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di Ethan Miller – 3 dicembre 2011

Nota: questo testo  è il settimo  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

OCCUPARE!

Cosa vuol dire “occupare”?  Cos’è questa parola così carica che si sta diffondendo come un lampo e ci incita a rivendicare lo spazio pubblico? Ad alcuni di noi fa venire in mente le invasioni, la colonizzazione, come in “una nazione occupata”.  Al tempo stesso il Movimento Occupiamo punta a un senso diverso del termine: qualcosa di più simile a ‘riprendere’, ‘tenere uno spazio al fine di aprirlo a nuove possibilità collettive’.  Dalle sue origini latine “occupare” può, in effetti, significare impossessarsi di uno spazio contro lo status quo e trasformarlo in qualcosa di nuovo. Occupare è costruire uno spazio in cui ci impegniamo nell’attività – l’occupazione – di realizzare il mondo cui aspiriamo. (1)

Dobbiamo comprendere e attuare l’ “occupazione” nel senso più ampio possibile: impossessarci di ogni singolo spazio possibile – fisico e concettuale – in cui esercitare il potere collettivo e sperimentare nuove forme di vita collettiva. Questo riguarda anche il rendere visibili gli spazi che abbiamo già occupato, le pratiche e leforme di vita in cui siamo già radicati e che già condividiamo.  Immaginiamoci come acqua;  immaginiamo i nostri spazi di occupazione come le fenditure in cui fluiamo. Si tratta dei punti d’appoggio da cui lanciamo ogni nuovo momento di azione creativa.

Il bello di #OccupyWallStreet è la creazione di uno spazio pubblico comune che sia più che una protesta; uno spazio tanto di creazione quanto di opposizione. Ed è questo che i nostri movimenti emergenti devono essere: non soltanto movimenti di protesta, non movimenti che soltanto reclamano la soddisfazione delle nostre richieste, bensì movimenti che lavorano attivamente per costruire il mondo in cui desideriamo vivere. Nessuno lo farà al posto nostro, né noi vorremmo che lo facesse.

Dunque: possiamo cominciare con il  creare una mappa e col rafforzare le economie trasformative delle nostre attuali occupazioni. Esse sono, in realtà, sedi in cui vengono generati altri modi di vivere, laboratori pubblici e scuole collettive in cui apprendiamo come vivere insieme, come fare democrazia, come trasformare noi stessi e come attuare forme di sussistenza – occupazioni reali! – senza l’economia di Wall Street. Le molte centinaia di occupazioni che presidiano spazi in tutti gli Stati Uniti e nel mondo sono opportunità perché noi sperimentiamo e dimostriamo il tipo di rapporti e di istituzioni che cerchiamo di creare. Immaginate: al posto di lavori coercitivi cui siamo riluttanti o che persino odiamo, gruppi di lavoro basati sull’affinità e organizzati collettivamente; al posto di pasti isolati (o la mancanza di essi) cucine comunitarie in cui condividiamo il cibo, al posto di media imprenditoriali, forme di condivisione delle informazioni che creiamo e controlliamo noi; autogestione comunitaria a tutti i livelli. In cosa possono evolversi queste strutture? Cosa succederebbe se le collegassimo attraverso le occupazioni, creando o rafforzando reti regionali, nazionali e internazionali di istruzione popolare, pratica democratica, media, assistenza sanitaria, distribuzione di cibo, mediazione e un’immaginazione economica alternativa?

E creiamo una mappa anche delle nostre altre “occupazioni”.  Dove sono gli spazi, nelle nostre comunità, in cui le persone stanno costruendo attivamente relazioni e istituzioni di cooperazione, mutua assistenza, solidarietà e democrazia? Facciamo una mappa dei gruppo di sostegno alle occupazioni, delle associazioni di base di vicinato, dei centri comunitari, delle organizzazioni economiche e di giustizia sociale, dei gruppi di cura della terra e di difesa dell’ecologia, delle cooperative residenziali, degli orti e delle fattorie comunitarie, delle aziende di proprietà dei lavoratori, dei mercati contadini, dei gruppo di mutuo sostegno, delle organizzazioni senza scopo di lucro basate nelle comunità, delle cooperative di credito, delle fondazioni di base, dei collettivi artistici, delle scuole gratuite, delle monete di comunità e delle reti di baratto, delle occupazioni di luoghi pubblici, degli spazi informali di condivisione e collaborazione, dei centri medici basati sulle comunità, dei trust fondiari, dei parchi pubblici e delle librerie pubbliche, e di ogni altro spazio o struttura che ci riesce di scoprire. Queste sono le nostre radici. Sono le nostre proprietà comuni.  Questa è la base da cui cominciamo.

