Lezioni dai morti in un mondo in cui nessuno impara mai nulla 

 

Di Tom Engelhardt

2 dicembre 2011

 

Aveva 22 anni, caporale dei Marines, di Preston nello Iowa, una “città” incorporata nel 1890 con una popolazione attuale di 949 persone. E’ morto in un ospedale in Germania in seguito a ferite riportate nell’ esplosione di un ordigno mentre era di pattuglia nella provincia di Helmand (Afghanistan). Il preside della sua scuola superiore ha detto di lui:”Era un bravo ragazzo”. I suoi genitori gli sono sopravvissuti.

 

Aveva 20 anni, un nella decima Divisione di montagna, di Boyne City, di 3.735 persone, che si pubblicizza come “la città del Michigan settentrionale che cresce più in fretta.” E’morto in seguito alle “ferite riportate quando gli insorti hanno attaccato la sua unità sparando con armi leggere, e i suoi genitori gli sono sopravvissuti.

 

Questi sono gli ultimi due di 10 Americani la cui morte in Afghanistan e in Iraq è stata annunciata dal Pentagono nella settimana del Giorno del Ringraziamento. Gli altri otto venivano da Apache Junction, , Arizona; Fayetteville, Nord Carolina; Greensboro, Nord Carolina;  Navarre, Florida;

Witchita, Kansas; San Jose, California; Moline, Illinois e Danville, California. Sei di loro sono morti a causa di ordigni esplosivi improvvisati (bombe sul ciglio delle strada), si presume senza neanche aver visto i nemici afgani che li hanno uccisi. Uno è morto per “fuoco indiretto” e un altro mentre “conduceva operazioni di combattimento”.

Su questi eventi i comunicati stampa del Ministero della Difesa sono relativamente reticenti, come lo era anche l’esercito, per esempio, quando ha dato la notizia che la stessa settimana di 17 “potenziali suicidi” tra i soldati in servizio attivo in ottobre.

In questi giorni, i nomi e i morti  arrivano goccia a goccia sulle pagine interne dei giornali o semplicemente nell’etere, in una guerra alla quale ora sono contrari il 63% degli Americani, secondo i più recenti  sondaggi di opinione della CNN/ORC, ma in realtà raramente ricordati da chiunque in questa nazione. E’ una realtà resa più facile dal fatto che i morti dell’Esercito dei Volontari d’America in generale vengono da posti che si dimenticano: piccole città, sobborghi poco noti, città di terzo o quarto rango, e da un esercito con il quale  sempre meno Americani hanno un qualche legame.

A parte coloro che gli vogliono bene, chi presta più attenzione alla morte di soldati americani in terre remote? Queste morti, dopo tutto, sembrano poca cosa  rispetto ai numeri di  quelli muoiono in incidenti,  come i 16 Americani che sono morti sulle autostrade dell’Ohio nel lungo weekend del Giorno del ringraziamento o i 32.788 Americani che sono morti in incidenti stradali quello stesso anno.

E quindi quella stessa settimana chi avrebbe prestato la minima attenzione alla morte di Mohammad Rahim, un agricoltore della provincia di Kandahar, nell’Afghanistan meridionale? Quattro dei suoi figlie maschi e due femmine – tutti tra i 4 e i 12 anni – sono stati uccisi in un attacco aereo della NATO (indubbiamente americano), mentre stavano lavorando nei campi. Inoltre, una figlia di otto anni di Rahim è stata “ferita gravemente”. Se lo stesso Rahim sia stato ucciso non è chiaro dai modesti rapporti che abbiamo riguardo allo “incidente”.

In totale, sette civili e forse due insorti in fuga sono morti. Lo zio di Rahim Abdul Samad, tuttavia, pare abbia detto che “Non c’erano Talebani in zona; è una dichiarazione infondata che i Talebani stessero mettendo delle mine. Sono stato sul posto e non ho trovato il minimo segno di bombe o di altre armi. Gli Americani hanno compiuto un grave delitto contro bambini innocenti; non saranno mai perdonati.”

Come in tutti i casi di questo genere la NATO ha aperto “un’inchiesta” su quanto è accaduto. I risultati di queste indagini vengono raramente resi noti.

