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di Satoko Oka Norimatsu – 23 novembre 2011

L’11 marzo 2011 un terremoto e uno tsunami lungo la costa del Pacifico del Giappone Nord-orientale hanno portato una devastazione  che ha ricordato i bombardamenti atomici ed incendiari del 1945 devastando cittadine intere, riempiendole dei corpi delle vittime e ponendo una minaccia costante ai sopravvissuti.  Dopo Hiroshima e Nagasaki la fusione del reattore nucleare e l’esplosione di quattro reattori nell’impianto nucleare della Daiichi di Fukushima sono state il terzo disastro nucleare su larga scala che ha colpito il Giappone. Questa volta, tuttavia, il Giappone se lo è autoinflitto.

Due settimane dopo il disastro l’autore Oe Kenzaburo ha scritto:

“I giapponesi non dovrebbero pensare all’energia nucleare in termini di produttività industriale … Ripetere l’errore mostrando, attraverso la costruzione dei reattori nucleari, la stessa mancanza di rispetto per la vita umana è il peggior tradimento possibile della memoria delle vittime di Hiroshima. [1]”

Il New Yorker, che ha pubblicato il saggio di Oe, è stato il giornale che nel 1946 ha pubblicato Hiroshima [2], di John Hershey, dove per la prima volta, attraverso i racconti delle vittime della bomba, i lettori statunitensi si sono confrontati con le conseguenze umane degli avvenimenti che si erano svolti sotto il fungo nucleare.  Ora il Giappone, la “nazione pacifista protetta dall’ombrello nucleare statunitense”, come dice Oe, si è permesso di prendere parte all’illusione di una dicotomia tra armamenti nucleari ed energia nucleare, un male i primi e pacifica la seconda.

Il sentimento antinucleare era cresciuto rapidamente nel Giappone post 1945, specialmente dopo che l’equipaggio della barca da pesca giapponese Lucky Dragon #5 era stato investito dalle radiazioni della sperimentazione statunitense di una bomba all’idrogeno nell’atollo di Bikini, nel 1954 [3], scatenando il  forte movimento giapponese contro le armi nucleari. Ma quel sentimento fu in gran parte eclissato dal “programma dell’atomo per la pace” dell’amministrazione Eisenhower inducendo il Giappone a investire pesantemente nell’energia nucleare.  Nel 2011 il Giappone avrebbe pagato un forte prezzo per aver ignorato i rischi e aver costruito cinquantaquattro impianti per la produzione di energia nucleare lungo la costa delle sue isole soggette a terremoti e tsunami [4]. Le due forme di energia nucleare erano infatti paragonabili nel loro potenziale di infliggere devastazioni.

Nei giorni immediatamente successivi al disastro di livello 7 del terremoto e tsunami dell’11 marzo, gli impianti nucleari sconvolti della Fukushima Daiichi hanno rilasciato materiale radioattivo in misura pari al 15% di quello rilasciato a Chernobyl (770.000 tera-becquerels) e una ricaduta radioattiva di Cesio 137 (emivita di 30 anni) pari a 168,5 volte quella rilasciata dalla bomba atomica di Hiroshima [5]. Circa 600 chilometri quadrati  (un’area dieci volte Manhattan) hanno livelli di deposito di Cesio equivalenti alla terra attorno a Chernobyl inabitabile persino 25 anni dopo l’incidente. Ci sono ulteriori 700 chilometri quadrati con livelli di radiazioni che hanno reso obbligatoria l’evacuazione dopo Chernobyl [6] e tuttavia decine di migliaia di persone, compresi bambini e donne incinta sensibili alle radiazioni, rimangono nell’area. Quello che distingue in modo particolare Fukushima da Chernobyl è la gran quantità di materiale radioattivo (3.500 tera-becquerel [7]) rilasciata nell’oceano, livelli senza precedenti in tutti gli attacchi, incidenti ed esperimenti nucleari del passato, che inducono preoccupazioni riguardo all’effetto sulla vita marina e sui frutti di mare. La Compagnia Elettrica di Tokyo (TEPCO) e il governo giapponese, nello spiegare la mancanza di prevenzione di un simile disastro, insistono nell’affermare che la scala dello tsunami è stata “oltre la portata dell’immaginazione”. Crescenti prove storiche puntano comunque al contrario: in realtà uno tsunami della scala di quello di Fukushima era da attendersi, ma il governo e la TEPCO hanno scelto di ignorarlo [8].

