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di Eva Golinger  – 25 novembre 2011

Le proteste di Occupy Wall Street che si allargano agli interi Stati Uniti si sono alla fine guadagnate l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. La prolungata crisi economica e la struttura politica escludente hanno spinto migliaia di persone negli Stati Uniti a uscire dai loro locali confortevoli e a scendere in strada a sollecitare il cambiamento.  La brutale repressione della polizia in reazione a dimostrazioni pacifiche in città di tutti gli Stati Uniti ha riempito i titoli dei giornali internazionali, evidenziando l’ipocrisia di un governo veloce nell’accusare e criticare gli altri per le violazioni dei diritti umani mentre perpetua lo stesso, se non peggiore, disgustoso comportamento in patria.

Molti analisti e commentatori hanno attribuito le proteste negli USA alla cosiddetta “Primavera Araba” che ha luogo in Tunisia, Egitto e altre nazioni del Medio Oriente e dell’Africa. I movimenti negli USA e nel mondo arabo hanno condiviso tattiche e caratteristiche simili, compreso l’uso di media sociali come Twitter, Youtube e Facebook, per mobilitare dimostrazioni e pubblicizzare attività di protesta e repressione statale. I protagonisti di queste rivolte sono stati principalmente i giovani e gli indignati e scontenti nei confronti di sistemi che li hanno abbandonati e hanno lasciato senza opportunità milioni di persone impoverite.

In Spagna e in Cile, dimostrazioni analoghe hanno luogo dall’inizio del 2011 e hanno portato migliaia di giovani e studenti a contestare sistemi politici ed economici iniqui e scorretti.  Le rivendicazioni di tutte queste proteste, dal mondo arabo all’Europa agli Stati Uniti, hanno incluso diritti basilari quali l’istruzione gratuita, lavori dignitosi, alloggi, assistenza sanitaria e una maggior inclusione e partecipazione alla politica e al governo.  “Minor rappresentanza, minor partecipazione” sono i gridi che salgono dagli “indignados” di tutto il mondo.

Quello che pochi hanno notato, o hanno intenzionalmente omesso, è come i popoli dell’America Latina siano insorti all’inizio di questo secolo con rivendicazioni e sogni identici a quelli di coloro che protestano oggi negli Stati Uniti, in Europa e nelle nazioni arabe, e come sono stati capaci di prendere democraticamente il potere e cominciare a ricostruire le proprie nazioni. L’influenza delle rivoluzioni del ventunesimo secolo in America Latina sul Movimento Occupiamo e sulla Primavera Araba non può essere sottovalutata.

ISPIRAZIONE A SUD DEL CONFINE

Slogan, cori e commenti dei dimostranti di Occupiamo Wall Street (OWS) che sollecitano la fine del dominio delle imprese e chiedono una spesa pubblica più equa e opportunità per la maggioranza (il 99%) sono analoghi a quelli che si sono sentiti in tutto il Venezuela negli anni ’90, quando la privatizzazione si è impossessata del paese ricco di petrolio, le multinazionali hanno governato e il popolo è stato relegato nelle baraccopoli.

Decenni di esclusione, repressione e cattiva amministrazione del governo e delle risorse in Venezuela hanno portato il popolo (il 99%) alla rivolta, nel 1989, contro un’amministrazione che stava vendendo rapidamente il paese al miglior offerente.  Il “Caracazo” del 27 febbraio 1989 è stato una rivolta popolare di massa nella capitale del Venezuela, Caracas, contro le privatizzazioni e la globalizzazione; contro il governo delle imprese [‘corporatocracy’ nell’originale – n.d.t.]. Il governo, guidato dal presidente Carlo Andres Perez, ha reagito con la repressione brutale.  Più di 3.000 persone sono state uccise dalla violenza delle autorità statali. I corpi sono stati gettati in fosse comuni e lasciati a marcire.

Ma la brutalità della violenza statale non ha fermato la maggioranza venezuelana. Lungo tutti gli anni ’90, il popolo ha cominciato a organizzare la propria frustrazione in una coalizione su scala nazionale nel tentativo di liberarsi del sistema “rappresentativo” bipartitico che aveva governato per decenni.  Al vacillare dell’economia e al crollare delle banche, e con  i politici si sono appropriavano , con il furto, di tutto quello che potevano e cercavano  di vendere il resto, il popolo si è mobilitato.  Nel 1998 è stato eletto da questo movimento di base  un nuovo presidente, ponendo fine al dominio dello governo delle imprese travestito da democrazia.

Il nuovo governo, guidato da Hugo Chavez, ha promesso una completa trasformazione del sistema. Sarà smontato e ricostruito dal popolo.  La democrazia non sarà più “rappresentativa” ma sarà partecipativa.  Ci sarà una redistribuzione delle risorse pubbliche per garantire che il 99% vi sia incluso.  L’assistenza sanitaria e l’istruzione saranno gratuite, universali e accessibili a tutti.  Sarà stilata una nuova costituzione, da ratificarsi dal popolo, per riflettere i bisogni, i sogni e le realtà della società odierna.  Il popolo governerà a livello di base mediante consigli e assemblee delle comunità che controlleranno le risorse locali e daranno ai membri delle comunità il potere decisionale su come le risorse debbano essere utilizzate.  Fioriranno media pubblici, alternativi e comunitari, e saranno incoraggiati dallo stato, al fine di ampliare l’accesso e garantire che tutte le voci siano udite.

Si porrà fine all’indebitamento con l’estero e ai rapporti con le istituzioni finanziarie internazionali.  Importanti risorse strategiche saranno nazionalizzate, recuperate  dalle imprese multinazionali e poste sotto il controllo dei lavoratori.  Le imprese pubbliche saranno gestite dai lavoratori e saranno di loro proprietà.  La politica estera sarà basata sulla sovranità e il rispetto delle altre nazioni, con un accento sull’integrazione, la cooperazione e la solidarietà, invece che sullo sfruttamento, la competizione e il dominio.

