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di Michael Albert  – 21 novembre  2011

Una delle caratteristiche più celebrate dei recenti movimenti di occupazione è stato lo slogan: “Siamo il 99%”. I partecipanti amano molto lo slogano, ma io ho sensazioni contrastanti.

I critici dell’Occupazione lamentano la mancanza di rivendicazioni. Io dico: pazientate.

I critici dell’Occupazione contestano il diffuso moralismo. Io dico: le preferireste immorali, amorali o morali?

Ma quando sia gli occupanti sia i critici dicono “amiamo l’innovazione creativa incorporata nello slogan del 99%”, mi preoccupo. Dire che siamo il 99% oscura più di quanto non riveli? Alla fine svia il movimento anziché focalizzarlo? Potrebbe anche distorcere le priorità e le pratiche del movimento?

Sì, dire che siamo il 99% addita aggressivamente un gruppo molto piccolo che dispone di un potere e di una ricchezza schiaccianti nella società.  Sono i proprietari. Sono i capitalisti. Stanno al vertice.

E ci sono anche i vantaggi politici collegati. Le correzioni convenzionali  alla crisi economica cercano di far finire l’1% al potere ancor più solidamente di quanto fosse prima della crisi.  Quelli che, nel sistema, dettano la politica vogliono tornare a quella normalità che non solo di ha regalato la crisi, in primo luogo, ma ci impone anche costantemente grottesche divisioni della ricchezza, del reddito e del potere. Noi, naturalmente, non vogliamo tornare alla normalità e dire che siamo il 99% ci orienta invece  in modo eccellente alla redistribuzione della ricchezza e del potere.

Ma anche così, io preferirei chiamare capitalisti gli appartenenti all’1%.  Chiamarli capitalisti sottolinea che essi possiedono l’economia.  Evidenzia il fatto che non si possono conservare i proprietari ma non averli al vertice.  Aver ragione dell’1% che domina il 99% esige la sostituzione del capitalismo.

Ma, mettendo da parte queste pignolerie, virtualmente ogni occupante sa che l’1% è al vertice per il fatto che è proprietario dei mezzi di produzione.  Anche la maggior parte di coloro che osservano le occupazioni, e apprendono da esse, sa questo, o può arrivare a capirlo, e l’etichetta dell’1% non impedirà che ciò accada. E dunque dire che siamo il 99% è uno slogan che giganteggia e che comunica ampiamente sentimenti in precedenza tenuti soffocati.

Ed eccoci alla controversia. Che dire degli amministratori? Dei dottori? Degli avvocati e ingegneri? Dei dirigenti finanziari? Che dire di quelli che guadagnano cinque, dieci, venti e persino cinquanta volte di più di quanto guadagna il lavoratore tipico, ma non sono proprietari dei mezzi di produzione, non lavorano più duramente, nei condizioni peggiori, ne più intensamente?  In breve, che dire delle persone che hanno lavori che danno un grande potere e conferiscono una ricchezza e un potere molto grandi e a volte incredibili e una condizione sociale inaccessibile a chi sta in basso?

Un ‘novantanovista’ può rispondere: sono semplicemente al vertice del nostro gruppo, ma fanno comunque parte del nostro gruppo, no?  Possono essere licenziati. Ricevono stipendi e devono scontrarsi con l’1% per ottenere aumenti. Sono sconvolti dalla crisi.  E allora non è un bene che vengano nei nostri accampamenti e partecipino? Non è un bene se marciano nelle nostre parate e dimostrazioni insieme con noi? Dove sta il problema?

Il problema nasce quando noi consideriamo l’intero 99% come un unico protagonista economico.  In realtà ci sono delle differenze, alcune delle quali sono importanti non solo per le nostre vite ma anche per il nostro attivismo.

Ma evidenziare le differenze riduce la nostra inclusività,  replica il ‘novantanovista’.

Non necessariamente, è la mia risposta. Penso che possa essere vero anche il contrario.