Molta della contaminazione di cui sopra era inevitabile anche dopo il verificarsi della fusione nucleare, ma i tentativi del governo di minimizzare il danno e di dare priorità all’economia rispetto alle persone, con il sostegno dell’industria, ha esposto la gente a ulteriori ed evitabili contaminazioni [9].  Sato Eisaku, ex governatore di Fukushima (1988-2006) riflette su ciò che è accaduto a chi si è fidato del governo:

“La gente della cittadina di Namie è rimasta in piedi tutta la notte alla ricerca delle persone scomparse, ma è stata ordinata l’evacuazione, così molti sono andati nel distretto di Tsushima (a nord-ovest).  Per tre giorni da allora 6.000 persone, un terzo della popolazione della cittadina, hanno bevuto acqua e mangiato cibo servito là. Quando abbiamo controllato la mappa della contaminazione, diffusa molto dopo dal governo, Tsushima risultava di un rosso brillante, a indicare il massimo livello di contaminazione. Il sindaco [di Namie] aveva le lacrime agli occhi nel raccontarmi la storia. [10]”

I media tradizionali, di cui le compagnie elettriche sono tra gli sponsor principali, hanno collaborato con il governo nel minimizzare il rischio di radiazioni, promuovendo persino prodotti delle regioni colpite dalle radiazioni nel nome del “sostegno alle aree colpite dallo tsunami”. Il governo ha aumentato i livelli ammessi di esposizione alle radiazioni di venti volte per le persone comuni (da 1 a 20 millisievert all’anno) e di due volte e mezza per i lavoratori del settore nucleare (da 100 a 250 millisievert all’anno), ha fissato parametri “provvisori” (ovvero estesi) per la contaminazione dell’acqua e del cibo e ha etichettato come “sicuro” qualsiasi alimento contenente materiale radioattivo al di sotto di tali parametri.  Si sono sollevate voci per contestare la sicurezza dei prodotti provenienti dalle aree colpite, ma sono state scartate come “dicerie dannose” (fuhyo higai).

Lo storico di Okinawa, Tonaki Morita, ha visto in tali politica un’indicazione del fatto che il governo è pronto, in caso di emergenze, a “rinunciare a proteggere i cittadini, mobilitandoli invece nell’interesse nazionale e facendo loro accettare la morte”, proprio come il governo giapponese fece a Okinawa durante la seconda guerra mondiale, sacrificando le isole e il loro popolo in una battaglia futile e accettando successivamente lo status di Okinawa come colonia militare USA tra il 1945 e il 1972. Alla fine ha sacrificato Okinawa mantenendo il personale al completo delle basi militari USA che rimangono sino ad oggi, tre giorni dopo il ritorno di Okinawa sotto il governo giapponese.  Promuove una tale coscienza evocando il nazionalismo e glorificando il sacrificio dei lavoratori del nucleare proprio come un tempo glorificò i piloti kamikaze. [11]

I media hanno estesamente coperto l’ “Operazione Tomodachi” dell’esercito USA, presentando gli Stati Uniti come salvatori sulla scia del disastro dell’11 marzo ignorando nel contempo il ruolo USA nella promozione dell’energia nucleare nell’ultimo mezzo secolo e ignorando il fatto che il costo dell’operazione ha rappresentato solo circa l’un per cento delle spese che il governo giapponese deve sostenere annualmente per le truppe USA in Giappone [12].

Il Giappone, avendo diffuso una massiccia contaminazione in tutto il mondo, nell’aria e in mare, si è dipinto, di fronte alla comunità internazionale, come vittima di pregiudizi contro i prodotti giapponesi e implorando l’acquisto di cibo e prodotti giapponesi.  E’ stata riferita la pianificazione del raggiungimento anticipato degli obiettivi, come dichiarare il “raffreddamento” dei reattori danneggiati, anche se non si sa neppure dove si trovi il combustibile dopo la fusione anche attraverso le vasche di contenimento [13].  Il governo, inoltre, ha cercato di far ritornare il più presto possibile gli evacuati in aree tuttora altamente contaminate e con scarse prospettive di riuscita della decontaminazione. Cesio radioattivo è stato rilevato in campioni di urina di bambini non solo nelle aree colpite direttamente nel nord-est, ma anche a Tokio e in altre località a più di duecento chilometri dai reattori [14] e sono state osservate anomalie nelle tiroidi dei bambini di Fukushima [15].

