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di Mona el-Ghobashy – 22 novembre 2011

La rivolta egiziana che è iniziata il 25 gennaio è stata giustamente festeggiata come un evento epocale. Diciotto giorni continui di proteste di massa hanno forzato la fine dei tre decenni di governo da uomo forte di Hosni Mubarak.

Le rivoluzioni sono intrinsecamente romantiche e dunque non è una sorpresa che l’Egitto abbia ispirato racconti eccezionali. I giornalisti hanno visto qualcosa di fondamentalmente nuovo in quei diciotto giorni e nelle successive proteste in scala limitata: “una nuova cultura delle dimostrazioni di piazza” ha scritto USA Today.  La rivolta è diventata l’evento che ha definito la politica egiziana, un punto di svolta che ha separato il prima dal dopo.  Prima, una dittatura brutale aveva imposto paura e silenzio. Dopo, i cittadini liberati si sono riversati nelle strade per esercitare la propria libertà.

Contro questa tentazione di dipingere la rivolta come uno spartiacque, vi è l’idea ugualmente attraente che l’Egitto era maturo per la rivolta.  In questa versione, vari mali pubblici (gli aumenti dei prezzi del cibo, la disoccupazione, la corruzione del governo)  sono collegati in una chiara catena che porta inesorabilmente all’esplosione sociale.

Ma nessuna delle due versioni rende giustizia alla rivoluzione. La prima cancella i precedenti della rivolta; la seconda sopravvaluta il ruolo del passato.  Entrambe nascondono la reale peculiarità dell’evento, né inevitabile né interamente estraneo alla politica egiziana.

L’Egitto non era una dittatura da fumetto che metteva sistematicamente al bando le proteste. Per almeno un decennio prima dell’allontanamento di Mubarak, gli egiziani hanno fatto  politica alla luce del sole. I cittadini si riunivano nelle autostrade, nei cortili delle fabbriche e nelle piazze pubbliche per dimostrare contro il proprio governo non rappresentativo.  Il regime di Mubarak ha reagito con una forza di polizia di un milione di uomini che, alternativamente, hanno blandito o represso i dimostranti.  L’obiettivo non consisteva nel vietare le proteste bensì nel tentativo di impedire l’unificazione di gruppi diversi e di evitare che passanti si unissero per simpatia alle proteste.

La rivolta egiziana si è verificata quando si sono alla fine unificate tre distinte correnti di protesta: sindacale, professionale e popolare.  Tale convergenza ha trasformato dimostrazioni politiche di routine che chiedevano riforme in una rivendicazione  nazionale per il cambiamento del regime.  Insieme, i manifestanti hanno sconfitto una formidabile forza di polizia e abbattuto un presidente pertinace.  Ora stanno modellando la politica dell’Egitto post-rivoluzionario, resistendo agli sforzi dei governanti militari di cacciarli dalle strade.

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Per anni prima della rivoluzione, i giornali hanno fatto a gara nel riferire delle dimostrazioni che avvenivano ogni giorno in tutto il paese. I direttori inviavano giornalisti energici nelle università affollate di manifestazioni e nelle roccaforti sindacali. Persino la stampa di proprietà governativa partecipava alla fanfara. Il giornale statale Ruz al-Yusuf descrisse il 2007 come “L’anno dei sit-in” dedicando l’intera edizione dell’almanacco annuale alle centinaia di dimostrazioni grandi e piccole che avevano avuto luogo nei dodici mesi precedenti.  I conduttori dei programmi di dibattito informale [talk-show] offrivano ai dimostranti un palco alla buona. Studenti, infermiere, contadini, operai, copti, beduini e parlamentari dissidenti ottenevano tutti i loro quindici minuti di celebrità.

I crudi numeri documentano il notevole aumento delle proteste nel decennio antecedente la rivolta. Il Land Center fo Human Rights, un’organizzazione egiziana per i diritti umani, ha evidenziato un aumento di cinque volte delle agitazioni dei lavoratori tra il 2000 e il 2008, da 135 manifestazioni nel 2000 e 609 nel 2008.  Persino il settore pubblico, normalmente stabile, vi ha aderito.  In un’anticipazione di piazza Tahrir, 55.000 esattori dell’imposta sulla casa lanciarono nel 2007 uno sciopero e un sit-in ben organizzato di 11 giorni che catturò la fantasia del pubblico e ispirò proteste tra i lavoratori delle poste e gli amministratori dell’istruzione.

