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di Ethan Miller  –  5 novembre  2011

Nota: questo testo  è il quarto  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Principio 2: Dall’opposizione economia/natura a una comunità di vita

“L’economia” non è un sottoinsieme dell’ecologia e la “natura” non è né un limite né una risorsa per il “sistema economico”. Siamo tutti pienamente membri di una comunità di vita su questo pianeta.

Quante altre volte ci sarà chiesto di scegliere tra “posti di lavoro” e “ambiente”?  Questa scelta è la beffa aggiunta al danno dell’appropriazione.  E’ una pretesa che noi scegliamo tra due forme di morte lenta: far morire di fame, una ad una, le nostre famiglie oppure distruggere la base terrena dalla quale dipendono le nostre vite.

Tuttavia questa non è una lotta inevitabile tra beni in concorrenza. E’ un effetto violento del concetto stesso di “economia” così come è stato storicamente costruito e giustificato.  Il processo di appropriazione intellettuale che ha creato l’economia ha anche creato l’ecologia. Mettiamola in questi termini: se si disegna un quadrato si crea non solo un interno ma anche un esterno. All’interno dell’economia ci sono tutte le cose che contano.  All’esterno dell’economia c’è tutto il resto. Compresa la “natura”, il mondo vivente da cui derivano tutte le forme di vita.

E’ una distinzione comoda: fintanto che la “natura” è vista come un settore separato della vita, un regno di oggetti privi di valore, un insieme di risorse da estrarre (e rendere ‘preziose’) o uno spazio vuoto in cui si può scaricare ogni sorta di spazzatura, allora l’”economia” può semplicemente procedere con i suoi affari sfruttando ogni cosa in nome del profitto e della crescita.  Ancor più comodo è il modo in cui certi esseri umani, insieme con le loro culture, comunità e patrie, possono essere  gettati nel regno della natura (come ‘selvaggi’ o ‘popoli primitivi’) e poi essere colonizzati o distrutti nel nome del necessario sviluppo economico. L’economia è per gli esseri umani reali, ci viene detto; l’ecologia è per tutti gli altri.

Ma noi ci solleviamo e resistiamo. Mobilitazioni sociali di massa, proteste, scioperi e occupazioni: ci rifiutiamo di essere ignorati o sfruttati.  Anche gli ecosistemi raggiungono i propri limiti e cessano di tacere. Estinzioni su larga scala, collassi dei banchi di pesca, nuove malattie emergenti, deforestazione di massa, siccità e inondazioni devastanti, esaurimento dei principi nutritivi del suolo, una crescente insicurezza alimentare e percentuali di cancro in continua crescita sono tutti modi in cui stiamo imparando che nessuna economia può farla franca a lungo con il sistematico saccheggio del suo stesso fondamento.  E forse nessun messaggio può essere più chiaro che l’albeggiare di una presa di coscienza collettiva che le emissioni vomitate dal nostro mostro economico stanno destabilizzando – mentre parliamo – lo schema climatico planetario vecchio di 10.000 anni che ha reso possibile la civiltà basata sull’agricoltura.

Non possono esservi dubbi: la misura in cui l’”occupazione” appare in contrasto con “l’ambiente” è precisamente la misura in cui noi siamo intrappolati dalle istituzioni economiche dello status quo.  Dobbiamo organizzare un’evasione creativa e collettiva da questa trappola disastrosa, come se le nostre vite dipendessero da ciò. Perché, in effetti, è così.

“Sì,  (precedendo gli economisti) ci sono sempre dei ‘bilanciamenti’”. Ma questi non possono più essere proposti come compensazioni tra un “sistema economico” che sostiene gli esseri umani e un “sistema ecologico” che sostiene la vita sulla terra.  Questa è la logica che cerca di rendere efficiente e “sostenibile” lo sfruttamento e il dominio.  Questa è la logica che spera di aggiustare l’”economia” in modo che gli affari possano procedere come al solito, soltanto in forme “verdi”.  Questa è la politica economica in cui fabbriche sfruttatrici che sfornano milioni di pannelli solari tossici e imprese investitrici che spianano fragili habitat montani per costruire torri del vento, costituiscono i limiti della nostra immaginazione e della nostro agire creativo.

Noi ci confrontiamo con i bilanciamenti non tra l’economia e l’ecologia, o tra la sussistenza umana e l’”ambiente”, bensì tra diversi modi di vivere tra di noi e con l’ambiente. Alcuni modi di vivere sfruttano e compromettono sistematicamente la salute delle persone e dei panorami da cui dipendono.  Altri aprono possibilità di rapporti di solidarietà e assistenza, modi di vivere costruiti sul riconoscimento della nostra interdipendenza, sul coltivare una politica democratica, e sul rendere visibili gli effetti delle nostre scelte. L’economia deve trasformarsi in una negoziazione del sostentamento con quelli dai quali dipendiamo.

Una nuova politica di sussistenza ecologica ci chiama a rifiutare collettivamente entrambe le forme di morte lenta: quella diretta e non il mancato confronto con la questione dell’ “occupazione o ambiente”,  bensì l’assurda struttura della trappola stessa.  Questo, dunque, è il compito della difesa della nostra sussistenza e delle nostre comunità ecologiche, al tempo stesso ideando e costruendo forme di vita in cui le nostre economie ed ecologie non siano più poste in opposizione.

Come facciamo ciò? Stiamo soltanto cominciando ad esplorare le possibilità ma possiamo cogliere barlumi di percorsi che emergono: primo, un rifiuto collettivo di accettare le vecchie scelte, un’opposizione coraggiosa alla distruzione dell’ecologia e un’emergente consapevolezza che non può essere presa sul serio nessuna economia che non metta il lavoro del ripristino dell’ecologia al centro stesso delle proprie teorie e pratiche. Secondo, un’emergente dedizione a trasformare i nostri bisogni e le nostre aspirazioni. Stiamo imparando che – non soltanto individualmente bensì come comunità – dobbiamo arrivare a volere vite diverse, a rendere queste vite reciprocamente possibili e a provare gioia in questi modi diversi di vivere. E, terzo, la continua invenzione di nuove forme di produzione e di rifornimento: zero rifiuti, produzione a ciclo chiuso, rilocalizzazione bioregionale dell’industria, principi di ‘permacoltura’ applicati a più vasti processi economici (1), forme di produzione decentrata e distribuita controllate dalle comunità, progettazione ecologica mediante biomimesi, difesa e rivendicazione delle pratiche di vita  e del sapere locale ed indigeno, ricostruzione di risorse comuni condivise e protette. (2)

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(1) Vedere, per esempio, David Holmgren, Permaculture: Principles and Pathways Beyond Sustainability.[Permacoltura: principi e percorsi oltre la sostenibilità]  Holmgren Design Services, 2002; e Bill Mollison, Permaculture: A Practical Guide for a Sustainable Future. [Permacoltura: guida pratica a un futuro sostenibile] Island Press, 1990.

 

(2) Freya Mathews descrive queste diverse pratiche come indirizzate alla possibilità di economie di “biosinergia”, cioè forme di sussistenza che non solo si astengono dal distruggere gli ecosistemi ma lavorano per curarli e rafforzarli. Vedere  Freya Mathews, “The Moral Ambiguities in the Politics of Climate Change.” [Le ambiguità morali delle politiche del cambiamento climatico].  In Ven Nanda (Ed). Climate Change and Environmental Ethics. New York: Transaction Publishers, 2010.

 

Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-4-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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