Partendo da qui, dobbiamo costruire nuove occupazioni. Reclamare nuovi spazi pubblici e aprirli alla comunità, alla convergenza, al dialogo e alla creazione comune. E spingiamoci più in là: ispirati da quelli che hanno occupato le proprie case pignorate e si sono rifiutati di farsele portar via; ispirati da quelli che reclamano terreni inutilizzati ed edifici abbandonati e li trasformano in nuovi spazi comunitari; ispirati dai lavoratori in Argentina che hanno occupato le loro fabbriche e le hanno dichiarate proprie (gridando, con parole che hanno acceso la nostra immaginazione: “Occupare! Resistere! Produrre!”); ispirati dai movimenti dei lavoratori senza terra del Brasile e altrove che organizzano occupazioni delle terre, riprendendole dall’1% e creando comunità cooperative multigenerazionali stimolanti. Cominciamo a immaginare tutti i modi in cui possiamo costruire nuove comunanze, spazi condivisi e riserve di risorse, su cui possiamo cominciare a costruire diversi tipi di sussistenza.

COLLEGARE!

Siamo forti soltanto quanto sono forti i nostri collegamenti con gli altri e il lavoro di costruzione di altre forme di sussistenza non può essere fatto da soli. Ricordate la “trappola”: la nostra evasione creativa, se deve funzionare, deve essere collettiva. La faremo insieme o non la faremo affatto.

Le nostre occupazioni devono riguardare il creare collegamenti a ogni passo.

In primo luogo collegare il nostro lavoro su temi molteplici: costruire relazioni di solidarietà tra persone che si battono contro i finanzieri di Wall Street, i finanziatori predaci, le personalità giuridiche delle imprese, l’azione militare, il complesso industriale carcerario, i molti volti del razzismo, la continua colonizzazione di terre e culture indigene, il cambiamento climatico, la devastazione ecologica dell’agricoltura industriale, le isole di plastica che si raccolgono nei nostri oceani, i rifiuti tossici nelle comunità a basso reddito, le privatizzazioni e i tagli ai programmi sociali, il decadimento delle infrastrutture pubbliche e i pignoramenti e la disoccupazione alle stelle.

Tutto questo lavoro di collegamento deve essere fatto, efficacemente e obbligatoriamente, da molti gruppi e dobbiamo sostenerci reciprocamente quanto più possiamo in ogni occasione.  Non si tratta di creare un’unica immagine de “L’Uomo” che unifichi tutte le esperienze di sfruttamento e di oppressione in un sistema o in una cospirazione gigantesca e coerente (ciò nasconderebbe sia la complessità di come tutto si collega sia il fatto che il potere non è mai coerente; non diamogli troppo credito qui!). Ci impegniamo piuttosto nel lavoro di imparare ad ascoltare le reciproche storie, a collegare le reciproche differenze, ad assumere la responsabilità delle nostre complicità e a costruire solidarietà attraverso molti tipi di lotta e di lavoro.  

In secondo luogo, collegare le nostre molte prassi e istituzioni di sussistenza cooperativa in reti di mutuo sostegno: questo è i compito del movimento di economia solidale emergente.  Qui il nostro lavoro consiste nel cominciare a costruire rapporti concreti, materiali, di sostegno e scambio tra iniziative che operano in molteplici settori della vita economica: progetti si prendono cura del, e difendono il, creato (i doni della terra: tutto ciò da cui ricaviamo il nostro sostentamento ma che è al di là dell’azione dell’uomo);  forme di produzione; tipi di scambio e distribuzione; forme di consumo organizzato; strutture di risparmio e allocazione del surplus (riciclo e finanziamento); e pratiche di governo economico democratico (processi decisionali, regole e accordi). Dobbiamo collegare iniziative diverse impegnandoci in questi tipi di lavoro al fine di costruire nuovi ecosistemi sinergici di sussistenza, di accomunare risorse e creare strutture condivise di sostegno e di costruire un potere economico collettivo e organizzato (2).