Ma le proteste del mondo del lavoro raccontano soltanto un terzo della storia.  Le associazioni di categoria  hanno una lunga storia di politica in piazza in Egitto: studenti, avvocati, giornalisti e ingegneri sono particolarmente inclini alla politica.  Nel 2000 fecero causa comune con il movimento sociale filopalestinese e quattro anni dopo ottennero visibilità internazionale con l’emergere del movimento a favore della democrazia Kifaya (Basta!), una coalizione di professionisti e attivisti che organizzò dimostrazioni settimanali al Cairo contro il governo di Mubarak.  Nel 2006, dei gruppi organizzarono proteste settimanali a sostegno dei giudici riformisti che tenevano un sit-in per l’indipendenza della magistratura. In un’altra anticipazione di piazza Tahrir, il sit-in si guadagnò la simpatia internazionale; il Christian Science Monitor pubblicò un articolo intitolato: “Tutti in piedi per i giudici egiziani.”

Anche più frequenti di quelle del mondo del lavoro e dei colletti bianchi sono le proteste di residenti dei quartieri e dei paesi.  La stampa tipicamente etichetta tali proteste come “tumulti”. Ma questo tipo di azione ha una lunga storia in Egitto e altrove, specialmente dove i cittadini non hanno accesso a organizzazioni di categoria o a sindacati.  Lo storico E.P.Thompson ha descritto uno di tali tumulti nell’Inghilterra del diciottesimo secolo come “una forma molto complessa di azione popolare diretta, disciplinata e con obiettivi chiari.” Uno sguardo da vicino alle centinaia di eventi in Egitto rivela uno schema di azioni popolari analogamente focalizzate, sempre indirizzate contro concrete politiche e personale del governo.

Si prenda il blocco stradale, una tattica usuale utilizzata per attirare l’attenzione di autorità negligenti. Nel luglio 2007 i residenti della cittadina  di pescatori di Borg al-Borollos ne ebbero abbastanza di una cronica mancanza d’acqua potabile e bloccarono per dodici ore il traffico su una delle principali autostrade, vicina alla cittadina. I residenti costrinsero il governatore a una risposta e stimolarono iniziative simili in altre cittadine assetate d’acqua.  Un anno dopo utilizzarono la stessa strategia per protestare contro la cancellazione dei sussidi in razioni di farina.  E nel 2010 chiusero di nuovo l’autostrada per protestare contro elezioni parlamentari manipolate contro il candidato da loro scelto.  Ogni volta i giornalisti sono scesi nella cittadina per ritrarre i cittadini volitivi e tempestare di domande aggressive il governatore non eletto.

Gli esperti si sono spinti molto in là nel classificare le proteste sindacali come economiche, quelle dei colletti bianchi come politiche e quelle di quartiere come insignificanti.  Ma le etichette mascherano la similarità tra le tre correnti: i cittadini riempiono le strade per organizzare pressioni contro uno stato non rappresentativo e repressivo.  Di certo i giornalisti che dimostrano per far revocare sentenze di incarcerazione utilizzano una retorica e metodi diversi rispetto ai residenti che reclamano servizi o ai lavoratori che lottano per condizioni di lavoro più eque.  Tuttavia la logica è la stessa, in quanto i dimostranti mirano a indurre le autorità a negoziare.  La dimostrazione può finire con concessioni da parte del governo, stalli o arresti e pestaggi.  Indipendentemente dal risultato, l’obiettivo principale consiste nel raggiungere coloro che decidono le politiche in assenza di altri canali funzionanti di pressione organizzata.

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La rivolta, iniziata come una dimostrazione qualunque organizzata da movimenti sociali, si è trasformata in un’insurrezione e, quando vi hanno aderito i gruppi sindacali, è culminata in una ribellione su base generale.  Anche se è stata descritta come uno stallo tra piazza Tahrir e Hosni Mubarak, la rivolta è stata efficace per la sua portata nazionale, sincronizzando l’intero paese nella rivoluzione.  Tahrir è stata l’epicentro telegenico, ma dimostrazioni sono state tenute in quartieri brulicanti, nelle basi operaie e nei viali di tutto l’Egitto.

