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Collocare Occupy, lezioni dal passato rivoluzionario

di David Graeber, 2 dicembre 2011

Forse il più grande storico vivente al mondo, Immanuel Wallerstein, ha sostenuto che dal 1789 tutte le rivoluzioni più importanti sono state delle rivoluzioni mondiali.

La rivoluzione francese avrebbe potuto aver luogo in un solo paese, ma in realtà ben presto ha trasformato l’intera area nord-atlantica del mondo così profondamente che solo 20 anni dopo, le idee che erano state precedentemente considerate di una frangia estremista – ovvero che il cambiamento sociale fu una buona cosa, che il ruolo dei  governi era di gestire il cambiamento sociale, che i governi hanno attinto la loro legittimità da una entità nota come il popolo – si erano così spinte in profondità nel senso comune che anche i conservatori più convenzionali hanno dovuto portare rispetto a queste. Nel 1848 scoppiò la rivoluzione quasi contemporaneamente in 50 paesi diversi dalla Valacchia al Brasile. In nessun paese i rivoluzionari riuscirono a prendere il potere, ma in seguito, le istituzioni ispirate dalla rivoluzione francese – i sistemi di istruzione universale, per esempio – sono stati creati più o meno ovunque.

Vediamo che lo stesso modello si riproduce in tutto il ventesimo secolo. I “dieci giorni che sconvolsero il mondo” nel 1917 hanno avuto luogo in Russia, dove i rivoluzionari sono riusciti a prendere il potere statale, ma quella che Wallerstein chiama la “rivoluzione mondiale del 1968” è stato qualcosa di più simile a ciò che è avvenuto nel 1848: è stata un onda che che ha girato dalla Cina alla Cecoslovacchia, dalla Francia al Messico, non ha preso il potere da nessuna parte, ma comunque ha iniziato una trasformazione ampia nel senso che attribuiamo ad una rivoluzione.

In un certo senso, però, la sequenza del ventesimo secolo è stata molto diversa da quella del secolo passato, perché il Sessantotto non è riuscito a consolidare i guadagni ottenuti nel 1917 – in realtà ha segnato il primo passo significativo nella direzione opposta. La rivoluzione russa, naturalmente ha rappresentato l’apoteosi finale dell’ideale giacobino di trasformare la società dall’alto. La rivoluzione mondiale del 1968 era più anarchica nello spirito. In questo c’è uno strano paradosso, in quanto dalla fine degli anni ’60 l’anarchismo è in gran parte scomparso come movimento sociale di massa. Eppure il suo spirito ha pervaso tutto: la rivolta contro il conformismo burocratico, il rifiuto della politica di partito, il dedicarsi alla creazione di una nuova cultura liberatoria che consentisse una autentica auto-realizzazione individuale.

L’eredità più profonda e duratura della rivoluzione mondiale del ’68 è stato il femminismo moderno. Solo attraverso gli imperativi e le sensibilità introdotte dal femminismo radicale, dalla presa di coscienza dei gruppi non gerarchici, dall’emergere del processo del consenso, dall’enfasi sul liberarsi da ogni forma di disuguaglianza – non importa quanto profondamente radicata nella nostra esistenza quotidiana – che l’Anarchismo – come movimento sociale – iniziò a prendere forma, ancora una volta.

Negli ultimi anni abbiamo visto una sorta di continua serie di piccoli Sessantotto. Le rivolte contro il socialismo di stato che hanno avuto inizio in piazza Tiananmen e sono culminate con il crollo dell’Unione Sovietica sono  cominciate in questo modo, anche se sono state rapidamente deviate verso il massimo recupero capitalista dello  spirito di ribellione degli anni ’60, che è stato conosciuto come il “neoliberismo”. Dopo la rivoluzione mondiale Zapatista – da loro chiamata IV Guerra Mondiale –  iniziata nel 1994 come un mini-Sessantotto, il processo si è fatto così fitto e veloce che è sembrato quasi  istituzionalizzato: Seattle, Genova, Cancun, Quebec, Hong Kong… E in quanto era davvero istituzionalizzato il cd. Movimento NoGlobal, dato che proprio le reti globali e gli Zapatisti avevano contribuito a crearlo, fu una sorta di piccolo Anarchismo realizzato, basato sui principi della democrazia diretta decentralizzata e dell’azione diretta. La prospettiva di dover affrontare un vero e proprio movimento globale democratico ha spaventato parecchio le autorità statunitensi in particolare, che sono andate nel panico. C’è naturalmente un antidoto tradizionale alla minaccia di mobilitazione di massa dal basso, basta iniziare una guerra. Non importa contro chi sia la guerra. L’importante è di averne una, preferibilmente, sulla più ampia scala possibile. In questo caso il governo degli Stati Uniti aveva il vantaggio straordinario di un autentico pretesto – un gruppo di islamisti di destra, disordinato ed in gran parte inefficace fino ad allora che, per una volta nella storia, provava a mettere in pratica una azione terroristica sfrenatamente ambiziosa e poi effettivamente realizzata. Piuttosto che limitarsi a rintracciare i responsabili, gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare a vista miliardi di dollari di armamenti nel nulla. Dieci anni più tardi, il parossismo risultante dal sovraccarico imperiale sembra aver minato le basi stesse dell’Impero Americano. Quello a cui stiamo ora assistendo è il processo di collasso dell’Impero.