Questa non è un’utopia; questa è la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela. Ci sono voluti anni per costruirla e ci sono ancora decenni da percorrere e molti problemi e difficoltà da superare, ma il popolo del Venezuela, il 99%, è stato capace di prendere il potere democraticamente e di trasformare la propria nazione.

Nel 2005 i popoli indigeni della Bolivia hanno conquistato il potere attraverso elezioni democratiche, dopo secoli di esclusione, colonialismo e dominazione da parte di una classe dominante di minoranza.  Si sono sollevati e mobilitati contro il governo razzista delle imprese che dominava la nazione e si sono reimpossessati del potere.  Sotto la presidenza di Evo Morales, il primo capo di stato indigeno della nazione, è stata stilata una nuova costituzione che è stata ratificata dal popolo in un referendum nazionale e hanno preso ad aver luogo trasformazioni sociali per realizzare un sistema di giustizia sociale.

In Ecuador, dopo anni di tumulti politici ed economici, colpi di stato e numerosi presidenti cacciati, il popolo ha eletto Rafael Correa e la Rivoluzione dei Cittadini è salita al potere nel 2007. Liberare la nazione dalle redini del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, ravvivare l’economia e trasferire il potere al popolo, sono azioni che stanno trasformando l’Ecuador in una nazione sovrana e dignitosa.

 

NEUTRALIZZARE, DISTRUGGERE O COOPTARE LA RIVOLUZIONE

Anche se tutte queste rivoluzioni latinoamericane sono tuttora in corso, il loro accento sulla costruzione di una nazione dalla base, sul potere del popolo, sulla giustizia sociale e una sovranità vera hanno chiaramente ispirato altri nel mondo a combattere per il cambiamento nelle proprie nazioni.  Ma perché così tanti hanno mancato di vedere l’importanza dell’influenza di queste rivoluzioni in ciò che accade oggi negli Stati Uniti, in Europa e nel mondo arabo?

Principalmente perché si tratta di rivoluzioni riuscite, democratiche, pacifiche operate dal popolo, appartenenti al popolo e fatte per il popolo. Non vi sono state influenze “esterne” a dirigerle, manipolarle o tentare di “cooptarle”, come è accaduto nel caso della “Primavera Araba”. Non si sono realizzate in seguito a guerre o rivolte violente bensì piuttosto attraverso processi democratici.  Naturalmente ci sono stati molti tentativi di neutralizzare e distruggere queste rivoluzioni latinoamericane, compreso un colpo di stato in Venezuela nel 2002, un tentativo di colpo di stato in Bolivia nel 2008 e un altro tentato colpo di stato in Ecuador nel 2010. Sino ad oggi sono tutti falliti.

Agenzie USA come il National Endowment for Democracy [Fondo nazionale per la democrazia], l’International Republican Institute [Istituto internazionale Repubblicano], il National Democratic Institute [Istituto Nazionale Democratico], l’Open Society Institute [Istituto per la società aperta] e la US Agency for International Development (USAID) [Agenzia USA per lo sviluppo Internazionale] hanno finanziato e manipolato in continuazione molti di questi gruppi e organizzazioni coinvolte in nelle diverse rivolte nelle nazioni arabe.  L’amministrazione Obama è stata pesantemente coinvolta nei movimenti in Tunisia e in Egitto, circostanza provata dalle continue visite di rappresentanti del Dipartimento di Stato a queste nazioni per assicurarsi che il risultato politico fosse favorevole agli interessi statunitensi.  Washington ha anche tentato di promuovere rivolte analoghe in paesi con governi scomodi, come la Siria e l’Iran.  La guerra brutale contro la Libia e l’assassinio extragiudiziale di Muammar al-Gheddafi un tentativo obliquo degli USA di fronteggiare una “rivoluzione popolare” nella nazione nordafricana.

La manipolazione e l’infiltrazione di forze esterne nei movimenti del mondo arabo hanno contribuito al loro caos, disordine e fallimento nel concretarsi in rivoluzioni vere, vere trasformazioni delle loro strutture politiche, economiche e sociali. Sarebbe una sconfitta amara e tumultuosa per gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali se queste nazioni arabe dovessero costruire i movimenti rivoluzionari sovrani che milioni di persone di quei paesi domandano.

E, tornando agli Stati Uniti, la violenta repressione contro il movimento Occupiamo è un chiaro tentativo di neutralizzare e screditare la prima possibile coalizione che potrebbe crescere sino a diventare una forza politica potente che potrebbe liberare il paese dal regno Democratico-Repubblicano.  Mentre questo movimento lotta per consolidare e definire i suoi obiettivi, le rivoluzioni a sud del confine continuano ad estendersi.

I media delle imprese censurano, distorcono e tentano di imporre il silenzio sui progressi dei movimenti popolari in Bolivia, Ecuador, Venezuela e in altre nazioni latinoamericane. I capi di tali movimenti sono demonizzati dai mass media in un tentativo di sminuire l’importanza delle loro azioni e di farli passare per personaggi pericolosi considerati “matti”.

Nonostante questi tentativi di offuscarle, le rivoluzioni latinoamericane del ventunesimo secolo hanno preparato il terreno per altri nel Sud Globale, e nel Nord, affinché elevino le proprie voci e si uniscano per costruire un mondo migliore.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/inspiration-south-of-the-border-by-eva-golinger

Fonte: Postcards from the Revolutions [Cartoline dalle rivoluzioni]

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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