Gli organizzatori speravano di aumentare l’affluenza dimostrando nella Giornata Nazionale della Polizia, il 25 gennaio.  La festività offriva un’occasione per protestare contro la brutalità della polizia, un’afflizione intorno alla quale gli organizzatori sapevano che gli egiziani avrebbero fatto fronte comune.  Piuttosto che centralizzare la protesta di fronte a luoghi simbolo come il Parlamento o la Corte Suprema, gli organizzatori hanno attuato picchetti in quartieri meno tipici. Speravano di evitare che la polizia antisommossa arrivasse per prima nei soliti luoghi e radunasse i dimostranti in piccoli gruppi [corralling], una misura di polizia che aveva paralizzato proteste precedenti.

La strategia “capillare” ha funzionato.  Invece dello scenario consueto in cui diverse centinaia di attivisti del Cairo lanciavano slogan per poi tornarsene a casa, un vasto spaccato della popolazione egiziana è uscita di casa a fiumi.  Scene inattese di migliaia di persone in marcia segnalavano che questa non era una normale protesta dell’opposizione, specialmente in considerazione del clima politico carico sulla scia delle elezioni parlamentari egiziane truccate e del rovesciamento del presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali.  Col procedere della giornata, cresceva la dimensione delle marce. I passanti raccoglievano con entusiasmo gli slogan della folla: “Pane! Libertà! Giustizia Sociale!”

Con il diffondersi delle notizie dei feroci scontri con la polizia nel quartiere povero di Dar al-Salam e dell’uccisione di due dimostranti a Suez da parte della polizia, la rabbia ha avvinto i dimostranti al Cairo. E’ stava presa la generica decisione di spostarsi a piazza Tahrir dove migliaia di persone si sono riunite nonostante i gas lacrimogeni e le salve di pallottole di gomma.  Col cadere della notte, mentre la polizia intensificava i suoi tentativi di cacciare i dimostranti dalla piazza, lo slogan si è trasformato in quello coniato dai tunisini: “Il popolo vuole rovesciare il regime!”

Organizzata dalla classe politica del Cairo, la manifestazione del 25 gennaio ha presto assunto il carattere di un’insurrezione popolare.  Antiche rimostranze contro lo stato da ogni angolo dell’Egitto hanno alimentato la rivolta.  Armati dalla profonda  conoscenza della geografia del quartiere i residenti hanno sostenuto una guerra d’attrito con la polizia.  Come in altre situazioni rivoluzionarie, la violenza della polizia ha catalizzato l’ulteriore mobilitazione popolare.  Le solenni processioni ai funerali degli uccisi a Suez hanno innescato fiere dimostrazioni anti-regime il tutto il paese.  Il terzo giorno della rivolta, la polizia ha ucciso un giovane dimostrante beduino nel Sinai del nord, accelerando la pianificazione di un “Venerdì di rabbia” nazionale.

Arrivati al tramonto di venerdì, 28 gennaio, dopo scontri sanguinosi e centinaia di altri morti, una forza di polizia sovrastata nel numero e sconfitta si è ritirata e hanno fatto irruzione nelle strade i carri armati dell’esercito accolti da grida di giubilo.  (La popolarità dell’esercito si basa sulla sua reputazione di professionalità. Lo stesso non si può dire delle corrotte forze di polizia che quotidianamente sottopongono i cittadini a estorsioni e vessazioni.)  Il popolo si era completamente impossessato di piazza Tahrir e delle sedi del potere statale nelle province.  Novantanove stazioni di polizia e 3.000 furgoni della polizia erano stati incendiati e gli edifici delle capitali provinciali erano sotto assedio.  Un’immagine indelebile della sconfitta del regime è circolata in tutto il mondo: nuvole di fumo nero che salivano dai quartier generali incendiati del partito di Mubarak al Cairo.

L’Egitto ha assunto un ritmo rivoluzionario.  I gruppi di quartiere che avevano sconfitto la polizia sono stati immediatamente reindirizzati ad essere comitati cittadini di governo.  Nei centri metropolitani come pure nelle piccole cittadine, bande di giovani dirigevano il traffico e creavano posti di blocco per perquisire le auto in cerca delle armi razziate dalle stazioni di polizia prese d’assalto.  Nella provincia settentrionale di Kafr al-Shaykh, comitati di giovani hanno circondato le banche e gli edifici del governo per respingere i saccheggiatori. Nella città di Banha, vicino al Cairo, i cittadini hanno formato una catena umana intorno alla prigione per impedire le evasioni.

