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di Ethan Miller  –  27 novembre  2011

Nota: questo testo  è il sesto  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Principio 4: Dalla necessità alla possibilità

Non ci sono “leggi economiche” e non c’è nulla di necessario o di inevitabile riguardo alle dinamiche economiche. Siamo noi a creare le nostre economie e perciò possiamo crearle in modo diverso.

Gli economisti sono stati i sacerdoti del possibile. Quando appaiono in pubblico per affrontare qualche tema o quale problema chiave è quasi sempre per dirci cosa possiamo e cosa non possiamo fare, cosa è fattibile e cosa non lo è, cosa è ragionevole e cosa è semplicemente un sogno ingenuo. Sembrano aver già previsto tutto: un accesso diretto alla somma totale del potenziale umano.  Interessati al cambiamento sociale? A ideare un futuro più equo e democratico? A esplorare nuove possibilità riguardo a come potremmo vivere insieme responsabilmente? Non eccitatevi troppo prima di aver parlato con gli economisti. Sono loro che devono firmarvi il permesso.

Suona familiare? Riusciti a raffigurarveli a ridacchiare delle vostre aspirazioni  quei testardi realisti, segretamente pieni di risentimento per tutto il tempo speso a imparare formule matematiche o strategie imprenditoriali oscure mentre voi ve ne stavate a sognare un mondo migliore?

Beh, è ovvio che sembriamo folli agli economisti convenzionali e ai loro apologetici amici!  L’intera struttura della loro economia è creata per fare esattamente questo: restringere il campo delle possibilità in modo tale da far sembrare certe proposte, certi modelli di vita, non realizzabili, impossibili, ridicole.  Persino alcuni  (anche se non tutti!) gli economisti di “sinistra” partecipano a questo gioco: invece di offrire la loro competenza e creatività per aiutarci a rendere fattibile quel che noi desideriamo creare, tirano fuori le leggi e la logica e ci dicono: “no”.

E’ tempo di cominciare a ignorare consapevolmente e sistematicamente tutti quelli affermano di aver già preso in considerazione tutto ciò che può essere e non può essere fatto. Come dice il proverbio cinese “Quelli che dicono che una cosa  non si può fare dovrebbero non intralciare la strada a quelli che la stanno facendo.” Ne abbiamo abbastanza delle politiche delle “leggi” economiche.  Ciascuna di tali leggi, ciascuna di tali “logiche necessarie”, ogni affermazione che una certa possibilità è preclusa dovrebbero essere sospettate di essere un complotto per bloccare la nostra creatività, la nostra immaginazione e la nostra sperimentazione.  Con questo non vogliamo dire che tutto sia possibile – non lo è – ma semplicemente che ancora non sappiamo dove sia collocata la linea di demarcazione tra il possibile e l’impossibile e che le rappresentazioni che trattengono dall’esplorare questa frontiera sono rappresentazioni che dobbiamo lasciarci alle spalle (1).

Siamo a un incrocio in cui convergono molteplici crisi. Le istituzioni economiche da cui dipendono così tanti tra noi stanno crollando; il picco del petrolio (tra altre “risorse” chiave) sta bussando alla porta; l’instabilità politica è in agguato; gli ecosistemi si stanno disintegrando  e l’intero clima del pianeta sta diventando sempre più volatile. Nessuno sa come risolvere questi problemi o come mobilitare l’umanità in un processo comune e rapido di riconfigurazione dei nostri modelli di vita.  Questo è qualcosa che l’1% e il 99% hanno in comune: siamo di fronte a un futuro tremendamente incerto.  Non vi è alcuna reazione ragionevole se non sperimentare.  Come dice C.S.Holling “Il solo  modo per affrontare un periodo simile, in cui l’incertezza è grande e possiamo prevedere cosa abbia in serbo il futuro, consiste non nel fare previsioni, ma nello sperimentare e attuare in modo inventivo ed esuberante nuove diverse avventure nella vita.” (2)

Sperimentare significa abbandonare lo scettico mondo dei “no” per passare al mondo aperto e creativo del “proviamoci”.  Ma non significa dare la caccia ai mulini a vento o vagabondare senza scopo in morbidi campi di promettenti arcobaleni.  Per molti di noi sperimentare non è neppure una scelta, bensì una dura realtà che affrontiamo con il disfarsi dei sistemi dai quali siamo sin qui dipesi. Sperimentiamo perché abbiamo necessità di trovare nuove forme di sussistenza. La questione riguarda il modo in cui ci impegniamo in questa ricerca.  Possiamo aggrapparci alla speranza di restaurare l’ordine perduto e possiamo cercare dei capri espiatori da incolpare del collasso. Possiamo avventurarci da soli o in piccoli gruppi di egoisti, afferrando tutto quel che si riesce a trovare in un mondo di scarsità. O possiamo trovare e creare nuove comunità di apprendimento in cui la nostra sperimentazione sia collettiva, condivisa e cerchi di costruire qualcosa nel mondo che possa contribuire a un futuro equo e resistente.

