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La rivoluzione continua

 

Di Gilbert Achcar

 

29 novembre 2011

 

Mentre si stavano alzando voci dalla destra e da parte della sinistra  che dichiaravano che la “Primavera Araba” era finita, e che consigliavano alle masse ribelli di tornarsene  a casa, di recente  è diventato molto chiaro che il processo rivoluzionario che è stato avviato in Tunisia alla fine dello scorso anno, rimane vivo e vegeto. Di fatto si è rinvigorito e sta sperimentando un nuovo impennata che sarà indubbiamente  seguito da altre nei prossimi anni.

La rivoluzione continua ovunque,  sfidando  tentativi di farla fallire o di sviarla dal suo corso progressista e liberatore. Questi sforzi sono appoggiati dagli Stati Uniti protettori della maggior parte dei regimi afflitti e  controllati dai baluardi della reazione Araba negli stati petroliferi del Golfo.

Sono impegnati in un vano tentativo di spegnere le fiamme della rivoluzione versandogli addosso petrodollari. E li stanno aiutando e incoraggiando  in cambio di una fetta della torta che è stata loro promessa – dai capi della Fratellanza Musulmana appoggiati dall’emirato del Qatar e dai gruppi Salafiti sostenuti dal regno Saudita.

La rivoluzione, tuttavia, continua dovunque: in Yemen dove “La nostra rivoluzione continua” è il nome dato alle dimostrazioni di venerdì scorso che rifiutavano il patto di “compromesso” sul quale il [Pesidente] Saleh, facendo un ampio sorriso, ha apposto la sua firma. Il regno Saudita sta cercando di imporre il patto agli Yemeniti per perpetuare il regime di Saleh, come quello di Mubarak in Egitto, mentre lo stesso Saleh continua a dirigere il gioco dietro le quinte o proprio in Yemen o dal regno Saudita  – il santuario dei despoti corrotti che ha accolto Ben Ali, che si è offerto di ospitare Mubarak e che ha curato Saleh dopo che era stato ferito (in un attentato).

La rivoluzione continua dovunque: in Egitto dove le masse sono scese nelle strade per insorgere di nuovo contro il governo militare. Hanno capito che il comando dell’esercito, che per un po’hanno ritenuto fosse leale verso il popolo, è una parte inseparabile, in effetti  una colonna, del regime, del quale il popolo aveva invocato la caduta. La più grande delle rivoluzioni arabe sia per vastità che per importanza, ha riguadagnato vitalità. La visione e la determinazione di coloro che hanno continuato la lotta  senza scoraggiarsi per l’isolamento temporaneo,  sono state  difese. Erano fiduciosi che la massiccia energia scatenatasi il 25 gennaio non si era esaurita, e che doveva continuare a  essere utilizzata nelle lotte democratiche e sociali.  Queste lotte gemelle possono riuscire soltanto quando si saldano insieme. E’avvenuto quando il tiranno è stato abbattuto e dovrà accadere di nuovo su più vasta scala una volta che il movimento dei lavoratori avrà consolidato la sua nuova organizzazione.

La rivoluzione continua dovunque: in Tunisia, dove nei giorni scorsi le masse si sono  risvegliate nel bacino minerario di Gafsa dove l’insurrezione del 2008  ha preparato la rivoluzione  che è scoppiata due anni dopo a Sidi Bouzid. Hanno   rilanciato  la richiesta originaria della rivoluzione tunisina: il diritto a un lavoro.  Non sono stati ingannati   dalla “transizione ordinata” organizzata dell’élite sociale dominante per mantenere il proprio status, dopo aver cacciato Ben Ali come un agnello sacrificale. Questa “elite” oggi sta cercando di cooptare gli oppositori di ieri.

La rivoluzione continua dovunque: in Siria, dove la lotta popolare continua a intensificarsi, a dispetto della  brutalità e dell’atroce repressione del regime. Un numero crescente di soldati osa disertare dai ranghi dell’esercito per  mettere in atto veramente il loro dovere di difendere la gente.  Le richieste di intervento militare straniero fatte dall’ala destra dell’opposizione vengono nel frattempo  ostacolate.  La destra spera che l’intervento militare consegnerà loro il potere su un piatto d’argento, temendo che l’insurrezione popolare possa riuscire a far cadere il regime per conto proprio.