I residenti e i soldati hanno assunto il controllo della provincia critica di Suez, dove erano morte altre tredici persone il 28 gennaio. Pattuglie di cittadini hanno arrestato fuorilegge e li hanno consegnati alla polizia militare.  In tutto il paese comitati popolari hanno regolato il mercato, punendo i negozianti che gonfiavano i prezzi ed evitando le incette nei forni. Con il potere popolare che stava vincendo, i residenti hanno esercitato pressioni sui dirigenti locali, che a quel punto non erano in grado di chiamare la polizia per reprimere le rivendicazioni popolari.  I residenti di Gurna, nell’Alto Egitto, hanno tenuto in ostaggio per sei ore  il sindaco non eletto esigendo che revocasse le tasse e i decreti ingiusti.  Nella baraccopoli del Cairo, Qalaat al-Kabsh, i residenti hanno denunciato i media statali per averli calunniati trattandoli da plebaglia violenta che aveva distrutto proprietà pubbliche. Hanno convocato i media a testimoniare il loro incontro con il capo della polizia locale che ha acclamato i residenti per aver difeso il quartiere dai saccheggiatori.

Nel frattempo, ai vertici del potere statale un tempo al comando, Mubarak lottava per resuscitare il suo apparato politico.  Per 30 anni era stato un esempio di resistente autoritarismo; la sua presa sull’Egitto non era mai stata messa in dubbio. Ora, in meno di una settimana, migliaia di cittadini disarmati avevano rotto la sua macchina di coercizione e mostrato una notevole capacità di autogoverno.   Mubarak ha cercato di negoziare, prima rinnovando il governo e, quando ciò è fallito, promettendo di non candidarsi per un sesto mandato alle elezioni di settembre. Con la seconda concessione è quasi riuscito a dividere l’unanimità che si stava formando sul fatto che egli dovesse andarsene immediatamente.  Ma quando aggressori organizzati dal governo hanno invaso a cavallo, armati di coltelli e armi da fuoco, piazza Tahrir l’opinione pubblica è tornata definitivamente all’opposizione e le dimostrazioni di piazza hanno ripreso vigore.

Con la polizia resa impotente, le tre correnti della protesta hanno colpito il regime simultaneamente.  Movimenti sociali e gruppi di giovani hanno scelto i martedì, venerdì e domeniche per dimostrazioni di massa.  In tali giorni piazza Tahrir si è riempita di dimostrante sotto striscioni e bandiere giganti e hanno marciato in decine di migliaia nel tutte le città maggiori gridando lo slogan “Noi non ce ne andremo! Deve andarsene lui!”  Ma nel resto della settimana le strade non erano vuote. I residenti hanno continuato la loro modalità familiare di azione diretta per ottenere l’attenzione dei dirigenti, ma nel farlo in mezzo alle proteste nazionali hanno minacciato di diffondere ancor di più i tumulti locali e di paralizzare l’attività del governo. In molti province i residenti delle baraccopoli hanno protestato per sollecitare le unità abitative promesse loro da tanto tempo dalle autorità locali, bloccando in un caso una delle principali autostrade.  Poi, il quattordicesimo giorno, i colletti bianchi e i dipendenti pubblici hanno cominciato a protestare sul serio, chiedendo salari più alti e condizioni di lavoro più eque.

Il regime ha accelerato ulteriori concessioni.  Calibrando un’offerta per ciascun gruppo di protesta, ha sperato di dividere il movimento di massa in fazioni politiche ed economiche.  Ai movimenti sociali e agli attivisti politici il regime ha promesso di allentare la sua stretta mortale sulla vita politica modificando cinque articoli impopolari della costituzione.  Per il mondo del lavoro e i poveri ha approvato un aumento del 15% dei salari e delle pensioni.  Ministri e governatori hanno annunciato un gran numero di opportunità di lavoro e una nuova disponibilità di unità abitative.  Ma la strategia del divide et impera è fallita.

