Di Robert Scheer

26 novembre 2011

 Amo il Giorno del Ringraziamento per l’illusione di abbondanza che offre. Mi riporta a ricordi della mia prima infanzia del solo giorno all’ anno nel periodo della Depressione quando il cibo sul tavolo della mia famiglia non era l’avanzo dei prodotti che mio zio Leon non poteva più vendere sulla sua bancarella, o pezzi di carne quasi andati a male che il nostro macellaio ci offriva con facendoci un bello sconto.

Ma il Giorno del Ringraziamento era del tutto l’opposto, e mentre ovviamente non posso ricordarmi che cosa ci servissero nel 1936, l’anno in cui sono nato, la festa si  è presto inaridita  nei miei ricordi infantili come il giorno quando i bei i tempi ci facevano visita sotto forma di cesti di regali donati in beneficenza dai filantropi dei vari ordini religiosi e politici, proprio come adesso si servono i bisognosi nelle cucine organizzate dai volontari in tutta l’America e che ugualmente presto saranno dimenticati.

Non ci è voluto molto tempo prima che fossi grande abbastanza da capire che la  generosità  del Giorno del Ringraziamento  era un’eccezione rara e che “cavarsela appena”, come si sarebbe avrebbe  il coraggioso ottimismo esprimeva di mia madre, era la norma. Cavarsela, grazie al lavoro a cottimo     di mamma nei laboratori tessili del centro e alle firme che mio padre metteva meccanicamente per iscriversi alle liste di collocamento per i posti di lavorio del New Deal.

Poi è arrivato il miracolo della II Guerra mondiale, liquidato da alcuni Repubblicani come tradimento di Roosvelt, e i miei genitori ed altri parenti hanno riavuto il lavoro.  L’importanza che i lavori del tempo di guerra  avevano per il Giorno del Ringraziamento nella mia famiglia era che mio zio Edward, il saldatore, ogni anno riceveva  come compenso nello stabilimento dove lavorava, un enorme tacchino o due tacchini più piccoli.

Il risultato era che ciò che ricordo come il giorno della “abbuffata annuale”, come se la mia famiglia stesse freneticamente immagazzinando calorie per prepararsi a un inverno economicamente austero che certamente sarebbe tornato.  Per noi, non ritornò, grazie ai  buoni posti di  lavoro sindacali che abbondavano nel periodo di sviluppo economico del dopo guerra e alle occasioni fornite dal Gi Bill (una legge del 1944 che permetteva di frequentare un college, o corsi di formazione professionale ai reduci della II guerra mondiale, n.d.T),  e all’espansione dell’educazione universitaria alla portata di tutti che fece della mobilità verso l’alto un obiettivo americano realmente plausibile.

Ogni volta che mi si deve ricordare di quello che è stato fatto per la mia generazione da generosi programmi finanziati dal governo,  rileggo la parte dell’autobiografia di Colin Powell, molto motivante, dove scrive delle occasioni educative e dei vigorosi programmi di supporto delle comunità che erano offerti ai  ragazzi del Bronx nel dopoguerra. Powell ed io eravamo studenti di ingegneria nella stessa classe al City Collge di New York, anche se non l’ho conosciuto finché non è diventato famoso e gli ho parlato da giornalista. Ma le grandi possibilità che ci si offrivano, paragonate a quelle che si offrono ai poveri oggi, è una cosa che entrambi    riconosciamo.

Ho ripensato a quei tempi pieni di allegro  ottimismo al CCNY, la Harvard della classe lavoratrice, come era giustamente chiamata, la settimana scorsa, quando gli studenti che protestavano per gli aumenti onerosi  dell’istruzione all’Università della California, sono stati spruzzati con spray al pepe per i loro sforzi di tenere viva la speranza. Il sistema dell’Università della California che una volta era eccellente  e molto accessibile,  come i college di New York e di altre città in tutta la nazione finanziati da denaro pubblico, era l’orgoglio dei politici repubblicani moderati e dei democratici che credevano, come una volta i fondatori della nazione, che la pari opportunità che portava a una terra di azionisti, era il fondamento dell’esperimento americano di democrazia.

Non più. In questo giorno del ringraziamento siamo stati privati dell’abbondanza di quella raccolta dato che su 50 milioni di Americani che hanno già perso o che presto perderanno le lo case se ne sono dovuti andare via dalle loro città. La crisi degli alloggi ossessiona la maggioranza degli Americani, perfino quelli che possiedono la casa, ma hanno perso il lavoro e devono ora venderla in un momento in cui il mercato immobiliare sta scendendo  vertiginosamente.

L’istruzione pubblica che è buona a ogni livello, dalla scuola materna fino all’università, è ora un fatto di privilegio ereditario riservato a coloro che possono  e scegliere  sistemazioni in  quartieri ricchi  per le scuole dei loro figli. E la prospettiva di  permettersi uno di quelle sistemazioni  è vaga per la maggior parte dei genitori  in una nazione dove ottenere un buon lavoro è fuori della portata di così tante persone altamente motivate.

Quanta gente della mia generazione è realmente ottimista circa il  futuro economico dei loro figli e nipoti? Quello che ho sentito costantemente, e proprio questa settimana da un importantissimo ex banchiere,  consulente per gli investimenti che parlava a una classe del college dove insegno, è che i nostri figli e nipoti si troveranno probabilmente di fronte a un decennio di occasioni perdute.  Ho ripensato ai miei giorni universitari e a come ciascuno di noi sarebbe stato sconvolto, perfino chi proveniva da situazioni di grande miseria, a sentire una previsione simile.

Come scriveva il New York Times  nel suo editoriale  di  questo Giorno del ringraziamento: “Un Americano su tre, cioè 100 milioni di persone,  sono  poveri o pericolosamente  vicini alla povertà”.

Un  messaggio che porta sfortuna, fino a quando non penso a quegli studenti universitari spruzzati con il pepe e che univano le loro braccia, e a tutti gli Americani, giovani, vecchi e di mezza età che si sono messi in mente una sfida: non deve andare così. In questo Giorno del Ringraziamento dovremmo esprimere gratitudine al loro coraggioso spirito di resistenza.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/thanks-for-what-by-robert-scheer

 Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC  BY-NC-SA 3.0

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