In terzo luogo, collegare il lavoro dell’organizzazione economica basata sulla solidarietà con il più vasto lavoro di costruzione di movimenti sociali diversi, dai molteplici propositi: dobbiamo integrare le alternative economiche in movimenti sociali e i movimenti sociali in alternative economiche. I movimenti sociali devono diventare il sangue che fluisce nelle vene delle forme di sussistenza di nuova interconnessione.

Sono la base che sostiene questi progetti e al tempo stesso la base che questi progetti sono sempre più in grado di sostenere.  Le organizzazioni che lavorano per la giustizia economica, sociale ed ecologica possono fare da fonti di responsabilità per le reti di economia solidale emergenti che affrontano pressioni culturali ed economiche per adottare “valori di mercato”. E, reciprocamente, le reti di economia solidale possono infondere nei movimenti sociali esempi ed esperienze concrete dei propri valori in azione. Questi collegamenti offrono modi attraverso i quali i movimenti sociali d’opposizione rafforzino le loro critiche e rivendicazioni con un’accresciuta impegno alla costruzione di nuove economie e nuovi modi di vivere.

E, in quarto luogo, il lavoro di collegare forme molteplici di lavoro trasformativo: difesa, attacco, creazione e cura. Dobbiamo collegare il lavoro di difendere le nostre vite e comunità dalla colonizzazione e dall’ingiustizia, il lavoro di opporci attivamente all’oppressione in ogni sua forma, il lavoro di guarire insieme dai traumi e dalle ferite (3) e il lavoro di ideare e costruire modi alternativi di convivenza e di soddisfare i nostri bisogni, come parti integrali di un movimento olistico per la trasformazione.  Non possiamo permetterci di dividerci su queste linee e dobbiamo smettere di essere partecipi di una cultura di attivismo che cerca di basare i suoi giudizi finale sull’importanza, l’efficacia o la “radicalità” delle nostre diverse forme di lavoro. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Abbiamo bisogno delle reciproche differenze.  Abbiamo bisogno delle molte cose diverse che ciascuno di noi ha da offrire.  Si tratta di un’umiltà incessante: non sappiamo come operiamo i cambiamenti di cui abbiamo bisogno e scopriremo i percorsi soltanto insieme.

CREARE!

Il lavoro dell’occupazione e del collegamento deve diventare il lavoro della creazione: la costruzione collettiva creativa di nuove forme di sussistenza e di comunità che possano consentirci di immaginare un giorno in cui Wall Street può crollare senza causare sofferenze a milioni di persone.  E’ la nostra via d’uscita dalla trappola.  Non è l’idea ingenua di “ritirarsi” (come se tutti avessero il privilegio di farlo o il privilegio di scegliere diversamente) o un sogno della speranza di eludere il duro lavoro e la dura lotta. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che il lavoro di sfuggire alla nostra dipendenza è una sede necessaria della nostra azione creativa.

Abbiamo bisogno di un alloggio, di cibo, acqua, abbigliamento, educazione, assistenza sanitaria, amore e dignità. Come ci organizzeremo per creare tutto questo per noi? Come impareremo a creare e a vivere nuove forme di rapporti di persona e comunitari in modo che queste cose possano essere condivise?  Come ideeremo e ci batteremo per istituzioni e politiche che consentano il nostro lavoro di costruzione di queste forme di convivenza? Come possiamo apprendere da quelli che ci sono già passati e da quelli che qui e ora , nelle nostre comunità, stanno sperimentando modelli di vita collettivi e democratici? Che tipi di strutture di sostegno del collegamento, della collaborazione e del lavoro comune possiamo creare, attraverso le quali sostenere questo lavoro emergente? Come trasferiremo gli spazi dei parchi occupati agli spazi del mondo rioccupato?

Ci sono due idee che dobbiamo tenere presenti, mai rinunciando ad esse.