Il 9 e 10 febbraio, dieci anni di proteste hanno avuto il loro culmine in 48 ore di disobbedienza civile su scala nazionale.  Un comandante del Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF) che ora governa l’Egitto ha dichiarato al Washington Post: “Il 10 febbraio ci sono state dimostrazioni di milioni di persone in tutto il paese.” Al Cairo i dimostranti hanno lasciato piazza Tahrir e hanno riempito le strade che circondano il Parlamento e altri principali edifici governativi.  Gli scioperi dei lavoratori dell’industria e dei dipendenti pubblici si sono susseguiti a valanga; un giornale ha contato 65 proteste quel giorno.  Le dimostrazioni hanno colpito ogni settore governativo, compresi i trasporti, le comunicazioni, l’istruzione, l’energia, l’agricoltura e la stampa di proprietà statale.  E i residenti hanno intensificato le loro azioni dirette.  A Port Said 5.000 abitanti di una baraccopoli si sono accampati di fronte al quartier generale del governatore, chiedendo informazioni sulle loro domande di una casa popolare.  Quando il governatore si è rifiutato di rispondere, hanno preso d’assalto l’edificio, tirato fuori in strada i suoi mobili sofisticati e li hanno bruciati assieme alla Mercedes-Benz del governatore.

Quella sera, nel suo ultimo discorso, Mubarak è stato insolente. Ha rabbiosamente insistito che sarebbe rimasto al potere sino a settembre.  Il giorno dopo centinaia di migliaia di persone si sono riversate fuori dalle case e hanno marciato nella versione di ciascuna provincia di piazza Tahrir, gridando “Mubarak svegliati! Oggi il tuo tempo è finito!”  A Suez le tre correnti di protesta sono confluite nelle strade in un’unica processione di 50.000 persone.  I politici d’opposizione sono stati in prima fila nelle proteste, insieme con le madri dei 21 residenti di Suez uccisi nel corso della rivolta, sollevando cartelli con i nomi e le fotografie dei loro figli morti.  Dietro di loro c’erano migliaia di operai locali del settore strategico del Golfo di Suez.  La marcia si è arrestata davanti alla sede della capitale provinciale ma ai dimostranti è stato impedito l’ingresso mediante il filo spinato.  Aderendo a una richiesta della gente, i soldati hanno appeso gli striscioni sulla facciata dell’edificio.  Più lontano, giovani hanno bloccato l’autostrada che porta ai villaggi turistici del Mar Rosso per impedirne l’accesso ai proprietari dei villaggi che erano membri dell’esercito di Mubarak.

La notte dell’11 febbraio i comandanti militari hanno tolto il potere a Mubarak e assunto la guida del paese sino alle elezioni parlamentari e presidenziali della fine del 2011 e degli inizi del 2012.

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Anche con Mubarak andato, i manifestanti hanno continuato a far politica in strada.  Hanno compreso che rovesciare il presidente era solo il primo atto di un dramma rivoluzionario prolungato per trasformare lo stato mammut egiziano.

I gruppi giovanili e i movimenti sociali che avevano organizzato la dimostrazione del 25 gennaio hanno deciso di tenere dimostrazioni di massa ogni venerdì a piazza Tahrir e in luoghi simbolo di tutte le province.  Così ogni settimana lavorativa è finita con l’attenzione della nazione rivolta a temi pubblici brucianti.  Venerdì 25 febbraio in migliaia hanno richiesto le dimissioni del primo ministro e compare di Mubarak, Ahmed Shafiq.  Shafiq si è dimesso qualche giorno dopo e il suo successore, Essam Sharaf, ha cercato la benedizione delle folle di piazza Tahrir il venerdì successivo.

Di fatto le proteste sia dei colletti bianchi sia degli operai hanno avuto il loro picco dopo la rivoluzione.  Gruppi per i diritti hanno contato più di 500 scioperi e sit-in da febbraio a giugno 2011.  I manifestanti hanno fatto le stesse richieste avanzate in precedenza: paghe più alte, migliori condizioni di lavoro e una purga degli amministratori allineati a Mubarak, alcuni dei quali continuavano a restare al potere.

Le proteste locali hanno ripreso il loro ritmo prerivoluzionario.  I cittadini comuni hanno rincorso i governatori provinciali, i mini-Mubarak che li avevano tassati impietosamente per decenni. Gli abitanti delle baraccopoli si sono accampati davanti luoghi simbolo pubblici, svergognando i dirigenti e costringendoli ad agire. Comunità minoritarie si sono occupate dei propri interessi: i copti hanno disobbedito alle suppliche del loro pope e hanno inscenato grandi proteste chiedendo la protezione dello stato contro gli incendi delle chiese e i beduini del Sinai hanno continuato a bloccare l’autostrada per rivendicare posti di lavoro e la fine della brutalità poliziesca.

