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di Paul Krugman  – 03 dicembre  2011

L’euro può essere salvato? Non molto tempo fa ci veniva detto che i possibili peggiori sviluppi consistevano in un’inadempienza della Grecia. Ora sembra sin troppo probabile un disastro molto più vasto.

E’ vero, la pressione dei mercati si è allentata un po’ mercoledì, dopo che le banche centrali hanno fatto un reboante annuncio di linee di credito ampliate (il che, di fatto, non produrrà quasi alcuna differenza).  Ma persino gli ottimisti ora vedono l’Europa avviata alla recessione, mentre i pessimisti ammoniscono che l’euro può diventare l’epicentro di un’altra crisi finanziaria globale.

Com’è che le cose sono andate in modo così sbagliato?  La risposta che sentirete di continuo è che la crisi dell’euro è stata causata dall’irresponsabilità fiscale.  Accendete la televisione e probabilmente vi ritroverete con qualche guru che dichiara che se gli Stati Uniti non tagliano le spese finiremo come la Grecia. La GRECIA!

Ma è vero quasi il contrario.  Anche se i capi dell’Europa continuano a insistere che il problema è la troppa spese delle nazioni debitrici, il problema vero è che c’è troppo poca spesa nell’Europa nel suo complesso.  E i loro tentativi di sistemare le cose chiedendo un’austerità sempre più severa hanno svolto un ruolo principale nel rendere peggiore la situazione.

La storia sin qui:  negli anni che hanno portato alla crisi del 2008 l’Europa, come gli Stati Uniti, ha avuto un sistema bancario al galoppo e un rapido accumulo del debito.  Nel caso dell’Europa, tuttavia, molti dei prestiti sono stati oltreconfine, come ad esempio fondi tedeschi affluiti in Europa meridionale.  Questi prestiti erano percepiti come a basso rischio.  Ehi!, i beneficiari stavano tutti nell’euro, cosa avrebbe potuto andar storto?

Per la maggior parte, a proposito, questi prestiti sono andati al settore privato, non ai governi.  Solo la Grecia era incorsa in ampi deficit di bilancio in quegli anni buoni; la Spagna di fatto aveva un surplus alla vigilia della crisi.

Poi è scoppiata la bolla.  La spesa privata nelle nazioni debitrici è caduta a picco. E la domanda che i capi europei avrebbero dovuto porsi era come evitare che quei tagli alle spese causassero una flessione di livello europeo.

Hanno invece reagito all’inevitabile crescita dei deficit guidata dalla recessione chiedendo che tutti i governi – non solo quelli delle nazioni debitrici – tagliassero le spese e aumentassero le tasse.  Avvertimenti che ciò avrebbe aggravato il crollo erano ignorati.  “L’idea che le misure d’austerità possano innescare la stagnazione è scorretta” dichiarava Jean-Claude Trichet, allora presidente della Banca Centrale Europea.  Perché? Perché “politiche che ispirino fiducia favoriranno, e non intralceranno, la ripresa economica.”

Ma la favola della fiducia è stata uno spettacolo mancato.

Aspettate, c’è di più.  Negli anni del denaro facile, i prezzi e i salari nell’Europa meridionale erano aumentati in modo significativamente più rapido che nell’Europa settentrionale. Questa diversità deve ora essere invertita, o con prezzi in discesa al sud o con prezzi in ascesa al nord.  Il che comporta che, se l’Europa meridionale viene costretta ad aprirsi la via alla competitività deflazionando, pagherà un caro prezzo in termini di occupazione e peggiorerà i propri problemi del debito.  Le probabilità di successo sarebbe molto maggiori se la diversità fosse colmata attraverso un aumento dei prezzi al nord.

Ma per chiudere il divario aumentando i prezzi al nord, chi decide della politica dovrebbe accettare un’inflazione temporaneamente più elevata per l’area euro nel suo complesso.  Ed è stato detto chiaramente che non sarà fatto.  Lo scorso aprile, in effetti, la Banca Centrale Europea ha cominciato ad aumentare i tassi d’interesse, anche se era ovvio alla maggior parte degli osservatori che l’inflazione sottostante era, caso mai, troppo bassa.

E probabilmente non è una coincidenza che aprile sia stato anche il periodo in cui la crisi dell’euro è entrata nella sua nuova e più tremenda fase.  Lasciamo perdere la Grecia che per l’Europa è circa quel che Miami e dintorni è per gli Stati Uniti.  A questo punto i mercati hanno perso la fiducia nell’euro nel suo complesso, spingendo al rialzo i tassi d’interesse anche di paesi come l’Austria e la Finlandia che certamente non sono noti per dissolutezza.  E non è difficile vedere il perché.  La combinazione di un’austerità per tutti e di una banca centrale morbosamente ossessionata dall’inflazione rende sostanzialmente impossibile ai paesi indebitati sfuggire alla trappola del debito ed è, perciò, una ricetta per diffuse inadempienze, corse alle banche e un collasso finanziario generale.

Spero, per il bene nostro e loro, che gli europei cambieranno corso prima che sia troppo tardi.  Ma, per essere onesto, non credo che lo faranno.  In effetti è molto più probabile che li seguiremo lungo la via verso la rovina.

Poiché negli Stati Uniti, come in Europa, l’economia è trascinata in basso da debitori tormentati, nel nostro caso principalmente i proprietari di abitazioni.  E anche al riguardo noi abbiamo un bisogno disperato di politiche monetaria e fiscali espansive a sostegno dell’economia, mentre tali debitori lottano per recuperare la salute finanziaria.  Tuttavia, come in Europa, il dibattito pubblico è dominato da rimproveri per il debito e ossessioni per l’inflazione.

Così la prossima volta che sentite qualcuno affermare che se non taglieremo la spesa ci trasformeremo nella Grecia, la vostra risposta dovrebbe essere che è proprio se taglieremo la spesa mentre l’economia è ancora in depressione che ci trasformeremo nell’Europa. Di fatto, siamo sulla buona strada.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/killing-the-euro-by-paul-krugman

Fonte: The New York Times

traduzione di Giuseppe Volpe

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