Se compito del governo è proteggere le persone e l’ambiente, era necessario evacuare chiunque si trovasse ad alto rischio, soprattutto i più vulnerabili – neonati, bambini e donne incinta – e contenere nella misura del possibile le radiazioni.  Quello che ha fatto il governo è stato esattamente il contrario: ha lasciato di gran lunga troppe persone nelle aree a rischio e ha diffuso la contaminazione in tutto il Giappone e oltre attraverso il cibo, le acque di scolo, le macerie, gli orti e le discariche. Lo scrittore di Okinawa, Urashima Etsuko, riflettendo sul seguito dell’11 marzo, ha lamentato:

“Che razza di mondo abbiamo creato? L’acqua, l’aria, la terra, che dovrebbero nutrire la vita, sono diventate una minaccia per la vita. Mi fa rabbrividire pensare al crimine che abbiamo commesso nei confronti dei nostri figli futuri.” [16]

La gente di Fukushima e di Okinawa può essere descritta, come l’attivista pacifista e scrittore  di Okinawa, Nishiota Nobuyuki, l’ha in effetti descritta, come kimin, ovvero “gente abbandonata”. Gli impianti energetici nucleari in aree rurali colpite dalla povertà e le basi militari USA concentrate ad Okinawa hanno tutte radici nelle politiche discriminatorie del governo nazionale. Essi discriminano tutte la periferia per garantire la protezione dello stato e assicurare le necessità energetiche delle metropoli.  Sullo sfondo dei cinquantasette anni di politica energetica nucleare giapponese vi è la struttura corrotta di “politica, burocrazia, industria, organizzazioni sindacali, accademie e media”, quello che i critici hanno etichettato come “villaggio nucleare” [17].  Il governo centrale prende di mira le municipalità rurali vulnerabili, che già soffrono di spopolamento e di degrado economico, perché accettino reattori nucleari o basi militari, facendo balenare sovvenzioni, progetti di cattedrali nel deserto e posti di lavoro. Ma né le basi USA né i reattori nucleari hanno portato prosperità. L’ex governatore di Fukushima (1998-2006), Sato Eisaku, afferma:

“Da ora in poi, voglio pensare alle avversità di Okinawa come fossero le mie … Le sovvenzioni legate al fatto di ospitare reattori nucleari non sono mai state il “confetto” che si pensava fossero.  Una cittadina che ha invitato un impianto di energia nucleare ha sofferto di difficoltà finanziarie anche in assenza di incidenti e, dopo trent’anni, non è nemmeno in grado di pagare lo stipendio del sindaco … Dobbiamo riflettere dalla prospettiva delle generazioni future e imparare dalle avversità che Okinawa ha attraversato [18].”

Questa presa di coscienza è condivisa da Inamine Susumu, sindaco di Nago City.

“[Metà dei sussidi] sono semplicemente andati a progetti accelerati di lavori pubblici e non è facile affermare che tali progetti abbiano beneficiato le municipalità del distretto settentrionale con deboli risorse finanziarie [19]”

I fondi dei sussidi, che non sono stati “guadagnati con il sudore del popolo”, non hanno mai coperto il 100% del costo dei progetti pubblici; le municipalità locali sono lasciate a sopportare parte delle spese e soprattutto si trovano gravate della manutenzione post-costruzione, che a lungo termine diventa un onere finanziario per i comuni piccoli che hanno poco bisogno di tanti centri comunitari e stadi sportivi. Da quando il sindaco Inamine si è rifiutato di ospitare una nuova base, Nago City non riceve più il “sussidio di riallineamento” che è versato alle municipalità che ospitano basi, nonostante il fatto che Nago continua a ospitare la base di Henoko.  Inamine, con il  sostegno locale, resta impegnato a creare una città che non dipenda dai sussidi o dall’esercito USA [20].

Né il problema è limitato unicamente a Okinawa.  Per l’anno fiscale 2012, quattro dei quarantaquattro comuni che ospitano il nucleare in Giappone hanno rifiutato i fondi delle sovvenzioni.  Sakurai Nobukatsu, sindaco di Minamisoma City (a circa 25 chilometri da Fukushima Daiichi) ha affermato:

“Abbiamo dichiarato che non convivremo più con impianti di energia nucleare, e abbiamo scritto la frase “abbandono dell’energia nucleare” nel nostro piano di ricostruzione. Nessuno dei problemi [che affrontiamo ora] ha possibilità di esser risolto con il livello di sovvenzioni che riceviamo [21]”.