Circa il 20 – 25% di tutti gli attori economici ha un relativo monopolio su compiti che danno potere.  Circa il 75 – 80% finisce nell’eseguire lavori composti soltanto da compiti che tolgono potere.  Il primo gruppo, grazie al proprio lavoro,  acquista più sicurezza, maggior consapevolezza della propria condizione e conoscenza dei luoghi di lavoro e diventa più socialmente esperto e capace.  Il secondo gruppo, a causa del proprio lavoro diverso, perde fiducia in sé stesso,  ha minor consapevolezza della propria condizione e conoscenza dei luoghi di lavoro ed è meno socialmente esperto e capace.  Il primo ha molto più potere del secondo e sfrutta quel potere anche per ottenere un maggior reddito.

D’accordo, tutto questo sembra vero, concorda il ‘novantanovista’,  ma se il 20 – 25% si schiera con noi nel perseguire i nostri programmi, non è una buona cosa?

Sì, ma ci sono due altre possibilità che non dovremmo ignorare.  In primo luogo, essi possono schierarsi con i proprietari al vertice. In secondo luogo, potrebbero avere i loro programmi da perseguire , diversi dai nostri.  Ma queste eventualità non sono soltanto possibili, bensì molto probabili per molti dipendenti con alto potere, anche se alcuni di loro potranno schierarsi con lavoratori più tipici.

Bene, dice il ‘novantanovista’, ma continuo a non vedere il problema riguardo allo slogan.  Se vogliamo che i medici, gli avvocati, gli ingegneri e altri si schierino dalla nostra parte, perché il fatto di avere un unico nome per tutti noi – i ‘novantanovisti’ –  non è un buon passo verso quell’obiettivo? Perché non è bene accogliere il 20 -25%  nel nostro vasto schieramento?

Lo è, per certi aspetti. E certamente l’approccio opposto (trattare da nemici i dipendenti che hanno potere) garantirebbe virtualmente la loro assenza dai nostri accampamenti, dalle nostre marce e dimostrazioni.

Ma ecco la mia eresia. Credo ci sia una dinamica forte per cui se non prestiamo seria attenzione alle differenze tra il circa 20% – chiamiamolo la classe coordinatrice – e il circa 80% privato di potere – chiamiamolo la classe lavoratrice – i coordinatori finiranno per dominare i lavoratori, trasformando le aspirazioni della classe lavoratrice all’assenza di classi nel programma della classe lavoratrice di dominio dei coordinatori.

Senza entrare qui in dettagli infiniti, il punto è che i coordinatori hanno il monopolio del lavoro che dà potere. Non sono più intelligenti. Non sono più industriosi. Non sono più validi. Sono piuttosto elevati dai loro precedenti, dalla fortuna, da un’istruzione migliore e prevalentemente dalla loro posizione nella divisione del lavoro. I lavoratori sono subordinati a causa dei loro precedenti, fortuna, peggior istruzione, e prevalentemente dalla loro posizione nella divisione del lavoro. Tutto questo può e deve cambiare. Un movimento vincente deve occuparsi di tutto questo, e non per ultima cosa di lottare per cambiare la divisione del lavoro.

Per esempio, quali preferenze caratterizzano i nostri movimenti? Cosa celebrano i nostri movimenti? Quali sensazioni suscitano in chi vi partecipa? Cosa offrono ai partecipanti i nostri movimenti? A chi fanno appello i nostri movimenti? Chi prende le decisioni nei nostri movimenti? Quali persone si sentiranno a proprio agio e sentiranno di ricevere potere dai nostri movimenti? E, infine, per che cosa si battono i nostri movimenti?

Se poniamo queste domande riguardo alla razza o al genere le implicazioni sono chiare.  Sappiamo che non siamo tutti della stessa razza. Sappiamo che non siamo tutti dello stesso genere.  Sappiamo che abbiamo bisogno di movimenti che affrontino le disuguaglianze e le gerarchie razziali e di genere.  Per concentrarci su ciò non sosteniamo, ovviamente, che tutti i bianchi siano dei nemici.  Non sosteniamo che gli uomini sono dei nemici. Tuttavia riconosciamo che ci sono privilegi reali di cui occuparsi.  Ci assicuriamo attentamente che i nostri movimenti elevino le donne e le persone di colore a posizioni di influenza e che i nostri movimenti rifiutino la cultura, gli stili, le abitudini, i valori e i presupposti non solo associati al governo dei gruppi dominanti, ma che respingono in gruppi subordinati.