La prima idea è il bisogno di costruire, e batterci per, la stabilità e la sicurezza per noi stessi, la stabilità e la sicurezza reciproche, per le nostre famiglie, per le nostre comunità e per quelli cui siamo collegati in tutto il mondo, qui ed ora.

E’ qui che rivendichiamo (e la lista potrebbe proseguire): politiche sociali eque, smilitarizzazione, ristrutturazione dei sistemi finanziari, cancellazione dei debiti su diversi fronti, politiche commerciali orientate alla giustizia economica, investimenti pubblici per la conversione al post-carbonio e per il ripristino dell’ecologia, istruzione gratuita per tutti, e politiche fiscali che significativamente e progressivamente redistribuiscano la ricchezza dall’1% agli altri, in particolare a quelli che sono stati sistematicamente esclusi dall’avvizzente “classe media”.  E’ qui che lavoriamo, riconoscendo la nostra dipendenza da ciò che vogliamo trasformare, per la creazione di occupazione. Ma non semplicemente una qualsiasi creazione di posti di lavoro: dobbiamo reclamare risorse pubbliche (e private) che ci aiutino a sviluppare nuovi tipi di lavoro:

– Lavori radicati localmente: è ora di rifiutare il mito che il lavoro debba esserci dato da enormi forze “esterne” che non sono responsabili dei nostri bisogni, delle nostre storie e dei nostri luoghi. Abbiamo bisogno di lavori che si basino sui punti di forza locali e regionali, rafforzandoli, e che riflettano le aspirazioni e i valori delle specifiche comunità (4).

– Lavori cooperativi, lavori controllati dai lavoratori e dalle comunità: è ora di dichiarare pubblicamente che una società in cui la maggioranza delle persone passa i suoi giorni a lavorare al comando di dittatori (boss) e a imparare a obbedire agli ordini anziché a pensare da sé non può essere una società democratica. Abbiamo bisogno di lavori che incorporino, nell’attività quotidiana, il tipo di società più vasta che desideriamo coltivare (5).

– Lavori di restauro dell’ambiente: è anche ora di essere seri riguardo a forme di occupazione che non siano dipendenti dalla continua distruzione della base ecologica dalla quale dipendiamo tutti. “Lavori verdi” che cerchino di sostenere i nostri attuali livelli di consumo e di produzione in modo “sostenibile” non fanno per noi. Dobbiamo creare forme di lavoro che siano sinergiche con i nostri habitat comuni.

Al di là delle nostre rivendicazioni (ma con il loro sostegno) dobbiamo allora prendere l’iniziativa di creare lavori radicati localmente in aziende di nostra proprietà, che gestiamo e condividiamo, e che promuovano la resistenza, la stabilità e la salute delle nostre comunità ecologiche.

Al tempo stesso, dobbiamo tener presente la seconda idea: un mondo di sussistenza al di là dell’occupazione.  Dobbiamo passare dal semplice chiederci come potremmo creare altri (o migliori) posti di lavoro al chiederci come possiamo progressivamente creare  condizioni in cui non ne abbiamo più bisogno.

Primo: come possiamo cominciare a costruire un mondo in cui il lavoro non pagato di dare la vita, accudire i figli, prendersi cura degli anziani, costruire la comunità, creare arte, lavorare per la giustizia e difendere e ripristinare i nostri ecosistemi possa essere sostenuto come un bene sociale condiviso? Quali forme di contabilità farebbero funzionare questo e renderebbero il suo valore pubblicamente visibile? Quali strutture di sostegno reciproco e di condivisione del surplus possono rendere questo lavoro più realizzabile e sostenibile?

E, secondo: come rimettiamo in comune, prima di tutto,  le appropriazioni che hanno creato la nostra dipendenza dal lavoro salariato? Come costruiamo forme di accesso diretto, collettivo ai nostri mezzi di sostentamento? Come facciamo a rendere quanto più possibile e praticabile il  crescere il nostro cibo, il raccogliere e condividere  le risorse collettivamente, il produrre  per noi stessi a casa e in comunità cooperative, il costruire le nostre case, il provvedere alle nostre reti non monetizzate di sostegno e assistenza?  La vita al di là del “lavoro” non è per tutti, né è necessario che lo sia.  Ma deve diventare un’opzione sempre più disponibile.  Teniamo gli occhi su questo premio: la possibilità di forme di sussistenza diverse, dignitose, democratiche e cooperative disponibili a tutti.

