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di Ethan Miller  –  23 ottobre  2011

Nota: questo testo è il primo di una serie di sette intitolata Occupare, Collegare, Creare! Immaginare la  vita oltre ‘L’Economia’ che comparirà qui nel corso di alcuni giorni. Una
versione completa del testo, in inglese, comprese versioni scaricabili, può  essere trovata presso  Grassroot Economic Organizing.

Introduzione

#OccupyWallStreet ha aperto a  forza una piccola fenditura nella storia, creando un momento in cui sono messe  in discussione  le stesse istituzioni  centrali della nostra economia.  Assieme
all’indignazione e allo sdegno c’è nell’aria una certa eccitazione.  Cose che sono state tremendamente impantanate  sembrano essersi messe in moto. Qualcosa che sembrava impossibile solo un mese
fa, sembra possibile ora.  In questo  spazio si ode il ronzio delle nostre discussioni e della nostra immaginazione  all’opera.  Cosa stiamo facendo? Cosa  dovremmo fare? Cosa viene dopo? In particolare: mentre condanniamo questa  economia, edificata a beneficio dell’1%, cosa  vogliamo al suo posto, e come costruiremo ciò?

Questa serie di riflessioni, basate su molti anni di pensiero e di  scrittura collettivi, vuole essere un contributo a questo vibrante dialogo. La  mia premessa di base è la seguente: se vogliamo figurarsi efficacemente, e  creare, alternative all’economia di Wall Street, dobbiamo ripensare il concetto  stesso di ‘economia’.  Abbiamo ereditato  un’economia che soffoca la nostra immaginazione e scoraggia la nostra
sensazione collettiva di forza e di possibilità.  Soltanto raccontando nuove storie su quel che  l’economia è (e potrebbe già essere)  possiamo accendere più efficacemente i fuochi della nostra opera trasformatrice  e creativa per costruire nuove forme di sussistenza.  Propongo qui un insieme di cinque principi  economici chiave  per  “ripensare l’economia” che potrebbero essere  passi utili in questo processo e possono anche utilmente informare di sé la  direzione delle nostre strategie concrete. Il nostro lavoro può essere  rafforzato da:

(1) passare da un concetto ottundente dell’ “economia” a concetti più  stimolanti di diverse forme di  sussistenza;

(2) andare oltre la tensione distruttiva tra “economia” ed “ecologia” dell’economia  tradizionale per arrivare a un riconoscimento della nostra partecipazione a una  comunità esistenziale;

(3) sfidare e/o ripensare il “mercato” e lo “stato” e aprire uno spazio  politico creativo entro e al di là di  queste istituzioni;

(4) rifuggire dalla logica limitante delle “leggi economiche” che ci dicono  cosa possiamo e cosa non possiamo fare e abbracciare il compito di creare nuove possibilità attraverso l’immaginazione  e l’azione collettive; e, per finire,

(5) reclamare l’economia dagli “esperti” per farne una pratica di costruzione della solidarietà e di organizzazione democratica in cui siamo “noi, il popolo” che  possiamo e dobbiamo costruire la nostra propria economia.

Queste proposte non sono per un ‘sistema’ economico alternativo che  sostituisca l’attuale.  Sono, piuttosto,  un insieme di strumenti per sostenere  il nostro variegato lavoro collettivo di immaginare nuovi modi di vivere insieme. Questo testo è in parte teoria,  in parte strategia e in parte chiamata all’azione per il lavoro immediato e a  lungo termine di identificazione e presa di possesso di spazi di pratica democratica  (Occupare!), di collegamento degli stessi in reti di mutuo sostegno e  riconoscimento (Collegare!) e di attingere alla nostra forza collettiva per  creare attivamente nuovi modi per soddisfare i nostri bisogni e guadagnarci da  vivere (Creare!).

Il Movimento Occupiamo è una scintilla vitale che sta già creando e  dimostrando in pubblico esperimenti di solidarietà e democrazia in tutti gli  Stati Uniti e nel mondo, elementi della nuova economia che stiamo lavorando per
costruire. Questo movimento ci chiama  a  impegni a lungo termine, a generazioni di un lavoro che abbiamo appena  iniziato. E’ in gioco tutto.

