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di Paul Street – 24 novembre 2011

A volte le opinioni autoritarie più raggelanti assumono una forma apparentemente innocente.  Prendete, ad esempio, il seguente commento sul movimento Occupy Wall Street [Occupiamo Wall Street] di un dirigente finanziario veterano di New York: “Non è una rivolta della classe media” ha dichiarato il 13 ottobre il banchiere al New York Times. “Sono frange. E’ gente che ha tempo per queste cose.” (corsivo aggiunto). [1]

Dimentichiamo, ai fini di queste righe, che la maggior parte dei dimostranti del movimento OWS hanno mostrato di provenire dalla classe media e da quella lavoratrice o che le loro fondamentali rimostranze – la ricchezza e il potere eccessivi dei super-ricchi e l’impatto corrosivo degli sconvolgenti livelli di disuguaglianza degli Stati Uniti – sono ampiamente condivise dalla maggioranza degli statunitensi della classe media e di quella lavoratrice.

La cosa che, per me, davvero spicca in questo commento è  l’apparente disprezzo del banchiere per l’idea che una parte della cittadinanza possa in effetti disporre di tempo sufficiente per partecipare a un movimento di protesta.  “E’ gente che ha tempo per queste cose.” Immaginatevi!  Se gli Stati Uniti fossero un paese migliore, sembra pensare il ricco capitano della finanza, la popolazione sarebbe così indaffarata, così occupata, così sotto il giogo della schiavitù dello stipendio o salario e/o della condizione di studente e/o dei problemi privati e delle faccende domestiche e/o di altre occupazioni individuali che nessuna parte significativa di essa disporrebbe di ore, minuti, giorni e settimane sufficienti per agire riafferrare il controllo della “sua” società e del suo governo strappandolo alla dittatura non eletta del denaro sulla nazione.

Il tempo, come suggerisce, senza volerlo, il commento del banchiere, è un tema democratico centrale e critico [2].  E’ qualcosa che non si apprenderebbe da gran parte del dibattito convenzionale sulle difficoltà che il superlavoro e altre forme collegate di eccesso di impegni provocano ai tormentati statunitensi.  La discussione si concentra sul prezzo pagato in termini di tensioni individuali e familiari, salute personale, difficoltà nei rapporti, consumi eccessivi e disoccupazione per quelli le cui opportunità di lavorare sono ridotte dal troppo lavoro dei molti che un lavoro ce l’hanno.  Ma sia i militanti del mondo del lavoro sia i membri dei sindacati che furono pionieri del movimento per il tempo libero (all’inizio con la giornata lavorativa di 10 ore) negli Stati Uniti agli inizi del diciannovesimo secolo, considerarono il tempo prima di tutto e soprattutto come un problema della democrazia.  A cosa serviva, chiedevano, il presunto conseguimento del governo popolare grazie alla celebrata rivoluzione americana e alle successive lotte per l’estensione del diritto di voto ai cittadini e lavoratori “liberi” che non avevano il tempo e l’energia per informarsi e istruirsi riguardo ai problemi e per partecipare in modo significativo alla vita civile?  Come sapevano e dicevano i pionieri sindacali, la democrazia formale senza tempo per goderne ed utilizzarne i benefici era una scatola vuota e un percorso sicuro verso il governo incontrollato dell’élite ricca, che è ricca di tempo oltre che di beni materiali.   La lotta per le Dieci e poi le Otto Ore di Lavoro al giorno espresse, tra altre cose, la rivendicazione del diritto dei lavoratori comuni a partecipare alla tanto strombazzata Età della Democrazia e dell’Illuminismo.

I movimenti per la giustizia e la democrazia necessitano di (e nei casi migliori sostengono gli attivisti con) tempo ed energie per apprendere, riflettere, organizzare e lottare. Ringraziamo Dio che migliaia di attivisti del movimento Occupy in tutto il paese dispongano del tempo e dell’energia per riportare alcuni reali temi egualitari e populisti nell’ambito del diritto alla libera espressione e degli altri diritti democratici che le imprese e i servi assunti dai padroni ricchi hanno lavorato incessantemente per sovvertire, incanalare, cooptare e comunque controllare in altri modi al fine di creare una “democrazia amministrata dalle imprese” orwelliana e ossimorica [3].

