

E tutti questi vantaggi sono stati costantemente erosi.  Devono  lavorare secondo indicatori di prestazione, la procedure sono state molto standardizzate, sempre più amministrate e disciplinate da classifiche e da altri strumenti numerici.

Dunque in un certo senso questi sviluppi colpiscono molto direttamente i dipendenti del settore pubblico, ma colpiscono anche tutti gli altri lavoratori perché tutti i lavoratori hanno beneficiato dei parametri di riferimento fissati dai lavoratori del settore pubblico.  Inoltre gli attuali sviluppi non colpiscono i lavoratori soltanto in quanto lavoratori.  Colpiscono l’intera classe lavoratrice in quanto classe lavoratrice.  Perché ciò che è mercificato è il patrimonio collettivo della classe lavoratrice, sotto forma di questi servizi di assistenza sociale per i quali i lavoratori hanno lottato. Così, se si vuole, è una forma di tripla iella.

Che rapporto ha la tua analisi con la politica contemporanea della sinistra?

Beh, oggi c’è una finestra di opportunità che non resterà aperta a lungo. Nelle prime fasi, in cui i lavoratori sono trasferiti a imprese di esternalizzazione, c’è ancora bisogno di loro; le loro competenze non sono state ancora completamente standardizzate.  Non sono state ancora inserite in un database le dieci domande più frequenti, in modo che qualsiasi lavoratore precario che li sostituisce sia in grado di rispondere.  C’è un processo, anche dopo che la privatizzazione ha avuto luogo, in cui i lavoratori hanno ancora un po’ di forza industriale perché le loro conoscenze non sono state completamente acquisite e codificate.  In questa fase molti sono ancora iscritti al sindacato e sono piuttosto incazzati perché in realtà loro volevano restare dipendenti del settore pubblico.  Volevano svolgere un lavoro che sembrava utile alla società e che non consisteva soltanto nell’arricchire gli amministratori delle imprese.  E a me sembra che quel che i sindacati dovrebbero fare ora  sia organizzare una campagna monumentale per organizzare questi lavoratori, dovremmo attaccare queste imprese.

C’è una straordinaria ironia qui. La vecchia generazione della sinistra in Inghilterra è prevalentemente costituita da lavoratori del settore pubblico; se guardiamo alla base di classe della sinistra, si tratta di insegnanti, di lavoratori sociali.  Negli anni ’70 hanno cercato disperatamente di collegarsi in piccoli gruppi cercando di autoconvincersi di essere membri del proletariato globale.  La tesi allora era “attacchiamo i padroni nel luogo di lavoro, attacchiamo il capitale al suo cuore, è lì che abbiamo conseguito la nostra forza industriale, dove possiamo negare il lavoro e fare la differenza.” Ora, improvvisamente, alla fine … beh, stanno davvero diventando tutti parte del proletariato globale. Ma sembrano aver dimenticato la tesi sindacale.  Questa è una breve finestra di opportunità storicamente senza precedenti perché i lavoratori davvero realizzino il “lavoratori di tutto il mondo unitevi” in modo piuttosto concreto, e attacchino queste imprese.

Naturalmente la sinistra è stata attiva in una molteplicità di modi. Compreso il dire “no ai tagli”.  Ma, secondo me, “niente tagli” è uno slogan sbagliato. Sostenere che il problema sono i tagli significa non cogliere il punto. Perché non si tratta della dimensione del bilancio – intendo dire, naturalmente, che il bilancio è un problema, non sto dicendo di non combattere i tagli – ma limitarsi a dire “andrà tutto bene se ci sarà un bilancio maggiore” significa mancare totalmente il bersaglio riguardo a quello che sta accadendo.  Secondo me lo slogan, al minimo, dovrebbe essere:” Niente esternalizzazioni, niente tagli.”

Vi sono, in realtà, segmenti parecchio importanti del capitale i cui interessi sono di avere un settore pubblico ampio.  Se si guarda alle pubblicazioni delle organizzazioni industriali è assolutamente chiaro che si preoccupano dei tagli nella misura in cui essi si traducono in contratti minori, ma esse apprezzano assolutamente i tagli nel senso che essi costringono gli uffici governativi a considerare con occhio critico i propri bilanci  e a cercare modi per risparmiare denaro e per esternalizzare.  Amano qualsiasi argomento a sostegno dell’idea che l’esternalizzazione sia la principale possibilità di risparmiare soldi.  E la sinistra non ha ancora capito che i servizi pubblici sono ora parte del nuovo, enorme campo dell’accumulazione del capitale globale.

Quindi tu non sei d’accordo con la versione standard della sinistra secondo la quale i tagli sono un progetto di classe nell’interesse del capitale? La classe imprenditoriale ha effettivamente interesse a un settore pubblico ampliato, ma mercificato?

Hanno interesse a un settore pubblico ampliato, ma solo se tale settore pubblico ampliato dispone di una forza lavoro ossequiente  che effettivamente fa parte di una nuovo proletariato globale disaffrancato.  I lavoratori del settore pubblico stanno diventando parte di questo nuovo proletariato globale disaffrancato e dovrebbero risvegliarsi dannatamente bene a tale fatto e cominciare a organizzarsi come tali  e  smettere di cercare di aggiustare le cose trovando nuovi modi per organizzare l’economia per conto del capitale.  Forse sono solo una sindacalista vecchio stile, ma è come se le persone avessero rinunciato a fare una cosa così ovvia e diretta come attaccare il capitale nel luogo di produzione.

Ed Lewis insegna alla facoltà di discipline umanistiche in un istituto secondario del Nord di Londra dove è rappresentate del NUT [Sindacato Nazionale degli Insegnanti].  E’ consigliere politico per l’istruzione dell’organizzazione di beneficenza per le arti e la giustizia sociale Platform. E’ co-redattore del New Left Project.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/crisis-as-capitalist-opportunity-by-ursula-huws

Fonte: New Left Project  

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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