Mi riferisco molto spesso, in queste pagine, a “noi”. Chi sono questi “noi”?  Sono chiunque legga queste parole e trovi in  esse una qualche risonanza; sono tutti quelli che partecipano al vasto  dibattito (di cui questo testo è una parte minuscola) su cosa significhi vivere  in questo momento della storia e su cosa significhi rispondere alla chiamata  urgente all’occupazione, connessione e  creazione. Il “noi” sei tu, e tu, e tu, ed io, che siamo pronti a  rimboccarci le maniche e a lavorare alla costruzione di un modo diverso di  convivere su questa terra.

Questo è il nostro  momento

Il Movimento Occupiamo, che si sta diffondendo come un lampo negli Stati  Uniti e nel mondo è una sveglia. Siamo  sul ciglio del mondo come lo conosciamo e la domanda è se il nostro futuro  semplicemente ci verrà addosso o se parteciperemo alla sua costruzione.

Siamo in un casino d’inferno.  Le  maggiori economie del mondo si stanno rivelando, barcollanti sull’orlo di una  crisi totale e vivendo grazie alla capricciosa compassione di volatili mercati  finanziari.   Molti di noi che un tempo
facevano affidamento sulle istituzioni fondamentali della nostra società –  istruzione, occupazione, assistenza sanitaria, infrastrutture pubbliche,  pensioni, assistenza sociale in tempi di bisogno – si stanno confrontando con
la realtà brutale che tale fiducia non è più meritata.  Nel frattempo gli ‘esperti’, pronti a gestire  questo casino stanno lavorando al servizio delle stesse istituzioni che ne  traggono profitto.  Né abbiamo motivo di  credere che le loro idee, che hanno fatto a pezzi le nostre vite, le nostre  comunità e il nostro ambiente, abbiano qualcosa da offrirci nel rimettere  assieme quei pezzi.

E se questi esperti fossero in grado di  ‘aggiustare’ la nostra economia? E se riuscissimo a convincerli a ‘frenare gli  eccessi di Wall Street’ e a ‘rimettere in carreggiata’ il motore della nostra  economia? Questa domanda ignora il fatto che lo stesso successo dell’economia di mercato capitalista – il modo in cui essa  ha apparentemente dato così tanti, così tanto e in così poco tempo – è costruito sulla violenza e il  saccheggio. Per ogni glorioso trionfo della crescita economica e del progresso,  c’è sempre stata un’altra storia in svolgimento dietro le magiche quinte: la  storia dell’appropriazione e della colonizzazione, della schiavitù e della  coercizione militare, dello sfruttamento dei lavoratori, della soppressione
delle lotte per la dignità e la giustizia, della distruzione della cultura e  della comunità e del saccheggio e della distruzione degli ecosistemi di tutto  il mondo.

La magia dell’economia capitalista consiste precisamente nel rendere  invisibile la propria violenza, in modo da apparire come la miracolosa  liberatrice del potenziale umano e la fornitrice innovativa di merci sempre più
abbondanti.  E c’è un’inquietante buona  ragione perché noi cediamo a questa illusione; la maggior parte di noi è dipendente dalla stessa economia che ci  ha sfruttato e che ha compromesso la salute delle nostre comunità e del nostro
ambiente. Abbiamo finito per affidarci agli  stessi “creatori di occupazione” (il nuovo eufemismo per ‘sfruttatori’) il cui  progetto di fare profitti a nostre spese noi condanniamo.  Abbiamo finito per aver bisogno della stessa macchina di crescita economica che si sta  mangiando il nostro mondo e che sta destabilizzando il clima del nostro pianeta  nel nome del ‘progresso’.

Non possiamo ignorare più a lungo l’immensa sfida al centro di questo momento  della storia.  Siamo intrappolati in  modelli di vita dai quali abbiamo finito per dipendere, ma che dobbiamo  trasformare dalle fondamenta per la nostra stessa sopravvivenza.  Come facciamo a riconoscere la nostra  dipendenza e ad affrontare le necessità cui essa dà origine, mentre anche  immaginiamo e costruiamo nuove forme di libertà?

