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di Mike Davis – 25 novembre 2011

Un’amica canadese mi ha chiesto se le proteste degli anni ’60 hanno qualche lezione importante da trasmettere al movimento Occupy [Occupiamo]. Le ho detto che uno dei pochi ricordi chiari che conservo di 45 anni fa è il fervido voto di non diventare un vecchio noioso con lezioni da trasmettere. Ma lei ha insistito e alla fine la domanda ha suscitato la mia curiosità: cosa, in realtà, ho imparato dalla mia vita pasticciona di attivismo? Beh, inequivocabilmente sono un professionista nel ricavare 1.000 copie di un opuscolo da una matrice di ciclostile prima che si disintegri. (Ho promesso ai miei ragazzi di portarli un giorno o l’altro al museo Smithsonian a vedere uno di questi marchingegni infernali che hanno alimentato i movimenti contro la guerra e per i diritti umani). A parte questo, principalmente ricordo ingiunzioni di compagni più anziani e più esperti che ho mandato a memoria come una specie di Dieci Comandamenti personali (come si possono trovare in un libro di diete o in un opuscolo ispiratore). Per quel che valgono:

  • Primo: l’imperativo categorico è di organizzare, o piuttosto agevolare l’auto-organizzazione altrui. Catalizzare è una buona cosa, ma organizzare è meglio.
  • Secondo: la dirigenza deve essere temporanea e soggetta a revoca.  Il lavoro di un buon organizzatore, come ho detto spesso nel movimento per i diritti civili,  consiste nell’organizzare l’uscita da un compito, non nel diventare indispensabili.
  • Terzo: i dimostranti devono sovvertire la costante tendenza dei media alla metonimia: la designazione di un intero attraverso una parte, di un gruppo attraverso un individuo.  (Si consideri quanto sia bizzarro il fattoi che, per esempio, abbiamo la “Giornata di Martin Luther King” invece che la “Giornata del Movimento per i Diritti Civili”). I portavoce devono essere costantemente ruotati e, quando necessario, vanno fucilati.
  • Quarto: lo stesso avvertimento si applica al rapporto tra un movimento e singoli che partecipano come un blocco organico.  Io credo davvero nella necessità di una sinistra rivoluzionaria organica, ma i gruppi possono reclamare autenticità soltanto se danno priorità alla costruzione della lotta e non mantengono segreti i loro programmi ai partecipanti.
  • Quinto: come abbiamo imparato a nostre spese negli anni ’60, la democrazia unanime non è la stessa cosa che la democrazia partecipativa.  Per gruppi di affini e comuni, la procedura decisionale all’unanimità può funzionare in modo ammirevole, ma per qualsiasi protesta vasta e a lungo termine, è essenziale una qualche forma di democrazia rappresentativa che permetta la partecipazione più vasta e più egualitaria.  Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli: garantirsi che ogni delegato possa essere revocato, formalizzare i diritti delle minoranze politiche, garantire la rappresentanza affermativa, e così via.  So che è eretico dirlo, ma i buoni anarchici, che credono nell’autogoverno della base e nell’azione concertata, troveranno molte cose di valore nel Robert’s Rules of Order (semplicemente una procedura per discussioni e decisioni organizzate).
  • Sesto: una “strategia organizzativa” non è soltanto un piano per allargare la partecipazione alle proteste, ma anche un’idea per allineare le proteste alle basi che sopportano il peso maggiore dello sfruttamento e dell’oppressione.  Ad esempio, una delle mosse strategiche più brillanti del movimento di liberazione dei neri nei tardi anni ’60 fu di portare la lotta all’interno delle fabbriche di auto di Detroit a formare la Lega dei Lavoratori Rivoluzionari Neri.  Oggi, “Occupare il quartiere” è una sfida e un’opportunità simile.  E le truppe che occupano il giardino davanti dei plutocrati devono reagire inequivocabilmente alla crisi dei diritti umani delle comunità degli immigranti della classe lavoratrice.  Le proteste per i diritti degli immigrati, cinque anni fa, sono state tra le più vaste dimostrazioni di massa della storia USA.  Forse il prossimo Primo Maggio vedrà la convergenza di tutti i movimenti contro la disuguaglianza in una singola giornata d’azione.
  • Settimo: costruire movimenti che siano sinceramente inclusivi dei disoccupati e dei poveri richiede infrastrutture per soddisfare necessità elementari come il cibo, un rifugio e assistenza medica.  Per permettere vite di lotta dobbiamo creare collettivi di condivisione e redistribuire le nostre stesse risorse ai giovani combattenti sulla linea del fronte.  Analogamente dobbiamo rinnovare l’apparato dei professionisti legali dediti al movimento (come la Lega Nazionale degli Avvocati) che ha svolto un ruolo vitale nel sostenere le proteste di fronte alle repressioni di massa degli anni ’60.
  • Ottavo: il futuro del movimento Occupy sarà determinato meno dal numero di persone nel parco della Libertà [parco Zuccotti] (anche se la sua sopravvivenza è un sine qua non del futuro) che dalle forze sul campo a Dayton, Cheyenne, Omaha ed El Paso.  La diffusione geografica delle proteste in molti casi eguaglia un coinvolgimento diversificato di gente di colore e di persone sindacalizzate. L’avvento dei media sociali, ovviamente, ha creato opportunità senza precedenti per un dialogo orizzontale tra attivisti non di élite in tutto il paese e in tutto il mondo.  Ma Occupare le Strade della Gente Comune richiede ancora maggior sostegno da gruppi dotati di maggiori risorse e più mediagenici nei grandi centri urbani ed accademici.  Un centro autofinanziato di oratore e di artisti a livello nazionale sarebbe inestimabile. Di converso, è essenziale portare le storie dei centri e delle periferie al pubblico nazionale.  La narrazione delle proteste deve diventare un murale di ciò per cui lotta la gente comune in tutto il paese, ad esempio bloccare le miniere a cielo aperto in West Virginia; riaprire gli ospedali a Laredo; appoggiare i lavoratori del porto a Lonview, Washington; combattere un ufficio dello sceriffo fascista a Tucson; denunciare le squadre della morte a Tijuana o il riscaldamento globale a Saskatoon, e così via.
  • Nono: la crescente partecipazione dei sindacati alle proteste di Occupy – compresa la fenomenale mobilitazione che ha costretto il Dipartimento di Polizia di New York a ritirarsi dal tentativo di cacciare OWS – stimola la mutua trasformazione e fa nascere la speranza che la rivolta possa diventare una vera lotta di classe. Tuttavia dovremmo al tempo stesso ricordare che la dirigenza sindacale, nella sua maggioranza, resta perdutamente devota a un matrimonio disastroso con il Partito Democratico, così come a guerre intersindacali senza principi che hanno  distrutto molta della speranza di un nuovo inizio per il mondo del lavoro.  I dimostranti contro il capitalismo devono dunque agganciarsi più efficacemente con la base dei gruppi di opposizione e con le rappresentanze progressiste all’interno dei sindacati.
  • Decimo: una delle lezioni più semplici ma più durature dei dissidenti del passato è la necessità di parlare in dialetto. L’urgenza morale del cambiamento acquista la sua massima grandezza quando è espressa in un linguaggio condiviso. In effetti le voci radicali più grandi – Tom Paine, Sojourner Truth, Frederick Douglas, Gene Debs, Upton Sinclair, Marthin Luther King e Mario Savio – hanno sempre saputo come fare appello agli statunitensi nelle potenti parole familiari delle maggiori tradizioni della coscienza. Un esempio straordinario è stata la campagna quasi vincente di Sinclair a governatore della California nel 1934. Il suo programma, “Ora basta con la povertà in California” era essenzialmente il programma del partito socialista tradotto in parabole da Nuovo Testamento.  Conquistò milioni di sostenitori. 