Come nel caso di Okinawa la reazione alla crisi dell’11 marzo è consistita nel contrapporre Tokio alle amministrazioni e ai cittadini locali.  Il 20 ottobre 2011 il parlamento della prefettura di Fukushima ha adottato una risoluzione che chiede al governo di chiudere tutti e dieci i reattori nucleari della prefettura.  E’ stata la prima di tredici prefetture che ospitano strutture nucleare a farlo [22].  Anche se il governo centrale è ansioso di mantenere la sua attuale politica filonucleare “assicurando i massimi parametri di sicurezza” e persino piani per esportare la tecnologia energetica nucleare [23], i sondaggi indicano che oltre l’80 per cento dei giapponesi ora è a favore dello smantellamento del nucleare [24] e il 66 per cento dei capi delle prefetture e dei comuni si oppone alla costruzione di nuovi reattori nucleari [25].  Okinawa, la prefettura più lontana da Fukushima Daiichi, non ha impianti energetici nucleari.  Tuttavia la compagnia energetica di Okinawa ha condotto ricerche per introdurre reattori nucleari da piccoli a medi.  Il 25 settembre il Ryukyo shimpo, uno dei due principali giornali di Okinawa, ha richiamato l’attenzione su un piano del 1980 relativo alla costruzione di un sito di smaltimento di scorie altamente radioattive in una delle isole remote della prefettura [26].

La gente della periferia sceglierà di restare abbandonata? Certamente non tutta. Nel Giappone nord-orientale molti si sono sollevati prendendo la sicurezza nelle proprie mani. Gruppi di cittadini conducono misure indipendenti delle radiazioni e pubblicano le loro proprie guide per la protezione dalle radiazioni. Si diffondono le manifestazioni contro il nucleare, con una dimensione e un’intensità che non si vedevano in Giappone dal movimento anti-Anpo [trattato Giappone-USA sulla sicurezza) degli anni ’60. Come si è visto nelle parole di Sato Eisaku citate più sopra, la percezione delle similitudini tra Okinawa e Fukushima – l’imposizione, da parte dello stato, di basi militari o reattori nucleari sulla base di discriminazioni contro aree marginali e vulnerabili a spese del benessere di quelli che vivono – sembra crescere in Giappone, risvegliando alcuni alla simpatia per la situazione di Okinawa a un livello che non si vedeva prima dell’11 marzo.

Anche se la scala delle attuali dimostrazioni contro il nucleare in Giappone non è paragonabile a quella dei movimenti contro la base a Okinawa degli ultimi sei decenni che ha mobilitato sino al 10 per cento della popolazione, è notevole che alcuni abitanti della terraferma sembrino emulare il movimento di Okinawa, utilizzando lo stesso simbolico colore giallo e slogan come “la vita è preziosa” (“Nuchi du Takar” in dialetto di Okinawa).  Come nei movimenti della “Primavera Araba” del 2011, voci civiche si diffondono attraverso nuovi canali sociali emergenti, come Facebook e Twitter, integrando i movimenti esistenti, collegando generazioni diverse e fondendo movimenti antinucleari, contro le basi, contro il neoliberalismo con i fiorenti movimenti “Occupy” [Occupiamo], suggerendo una possibile base sociale più ampia per i movimenti in tutto il Giappone.

A motivo della crescente sfiducia del pubblico nel governo e delle informazioni dei media convenzionali riguardanti i reattori compromessi e i rischi di radiazioni, i media internet hanno attirato un’onda di nuovi utenti nel Giappone post 11 marzo.  C’è un gruppo emergente di giornalisti internet, come Iwakami Yasumi, Uesugi Takashi, Kinoshita Kota e Shiraishi Hajime, e molti altri, nonché blogger e autori su Twitter diffusamente letti [29].  La loro influenza minaccia il monopolio sull’informazione del governo giapponese e dei media maggiori, spingendo il governo ad appellarsi alle società di telecomunicazioni affinché assumano “misure appropriate per evitare voci infondate su internet” [30], dando il via a piani per controllare le “informazioni inaccurate e inappropriate” sui blog e su Twitter [31] e invitando in Giappone blogger stranieri influenti al fine di ottenere che essi promuovano il Giappone come luogo sicuro in cui recarsi e dal quale acquistare [32]. Questi piani manipolatori sono stati oggetto di molto disprezzo e di molta derisione  su Internet, dove sono stati scherniti come propaganda disperata da parte del governo.

