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di Conn Hallinan  – 05 dicembre  2011

Successivamente agli attacchi della NATO del 26 novembre a due posti di
confine che hanno ucciso 24 soldati pachistani, ciò che ci si chiede è se
l’attacco sia stato un incidente nel “buio della guerra” o un colpo calcolato
diretto a silurare il colloqui di pace in Afghanistan.  Considerato che l’incidente ha precipitato a
un nuovo minimo le relazioni tra Washington e Islamabad in un momento critico
della guerra decennale, la risposta è di vitale importanza.

Secondo la NATO, i soldati statunitensi e afgani sono finiti sotto il fuoco
dal lato pachistano del confine e hanno reagito per difendersi.  Ufficiali statunitensi hanno suggerito che
siano stati i talebani a organizzare l’incidente al fine di avvelenare le
relazioni tra USA e Pakistan.  Ma ci sono
alcuni fatti che suggeriscono che lo scontro possa essere stato qualcosa di più
di un caso di “fuoco amico” realizzato da un nemico astuto, su un confine mal
definito e nel normale caos del campo di battaglia.

Il comandante talebano afgano Mullah Samiullah Rahmani nega che i suoi
fossero addirittura nell’area il gruppo di insorti non è mai riluttante a
prendersi il merito di conflitti militari (ovviamente, se c’è inganno, ciò è
esattamente quello che i talebani direbbero).
Tuttavia questa particolare regione è una regione che
l’esercito pachistano occupa da diversi anni ed è considerata “ripulita” da
insorti.

L’incidente non è stato un caso di un attacco di droni o di un
bombardamento andato storto, un evento abbastanza comune. Nonostante tutti i
discorsi sulle “armi di precisione” e sugli “attacchi chirurgici”, i droni
hanno inflitto centinaia di morti civili e bombe da 500 libbre
hanno poco in comune con le  sale
operatorie.  Gli strumenti della NATO
sono stati invece elicotteri da attacco Apache e, secondo l’Associated Press, e un velivolo
d’assalto A-130. In poche parole l’assalto è stato condotto da piloti in carne
ed ossa che presumibilmente hanno identificato i bersagli per i propri
superiori.

Questi bersagli sono stati due fortificazioni di confine, un’architettura
che non è mai stata associata ai talebani. E’ vero che il confine tra il
Pakistan e l’Afghanistan è permeabile e non sempre chiaramente definito, ma gli
insorti afghani non costruiscono postazioni di cemento. Un “forte” è una
banalità per un drone o per un caccia da combattimento, ed è per questo che i
talebani preferiscono le grotte e i bunker nascosti.

Abbastanza ovviamente le due parti dissentono su quel che è successo.  Gli statunitensi affermano di essere stati
attaccati dal confine pachistano, di aver ingaggiato un combattimento di tre
ore e di aver chiamato gli elicotteri alla fine della battaglia.

Ma, secondi i pachistani, non c’era stato fuoco dalla loro parte del
confine e sono stati gli elicotteri a iniziare la battaglia, che è durata un
po’ meno di due ore. I pachistani dicono anche che ci sono stati due attacchi
di Apache. Il primo ha attaccato l’avamposto Volcano e quando il forte gemello
vicino, l’avamposto Boulder, ha aperto il fuoco sugli elicotteri, anch’esso è
finito sotto attacco.  Il Pakistan
afferma che i suoi militari hanno contattato la NATO per avvertirla che stava
attaccando truppe pachistane, ma che il fuoco è proseguito.  Gli elicotteri alla fine si sono ritirati,
soltanto per riapparire e rinnovare l’attacco quando i pachistani hanno cercato
di rinforzare i forti assediati.

Può essere stato un caso di cattive informazioni d’intelligence?

Secondo i pachistani, Islamabad ha avuto cura di fornire alla NATO le
coordinate delle proprie postazioni  per
evitare incidenti esattamente di questo tipo. Il generale pachistano
Ashfaq Nadeem ha affermato
“non è possibile” che le “forze NATO non conoscessero la localizzazione
delle postazioni pachistane.”  Il generale pachistano
Ashram Nader
ha definito l’attacco un “atto deliberato di aggressione”.

Può essere stato “deliberato”? Errori si verificano in guerra, ma la
tempistica di questo scontro è profondamente sospetta.

La cosa avviene in un momento delicato, quando circa 50 paesi si stavano
preparando a riunirsi a Bonn, in Germania, per colloqui intesi a risolvere la
guerra afghana.  In quella riunione il
Pakistan è centrale, il solo paese della regione con estesi contatti tra i vari
gruppi di insorti.  Se gli USA
pianificheranno davvero il ritiro delle truppe per il 2014, avranno necessità
di una stretta collaborazione del Pakistan.

“Questo potrebbe essere uno spartiacque nelle relazioni del Pakistan con
gli Stati Uniti,” ha dichiarato al Guardian
(UK)
l’alto commissario per l’Inghilterra,
Wajid Shamsul Hasan. “Potrebbe far naufragare il calendario del ritiro delle
truppe statunitensi.”

Il Pakistan si è ora ritirato dai colloqui di Bonn e le relazioni tra
Washington e Islamabad sono pessime, quanto mai lo sono state prima.  I pachistani hanno bloccato due principali
vie di terra verso l’Afghanistan, percorsi su cui si muove circa il 50% delle
forniture belliche.  Islamabad ha anche
chiesto che la CIA chiuda la sua base di droni a Shamsi, nella provincia
pachistana del Beluchistan.

