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di Ethan Miller  –  30 ottobre  2011

Nota: questo testo  è il secondo  di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Il nome della trappola è “l’economia”

A ogni passo del nostro lavoro per un mondo più giusto, democratico e ambientalmente perseguibile siamo tormentati da questa cosa chiamata “l’economia”. Sappiamo che “essa” non funziona, “essa” è al verde, che “essa” ha servito gli interessi dei ricchi e dei potenti per generazioni, che “essa” ha sistematicamente compromesso la salute della vita sulla terra, e che “essa” deve essere radicalmente modificata. E tuttavia, al tempo stesso, ci confrontiamo con l’economia come se fosse una forza della natura, una specie di sistema atmosferico che non fa che colpirci con i suoi mutevoli capricci. Al meglio, appare come un’enorme e complessa infrastruttura di istituzioni, principalmente di proprietà dell’1%, amministrate da esso e dirette da oscuri esperti che gestiscono elaborati modelli matematici al computer. Sussurrano all’orecchio dei politici dietro le porte mentre il resto di noi è chiuso fuori.  Al peggio è un uragano che si avvita verso le nostre coste, seguito dai satelliti e disegnato sui diagrammi, ma al di là del controllo dei mortali. Inchiodiamo le tavole alle nostre finestre (se già non abbiamo perso la casa per un pignoramento) e preghiamo.

Cos’è questa cosa?

Prima di tutto e soprattutto è una storia.  Una storia progettata per fermare la politica, per smetterla con l’etica e per scoraggiare la nostra immaginazione.  “L’economia” è un modo di pensare e di fare esperienza del mondo in cui siamo derubati del nostro potere e del nostro agire. In questa versione, l’economia è ritratta come un enorme sistema unificato, una cosa in cui siamo dentro e che è animata da “leggi” e “logiche” specifiche.  Sta agli altri occuparsene, amministrarla o correggerla e noi dobbiamo semplicemente eseguire i loro ordini. Voteremo alle prossime elezioni per qualcuno che ci dirà, dopo essersi consultato con gli esperti, cosa dobbiamo sacrificare, cambiare o accettare affinché l’economia riprenda a crescere.  “Democrazia” è il nome di tutte le riparazioni minori che ci è permesso di eseguire all’interno dello spazio in cui questa economia ci ha rinchiusi.

Ma c’è uno sporco segreto qui di cui non ci hanno parlato a scuola o sui giornali; l’intero concetto di economia esiste soltanto da meno di duecento anni! Nessun essere umano nella storia, prima degli europei degli inizi del diciottesimo secolo, è vissuto entro qualcosa di simile a ciò che oggi chiamiamo “l’economia”.  Perché ci potessimo trovare dentro una “economia”, tale economia ha dovuto essere costruita (1). Non è venuta fuori da qualche processo “naturale” di inevitabile evoluzione; è stata costruita, spesso con la violenza, da gruppi specifici di persone e da istituzioni specifiche al fine di servire ai loro scopi.  “L’economia” non è stata una realtà che è stata “scoperta” da qualche economista brillante; è stata un progetto delle élite fin dalla sua stessa origine.

Questa economia è stata costruita attraverso processi di appropriazione, nei quali le persone sono state separate con la forza dai loro beni di sussistenza (terra, comunità, strumenti e competenze) e sono state spinte alla dipendenza dal lavoro salariato e dagli acquisti di merci. E’ stata costruita dall’autorità legale e militare degli stati centralizzati che hanno sanzionato la proprietà privata delle élite e fatto rispettare i loro contratti.  E’ stata costruita dalla specifica organizzazione, politicamente imposta, del lavoro salariato in cui i lavoratori sono stati sistematicamente esclusi dalla proprietà e dal controllo democratico sui prodotti del loro stesso lavoro. E’ stata costruita attraverso il furto totale della vita, del lavoro, della terra e delle risorse dei popoli dei luoghi colonizzati di tutto il mondo. E’ stata costruita di concerto con un’idea della “natura” che ha consentito che esseri umani fossero trasformati in oggetti sfruttabili e che l’ecosistema diventasse nient’altro che miniere e discariche.  E’ stata costruita dalla continua, violenta soppressione dei movimenti sociali che hanno cercato di trasformare tutti questi rapporti (2).

Lungo il percorso ci sono stati teorici che hanno scritto dell’economia come se fosse un fatto di natura, l’evoluzione di uno schema inevitabile costruito al centro dell’umanità e del mondo (3).  Ci sono state raccontate storie di come “selvaggi” egoisti dediti al baratto abbiano dato il via ai mercati e siano diventati umani civilizzati. Hanno raccontato storie circa le “leggi” che potrebbero essere scoperte  al centro delle dinamiche economiche: domanda e offerta, massimizzazione dei profitti, necessità della crescita, la dura ma efficiente realtà della competizione infinita, l’accumulo “produttivo” della ricchezza nelle mani dei potenti “creatori di occupazione”.  E hanno fatto sembrare queste leggi persino più naturali e inevitabili sviluppando forme di misura che le hanno “confermate”, disegnando grafici e carte elaborate per “dimostrarli” e riferendosi alla matematica e a metafore dalla fisica per porre le loro teorie al di là della portata della politica e della società (4).

E’ stato uno scenario perfetto: le élite dominanti hanno potuto istituire sistematicamente questa nuova economia mediante appropriazioni e violenze, attingendo costantemente alle teorie degli economisti per dimostrare che questa economia non è altro che l’inevitabile dispiegarsi della natura umana.

