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di Giuseppe Volpe – 8 dicembre 2011

 

“Alla fine del diciannovesimo secolo, William Graham Sumner, un prete episcopale fattosi sociologo accademico, applicò le idee scientifiche di Darwin alla sfera sociale per produrre la sua teoria della sopravvivenza economica dei più adatti.  Gli scritti di Sumner giustificavano l’inerzia del governo riguardo ai vasti dissesti sociali causati dalla rapida industrializzazione e dalle periodiche depressioni economiche che l’accompagnavano.  I critici del nuovo ordine sociale respinsero le rigide “leggi” proposte da Sumner e da altri studiosi conservatori di scienze politiche. Essi reagirono con leggi proprie riguardanti lo sviluppo sociale, basate su interpretazioni alternative della natura e della scienza. Alcuni pensatori sindacalisti proposero una specie di darwinismo sociale della classe operaia, che contestava le idee dei conservatori.  Altri critici accolsero semplicemente con derisione le idee dei conservatori. La poesia del 1878 di Phillips Thompson, “L’economista politico e il barbone” mise in ridicolo il darwinismo sociale propugnato dai conservatori che preferivano credere che la classe operaia fosse destinata ad essere perpetuamente superata dalla classe media, più “adatta”.” (http://historymatters.gmu.edu/d/5000)

 

 

Di seguito propongo una libera rielaborazione dei versi originali.

 

 

 

Un dì, sovrappensier bighellonando

Pei campi all’aria fresca e rugiadosa,

com’è come non è, finii incontrando

il solito barbon che mai riposa.

 

Rugoso, macilento, il vil pezzente

mi s’accostò pietendo carità

“Ho fame, oh generoso! Sii clemente.

Dammi il tuo aiuto, ch’i’ non crepi qua!”

 

Risposi al malcreato villanzone

“Ma vattene all’inferno! Non lo sai,

come la scienza vede ‘sta questione

di quei che han nulla e quei che ci hanno assai?

 

E’ legge di natura che il più adatto

solo e soltanto alfin debba campare,

il debole, nel mondo, il mentecatto,

col forte non ha senso di  lottare.

 

Tu servi a nulla, inutile alla gente,

dalle lagne sai sol trarre il tuo pasto;

su  fatti economista, e immantinente

alla miseria seguirà gran fasto.”

 

S’accese a quel mio dire del cialtrone

nel guardo un lampo come d’intelletto

che dopo aver poltrito gran stagione

si svegli al ragionar sano e corretto.

 

“Nobil signor” mi disse “un grande dono,

oggi m’hai fatto, meglio assai che l’oro;

m’è dolce e saggio del tuo verbo il suono

di scienza voglio viver nel decoro.

 

Nodoso ci ho per caso un bel bastone,

nessun v’è nei dintorni che ci annoi,

proviamo dunque, in singolar tenzone,

chi è che deve vivere tra noi.

 

Chi picchia più preciso e con vigore

da legge di natura sarà fatto

tra noi di certo l’ottimo e il migliore,

dei due quello di vivere più adatto.

 

Se poi verificar non vuoi ‘sta legge

ti prendo, scusa, i soldi e l’orologio.

Mi par che il ragionar così ben regge;

la laurea devi darmi con l’elogio.”

 

Che cosa posso dire? Ci ha ragione.

Non c’è nel suo discorso alcuna pecca.

Ma or nudo e bastonato dal barbone

di piangere e tremar molto mi secca.

 

 

 

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

 

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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