E’ difficile non constatare in questo una deliziosa ironia.  Lo sprezzante banchiere citato più sopra avrebbe potuto riflettere un po’ di più sulla responsabilità del proprio sistema di profitto nel generare un po’ del “tempo libero” di cui alcuni cittadini statunitensi sembrano disporre.  Nel gettare milioni sulla strada e nel distruggere le occupazioni (nel senso di “lavori”) in tutta la nazione, il più recente epico crollo del sistema capitalista dominato dalla finanza e incline alle crisi sotto il peso della sua intossicazione per il profitto [4] ha creato un surplus di ore e giorni liberi rappresentanti economicamente dei “costi di opportunità” per un certo segmento degli statunitensi che sembra pensare che intraprendere una lotta contro il sistema del profitto, canceroso e infliggente miseria,  sia un uso migliore del tempo libero rispetto al crogiolarsi nell’autocompatimento o ridefinizioni individuali ed idiote [5] di sé stessi. Forse al nostro banchiere piacerebbe utilizzare quel tempo e quel denaro per spingere i legislatori a far risorgere gli Ospizi di Mendicità dell’Era Vittoriana, progettati per far sì che i lavoratori e i cittadini non cadessero facilmente nell’orrida illusione umanizzante che ci possa essere qualcosa di più significativo (o addirittura possibile) da fare del proprio tempo sulla Terra che non affittare le proprie capacità fisiche e mentali a capitani d’industria amorali o ai gendarmi imperiali che controllano la periferia coloniale dell’impero.

Niente lavoro appropriatamente al servizio delle élite e del profitto da dare alle “frange” di Occupanti con troppo tempo a disposizione per  il bene della plutocrazia? Forse i miscredenti potrebbero essere obbligati a guardare dieci ore di televisione commerciale dello stato patrio (compresa la riproposta degli episodi del programma protofascista di Maury Povich e di “Casalinghe del New Jersey”?) o a scavare dei buchi e a riempirli in continuazione sotto il controllo della polizia e a gestire banchetti di limonata nei sottopassaggi di New York.  Qualsiasi cosa pur di tenerli troppo occupati dall’alto per poter pensare ed agire secondo la pericolosa idea dal basso che – per citare uno dei più di 32.000 manifestanti che sono scesi in strada dopo che il megamiliardario e capitano della finanza Michael Bloomberg (nella doppia veste di sindaco di New York e di dodicesimo tra le persone più ricche degli Stati Uniti) ha sgomberato il movimento Occupy dal parco Zuccotti la settimana scorsa – “il nostro sistema politico dovrebbe essere al nostro servizio, non al servizio soltanto dei molto ricchi e potenti.” Un’idea da traditori, la prevedibile conseguenza di braccia e menti pericolosamente oziose.

 

Paul Street (www.paulstreet.org) è autore di molti libri, compreso ‘Empire and Inequality: America and the World after 9/11’ [L’impero e la disuguaglianza: gli Stati Uniti e il mondo dopo l’11 settembre] (Paradigm 2004), ‘The Empire New Clothes: Barack Obama in the Real World of Power’ [Gli abiti nuovi dell’impero: Barack Obama nel vero mondo del potere] (Paradigm 2010) e (co-autore insieme con Anthony DiMaggio) di ‘Crashing the Tea Party: Mass Media and the Campaign to Remake American Politics’ [Abbattere il Tea Party: i mass media e la campagna per rifondare la politica statunitense] (Paradigm 2011). Street può essere raggiunto a paulstreet99@yahoo.com .

 

Note finali selezionate

[1] Nelson D. Schwartz e Eric Dash, “In Private, Wall St. Bankers Dismiss Protestors as Unsophisticated,” [In privato i banchieri di New York scartano i dimostranti in quanto semplicistici] New York Times, 14 ottobre  2011

[2] Un aspetto importante del superlavoro che stranamente mancante nella brillante analisi marxiana e vista da diverse angolature nel classico volume di Juliet Schor ‘The Overworked American: The Unexpected Decline of Leisure’  [Lo statunitense sovraccarico: l’inatteso declino del tempo libero] (New York, Basic Books, 1992).