Non dobbiamo trasferire quel tipo di riflessione ai problemi di classe? Dovremmo accettare di avere un movimento contro l’1% e persino un movimento che si denomini anticapitalista, che nonostante ciò abbia una cultura, uno stile, consuetudini, valori e presupposti e, ancor peggio, un’organizzazione e una dirigenza che diano per scontato il costante dominio della classe coordinatrice, anziché combattere per eliminare tutte le divisioni di classe? Temo che se nemmeno menzioniamo la divisione in classi, se la seppelliamo attivamente sotto quest’etichetta del 99% che include tutti, applicata a chiunque non sia un capitalista, apriremo la porta al non affrontare i problemi di classe all’interno della nostra organizzazione.

Nei nostri movimenti è certamente importante che affrontiamo i problemi della proprietà privata.  Altrimenti trascureremmo le dinamiche del dominio capitalista. Ma è anche importante che affrontiamo i problemi dell’accesso asimmetrico al potere economico.  Altrimenti trascureremmo le dinamiche del dominio dei coordinatori.

E’ ovviamente importante che non abbiamo un branco di capitalisti a decidere dei nostri programmi. E’ anche importante non avere solo membri della classe coordinatrice a farlo.  E’ importante che non  adottiamo stili e approcci comodi per l’1%, o per il 20 – 25%, ma non comodi per il 75 – 80%.

Il ‘novantanovista’ può replicare, oh, quella è soltanto retorica marxista ortodossa ormai superata che ridurrebbe, dividendoci, il nostro potenziale.

E’ così e non è così. E, ironicamente, è vero il contrario.

Trattare l’economia come se ci fossero soltanto due classi importanti – che le si chiami proprietari e lavoratori o 1% e 99% – è, in effetti, il logoro vecchio approccio marxista.  Accomunare in una sola categoria tutti quelli che non sono capitalisti – che chiamiamo quella categoria lavoratori o 99% – maschera un differenza criticamente importante tra i non capitalisti e oscurare questa differenza è stato, in realtà, un problema principale del marxismo, perché l’uso del suo approccio a due classi ha invariabilmente generato economie veteromarxiste in cui la (non citata) classe coordinatrice ha governato sulla (celebrata) classe lavoratrice.

Ma il ‘novantanovista’ può replicare, d’accordo, abbastanza giusto per quanto riguarda il lungo termine.  Ma non stiamo per conquistare una nuova economia domani o la prossima settimana.  E per adesso abbiamo necessità di accogliere quanti più nuovi partecipanti sia possibile, giusto?

Sì, è vero. Ma i partecipanti che abbiamo il maggior bisogno di accogliere ed elevare a definire i nostri movimenti, sono la gente della classe lavoratrice.  Usiamo  di nuovo l’analogia con il razzismo.  Abbiamo bisogno di un movimento antirazzista e certamente abbiamo necessità di accogliervi partecipanti bianchi, ma solo se sono contro il razzismo e sono pronti, anche se solo in modo imperfetto e a volte con riluttanza, a non sfruttare i propri privilegi.  Non possiamo accogliere bianchi in un movimento antirazzista in modi che portino ad adottare approcci, linguaggio e abitudini che escludano dalla partecipazione la gente di colore.

Per analogia, vogliamo medici, avvocati, ingegneri, professori e persino dirigenti in un movimento che combatte contro il dominio di classe? Sì, a ogni costo, ovviamente li vogliamo, ma solo se sono dalla parte della gente che lavora e solo se sono pronti, anche se solo imperfettamente e a volte con riluttanza, a comprendere e a cercare di superare i propri privilegi. Abbiamo bisogno di dottori, avvocati, ingegneri, professori e persino dirigenti che siano pronti a rispettare gli atteggiamenti, la cultura e le scelte della classe lavoratrice.  Che siano pronti ad accettare la guida della classe lavoratrice.  Che siano pronti a diffondere il sapere attualmente monopolizzato, non ad accumularlo. Che siano pronti ad ascoltare, non solo a tenere lezioni.