La politica del nostro tempo deve essere la politica della nostra evasione collettiva e creativa da questa  trappola storica. Siamo chiamati a nuovi modi di comprendere le nostre realtà e  a sperimentare le nostre potenzialità.
Siamo chiamati a lavorare in solidarietà con le lotte quotidiane di  ciascuno per conquistare punti d’appoggio stabili su cui costruire un futuro  diverso.  Siamo chiamati a immaginare e  creare nuovi modi di soddisfare le nostre necessità e di vivere insieme su  questo pianeta condiviso.  Siamo chiamati  a partecipare non solo all’emergere di nuovi movimenti, bensì di nuovi modelli di vita.  Non si tratta di ‘riforme’ o di ‘rivoluzione’  bensì del modo in cui costruiamo le relazioni, le comunità e istituzioni che  contemporaneamente soddisfino i nostri bisogni immediati e aprano possibilità per altre forme di sussistenza.  Mentre i vecchi modi si sgretolano, mentre  assistiamo alla non praticabilità della macchina economica che ci ha masticato  e sputato, non è più una questione di ‘alternative’. E una questione di sopravvivenza.

E dunque è ora di giocare per il risultato.

Questo compito ci sfida a molti livelli. Stiamo imparando a collaborare e a  essere persone democratiche in lotta contro una cultura che ci ha ammaestrato  diversamente.  Stiamo imparando a  lavorare su noi stessi, a guardare in faccia con onestà, coraggio e compassione  la “merda” che abbiamo ereditato, in modo da trasformarci nel cambiamento cui  vogliamo assistere.  Stiamo scoprendo  nuove forme di gratificazione e di identità mentre ci lasciamo alle spalle il
mondo dei consumi infiniti.  Stiamo  creando nuove forme di fiducia, inventando nuovi modelli di comunità, e  costruendo nuove forme di sicurezza personale e collettiva al di là dei conti  correnti bancari, dei fondi pensione e dell’occupazione formale.  Stiamo sviluppando nuove abilità e nuove  forme di consapevolezza mentre creiamo modi di vivere collegati ai nostri  luoghi e al contesto.  Stiamo imparando dalle  lotte del passato e, con la forza di quel sapere, stiamo immaginando nuove  forme di azione collettiva per riprenderci la terra, l’acqua, le case, l’assistenza  sanitaria, la cultura, le infrastrutture e le istituzioni di governo da quelli  che se ne sono impossessati per il lucro privato a nostre spese.

Per rafforzare tutto questo lavoro stiamo cominciando a raccontare nuove  storie.

Questa parte del nostro lavoro non può essere sottovalutata.  Il Movimento Occupiamo sta affrontando  direttamente, in modi non visti da generazioni, il potere dello status quo  economico. Siamo schierati contro le istituzioni più sacre della nostra società  e stiamo contrastando alcune delle storie più potenti che la nostra civiltà ha  raccontato negli ultimi duecento anni. Sono storie che scorrono in profondità e  che strutturano la nostra immaginazione e la nostra sensibilità politica in  modi di cui spesso siamo a malapena consapevoli.  E’ sin troppo facile per noi contestare le  iniquità della nostra economia senza mettere in discussione il concetto stesso  di “economia”.

Potremmo essere tentati di essere d’accordo con Paul Krugman, quando scrive  che “è chiaro quale tipo di cose vogliono i dimostranti di Occupy Wall Street,  ed è davvero compito degli intellettuali della politica e dei politici
occuparsi dei dettagli” (1).  Sarebbe il  nostro errore peggiore. Il pericolo che dobbiamo evitare a ogni costo consiste  nel consegnare il nostro potere, di nuovo, agli economisti bigotti e ai  dirigenti pragmatici della macchina finanziaria.

Questo è il nostro momento.

Questo è il momento in cui dobbiamo rifiutare di accettare le vecchie idee,  i vecchi concetti, le vecchie storie. Questo è il momento in cui abbiamo  necessità di creare nuove storie condivise su come vivere insieme, su cosa significhi
guadagnarsi da vivere, su cosa ci sia possibile sognare e creare e su come  siamo noi, il popolo, a creare il  nostro futuro.

Se gli economisti vogliono unirsi a noi, tanto meglio. Ma devono lasciare  le loro “leggi” economiche all’ingresso, molte grazie.

(1) Paul Krugman “Confronting  the Malefactors” New York Times, 6  ottobre 2011.

Il prossimo articolo  sarà ‘Il nome della trappola è “l’economia”’.

Grazie a Kate Boverman, che ispirato questo pezzo e ha fornito sostegno e idee  cruciali e a Michael Johnson, Annie McShiras, Cheyenna Weber, Len Krimerman e  Annie O’Brien per le loro idee e suggerimenti eccellenti.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-connect-create-part-1-by-ethan-miller

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC  BY-NC-SA 3.0

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