[3] Come il critico radicale australiano della propaganda, Alex Carey, ha osservato nella sua raccolta, pubblicata postuma, ‘Taking Risk Out of Democracy: Corporate Propaganda versus Freedom and Liberty’ [Liberare la democrazia dal rischio: la propaganda delle imprese contro le libertà*] (Urbana, IL: Uniuversity of Illinois Press, 1997): “Il ventesimo secolo è stato caratterizzato da tre sviluppi di grande importanza politica: la crescita della democrazia, la crescita del potere delle imprese e la crescita della propaganda delle imprese come mezzo per proteggere il potere delle imprese dalla democrazia” (18).  L’espressione “democrazia amministrata dalle imprese” appare a pag. 139 alla fine del raggelante saggio di Carey “The Orwell Diversion” [Il diversivo orwelliano], che sosteneva che la maggiore minaccia totalitaria contemporanea proveniva non dallo stalinismo e dalla “sinistra”, bensì dai metodi e mezzi potenti del settore delle imprese per controllare il pensiero nell’Occidente “liberale” e “democratico”.

[* ho tradotto con “le libertà” di due termini ‘Freedom’ e ‘Liberty’ dell’originale; la differenza tra i due termini inglesi è piuttosto sottile e nel linguaggio comune sono utilizzati, salvo che nelle frasi fatte, come sinonimi; ‘liberty’, derivando dal latino liber ovvero ‘non schiavo’, sarebbe più incentrata sull’idea di un’assenza di costrizioni altrui; ‘freedom’ sarebbe più orientata all’esercizio di diritti socialmente riconosciuti  (la mia libertà (freedom) finisce dove comincia la tua) o che dovrebbero esserlo; libertà di espressione (freedom of speech), diritto all’informazione (freedom of information) – n.d.t.]

[4] Come osserva l’eccellente analista marxista David McNelly nel migliore volume scritto sinora sulla crisi economica attuale: “ogni crisi è unica. Ma questo non significa [che le ricorrenti Grandi Depressioni del sistema siano (nota di Paul Street)] eventi casuali.  Al contrario, come ha riconosciuto da molto tempo una molteplicità di grandi economisti politici, la crescita, in un’economia capitalista,  genera invariabilmente grandi crisi del sistema.  In conseguenza il capitalismo passa attraverso espansioni e contrazioni nello stesso modo in cui le persone inspirano ed espirano.  I cicli di espansione e contrazione sono … intrinseci del capitalismo; sono un riflesso fisiologico del sistema.” David McNally ‘The Economics and Politics of Crisis and Resistance’ [L’economia e la politica delle crisi e della resistenza] (PW Press, 2011), 61. Per un’analisi e descrizione eccellenti di come e perché operano i cicli ricorrenti di espansione  e di crisi, si vedano le pagine da 61 a 84. Utile anche nel presentare le tendenze del sistema capitalista a crisi e crolli ricorrenti (anche se meno riuscito nel comprendere la crisi attuale) è l’importante libro di Chris Herman ‘Zombie Capitalism: Global Crisis and the Relevance of Marx’ [Capitalismo zombie: la crisi globale e la rilevanza di Marx) (Chicago – Haymarket 2009.  Sulla tendenza alle crisi vedere il capitolo tre “Le dinamiche del sistema” 55-85.)

[5] In un saggio sulla rilevanza contemporanea del Manifesto del Partito Comunista, Eric Hobsbawm osserva (in rapporto all’espressione di Marx ed Engels “l’idiozia della vita rurale”) che “il significato originale del termine greco ‘idiotés’, da cui deriva il significato attuale di ‘idiozia’ o ‘idiota’, è “una persona che si interessa solo dei suoi affari personali e non di quelli della comunità più ampia.” Erich Hobsbawm ‘How to Change the World: Reflections on Marx and Marxism’ [Come cambiare il mondo: riflessioni su Marx e sul Marxismo] (New Haven, CY, Yale University Press, 2011) 108

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/it-s-people-who-have-the-time-to-do-this-a-banker-speaks-on-the-democratic-danger-of-leisure-by-paul-street

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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