La rivoluzione continua dovunque: in Libia, dove le voci che denunciano tentativi di sottomettere il paese alla tutela straniera, stanno diventando più forti. I rivoluzionari Amazigh (Berberi) * che hanno avuto una parte importante nel liberare il paese dal dominio del tiranno, hanno rifiutato di riconoscere il nuovo governo perché esso non riconosceva i loro diritti. Si levano sempre più di frequente richieste di tipo sociale, sia  nelle regioni che sono state più   svantaggiate durante  l’ex regime, che nel cuore della capitale. Tutto questo accade in assenza di  un apparato che abbia il monopolio delle armi e capace di proteggere coloro che hanno accumulato ricchezza e privilegi durante il lungo governo di Gheddafi.

La rivoluzione continua dovunque: in Marocco, dove una maggioranza di persone ha boicottato le elezioni pere mezzo del quali la monarchia ha tentato di contenere le proteste popolari, con la speranza che i loro  collaboratori  nella “opposizione leale”, sarebbero stati in grado di far tacere  il vulcano che invece continua a brontolare, con dimostrazioni    dall’opposizione genuina. E condizioni di vita intollerabili rendono inevitabile un’eruzione.

La rivoluzione continua dovunque: in Bahrein, dove le masse ribelli non sono state ingannate  dalla  pantomima  di “indagare sui fatti”che gli Stati Uniti hanno imposto al regno per  far passare con cautela il loro patto programmato per la fornitura di armi. La gente continua a manifestare e a protestare, giorno dopo giorno, convinti che la vittoria alla fine sarà loro e che non gli può essere negata per sempre dalla dinastia Al Khalifa e dal suo patrono, il  casato di Saud per il quale arriverà invece, inevitabilmente, il giorno della resa dei conti.

La rivoluzione continua dovunque, anche nel regno Saudita, dove la gente di Qatif (nella provincia orientale)  è insorta qualche giorno fa, senza farsi scoraggiare dalla repressione accanita del regime. Continueranno a loro lotta fino a quando il “contagio” non si diffonderà in ogni parte della Penisola Araba e tra tutta  sua popolazione, malgrado il malvagio  incitamento settario che è diventata l’ultima arma ideologica della tirannia del Casato di Saud e dell’establishment oscurantista Wahhabita ** che, insieme agli Stati Uniti, loro protettori, li sostiene.

Quando cadrà il trono del Regno della casata di Saud nella Penisola Arabica, cadrà anche il baluardo della reazione araba, e il suo alleato di più lunga data e intermediario dell’egemonia statunitense nella nostra zona (anche più vecchio dell’alleato sionista). Quel giorno l’intero ordine arabo autocratico  e  basato sullo sfruttamento  sarà ormai crollato.

Finché, però, non arriverà quel giorno, la rivoluzione deve continuare. Certamente sperimenterà fallimenti, battute d’arresto, reazioni violente,        tragedie, trappole e cospirazioni. Come si è espresso un giorno il principale capo della Rivoluzione cinese: “La Rivoluzione cinese non è una cena elegante, né un saggio, né un dipinto, non un ricamo; non si può realizzare delicatamente, gradualmente…”La rivoluzione deve quindi continuare a marciare senza stancarsi, tenendo a mente un’altra famosa massima di uno dei capi della Rivoluzione Francese: “Coloro che fanno la rivoluzione a metà, si scavano soltanto la tomba. Ciò che costituisce una repubblica è la distruzione di tutto ciò che la ostacola”.

 

 

Glibert Achcar è professore di Stusi sullo sviluppo e di relazioni Internazionali ala Scuola di Studi Orientali e Africani dell’Università di Londra.

Le opinioni espresse dall’autore non riflettono necessariamente la politica editoriale di al-Akhbar.

 

Da:; Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo –

http://www.zcommunications.org/the-revolution-continues-by-gilbert-achcar

Fonte: al-Akhbar

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons CC BY-NC-Sa 3.0

 

 

 

 

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