Analogamente, nel fine settimana del Giorno del Ringraziamento(26-27 novembre),  un numero compreso tra i 24 e i 28 soldati pachistani, tra cui due ufficiali, sono stati uccisi in una serie di attacchi con elicotteri e  caccia  a reazione in due avamposti in Pakistan al di là del confine con l’Afghanistan. Uno di questi, secondo fonti pachistane, è stato attaccato due volte e ci sono stati dei feriti. Ufficiali pachistani, indignati, hanno denunciato subito l’attacco, hanno chiuso i punti chiave di attraversamento ai veicoli statunitensi che portano forniture militari in Afghanistan e hanno chiesto che gli Stati Uniti lasciassero una base aerea di importanza fondamentale usata per la guerra della CIA con gli aerei senza pilota nelle zone tribali pachistane. Come risposta, i funzionari americani, sia militari civili, hanno porto le loro condoglianze e tuttavia hanno addotto la scusa della  “auto-difesa”  e hanno offerto promesse di una minuziosa  indagine sulle circostanze  relative allo “incidente di fuoco amico”.

Tra questi conteggi relativamente modesti di morti, non dimenticate una cifra  sconvolgente che è venuta fuori durante lo stesso fine settimana del Giorno del Ringraziamento: la stima che, in Iraq, 900.000 mogli hanno perduto i loro mariti dall’inizio dell’invasione degli Stati Uniti nel marzo 2003. Non c’è da sorprendersi che molte di queste vedove siano in uno stato di disperazione  e, a quanto si dice  non ottengono quasi nessun aiuto né dal governo iracheno né da quello americano. Sebbene i loro mariti sono indubbiamente morti in vari modi, in situazioni di guerra, di guerra civile, e di pace, la cifra offre davvero un’indicazione approssimativa dei livelli di  massacro che l’invasione statunitense  ha imposto a quel paese negli scorsi otto anni e mezzo.

 

Distruzione creativa nel Grande Medio Oriente *

 

Pensate a tutto questo come a una scheda segnapunti parziale di una sola settimana dello stile bellico americano.  Quando lo fate, ricordate le grandi speranze di Washington soltanto di un decennio fa riguardo a quello che l’esercito americano  “leggero” e col metodo  “colpisci e sgomenta” *  avrebbe fatto, riguardo al modo in cui avrebbe distrutto da solo,  i nemici,    riorganizzato il Medio Oriente, creato un nuovo ordine sulla Terra, fatto scorrere il petrolio, privatizzato e ricostruito  intere nazioni e fatto entrare  la pace in tutto il mondo, specialmente nel Grande Medio Oriente, in  termini graditi all’unica super potenza del pianeta.

Che queste “speranze” altissime fossero allora la moneta del regno di Washington, è la misura del modo in cui le opinioni deliranti        passavano per varietà strategica ed è un promemoria di come, per una volta, i sapientoni di ogni tipo trattavano quelle speranze come se rappresentassero proprio la realtà. E tuttavia, non dovrebbe essere stato uno shock accorgersi che una “politica estera” che metteva l’esercito al primo posto e una forza militare provvista di incredibile potenza tecnologica ai suoi ordini, si sarebbe dimostrata incapace di costruire qualsiasi cosa. Nessuno si sarebbe dovuto stupire che una forza tale andava bene soltanto per quello per cui era stata costruita: morte e distruzione.

Si potrebbe addurre l’argomento che la versione militare statunitense di “distruzione creativa”, portata direttamente nei paesi produttori di petrolio più importanti, ha davvero preparato la strada, anche se inavvertitamente, alla futura Primavera Araba, in parte unificando tutta quella zona nella miseria e  nell’avversione  viscerale. Nel frattempo gli  “errori,” gli “incidenti,”, i “danni collaterali,”, i pranzi di matrimonio con massacro, i funerali che sono stati bombardati,  i “contrattempi,” e le “comunicazioni male interpretate,” hanno continuato ad ammucchiarsi, come i cadaveri degli Afgani, degli Iracheni, dei Pachistani, degli Americani e di tanti altri che vivono in luoghi di cui non avete mai sentito parlare se non ci siete nati.

