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di Boaventura de Sousa Santos – 25 novembre 2011

Gli scioperi generali furono comuni in Europa e negli Stati Uniti verso la fine del diciannovesimo secolo e nei primi decenni del ventesimo.  Provocarono grandi dibattiti all’interno del movimento del lavoro e all’interno dei partiti e movimenti rivoluzionari (anarchici, comunisti, socialisti).

Molto discusse furono l’importanza dello sciopero generale nelle lotte politiche e sociali, le condizioni per il suo successo, il ruolo delle forze politiche nella sua organizzazione.  Rosa Luxembourg (1871-1919) fu una delle presenze più eminenti in questi dibattiti.  Lo sciopero generale – che non ha mai cessato di essere presente in America Latina e che è riemerso con forza in primavera nell’Africa del Nord – torna in Europa (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) e negli Stati Uniti.

La città di Oakland, in California, che era famosa per lo sciopero generale del 1946, ha fatto nuovamente ricordo a questa misura il 2 novembre e nella primavera di quest’anno i sindacati del Wisconsin hanno approvato uno sciopero generale quando la popolazione della città di Madison si stava preparando a occupare la sede del parlamento dello stato – occupazione portata a compimento con successo – nella lotta contro il governatore e la sua proposta di neutralizzare i sindacati, cancellando la contrattazione collettiva per i dipendenti del settore pubblico.

Qual è il significato di questa  ricomparsa dello sciopero generale? Anche se è vero che la storia non si ripete, quali paralleli si possono ricavare con le condizioni e le lotte sociali del passato?

In aree diverse (comunità, città, regioni, paesi) lo sciopero generale è sempre stato una manifestazione di resistenza contro una condizione onerosa e ingiusta di natura generale, cioè una condizione suscettibile di colpire lavoratori, classi lavoratrici o persino la società nel suo complesso, anche se i più direttamente colpiti erano alcuni settori sociali o professionali.

Limitazioni ai diritti civili e politici, repressione violenta di proteste sociali, sconfitte sindacali su problemi collegati alla protezione sociale, delocalizzazione di imprese con impatto diretto sulle vite delle comunità, decisioni politiche contrarie all’interesse nazionale o regionale (“tradimenti parlamentari” come la scelta della guerra o del militarismo): queste sono alcune delle condizioni che in passato hanno portato alla decisione di indire uno sciopero generale.

All’inizio del ventunesimo secolo, viviamo in un’epoca diversa e le condizioni onerose e ingiuste non sono le stesse del passato.  Tuttavia al livello della logica sociale che le governa ci sono paralleli allarmanti ricorrono in profondità nel movimento per uno sciopero generale il 24 novembre in Portogallo.

Ieri la lotta era per  diritti delle classi popolari che erano considerati ingiustamente negati; oggi la lotta è contro l’ingiusta perdita di diritti per i quali hanno lottato così tante generazioni di lavoratori e che sembravano conquiste irreversibili. Ieri la lotta era per una distribuzione più equa della ricchezza nazionale generata da capitale e lavoro; oggi la lotta è contro una distribuzione sempre più diseguale della ricchezza (paghe e pensioni confiscate, orari di lavoro più lunghi e intensi, tasse e salvataggi che favoriscono i ricchi – “l’1%”, secondo gli occupanti di Wall Street – e una vita quotidiana di ansietà e insicurezza, il crollo delle aspettative, la perdita di dignità e speranza per il “99%).

Ieri la lotta era per una democrazia che rappresentasse gli interessi della maggioranza priva di voce; oggi la lotta è per una democrazia che, dopo essere stata parzialmente conquistata, è stata svuotata dalla corruzione, dalla mediocrità e dalla viltà dei capi e dalla tecnocrazia per conto del capitale finanziario che hanno sempre servito.

Ieri la lotta era per alternative (il socialismo) che le classi dominanti riconoscevano come esistenti e perciò reprimevano brutalmente chi le difendeva;  oggi la lotta è contro il luogo comune neoliberale, insistentemente replicato dai media servili, che non c’è alternativa all’impoverimento della maggioranza e allo svuotamento delle scelte democratiche.

In generale possiamo dire che lo sciopero generale in Europa oggi è più difensivo che offensivo e guarda meno a promuovere l’avanzamento della civilità che a evitare il regresso di essa.

E’ per questo che non è più una questione di lavoratori nel loro complesso bensì piuttosto una questione di cittadini impoveriti nel loro complesso, sia quelli che lavorano sia quelli che non possono trovare lavoro, così come di quelli che hanno lavorato per tutta la vita e oggi si vedono minacciate le pensioni.

Nelle strade, l’unica sfera pubblica non ancora occupata dagli interessi della finanza, cittadini che non hanno mai partecipato ai sindacati o ai movimenti sociali, né immaginato di parlare a favore di cause altrui, stanno dimostrando.  Improvvisamente le cause degli altri sono le loro.

Boaventura de  Sousa Santos  laureato in sociologia legale, è professore all’università di Coimbra (Portogallo) e all’Università del Wisconsin, Madison (USA). Traduzione [in inglese] di Roberto D. Hernàndez. L’articolo originale A Greve Geral”  è stato pubblicato da Carta Major il 16 novembre 2011. En espanol.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/the-general-strike-by-boaventura-de-sousa-santos

Fonte: Mr Zine

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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