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di Jonathan Cook – 03 dicembre  2011

Mentre le proteste infuriavano di nuovo in Medio Oriente, Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele, ha offerto la settimana scorso la sua valutazione della Primavera Araba. Era, ha detto, una “ondata islamica, antioccidentale, antiliberale, anti-israeliana e antidemocratica”, aggiungendo che i vicini arabi di Israele si stavano “muovendo non in avanti, bensì all’indietro”.

Ci vuole una bella insolenza – o, al minimo, un’epica autoillusione – perché il primo ministro d’Israele dia in questo momento al mondo arabo lezioni di liberalismo e di democrazia.

Nelle settimane recenti, una piena di misure antidemocratiche si è guadagnata il sostegno del governo di destra di Netanyahu, giustificata da una nuova dottrina della sicurezza: non vedere il male, non ascoltare il male e non parlare male di Israele. Se le proposte di legge saranno approvate i tribunali israeliani, i gruppi per i diritti umani e i media israeliani e la comunità internazionale saranno trasformati nelle tre proverbiali scimmiette sagge.

La comunità vigilante israeliana per i diritti umani è stata il principale bersaglio di questo assalto.  Ieri la fazione di Netanyahu nel Likud e il partito Yisrael Beiteinu del suo ministro degli esteri di estrema destra, Avigdor Lieberman, hanno proposto una nuova legge che metterebbe a tacere molta della comunità israeliana per i diritti umani.

La proposta di legge divide efficacemente le organizzazioni non governative (ONG) in due categorie: quelle definite dal diritto come filoisraeliane e quelle considerate “politiche”, o anti-israeliane.  Quelle favorite, come i servizi di ambulanza e le università, continueranno ad essere generosamente finanziate da fonti straniere, principalmente ricchi donatori privati ebrei degli Stati Uniti e dell’Europa.

Quelle “politiche” – intendendo quelle che criticano le politiche governative, specialmente riguardo all’occupazione – saranno interdette dal ricevere fonda da governi stranieri, le loro principali fonti di reddito. Le donazioni da fonti private, sia israeliani sia straniere, saranno assoggettate a un’imposta paralizzante del 45%.

I motivi per essere definiti una ONG “politica” sono convenientemente vaghi:  negare il diritto di Israele ad esistere o il suo carattere democratico ed ebraico; incitare al razzismo; appoggiare la violenza contro Israele; appoggiare la messa sotto processo di politici o soldati da parte di tribunali internazionali; o sostenere boicottaggi dello stato.

Un gruppo per i diritti umani ha avvertito che tutti i gruppi che hanno agevolato il rapporto 2009 dell’ONU del giudice Richard Goldstone riguardante i crimini umani commessi durante gli attacchi israeliani a Gaza dell’inverno 2008 sarebbero vulnerabili in base a tale legge.  Altre organizzazioni, come Rompere il Silenzio che pubblica le testimonianze dei soldati israeliani che hanno commesso crimini di guerra o vi hanno assistito, saranno anch’esse messe a tacere. E una ONG arabo-israeliana ha dichiarato di temere che il suo lavoro di rivendicazione dell’uguaglianza tra tutti i cittadini israeliani, compreso il quinto costituito da palestinesi, e di por fine ai privilegi ebraici verrebbe considerato come negazione del carattere ebraico di Israele.

Al tempo stesso Netanyahu vuole che siano evirati i media israeliani.  La settimana scorsa il suo governo ha imposto il suo peso a favore di una nuova legge antidiffamazione che lascerà solo pochi milionari in una posizione tale da poter criticare i politici e i dirigenti.  Netanyahu ha osservato: “la si può chiamare legge antidiffamazione, ma io la chiamo ‘legge per la pubblicazione della verità’.” I media e i gruppi per i diritti umani temono il peggio.

Questa scimmietta non deve dire il male.

Un’altra proposta di legge, sostenuta dal ministro della giustizia, Yaacov Neeman, è intesa ad alterare la composizione di una giuria che seleziona i giudizi della corte suprema d’Israele.  Diversi posti da giudice stanno per restare vacanti e il governo spera di riempire la corte di nominati che condividano la sua visione ideologica del mondo e che non cassino le sue leggi antidemocratiche, compreso il suo più recente attacco alla comunità dei diritti umani.  Il candidato favorito da Neeman è un colono che ha una storia di sentenze contro le organizzazioni per i diritti umani.

I maggiori parlamentari del partito di Netanyahu stanno spingendo un’altra proposta di legge che renderebbe pressoché impossibile alle organizzazioni per i diritti umani ricorrere alla corte suprema contro le azioni del governo.

La scimmietta giudiziaria non deve vedere il male.

A un certo livello queste e una serie di altre misure – compresa la crescente intimidazione dei media e del mondo accademico israeliano da parte del governo, un giro di vite su chi denunci dall’interno e la legge, recentemente approvata, sul boicottaggio, che espone i critici degli insediamenti a costose cause legali per danni – sono intese a rafforzare l’occupazione disarmando i suoi critici all’interno di Israele.

Ma c’è un altro, ancor più prezioso obiettivo:  assicurarsi che in futuro le abbondanti storie dell’orrore dai territori palestinesi – controllate dalle organizzazioni per i diritti umani, riferite dai media e ascoltate nei tribunali – non giungano mai alle orecchie della comunità internazionale.

La terza scimmietta non deve ascoltare il male.