In questo lavoro dobbiamo aver chiaro che la “fattibilità” delle nostre proposte e dei nostri progetti non può essere stabilita nei termini fissati dagli esperti e dai gestori dell’economia attuale.  Ogni società crea le condizioni di fattibilità delle proprie pratiche; certe cose sono permesse, altre vietate; certe cose incontrano sostegno, altre sono smentite. Dobbiamo ricordare questo: le imprese capitaliste non spuntano fuori nel mondo magicamente già “fattibili”.  La presunta praticabilità, efficienza e il potere creativo dell’economia di mercato non sono state semplicemente in attesa, pronte a funzionare, per la loro diffusione vincente nel mondo. Il mondo ha dovuto essere radicalmente trasformato affinché tali istituzioni diventassero possibili e praticabili.

La lotta e la creazione politica non possono riguardare semplicemente  il rendersi conto di ciò che è già possibile ma devono riguardare il cambiamento delle stesse condizioni di possibilità in modo che tali nuove forme di vita possano nascere.

Questo è il nostro compito: cominciare a immaginarci e a creare relazioni e strutture che rendano sempre più realizzabili nuovi modi di vivere e nuove forme di sussistenza.  Questo è il lavoro per rendere visibili e poi collegare le pratiche di collaborazione e solidarietà che già esistono in mezzo a noi, il lavoro dell’economia solidale.  E’ in parte attraverso i nostri collegamenti e attraverso la forza che ricaviamo dal mutuo sostegno e dall’azione collettiva che le condizioni di fattibilità cominciano a cambiare. Questo collegamento crea uno spazio di apprendimento in cui possiamo cominciare a capire quali tipi di cambiamenti istituzionali più ampi potrebbero approfondire tale fattibilità.

La questione di quali siano le riforme per cui battersi dovrebbe essere sempre posta avendo questo in mente: questa riforma contribuirà a cambiare le condizioni di possibilità che altri tipi di sussistenza ecologici, equi e cooperativi possano guadagnare forza? Questo aprirà la porta a nuove possibilità per l’organizzazione democratica di base? Questo contribuirà a rafforzare movimenti che si stanno battendo per riprendersi i beni comunitari, per costruire un potere collettivo e per attuare nuovi modi di vivere?

 

Principio 5: Dall’”economia” alla solidarietà e democrazia economica

Non dobbiamo più considerare l’economia come l’analisi oggettiva di un “sistema”. Deve diventare ora una pratica attiva di organizzazione democratica e solidale.

L’”economia” è qualcosa che è costruita per noi. La sussistenza è quello che, collettivamente, costruiamo per noi stessi.  Dobbiamo smetterla di considerare l’economia come lo studio di un “sistema” separato da noi e che possiamo influenzare soltanto chiedendo regolamenti ai politici e responsabilità alle imprese.  Dobbiamo cominciare a considerare la scienza economica come qualcosa che costruiamo e l’economia concreta come qualcosa che attuiamo.  Nella stessa misura in cui questo potere di costruirci le nostre vite ci è stato tolto, ce lo riprenderemo.

I nostri movimenti sociali devono cominciare a operare una svolta epocale. Abbiamo protestato, abbiamo espresso la nostra indignazione, abbiamo rivendicato cambiamenti, abbiamo lottato per vincere. Ma non abbiamo ancora cominciato, in modo serio, strategico e coordinato, a costruire le nostre economie.  Questo è il potere che abbiamo passato agli esperti e a chi decide la politica e questo è il potere che dobbiamo reclamare; se vogliamo vivere in un mondo giusto, democratico ed ecologicamente praticabile, dobbiamo organizzarci, organizzare le nostre risorse, organizzare la nostra forza collettiva e costruire questo mondo nel qui ed ora.  Non aspettare un presidente migliore. Non aspettare la “ripresa”. Non aspettare la rivoluzione. Solo il duro, lento ma potente lavoro di reclamare ciò che è di tutti, di imparare come far funzionare la democrazia nelle nostre vite e organizzazioni, di costruire nuove forme di sussistenza condivisa, di collegarle insieme in reti di mutuo sostegno e riconoscimento  e di batterci per superare o trasformare qualsiasi ostacolo si frapponga sul nostro cammino.

Questo è l’appello: Occupare! Collegare! Organizzare!

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(1) Vedere  J.K. Gibson-Graham, A PostcapitalistPolitics.[Una politica postcapitalista]  University of Minnesota Press, 2006.

(2) Citato in Diane Dumanoski, The End of the Long Summer: Why We Must Remake Our Civilization to Survive On a Volatile Earth. [La fine della lunga estate: perché dobbiamo ricostruire la nostra civiltà per sopravvivere su un pianeta volatile] New York: Crown Publishing, 2010, p.213. Sottolineatura mia.

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Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-6-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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