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di Nancy Elshami –  28 novembre  2011

Nel corso della rivoluzione egiziana del 25 gennaio lo slogan “il popolo e l’esercito sono una cosa sola” è stato il più enormemente popolare, specialmente quando Mubarak si è dimesso. All’epoca i dimostranti vedevano nell’esercito il salvatore della rivoluzione. Nove mesi più tardi, tuttavia, quando i dimostranti si sono nuovamente ammassati in piazza Tahrir, i loro slogan hanno dipinto l’esercito come il sabotatore, e non il salvatore, della rivoluzione. Questo secondo articolo della nostra serie in tre parti sulle forze politiche e sociali in gioco in Egitto cercherà di comprendere questo cambiamento e le ragioni di questa “seconda” rivoluzione, considerando il ruolo del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) sia prima sia dopo la rivoluzione. *

Prima della rivoluzione

Dalla rivoluzione del 1952 l’esercito è stato la spina dorsale del regime egiziano anche se il suo ruolo politico ha attraversato diverse fasi.  Con l’ascesa al potere nel 1954, Gamal Abdel Nasser basò la sua legittimazione sullo sviluppo del ruolo politico dell’esercito, una strategia intesa a riscattare l’orgoglio nazionale egiziano e la sua influenza regionale dopo la sconfitta da parte di Israele nel 1948.  Furono fatti accordi sugli armamenti con l’Unione Sovietica e cominciarono a fiorire fabbriche orientate alla produzione militare.  Alla vigilia della guerra del 1967 l’esercito egiziano controllava quasi tutti gli aspetti degli apparati di governo politici ed economici del paese. Gli ufficiali dell’esercito erano entrati a far parte dell’élite sociale del paese.

Dopo il 1967 lo status speciale dell’esercito cominciò a ridursi e la sua visibilità all’interno del governo egiziano diminuì anch’essa.  Anche se l’esercito si riscattò nella guerra del 1973, continuò a ritirarsi pubblicamente, una tendenza che perdurò durante il regime di Hosny Mubaraki. Ciò nonostante il profilo del potere dell’esercito è rimasto evidente negli ultimi trent’anni.  In essenza, l’esercito è diventato un’impresa autosufficiente ed autonoma che influenza gli aspetti politici, sociali ed economici della vita egiziana.  Ha goduto di privilegi economici che andavano dalla concessione di terreni strategici ad attività monopolistiche sotto gli auspici degli interessi della sicurezza.  L’approccio alla sicurezza nazionale dell’esercito, orientato all’economia, è rapidamente cresciuto negli ultimi numerosi decenni, una circostanza intensificata dagli 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari provenienti dagli Stati Uniti.  Le proprietà economiche dell’esercito spaziano dall’industria alimentare, del cemento, della benzina e dell’acqua agli hotel e alle località turistiche. L’esercito ha anche il controllo esclusivo della produzione militare.  Alcune stime suggeriscono che le attività dell’esercito ammontino al 40% dell’economia egiziana.  Anche se nello scorso decennio eminenti uomini d’affari sono arrivati a dominare il governo egiziano, l’esercito ha conservato un veto non ufficiale su qualsiasi politica o pratica che non sia in linea con i propri interessi.

Come queste circostanze dimostrano, il potere dell’esercito è sia di vasta portata sia incontrollato.  Senza un controllo legislativo l’esercito conserva un potere assoluto sul proprio bilancio, le proprie spese e il proprio patrimonio.  E’ a motivo dei suoi rapporti con Mubarak, che aveva nominato personalmente tutti i membri del SCAF, che l’esercito ha goduto di questi vantaggi. L’élite militare egiziana, che include lo SCAF e altre figure influenti, e la principale beneficiaria di questi privilegi.

Dopo la rivoluzione

Su questo sfondo divengono chiari gli interessi e le decisioni del SCAF dopo la rivoluzione. Secondo le sue stesse dichiarazioni il SCAF non desidera restare al potere. Tale desiderio è probabilmente sincero. Il SCAF è meno interessato a governare il paese e più interessato a preservare i propri interessi e il proprio potere attraverso un governo civile complice e arrendevole.

Le forze e le figure politiche che il SCAF ha coinvolto nel governo e nel processo decisionale sono consistite in forze d’opposizione non rappresentative della gioventù della rivoluzione.  Inoltre negli ultimi nove mesi le riforme superficiali del SCAF, che praticamente non modificano lo status quo, hanno scontentato gli attivisti e le forze politiche.  In realtà la maggior parte delle riforme, delle politiche e del calendario del SCAF per il cambiamento sono state decise in reazione a proteste e rivendicazioni di massa.  Ad esempio non è stato che dopo gli eventi del 19 novembre che il SCAF ha vietato a ex membri del NDP [Partito Nazionale Democratico] di candidarsi per il parlamento.  Le dimissioni di Ahmed Shafiq, l’incriminazione di Mubarak e della sua famiglia, il rilascio di attivisti processati dai tribunali militari sono state tutte concessioni fatte dopo o nell’imminenza di grandi proteste.

Con l’accrescersi delle rivendicazioni dei dimostranti, il SCAF è diventato sempre più intransigente. Lo stallo tra i manifestanti e il SCAF ha raggiunto ha toccato il culmine a luglio, quando il movimento 6 aprile e altri movimenti giovanili hanno organizzato l’occupazione di piazza Tahrir dell’8 luglio sotto lo slogan: “La rivoluzione prima di tutto.”  Tra le loro richieste i dimostranti hanno sollecitato la fine dei tribunali militari per gli attivisti civili.  In risposta il generale di corpo d’armata Fangary, che si era presentato l’11 febbraio a salutare i martiri della rivoluzione e di suoi giovani, ha rimproverato quelli che cercavano di mettere alla prova la pazienza dell’esercito. Il SCAF si è spinto sino ad accusare il movimento del 6 aprile di agire negli interessi di priorità straniere.