Nessuna di queste cose avrebbe dovuto meravigliare nessuno. Forse, almeno marginalmente, è stata più sorprendente l’incapacità dei militari americani di esercitare la loro potenza distruttiva per riportare una qualsiasi vittoria. Dall’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre del  2001, ci sono state così tanti proclami di “successo,” di “missione compiuta,” di “svolte importanti,”  di “ punti di non ritorno raggiunti,”  di “progressi” fatti, e così poco da mostrare.

In mezzo alla devastazione, alla destabilizzazione, e al disastro, le grandi speranze sono evaporate tranquillamente. Ora naturalmente, lo slogan “colpisci e sgomenta” è scomparso da molto tempo. Quegli slanci   trionfanti sono orami storia. La contro insurrezione o COIN che per un po’ di tempo è stata la cosa più “forte” che c’era,  è stata spazzata via  ed è finita nel secchio della spazzatura della storia dal quale il Generale (ora direttore della CIA) David Petraeus la  ha  recuperata  non molti anni fa.

Dopo un decennio in Afghanistan dove l’esercito americano ha combattuto una minoranza di insorti, forse tanto impopolare quanto potrebbe essere qualsiasi altro movimento “popolare”, la guerra afgana è ora considerata quasi da tutti “impossibile da vincere” oppure a “un punto morto”. Naturalmente che cosa significhi punto morto quando l’esercito più potente del pianeta  combatte un mucchio di guerriglieri di una zona remota, alcuni dei quali forniti di armi che meritano di essere messe in un museo, nel migliore dei casi è una domanda senza risposta.

Nel frattempo, dopo quasi nove anni di guerra ed occupazione, in Iraq l’esercito statunitense sta chiudendo le sue mega-basi costate molti miliari di dollari e sta ritirando le truppe. Sebbene lasci sul posto una missione immensa del Dipartimento di Stato sorvegliata da un esercito di 5.000 mercenari, un bilancio destinato alle spese militari  di 6,5 miliardi di dollari per il 2012, e più di 700 addestratori per lo più di assassini pagati,  l’Iraq è chiaramente una perdita per Washington. In Pakistan la guerra americana  condotta con gli aerei senza pilota, unita al più recente “incidente” al confine pachistano che evidentemente coinvolge gli agenti segreti delle forze speciali statunitensi, ha ulteriormente destabilizzato quel paese e le sue alleanze con gli Stati Uniti. Un importante candidato pachistano alla presidenza sta già chiedendo di mettere fine a quella alleanza, mentre l’anti-americanismo aumenta molto rapidamente.

Nessuna di queste situazioni dovrebbe sorprenderci. Dopo tutto che cosa esattamente potrebbe portare con sé una  politica estera che caparbiamente          mette al primo posto l’esercito, tranne una forza distruttiva (e neanche soltanto per le terre straniere)? Come ci ricordano le proteste di OWS e il fatto che siano state represse, anche le forze di polizia americane sono state pesantemente militarizzate. Nel frattempo le nostre guerre e le spese per la  sicurezza nazionale, hanno prosciugato gli Stati Uniti di bilioni di dollari del tesoro nazionale lasciandosi dietro un paese a un punto morto in politica, con l’economia prossima a una situazione di “colpisci e sgomenta,” le infrastrutture vacillanti e vaste maggioranze di cittadini arrabbiati convinti che la loro terra non sia soltanto  “sulla strada sbagliata”, ma “in declino.

 

Nel vortice

Un decennio dopo, forse l’unica cosa che veramente causa sorpresa è vedere quanto poco hanno imparato a Washington. La scelta del primato dell’esercito che è riecheggiata nel secolo – naturalmente c’erano disponibili altre opzioni – è diventata l’unica opzione che rimaneva nell’arsenale impoverito di Washington. Dopo tutto, il potere economico del paese è a brandelli (questo è il motivo per cui gli europei guardano alla Cina per chiedere aiuto nella crisi dell’euro), il suo “soft-power” *** è andato a rotoli e il suo corpo diplomatico o è stato militarizzato oppure è stato relegato molto tempo fa nelle posizioni meno importanti dello stato.