Con la determinazione dell’intera isola di Okinawa di rifiutare la costruzione di un’altra base militare sui suoi terreni di fronte alle incessanti pressioni dei governi giapponese e statunitense, e con persone di tutto il paese che risvegliano a una nuova dimensione della cittadinanza e dell’autonomia attraverso media alternativi e azioni dirette, stiamo vivendo un “momento Gandhiano globale” [33], come suggerisce lo studioso di legge internazionale Richard Falk, in cui la “gente abbandonata” si è emancipata e impegnata in confronti nonviolenti con i poteri costituiti, rendendo possibile l’impossibile?

La risposta è in ciascuno di noi e nel modo in cui coglieremo questo momento storico.

Satoko Oka Norimatsu è una scrittrice e pedagogista che vive a Vancouver, BC, Canada. E’ direttore del Peace Philosophy Centre e coordinatrice del The Asia Pacific Journal: Japan Focus . E’ in uscita il libro di cui è coautrice con  Gavan McCormack “No! Okinawa’s Message to Japan and the United States” [No! Il messaggio di Okinawa al Giappone e agli Stati Uniti] e che sarà pubblicato nella primavera del 2012 da Rowman e Littlefield. Citazione raccomandata: Satoko Oka Norimatsu “Fukushima e Okinawa – la “gente abbandonata” – e l’emancipazione civica” – The Asia-Pacific Journal Vol. 9 Issue 47 No 3, 21 novembre 2011.

 

Note:

Notes

 

1 Oe Kenzaburo, “History Repeats,”  [La storia si ripete]  New Yorker, 28 marzo  2011.

2 John Hersey, Hiroshima, Vintage, 1989

3 Yuki Tanaka and Peter Kuznick, “Japan, the Atomic Bomb, and the “Peaceful Uses of Nuclear Power,”  [Il Giappone, la bomba atomica e l’uso pacifico dell’energia nucleare’” The Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Vol. 9, Issue 18 No. 1, 2 maggio 2011

4 Gavan McCormack, Hubris Punished: Japan As a Nuclear State, [L’arroganza punita: Il Giappone come stato Nucleare] The Asia-Pacific Journal: Japan Focus Vol. 9, Issue 16 No 3, 18  aprile 2011.

5 “Fukushima accident released far more cesium than Hiroshima bombing,”  [L’incidente di Fukushima ha rilasciato più cesio della bomba su Hiroshima] Asahi shimbun, 28 Agosto.  L’incidente nucleare di Fukushima ha emesso 15.000 terabecquerel, mentre la bomba atomica su Hiroshima ha rilasciato 89 terabecquerel .

 6 “Some Fukushima soil same as Chernobyl ‘dead zone,’” [Parte del suolo di Fukushima pari a quello della ‘zona morta’ di Chernobyl”  The Japan Times, 1 giugno 2011.

7 “Radioactive cesium from Fukushima on tour of Pacific Ocean,” [Il cesio radioattivo di Fukushima in viaggio sull’Oceano Pacifico] The Daily Telegraph, 15 settembre 2011.

8 “TEPCO failed to act on 10% probability assessment for worst-case tsunami,” [La TEPCO ha mancato di prendere provvedimenti relativamente a una valutazione del 10% di probabilità del peggior caso di tsunami]  Mainichi shimbun, 10 ottobre  2011.

9 Say-Peace Project and Satoko Norimatsu, “Protecting Children Against Radiation: Japanese Citizens Take Radiation Protection into Their Own Hands,” [Protezione di bambini dalle radiazioni: i cittadini giapponesi prendono in mano la protezione dalle radiazioni] The Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Volume 9, Issue 25, No.1, 20 giugno 2011.

10 Sato Eisaku, “Nihon wa ima kanshi kokka,” Ryukyu shimpo, 25 settembre 2011.

11 Tonaki Morita, “3/11 igo ni kansuru kosatsu,” Ishihara Masaie Ed., Peace Now Okinawasen musen no tameno saiteii, Horitsu Bunkasha, 2011., pp. 132-133.

12 Roxana Tiron, “U.S. Defense Department Will Spend as Much as 80 Million on Aid to Japan,” [Il Dipartimento della Difesa USA spende 80 milioni in aiuti al Giappone] Bloomberg, 29 marzo 2011. “So-called ‘Sympathy Budget’ is only 28% of the total expenses Japan is paying for US bases,” [Il cosiddetto ‘bilancio della simpatia’ è soltanto il 28% della spesa totale del Giappone per pagare le basi statunitensi] Peace Philosophy Centre, 2 ottobre  2010, link.