Dobbiamo tuttavia essere chiari per evitare ogni confusione: gli esseri umani sono sempre stati impegnati in forme diverse di produzione, distribuzione, scambio e consumo. Ciò che il concetto di “economia” ha fatto, nella sua forma storica specifica, è stato creare un tipo di recinto concettuale attorno a un insieme molto particolare di logica, motivazioni, attività sociali e modelli di vita umani. La teoria economica ha affermato: l’egoismo è la motivazione legittima, naturale ed economica.  La proprietà individuale esclusiva è il modo legittimo ed efficiente di organizzare l’accesso alle risorse e ai mezzi di sussistenza. L’accumulo della ricchezza (e la paura della povertà) sono il legittimo incentivo che genererà il benessere umano.  Il lavoro salariato (un mondo diviso in proprietari e lavoratori) è il modo per organizzare economie efficaci e innovative. La competizione è la dinamica che genera l’efficienza nella produzione e negli scambi. Si mettono insieme tutte queste cose, si pubblicano libri sulla loro necessità e si costruiscono istituzioni sulla loro certezza, si rinchiude in uno sgabuzzino (o in prigione) il resto delle complessità e possibilità della vita e la si chiama  … economia.

L’appropriazione fisica che ha cacciato il popolo dalle terre comuni e lo ha costretto alla dipendenza dal lavoro salariato nel corso dei secoli dal sedicesimo al diciottesimo in Europa e che ha derubato le popolazioni indigene delle loro vite e della loro terra è stato accompagnato e sostenuto dai recinti concettuali che hanno fatto la storia dell’ “economia”.  Sono due facce della stessa medaglia. E questo processo di doppia appropriazione continua; viene chiamato “privatizzazione”, “colonialismo”, “neoliberismo”, “sviluppo” e “economia elementare”.  L’economia deve essere creata in continuazione ed è costruita dalle istituzioni che ci impongono questa storia, che ci sottomettono alla sua macchina di dipendenza, che rubano il nostro lavoro, le nostre idee e i nostri futuri nel nome dei nostri migliori interessi. E’ costruita per convincerci che la sua storia è vera e poi punendoci se non ci comportiamo conformemente.

Stiamo occupando spazi pubblici in tutto il globo perché ne abbiamo più che abbastanza di questa storia e non agiremo più a lungo “responsabilmente” adeguandoci ai suoi dettati: stiamo assumendo una nuova forma di responsabilità e stiamo facendo valere una storia diversa.

C’è un vasto mondo di possibilità per come potremmo organizzare la vita umana e la sussistenza che sta al di fuori del recinto che chiamiamo “l’economia”.  Ogni singolo essere umano di questo pianeta è già impegnato in pratiche che non possono essere contenute entro la sua gabbia e che tuttavia sono essenziali per la vita e il benessere. Questo è un momento nella storia in cui possiamo più chiedere agli economisti versioni diverse della loro ingegnosa invenzione.  Questo è il momento in cui sfondiamo quel recinto, lasciamo che entri la luce e cominciamo a immaginare il nostro mondo daccapo.

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(1) Vedere, per esempio: Rene Dumont, From Mandeville to Marx: The Genesis and Triumph of Economic Ideology. [ Da Mandeville a Marx: la genesi e il trionfo dell’ideologia economica] University of Chicago Press, 1977; Anche  Timothy Mitchell, “Fixing The Economy.” [Riparare l’economia]  Cultural Studies. Vol.12, Issue 8, p. 82-101.

 

(2) Per almeno parte di questa storia vedere:  Karl Polanyi, The Great Transformation [La grande trasformazione]  Beacon Press, 1971 ; e E.P. Thompson, The Making of the English Working Class [La creazione della classe lavoratrice inglese]. New York: Penguin, 1991.

 

(3) Nessuna possibilità di corto circuito possibile come un appello alla “natura”. Di più al riguardo in Bruno Latour, Politics of Nature: How to Bring the Sciences into Democracy. [Politiche della natura: come portare la scienza nella democrazia] Harvard University Press, 2004.

 

(4) Per del lavoro accademico sul ruolo della misura e della rappresentazione grafica nella creazione dell’ “economia” vedere Timothy Mitchell, “Fixing The Economy.” [Riparare l’economia]  Cultural Studies. Vol.12, Issue 8, 1998; e  Susan Buck-Morss, “Envisioning Capital: Political Economy on Display,” [Una visione del capitale: l’economia politica in mostra]  Critical Inquiry. Vol. 21, numero 2, 1995. Per un’argomentazione elaborata riguardo alle insufficienti relazioni tra economia e fisica vedere Philip Mirowski, More Heat Than Light: Economics As Social Physics, Physics as Nature’s Economics. [Più calore che luce: l’economia come fisica sociale, la fisica come economia della natura]  Cambridge University Press, 1989. Per un resoconto su come i primi economisti come Adam Smith hanno attivamente celato il ruolo delle appropriazioni nella creazione dell’economia di cui scrivevano, vedere Michael Perelman, The Invention of Capitalism: Classical Political Economy and the Secret History of Primitive Accumulation. [L’invenzione del capitalismo: l’economia politica classica e la storia segreta dell’accumulazione primitiva]  Duke University Press, 2000.

(5) Per altro sulle appropriazioni attuali, vedere The Commoner, numero 2, 2001 e numero 7, 2002 tra gli altri, e  David Bollier, Silent Theft: The Private Plunder of Our Common Wealth.[Il furto silenzioso: il saccheggio privato del nostro patrimonio comune]  New York: Routledge, 2003.

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Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-2-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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