I governanti militari provvisori dell’Egitto hanno agito immediatamente per contenere l’eruzione della sovranità popolare.  Come la polizia di Mubarak, hanno cercato di tagliare i collegamenti tra le tre correnti della protesta.  Opinionisti e funzionari del governo hanno regolarmente scartato le proteste dei lavoratori e dei residenti definendole dimostrazioni “settoriali” e dipingendole come una corsa egoistica dei cittadini alle scarse risorse di un’economia assediata.  I comunicati dello SCAF hanno ripetutamente elogiato la “rivoluzione dei giovani” condannando contemporaneamente come controproducenti gli scioperi dei lavoratori.  In marzo lo  SCAF ha criminalizzato gli scioperi sia nelle aziende pubbliche sia in quelle private con una condanna a sino un anno di prigione e a una multa massima di 84.000 dollari.  In base alla nuova legge sono stati condannati cinque lavoratori ai quali è stata comminata una condanna a un anno con la condizionale.

L’offensiva ha funzionato per qualche tempo aumentando la stanchezza del pubblico in generale nei confronti della dirompente politica di strada.  Ma due incidenti hanno riportato la bilancia a favore della protesta.  Al Cairo violenti scontri tra la polizia e le famiglie degli uccisi durante la rivolta hanno avuto come conseguenza 1.140 feriti, riaccendendo l’indignazione del pubblico per la brutalità poliziesca.  E nella provincia di Suez, le famiglie dei dimostranti morti hanno bloccato un’autostrada principale per protestare contro una sentenza del tribunale che rilasciava su cauzione funzionari di polizia accusati di aver ucciso manifestanti disarmati nel corso della rivolta.

L’ingiustizia patita dalle famiglie dei dimostranti ha ispirato una nuova unanimità nazionale. L’8 luglio è iniziata la “seconda ondata” della rivoluzione. Decine di migliaia di persone si sono riunite a piazza Tahrir e nelle province e hanno iniziato un sit-in di tre settimane per chiedere cambiamenti di ampia portata: la purga dalle istituzioni statali dei dirigenti dell’era Mubarak, specialmente della polizia;  un processo più rapido di Mubarak e dei suoi; un aumento dei salari minimi e un nuovo bilancio statale che favorisse i poveri; la revoca della legge contro gli scioperi; la fine dei processi in corso presso tribunali militari contro migliaia di civili e un appropriato risarcimento alle famiglie degli uccisi.

I manifestanti hanno sovrastato i dibattiti dell’élite sulla sequenza delle elezioni e sulla bozza di una nuova costituzione.  Nelle strade la rivoluzione non aveva ancora conseguito i suoi obiettivi.  Il momento ha portato allo scoperto la tensione al centro della sollevazione egiziana: il contrasto tra un governo oligarchico che vuole preservare il sistema e una sovranità popolare che il sistema lo trasformi. Nei primi giorni della loro rivolta gli egiziani sono riusciti a separare l’alto comando militare da Mubarak.  Con il presidente deposto ormai fuori gioco, i cittadini hanno affrontato direttamente il governo oligarchico militare, resistendo ai tentativi della giunta di ripristinare il vecchio ordine.

La dinamica che ora guida la politica egiziana non è la competizione tra islamisti e laici, come alcuni politici e guru occidentali hanno suggerito, ma tra il governo militare e la politica di massa.  I partiti politici e i candidati presidenziali aggiustano costantemente le loro antenne su questi due poli di influenza politica, partecipando alle manifestazioni di piazza Tahrir per dimostrare le proprie credenziali rivoluzionarie e contemporaneamente mostrando una misurata deferenza ai generali.  I Fratelli Mussulmani eccellono in questi equilibrismi politici, scendendo in strada quando l’opinione pubblica è a favore dei dimostranti e contemporaneamente promuovendo la posizione ufficiale dello SCAF come protettore della rivoluzione.  Altri si sono schierati completamente dalla parte dello SCAF. Tahani al-Gebali, l’unico giudice donna dell’Egitto e l’eminente candidato presidenziale Hisham al-Bastawisi sono entrambi a favore del prevedere nella nuova costituzione un ruolo politico di tipo turco per l’esercito, garantendogli il diritto di veto sul processo politico alla voce “salvaguardia dei valori rivoluzionari”.