Oggi, mentre i movimenti Occupy discutono se hanno o meno bisogno di una concreta definizione politica, dobbiamo capire quali richieste abbiano il maggior sostegno pur restando radicali in senso antisistema.  Alcuni attivisti giovani potrebbero mettere temporaneamente da parte i loro Bakunin, Lenin o Slavoj Zizek e spolverare una copia della piattaforma del 1944 di Franklin Delano Roosevelt: una Carta dei Diritti Economici.  Fu una chiamata a raccolta della cittadinanza sociale e una dichiarazioni di diritti inalienabili al lavoro, alla casa, alla salute e a una vita felice; lontanissima quanto è possibile immaginarlo dalla timida politica remissiva del “per favore uccidete solo metà degli ebrei” dell’amministrazione Obama. La piattaforma del quarto mandato (quali che fossero le motivazioni opportunistiche esistenti alla Casa Bianca) utilizzò il linguaggio di Jefferson per portare avanti le richieste del CIO [Confederation of Industrial Workers – Confederazione dei lavoratori dell’industria – n.d.t.]  e dell’ala socialdemocratica del New Deal.  Non fu il programma massimo della sinistra (cioè la proprietà sociale democratica delle banche e delle grandi industrie) ma certamente fu la posizione progressista più avanzata mai sposata da un grande partito politico o da un presidente USA.  Oggi, naturalmente, una Carta dei Diritti Economici è sia del tutto utopistica sia una semplice definizione di ciò di cui, esistenzialmente, ha bisogno la maggioranza degli statunitensi.  Ma i nuovi movimenti, come i vecchi, devono a tutti i costi occupare il terreno dei bisogni fondamentale, non quello del “realismo” politico a breve termine.  Nel farlo, perché non accettare il dono dell’avallo di Franklin Delano Roosevelt?

Mike Davis è professore insigne alla Facoltà di Scrittura Creativa dell’Università della California, Riverside. Teorico, storico e attivista sociale urbano, Davis è autore di ‘City of Quartz: Excavating the Future in Los Angeles’ [Città di quarzo; scavare il futuro a Los Angeles] e di ‘In Praise of Barbarism; Essays against Empire’ [Elogio dei barbari: saggi contro l’impero]. Leggete altri articoli di Mike Davis su The Rag Blog.  

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/ten-immodest-commandments-by-mike-davis

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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