Allora sembra sensato che la rivoluzione mondiale del 2011 sia iniziata come una ribellione contro gli Stati satellite degli USA, più o meno allo stesso modo in cui le ribellioni che hanno portato al collasso del potere sovietico in URSS sono cominciate in posti come la Polonia e la Cecoslovacchia. L’ondata di ribellione si è diffusa in tutto il Mediterraneo, dal Nord Africa al Sud Europa, e poi, in modo più incerto in un primo momento, attraverso l’Atlantico a New York. Ma una volta nata, in poche settimane, è esplosa in tutto il mondo. A questo punto è estremamente difficile prevedere in che misura tutto questo alla fine andrà a finire. Gli avvenimenti rivoluzionari nella storia, dopo tutto, si realizzano proprio come momenti che non si è riusciti a predirre in anticipo. Potremmo essere in presenza di un cambiamento fondamentale come il 1789 – un cambiamento non solo nelle relazioni di potere globale, ma nel nostro elementare senso politico comune? E’ impossibile dirlo, ma ci sono motivi per essere ottimisti.

Vorrei concludere elencando tre fatti.

In primo luogo, in nessuna rivoluzione mondiale precedente la mobilitazione è avvenuta nel centro stesso dell’Impero. La Gran Bretagna, la grande potenza imperiale del diciannovesimo secolo, è stata colpita marginalmente dalle rivolte del 1789 e del 1848. Allo stesso modo, gli Stati Uniti sono rimasti in gran parte immuni dai grandi momenti rivoluzionari del ventesimo secolo. Le battaglie di strada decisive di solito non avvengono nel centro dell’Impero, né ai margini super sfruttati, ma in quello che potrebbe essere definito il secondo livello: non Londra ma Parigi, non Berlino ma San Pietroburgo. La rivoluzione del 2011 è iniziata seguendo questo modello familiare, ma in realtà si è diffusa anche nel centro stesso dell’Impero. Se riuscirà a sostenersi, sarà senza precedenti.

Inoltre, questa volta l’elite al potere non può iniziare una guerra. Ci hanno già provato. Sostanzialmente non hanno più carte da giocare a questo riguardo. E questo fa una differenza enorme.

Infine, la diffusione della sensibilità femminista e anarchica ha aperto la possibilità di una vera trasformazione culturale. Ecco la grande domanda: possiamo creare una cultura autenticamente democratica? Possiamo cambiare le nostre concezioni fondamentali su come la politica deve necessariamente essere? Per me, l’immagine di uomini bianchi di mezza età in giacca e cravatta, in posti come Denver e Minneapolis, che con pazienza imparano il metodo del consenso da sacerdotesse pagane o membri di gruppi come gli Anarchist People of Color (ndT Gente di colore anarchica), cosi da prender parte in modo adeguato alle loro locali Assemblee generali (ed esistono davvero! Ho sentito molti reports in merito) potrebbe essere la singola immagine più significativa venuta fuori a tutt’oggi dal movimento Occupy.

Naturalmente questo potrebbe essere il primo momento in un altro turno di recupero e di sconfitta. Ma se stiamo assistendo ad un altro 1789 – un momento in cui le nostre ipotesi di base sulla politica, l’economia, la società, stanno per essere trasformate – questo è esattamente come sarebbe dovuto iniziare.

Da Z Net italy – Lo spirito della resistenza è vivo!

Fonte: http://www.adbusters.org/magazine/99/world-revolution-2011.html

Traduzione di magius

© 2011 ZNET Italy –Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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