Nonostante le scialbe prestazioni del SCAF, prima delle proteste di novembre i dimostranti non si erano pubblicamente opposti al SCAF né gli avevano chiesto di passare immediatamente il potere. Ciò è stato in larga misura la conseguenza della preoccupazione che, senza il sostegno dell’esercito, il paese sarebbe precipitato nel caos durante il periodo di transizione.  Anche le divisioni all’interno dell’opposizione hanno impedito ai dimostranti di costruire una sfida al potere del SCAF.  Dopo le dimissioni di Mubarak, vari gruppi politici, che erano stati attivi durante il regime di Mubarak, si sono mossi rapidamente per approfittare del vuoto di potere.  Ad esempio, al fine di evitare che nuovi gruppi politici minacciassero il suo potere, la Fratellanza Mussulmana ha premuto per elezioni parlamentari prima della promulgazione di una nuova costituzione.  Sperando di avere maggior tempo per organizzarsi prima delle elezioni e avere una maggiore influenza sulla preparazione della costituzione, i nuovi partiti politici e gruppi liberali hanno spinto per dare la priorità alla costituzione.  Riflettendo ulteriormente la divisione tra i diversi gruppi dell’opposizione, le dimostrazioni che hanno avuto luogo durante la fase post-rivoluzionaria sono state o marcatamente ‘islamiche’ o marcatamente ‘liberali’.

Le proteste di novembre

Tutto ciò è cambiato il 19 novembre. La principale preoccupazione che ha guidato le dimostrazioni è stata costituita dalla proposta di ‘statuto sovracostituzionale’, nota come Documento Selmy, che proibisce al governo civile di interferire con il bilancio dell’esercito o di controllarlo. Ciò, unito alle frustrazioni riguardanti le imminenti elezioni parlamentari del 28 novembre e allo scontento per la gestione del periodo post-rivoluzionario da parte del SCAF, ha acceso le proteste.  La rappresentazione visibilmente distorta degli eventi offerta dalla televisione di proprietà statale ha scatenato ulteriore indignazione.  Anche se rivolte sono iniziate a casaccio, se ne è accresciuto l’impulso quando sono state diffuse immagini delle Forze Centrali della Polizia e della Polizia Militare che picchiavano i dimostranti e ne trascinavano i cadaveri accanto alla spazzatura.  Per molti egiziani queste immagini sono state troppo simili a quelle della rivoluzione del 25 gennaio.

Ciò che è attualmente in corso a Tahrir è diverso da tutte le proteste o gli scontri che hanno avuto luogo a partire dalla rivoluzione.  E’ qualcosa, prima di tutto e soprattutto, di depoliticizzato.  Dall’inizio i dimostranti hanno vietato striscioni specificamente di partito e non hanno concesso podi a leader politici. Come la rivoluzione del 25 gennaio, questa è una mobilitazione popolare di massa composta da persone di generazioni e storie sociali diverse. Le richieste dei dimostranti non sono settarie e sono incentrate sulla protezione della rivoluzione e la rimozione dei residui del regime di Mubarak.  I dimostranti hanno chiesto che il SCAF abbandoni il potere e che l’esercito ritorni nei propri acquartieramenti. Hanno chiesto la creazione di un governo di Salvezza Nazionale con un programma chiaro per il trasferimento del potere.

Anche se queste richieste sono tutte valide, è anche indispensabile che qualsiasi trasferimento di potere a un governo civile non riporti alla dinamica prerivoluzionaria tra esercito e governo.  Più importante che la creazione di un governo civile  è che sia cambiato il ruolo dell’esercito nel paese.  Senza  ciò qualsiasi governo civile sarà inefficace. Il primo passo verso l’ottenimento di questo è impedire l’attuazione del Documento Selmy. L’uso delle risorse e del patrimonio interno da parte dell’esercito deve essere legato alla sicurezza nazionale e non ha interessi economici. Il membri del SCAF devono anche essere indagati e giudicati per la loro complicità nelle uccisioni di dimostranti.

Conclusione

Con la recente rinomina di uno degli ex primi ministri di Osny Mubarak, Kamal Ganzouri, le prospettive di cambiamento delle politiche del SCAF appaiono tetre.  Mentre l’Egitto si raccoglie nelle elezioni parlamentari e nella stesura di una nuova costituzione ancora molto è incerto.  Comunque le dimostrazioni di consapevolezza e mobilitazione politica cui l’Egitto ha assistito in questi ultimi giorni hanno provato che il popolo egiziano non prende la propria rivoluzione alla leggera.  Alcune voci d’opposizione sui media hanno lamentato che quelli di piazza Tahrir non rappresentano tutto l’Egitto e che una vasta maggioranza “silenziosa” che Tahrir non può rappresentare. Anche se è vero che quelli che protestano a Tahrir e in altre parti dell’Egitto possono non rappresentare l’intera popolazione, è anche vero, come ha detto un tempo Rosa Luxembourg, che “quelli che non si muovono, non si accorgono delle proprie catene.”

Nancy Elshami è un’articolista di Muftah.

*La prima parte di questa serie esaminava il ruolo del Movimento Giovanile 6 aprile nell’Egitto post-Mubarak

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/scaf-above-the-constitution-below-the-revolution-by-nancy-elshami

Fonte: Muftah

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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