Sappiamo come renderlo possibile? Non ancora.

Ma possiamo dire questo: è ora di lanciare la più vasta esplosione di sperimentazione pratica che la nostra società abbia mai visto.

Per fare questo lavoro dobbiamo tutti cominciare a immaginare le nostre vite in modo diverso.  Cosa significa trovarsi al limite di tutto ciò che un tempo davano per scontato e scegliere di inoltrarci nell’ignoto? Da soli, questo compito è terrificante.  Insieme, diventa un’avventura del vivere.  Dobbiamo cominciare a immaginare vite in cui le nostre forme di sicurezza (se mai ne disponiamo) non si basano sulle strutture mantenute da Wall Street o di cui essere grati alle banche e a governi corrotti.

Abbiamo necessità di cominciare a esplorare la possibilità di nuove forme di sicurezza, nuove forme di resistenza. Non nelle banche o in fondi pensione, neppure nel denaro, ma in rapporti, nella comunità, nei beni comunitari, nelle competenze comuni, nella terra comune, e nei movimenti comuni di persone che sperimentano, immaginano e costruiscono una diversa convivenza.

Questa sperimentazione creativa non può ignorare il lavoro dell’ideare visioni a lungo termine, il lavoro di  sviluppare e dibattere progetti e mappe del futuro che cerchiamo di creare; ma non possiamo restare attaccati alla rivendicazione sin troppo comune e pericolosa di una “alternativa”.  Non vi è alcuna unica “economia” e non ci saranno alternative uniche.  Questo è un percorso costituito da molti sentieri ed è il lavoro di  molte menti e di molti cuori. Siamo un movimento, non una destinazione.

Sarà un’avventura colossale.

[…]

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(1) Occupare: da ob-capere (latino). Lo ‘ob’ può significare ‘in direzione di, verso’ e al tempo stesso ‘contro’ o ‘in una direzione o in un modo contrario al consueto’ […]. ‘Capere’ significa ‘prendere, impossessarsi’. Al tempo stesso ‘occupare’ è ‘impiegare, fare uso di, esercitare un’arte’ (dall’Oxford English Dictionary).

(2) Una versione più ampia di questo circolo, con descrizioni di molte delle iniziative ivi elencate, può essere scaricata qui.  Per altro sui collegamenti dell’economia solidale, vedere Ethan Miller “Solidarity Economy: Key Concepts and Issues,”  [Economia solidale: concetti e temi chiave] in Emily Kawano, Tom Masterson, and Jonathan Teller-Ellsberg (curatori), SolidarityEconomy I: Building Alternatives for People and Planet. [Economia solidale I: costruire alternative per la gente e per il pianeta] Amherst, MA: Center for Popular Economics, 2010.

(3) Vedere  Yashna, “Communities of Care, Organizations for Liberation.” [Comunità di assistenza, organizzazioni di liberazione]OrganizingUpgrade.com.

(4)  Vedere, per esempio the Business Alliance for Local Living Economies  [L’alleanza imprenditoriale per le economie di sussistenza locale](BALLE).

(5) Verificare, per ulteriori informazioni,  la  U.S. Federation of Worker Cooperatives [Federazione USA delle cooperative di lavoro]

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Ethan Miller è un attivista, pedagogista e ricercatore che lavora per coltivare e appoggiare movimenti per la trasformazione dell’economia su base solidale. Lavora con la Grassroots Economic Organizing e il Community Economies Collective e vive da dieci anni al  JED Collective and Giant’s Belly Farm a Greene, Maine. Ethan è attualmente, per una parentesi, in  Australia a lavorare a un dottorato alla University of Western Sydney con il Community Economies Research Group.

Email Ethan a: leaving.omelas@gmail.com

 

Grazie a Kate Boverman, che ha ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.Geo.coop/node/729

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Puoi scaricare il testo completo nella sezione files del sito

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