Il giro di vita è giustificato, nella visione della destra israeliana, a motivo del fatto che le critiche all’occupazione costituiscono non un problema interno, bensì un’indesiderata interferenza straniera negli affari di Israele.  La promozione dei diritti umani – che sia in Israele, nei territori occupati o nel mondo arabo – è considerata da Netanyahu e dai suoi alleati come intrinsecamente non-israeliana e anti-israeliana.

L’ipocrisia è dura da mandar giù. Israele da lungo tempo reclama una speciale dispensa per interferire negli affari sia della UE sia degli Stati Uniti.  I collaboratori dell’Agenzia Ebraica fanno azione di proselitismo tra gli ebrei europei e statunitensi per persuaderli ad emigrare in Israele. In modo unico, alle agenzie di sicurezza di Israele è lasciata briglia sciolta negli aeroporti di tutti il mondo per molestare e invadere la privacy dei noi ebrei che si imbarcano per Tel Aviv. E i delegati politici di Israele all’estero – sofisticati gruppi di pressione come l’AIPAC negli USA – agiscono da agenti stranieri senza essere registrati come tali.

Ovviamente gli scrupoli israeliani riguardanti le intromissioni straniere sono selettivi.  Nessuna restrizione è prevista per gli ebrei stranieri di destra, come il magnate statunitense dei casinò Irving Moskovitz, che hanno pompato enormi somme a sostegno degli insediamenti illegali ebraici costruiti sulle terre  palestinesi.

C’è anche una logica fallace nel ragionamento di Israele. Come fanno notare gli attivisti per i diritti umani, le aree in cui essi svolgono la maggior parte del proprio lavoro non sono localizzate in Israele, bensì nei territori palestinesi che Israele sta occupando in violazione della legge internazionale.

In privato le ambasciate europee hanno cercato di far valere questo punto. La UE concede a Israele uno status commerciale preferenziale, del valore di miliardi di dollari all’anno per l’economia di Israele, a condizione che esso rispetti i diritti umani nei territori occupati. L’Europa sostiene di avere perciò titolo a finanziare il controllo del trattamento israeliano dei palestinesi. Tanto maggiore è il peccato che l’Europa non agisca sulla base delle informazioni che riceve.

Considerato lo stringersi della morsa della destra, ci si può aspettare che essa inventi modi ancor più creativi di imbavagliare la comunità dei diritti umani e i media israeliani e di castrare i tribunali, come modo per por fine alla cattiva stampa.

Gli israeliani sono ossessionati dall’immagine del loro paese all’estero e da quella che considerano una campagna di “delegittimazione” che minaccia non soltanto la prosecuzione dell’occupazione ma anche la sopravvivenza a lungo termine di Israele come stato etnico. La dirigenza è stata inondata di costanti sondaggi dell’opinione globale che mostrano Israele classificato tra i paesi più impopolari del mondo.

La recente decisione palestinese di rivolgersi alla comunità internazionale per il riconoscimento del proprio stato ha solo amplificato tali rimostranze.

Israele non ha intenzione di modificare le proprie politiche o di perseguire la pace. Il governo di Netanyahu oscilla, piuttosto, tra una voglia disperata di approvare leggi ancor più antidemocratiche per scoraggiare le critiche e una modica moderazione motivata dal timore dei contraccolpi internazionali.

Il mese scorso un dibattito al governo sulla legge contro i gruppi per i diritti umani non si è concentrato quasi per nulla sul merito della proposta.  Invece il capo del Consiglio della Sicurezza Nazionale, Yaakov Amidror, è stato chiamato davanti ai ministri per spiegare se Israele avrebbe perso di più approvando tali norme o consentendo ai gruppi per i diritti umani di continuare il controllo dell’occupazione.

Per quanto possa sembrare illusorio, l’obiettivo ultimo di Netanyahu consiste nel riportare l’orologio indietro di 40 anni, a “un’età d’oro” in cui i corrispondenti stranieri e i governi occidentali potevano, senza arrossire, riferirsi all’occupazione dei palestinesi come “benigna”.

Donald Neff, corrispondente da Gerusalemme della rivista Time negli anni ’70, anni dopo ha ammesso che le prestazioni sue e dei suoi colleghi erano così mediocri all’epoca, in larga parte perché erano disponibili così scarse informazioni critiche riguardo all’occupazione. Quando fu testimone diretto di ciò che stava avvenendo, i suoi direttori negli Stati Uniti si rifiutarono di credergli e alla fine fu trasferito.

Ora, comunque, il genio è fuori dalla lampada. La comunità internazionale comprende pienamente – grazie agli attivisti per i diritti umani – sia che l’occupazione è brutale e sia che Israele ha perseguito la pace in malafede.

Se Israele continuerà il suo corso attuale, andrà in frantumi un altro mito da lungo tempo accettato dai paesi occidentali: che Israele sia “la sola democrazia in Medio Oriente”.

Jonathan Cook il Premio Speciale per il Giornalismo ‘Martha Gellhorn’ . I suoi libri più recenti sono ‘Israel and the Clash of Civilisation: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East’ [Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e ‘Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair’ [Palestina che scompare: esperimenti israeliani di disperazione umana]. Il suo sito web è www.jkcook.net

Una versione di questo articolo è stata inizialmente pubblicata sul National di Abu Dhabi.

 

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/netanyahu-slams-anti-liberal-arab-spring-by-jonathan-cook

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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