“E gli studenti?” Dice il ‘novantanovista’.

Vale lo stesso discorso, vero? Se uno studente che spera di diventare dottore o avvocato spera anche di mettere la propria istruzione e il proprio addestramento a disposizione della gente che lavora, e anche di abbattere gli ostacoli che impediscono alle persone di emanciparsi, allora è magnifico.  Benvenuto a bordo.  Ma se uno studente che spera di diventare dottore o avvocato spera anche di diventare quanto più ricco possibile e si identifica in una élite e vede la soluzione della crisi economica attuale, ad esempio, in un ritorno alla normalità, allora è tutta un’altra faccenda, vero?

E’ vero che, nella pratica, è difficile gestire tali differenze e distinzioni in modi che evitino recriminazioni, colpevolizzazioni, e tutto il resto che sappiamo può paralizzarci. Ma con pazienza può essere fatto.

Permettetemi un altro esempio. Supponiamo che, lungo il percorso, arrivi il momento in cui si debbano avanzare richieste. Gli occupanti della classe dei coordinatori saranno d’accordo con proposte di ridistribuire il potere e la ricchezza non solo dall’1% al vertice ma anche dal vertice del 20 -25%? I dottori saranno d’accordo che le infermiere intacchino le loro prerogative? Gli ingegneri concorderanno sulle proposte che i lavoratori intacchino le loro prerogative?  E che dire del fatto che i professori sostengano gli studenti, anche se ciò intacca le prerogative dei professori? E i dirigenti?  E, anche se è arduo analizzare tutti i dettagli, che dire degli aspiranti dottori, ingegneri, professori e dirigenti?

Se vogliamo un movimento che persegua l’autogestione, ciò non significa che non vogliamo una divisione in classi che dia il monopolio del lavoro che dà potere a pochi e che poi elevi quei pochi coordinatori al di sopra dei lavoratori?  Se vogliamo un movimento che accolga ed emancipi la gente che lavora, ciò non significa che esso deve essere guidato dai bisogni e dai desideri della classe lavoratrice?

Per i membri della classe coordinatrice che concorderanno con l’attivismo che beneficia principalmente i lavoratori, i coinvolgimento sarà certamente di grande beneficio per i movimenti che perseguono un vero cambiamento. Ma per i membri della classe coordinatrice che non concordano con le conquiste dei lavoratori che riducono i vantaggi dei coordinatori, il coinvolgimento potrebbe interferire con il perseguimento dell’assenza di classi e potrebbe divenire una grave barriera al conservare i partecipanti della classe lavoratrice, proprio come il coinvolgimento di razzisti e sessisti può essere una barriera a conservare, come partecipanti, persone di colore e donne.

La mia preoccupazione è che, se adottiamo slogan che impongono un grosso onere anche a soltanto ammettere che ci siano differenze di classe all’interno del 99%, per non dire al delineare pacatamente e con un intento di sostegno quelle differenze e al trovare modi rispettosi per affrontarle, allora gli ostacoli e le barriere che ci troviamo di fronte potrebbero aumentare sino a diventare insormontabili.

La mia preoccupazione riguardo allo slogan del 99% è che forse abbiamo bisogno di trovare un modo per parlare di noi stessi che accolga la partecipazione, certamente, ma che ammetta anche le differenze che vanno affrontate.

Il desiderio di affrontare e gestire le differenze eliminando posizioni d’élite in una nuova economia è evidente nell’attenzione del nostro movimento all’autogestione e alla partecipazione.  E’ di questo che alla fine  si tratta nella nostra attenzione al processo, aver ragione delle gerarchie di potere e di influenza. Così, senza diventare settari, senza farci giudici, senza diventare personalistici, possiamo prestare attenzione alle differenze di classe che, se invece passano sotto silenzio, intralceranno l’autogestione e la partecipazione? Penso che possiamo farlo, e che lo dobbiamo.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://zcommunications.org/article/we-are-the-99-but-are-we-by-michael-albert

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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