 

Quello che comunque non potrebbe essere più strano, è che dal vortice distruttivo del disastro politico l’amministrazione Obama ha tratto la conclusione meno plausibile: che la maggior parte di quello che ha causato la nostra disfatta è ora nei nostri programmi: dal Pakistan all’Uganda, all’Afghanistan alla Somalia, al Golfo Persico alla Cina.  Sì, la COIN  è uscita di scena e le forze destinate alle  operazioni speciali  (per esempio i SEAL che hanno ucciso Osama bin Laden, n.d.T.) sono in auge, ma la linea politica fondamentale rimane la stessa.

Le prove dell’ultimo decennio mostrano chiaramente che nulla di importante è probabile che venga costruito sulle macerie di una tale politica globale, soprattutto in rapporto alla Cina, il maggior creditore dell’America. Tuttavia, anche in  quel caso, come ha segnalato il presidente Obama (anche se debolmente) durante il suo recente annuncio di un simbolico stanziamento permanente dei Marines a  Darwin, in Australia, la strada militare rimane quella della minore resistenza. Come ha detto di recente Michael Klare, sulla rivista Nation, “E’ impossibile evitare la conclusione che la Casa Bianca ha deciso di controbattere alla spettacolare crescita economica della Cina con una replica di tipo militare.”

Come fa notare  Barry Lando, ex produttore di 60 Minutes (News magazine del canale televisivo americano CBS), la Cina, e non gli Stati Uniti, è “uno dei paesi che ha ottenuto i più grossi benefici dal petrolio della guerra irachena.” Infatti, le nostre installazioni   militari  in tutta la zona del  Golfo Persico, soprattutto  difendono  il commercio cinese. “Proprio come le truppe e le basi americane si sono sparse nei paesi del Golfo,” scrive Lando, “così hanno fatto anche  gli uomini di affari cinesi, ansiosi di sfruttare le risorse vitali che i militari statunitensi proteggono con così tanta premura…

In altre parole, l’unico più mostruoso errore degli anni di Bush – confondere il potere militare con quello economico – è stato scolpito nella pietra. Washington continua a governare con i suoi aerei senza pilota e a fare domande, a porgere condoglianze, o a intraprendere indagini in un secondo momento. Questa è, naturalmente, una strada destinata certamente   a portare con sé distruzione e ripercussioni. Nessuna di queste è verosimile che alla lunga ci porti benefici, meno che mai in rapporto alla Cina.

Quando la storia, che è  più imprevedibile degli argomenti,  diventa prevedibile, state in guardia!

In quello che dovrebbe essere un momento in cui si debba pensare in modo creativo, l’unica lezione che Washington sembra capace di assimilare è che la sua politica fallimentare è l’unica politica possibile.

Come è sempre avvenuto dal 12 settembre 2001, Washington rimane occupato in una furiosa e costosa battaglia contro i  fantasmi, destinata a essere persa  nella quale, sfortunatamente, gente assolutamente vera muore e donne assolutamente vere rimangono vedove.

 

Aveva 22 anni….

 

Aveva 12 anni….

 

Queste parole le leggerete ancora più volte nel nostro mondo dove non si impara mai nulla la curva e dove le condoglianze non saranno mai mai abbastanza.

 

*Greater Middle East: è un termine politico coniato dall’Amministrazione Bush che riunisce insieme vari paesi che appartengono al mondo musulmano e, specificamente: Iran, Turchia, Afghanistan e Pakistan. A volte vi si includono varie nazioni dell’Asia Centrale. (da: *      *http://en.wikipedia.org/wiki/Greater_Middle_East. )

** http://it.wikipedia.org/wikiShock_and_awe

*** http://it.wikipedia.org/wiki/Soft_power

 

Tom Engelhardt, cofondatore dell’American empire Project e autore di: The American way of War: How Bush’s Wars Became Obama’s (Lo stile bellico americano: come le guerre di Bush sono diventate quelle di Obama), e anche di: The End of Victory Culture (La fine della cultura della vittoria), dirige il sito TomDispatch.com del Nation Institute, dove questo articolo è stato pubblicato per la prima volta. Il suo libro più recente, The United States of Fear (Gli Stati Uniti della paura) (Haymarket Books) è stato appena pubblicato.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/lessons-from-the-dead-in-a-no-learning-curve-world-by-tom-engelhardt

Fonte: TomDispatch.com

Tradizione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly– Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

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