13 “Criteria for ‘cold shutdown’ of Fukushima nuclear plant remain vague and ambiguous,” [I criteri per il ‘raffreddamento’ dell’impianto nucleare di Fukushima restano vaghi e ambigui] Mainichi shimbun, 18 ottobre  2011.

14 Ad esempio, “Saitama ken kawaguchi shi 10 sai no onnna no ko no nyo kara seshiumu kenshutu,” Kodomo o mamoro Save Child, link.

15 “Kojosen no kino 10 nin ga henka fukushima no kodomo shinshu dai byoin chosa,” Sankei shimbun, 4 ottobre 2011, link.

16 “Taiki chu to kaisui no hoshasen ni tsuiteno futatsu no gimon,” Peace Philosophy Centre, 4 aprile 2011, link.

17 Nishioka Nobuyuki, “genshiryoku ‘kaku’ no nai musen shakai o,” Ishihara Masaie Ed., Peace Now Okinawasen musen no tameno saiteii, Horitsu Bunkasha, 2011, p. 179.

18 Sato, ibid.

19 Inamine Susumu and Miyagi Yasuhiro, “‘Unacceptable and Unendurable,” Local Okinawa Mayor Says NO to US Marine Base Plan,” [‘Inaccettabile e insopportabile’, il sindaco di Okinawa dice NO al piano per la base della Marina USA]  The Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Vol 9. Issue 42 No 2, 17 ottobre  2011.

20 “Saihen kofukin keijou sezu 11nendo yosan nago shi ga hoshin,” Ryukyu shimpo, 12 dicembre  2010, link.

21 Sakurai Nobukatsu interviewed in NHK News 7, 19 ottobre 2011.

22 “Zen genpatsu ‘hairo’ no seigan saitaku fukushima ken gikai, ricchi do ken de hatsu,” Tokyo shimbun, 20 ottobre 2011.

23 “Genpatsu yushutsu o keizoku,” Ryukyu shimpo, 19 ottobre 2011.

24 “Majority of Japanese want to scrap nuclear plants: poll,” [La maggioranza dei giapponesi vuole abbandonare gli impianti nucleari: sondaggio]  The China Post (AFP), 19 giugno 2011, link.

25 “Genpatsu shin zosetsu hantai 66%,” Ryukyu shimpo, 11 settembre 2011.

26 “Yaeyama de hoshasei haikibutsu shobunjo mosaku nihon gennen komon ga chosa,” Ryukyu shimpo, 25 Settembre 2011, link.

27 Say-Peace Project and Satoko Norimatsu, “Protecting Children Against Radiation: Japanese Citizens Take Radiation Protection into Their Own Hands,” [Protezione di bambini dalle radiazioni: i cittadini giapponesi prendono in mano la protezione dalle radiazioni] The Asia-Pacific Journal: Japan Focus, Volume 9, Issue 25, No.1, 20 giugno 2011.

28 Hase Michiko, “We want genpatsu in Tokyo!” – The new sarcastic edge of Japan’s anti-nuclear demos,”  [“Vogliamo le genpatsu (centrali nucleari) a Tokio! Il nuovo taglio sarcastico delle dimostrazioni contro il nucleare] The Asia-Pacific Journal: Japan Focus, 11 ottobre 2011.

29 Si vedano la copertura completa e le fonti chiave relativamente al terremoto, tsunami e crollo dell’impianto nucleare del  Asia-Pacific Journal: Japan Focus, link.

30 “Somusho ni yoru ‘intanetto jo no ryugen higo’ o torishimaru yosei ni tsuite,” Peace Philosophy Centre, link.

31 “Seifu ni yoru burogu tsuittaa kanshi shiyo sho,” Peace Philosophy Centre, 15 luglio 2011, link.

32 Risulta che il ministero degli affari esteri abbia messo a bilancio 400 milioni di yen (circa 5 milioni di dollari USA) per invitare influenti blogger stranieri a visitare il Giappone a partire al novembre 2011. “Kaigi broggaa shotai de 4 oku en gaimusho,” Okinawa Times, 11 ottobre 2011, link.

33Richard Falk, “Is This a Global Gandhian Moment?”, [E’ questo un momento Gandhiano globale?] Citizen Pilgrimage (blog di Richard Falk), 10 ottobre 2011.

 

   

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/fukushima-and-okinawa-the-abandoned-people-and-civic-empowerment-by-satoko-oka-norimatsu

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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