Chi trarrà vantaggio da queste ricadute?

Non è un segreto che molti nell’esercito USA sono scontenti della
prospettiva di negoziati con i talebani, in particolare con il più letale
alleato dell’organizzazione, il Gruppo Haqqani. C’è uno strappo non dichiarato
ma generalmente noto tra il Dipartimento della Difesa e il Dipartimento di
Stato, con il primo che vuole battere gli insorti prima di sedersi a discutere
mentre il secondo non è certo che tale tattica funzionerebbe.  Qualcuno del lato in uniforme della divisione
potrebbe aver deciso di far deragliare, o quanto di meno di danneggiare, l’incontro
di Bonn?

Non è nemmeno un segreto che non tutti in Afghanistan vogliono la pace, in
particolare se implica un accordo con i talebani.  L’Alleanza del Nord, costituita
principalmente da tagiki e uzbeki, non vuole avere nulla a che fare con i talebani
insediati  pashtun che sono
principalmente raggruppati al sud e ad est e nelle regioni tribali del
Pakistan.  L’esercito afgano è
prevalentemente tagiko, popolazione che non solo costituisce il grosso della
truppa, ma anche il 70% del comando.  Il
presidente Hamid Karzai è un pashtun, ma è in larga misura una facciata del
governo di Kabul dominato dall’Alleanza del Nord.

Ci sono anche in gioco temi regionali più vasti.

Non è stato sorprendente che la Cina
si sia immediatamente schierata a difesa del Pakistan, con il ministro degli
esteri cinese Yang Jiechu che ha espresso “profondo sconvolgimento e forte
preoccupazione” per l’incidente.  La Cina
non è contenta del dispiegamento della NATO in Afghanistan e ancor meno della
possibilità di basi statunitensi permanenti in quel paese.  In un incontro del 2 novembre a Istanbul, la
Cina, insieme con Pakistan, Iran e Russia, si è opposta a uno spiegamento
statunitense a lungo termine nella regione.

L’Iran è preoccupato per la minaccia costituita dalla potenza militare
statunitense ai propri confini;
Islamabad è preoccupata del fatto che prolungare la guerra
destabilizzerà ulteriormente il Pakistan e Bejing e Mosca nutrono sospetti che
gli statunitensi abbiano posto le loro mire sulle risorse petrolifere e sul gas
dell’Asia Centrale.  Sia la Russia sia la
Cina dipendono dagli idrocarburi dell’Asia Centrale, la prima per le
esportazioni in Europa e la seconda per gestire le sue fiorenti industrie.

La Cina è anche preoccupata riguardo alla recente svolta strategica dell’amministrazione
Obama in direzione dell’Asia.  Gli Stati
Uniti sono intervenuti apertamente in dispute tra la Cina e i suoi vicini dell’Asia
sud-orientale, nel sud della Cina, e recentemente hanno firmato un accorto per
dispiegare 2.500 marines in Australia. Washington ha anche rafforzato i suoi
legami con l’Indonesia e ha riscaldato quelli con il Myanmar. Per la Cina tutto
questo appare come una campagna per circondare Beijing di alleati USA e tenere
un dito premuto sulla giugulare energetica cinese.  Circa l’80% del petrolio cinese si muove
attraverso l’Oceano Indiano e il Mare Meridionale Cinese.

Un ingrediente chiave di qualsiasi formula per bilanciare il potere e l’influenza
crescenti della Cina in Asia è il ruolo dell’India. New Delhi si è
tradizionalmente mantenuta neutrale in politica estera, ma, a partire dall’amministrazione
Bush, si è fatta sempre più vicina a Washington.  La Cina e l’India hanno un rapporto spinoso
che risale alla guerra di confine del 1962 tra i due paesi e al sostegno della
Cina al tradizionale nemico dell’India, il Pakistan.  Le rivendicazioni della  Cina su parte dell’area al confine indiano non
hanno migliorato le cose.

L’India gradirebbe anche un governo a Kabul privo di talebani e qualsiasi
cosa che metta Islamabad a disagio va benissimo a New Delhi.  Ci sono elementi nell’esercito e nella comunità
diplomatica statunitensi che vorrebbero vedere Washington scaricare la sua
alleanza con il Pakistan e spingere l’India a rapporti più stretti.  Un buon numero di indiani prova gli stessi
sentimenti.

Sin qui la
Casa Bianca si è rifiutata di scusarsi
, facendo invece trapelare una storia
secondo cui mostrarsi deboli con il Pakistan in un anno di elezioni negli USA è
impossibile.

Alla fine, lo scontro al confine può rivelarsi un incidente, anche se non è
probabile che lo sapremo mai per certo.
Le indagini militari non sono famose per accuratezza e molto di quel che
è accaduto resterà secretato.

Ma con tutte queste correnti trasversali che si incrociano sui cieli bui
del Pakistan, forse qualcuno ha visto un’occasione e l’ha colta.  In un certo senso è irrilevante che l’attacco
sia stato deliberato o stupido: ne avvertiremo a lungo le conseguenze ed è
probabile che le onde si diffonderanno da una collina rocciosa del Pakistan
fino ai limiti estremi dell’Oceano Indiano e oltre.

 

Conn Hallinan può
essere letto presso middleempireseries.wordpress.com

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/pakistan-anatomy-of-a-crisis-by-conn-hallinan

Fonte: Dispatches from the Edges

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC
BY-NC-SA 3.0

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