Tuttavia anche con questi alleati nella classe politica, i governanti provvisori militari dell’Egitto non sono riusciti a fermare la mobilitazione popolare.  Hanno fatto concessioni alle richieste dell’8 luglio, purgando 600 ufficiali di polizia, sostituendo ministri del governo e governatori provinciali del vecchio regime e accelerando i processi di ex dirigenti di vertice, tra cui Mubarak e i suoi due figli.  Ma sono anche passati all’offensiva. I generali dello SCAF hanno accusato principali gruppi di dimostranti di essere pagati da agenti stranieri, hanno criticato i lavoratori che dimostrano come ostruzionisti e antipatriottici e hanno calunniato i dimostranti definendoli “teppisti”.

Per parte loro i dimostranti hanno assunto una posizione ostile nei confronti dello SCAF, spingendo un generale dello SCAF a denunciare sul giornale di proprietà del governo Al-Ahram: “L’esercito viene dipinto come un esercito di occupazione, traditore e controrivoluzionario.” Quando il generale dello SCAF Tareq al-Mahdi si è recato a piazza Tahrir per parlare con i dimostranti, è stato schernito e invitato ad andarsene. Dirigenti e guru dell’intero spettro politico hanno seguito l’indicazione dei manifestanti, criticando lo SCAF per il suo approccio unilaterale da “so tutto io”.  Tuttavia l’atteggiamento dello zoccolo duro dei dimostranti di piazza Tahrir e alcune delle sue iniziative mal concepite hanno alienato loro l’opinione pubblica.   Alla fine di luglio, l’unità nazionale ispirata dalla condizione delle famiglie dei dimostranti uccisi si è diluita e si è spostata a criticare i giovani rivoluzionari che hanno tanta passione ma hanno tentato ben poca programmazione.

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Nonostante l’altalena della popolarità dei giovani dimostranti, la mobilitazione di piazza continuerà ad essere il primo motore della politica egiziana. Proteste che attirino l’attenzione sono ormai parte della politica del paese ed è improbabile che scompariranno con le elezioni parlamentari. Piuttosto che soppiantare la mobilitazione popolare, le elezioni opereranno come una moneta politica parallela, un ulteriore mezzo per ottenere una risposta dai politici. Gli egiziani sanno che restare in strada durante i lunghi intervalli tra le elezioni sarà l’unico modo per piegare lo stato al loro volere.

Molti, dentro e fuori dall’Egitto, hanno storto il naso per le continue proteste, considerandole come un ostacolo al progresso verso una politica democratica.  L’analista politico egiziano Amr Hamzawy ha affermato che adesso ogni egiziano deve “passare … dall’essere un cittadino che protesta e sciopera all’essere un cittadino che partecipa.”  Ma le dimostrazioni di piazza sono politica partecipativa con altri mezzi. Non sono in concorrenza con le procedure democratiche, né le minano; rendono più profonda la democrazia rendendo possibili maggiori forme di partecipazione e garantendo che forme di partecipazione più convenzionali siano efficaci. Ora che la rivolta è terminata gli egiziani non confineranno la loro politica all’urna elettorale. Voteranno con entusiasmo se le elezioni saranno libere ed eque, ma continueranno a scendere in strada per mantenere i nuovi governanti sotto controllo.

Non vi è virtualmente nulla di certo nella fluida politica post-rivoluzionaria. Ma una cosa sta diventando chiara: le idee influenti sulla transizione dal governo autoritario cominciano ad essere inefficaci. La transizione egiziana non è progettata attraverso decorosi patti d’élite, una leadership politica saggia o democratici devoti pieni di fiducia l’uno nell’altro.  La rivoluzione ha prodotto pochi capi visionari preziosi, ma molti cittadini comuni diffidenti e vigilanti. Saranno loro i pacificatori del nuovo ordine politico egiziano, continuando nel tipo di politica di piazza cui hanno fatto ricorso per necessità e che hanno affinato in uno stile nazionale.

 

Mona El-Ghobashy è assistente di scienze politiche al Barnard College e ricercatrice della Carnegie.

 

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/politics-by-other-means-by-mona-el-ghobashy

Fonte:  Boston Review

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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