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di Yotam Marom  – 23 novembre 2011

Breve resoconto: la crescita e la repressione di Occupy Wall Street [OWS – Occupiamo Wall Street]

Occupy Wall Street ha festeggiato il suo secondo mese scendendo nelle strade di New York in una giornata intera di azioni dirette di massa.  Abbiamo festeggiato le centinaia di occupazioni che sono nate in tutto il paese e in tutto il mondo.  Abbiamo festeggiato le centinaia di migliaia di persone che hanno partecipato alle marce, agli atti di disobbedienza civile e a mettere in moto i propri corpi.  Abbiamo festeggiato i milioni di persone di tutto il mondo unite nella loro volontà di partecipare a questo movimento in qualsiasi modo fosse loro possibile.  Abbiamo festeggiato in molte migliaia di città di tutto il mondo.

Al tempo stesso, molto dello status quo continua. Ci approvano sotto il naso nuove misure d’austerità, i senzatetto restano senza dimora e i disoccupati senza lavoro, le guerre condotte in nostro nome continuano, la ricchezza continua a essere sempre più concentrata in poche mani a spese dei molti.  E di fronte a questo movimento che cresce all’opposizione, lo stato e il capitale hanno reagito con violenze sia fisiche sia ideologiche, mirate a sopprimerci e demoralizzarci, con gli accampamenti sgombrati dalla polizia antisommossa, gli organizzatori bersaglio di arresti, denti e nasi rotti, bambini e nonne colpite con gli spray al peperoncino.

E’ solo una goccia nel mare in confronto con la violenza sperimentata nelle comunità emarginate o per mano dell’imperialismo statunitense, ma rappresenta un momento critico nello sviluppo di questo movimento. Non è una coincidenza. Veniamo presi sul serio. Forse dovremmo esserne lusingati.

 

Rassicurazione: stiamo ancora vincendo

Stiamo costruendo un movimento globale e le élite stanno cominciando a mobilitare l’incredibile potere a loro disposizione per causarci tutti i danni che possono: media e accademie per screditarci, leggi e regolamenti per limitarci, e pura violenza per reprimerci.  Sì, pagano i loro gruppi di esperti per minarci, chiamano a raccolta i loro sindaci in conferenze telefoniche per concordare strategie contro di noi, mobilitano le loro truppe d’assalto per picchiarci e imprigionarci, e fanno un fischio ai loro lecchini della stampa perché raccontino le cose che loro vogliono sentire.

Questo è quello che succede quando un movimento genuino emerge con forza e potenziale sufficienti ad essere preso sul serio da quelli che hanno il potere e i privilegi. Questo è quello che succede quando i movimenti si fanno più forti e diversificati. Questo è quello che succede quando i movimenti mettono radici nella coscienza del pubblico. Non sbagliatevi al riguardo: ci stanno combattendo perché stiamo vincendo.

In momenti come questi – quando la protesta si fa resistenza e il potere si mobilita per contrastarla – diventa nuovamente importante fermarsi a ricordare in primo luogo perché abbiamo cominciato a batterci e poi cos’è che vogliamo.

Un promemoria: perché combattiamo e come vinciamo

Ciascuno di noi viene in questo movimento con le proprie particolari cicatrici e i propri traumi, i suoi vari obiettivi e sogni.  Veniamo da luoghi diversi, da bisogni diversi. Siamo qui insieme perché condividiamo la comprensione che i nostri differenti problemi si riuniscono, che i sistemi di oppressione che sfidiamo non solo sono interallacciate e coesistono, ma si riproducono e si definiscono reciprocamente, che possiamo sconfiggerli solo disponendo di una profonda analisi olistica e presentandone un’altra con una visione di come invece le cose potrebbero essere.  Concordiamo sul fatto che dobbiamo costruire qualcosa di nuovo nel qui ed ora, mentre combattiamo quelle forze che ci impediscono di farlo.

Combattiamo perché le necessità delle persone non sono davvero soddisfatte, perché ci sono motivi semplici e sistemici per questo, perché questo è inaccettabile e perché c’è un’alternativa.  Combattiamo perché ci opponiamo intellettualmente all’ingiustizia ma anche perché l’ingiustizia ci fa concretamente male allo stomaco.  Combattiamo perché un sistema in cui i senzatetto congelano all’esterno di case vuote non merita di esistere, perché un sistema che permette che la gente soffra la fame quando c’è sovrabbondanza di cibo è inaccettabile. Combattiamo perché i sistemi sociali ed economici che governano le nostre vite si sono dimostrati totalmente incapaci di soddisfare i criteri minimi per una società umana e giusta, e perché siamo dannatamente sicuri che le cose non dovrebbero stare così.  Combattiamo per gli altri ma anche per noi stessi, perché nessuno di noi debba sprecare il proprio intero potenziale umano all’interno delle istituzioni che oggi dominano le nostre vite.  Combattiamo perché un altro mondo è davvero possibile e perché lo rivendichiamo per chi ci sta attorno, per i nostri amici, i nostri figli, e per noi stessi.

La posta in gioco è alta. Abbiamo la responsabilità non solo di combattere, ma di vincere.

Vinciamo quando costruiamo movimenti di massa diversi guidati da chi nella società è più oppresso. Vinciamo quando quel movimento diventa un potere duale: un movimento in grado di prefigurare i valori di una società libera e che getta il seme, mentre combatte le istituzioni che opprimono e sfruttano.  Vinciamo quando quel movimento diventa un movimento in cui i gruppi hanno l’autonomia di combattere le proprie battaglie trovando solidarietà in un’analisi, una visione e una strategia condivise.  Vinciamo quando riusciamo a trasformare la lotta da simbolica a reale: una lotta che rivendichi terra e spazio al fine di creare davvero un’alternativa e di soddisfare i bisogni delle persone, una lotta che davvero metta fine alla normalità dei soliti affari e impedisca alle classi che dominano e sfruttano di continuare a farlo.

Sì, questo nuovo mondo sta nascendo – lentamente e dolorosamente – e al fine di conquistarlo dobbiamo raccontarne la storia.

 

La storia: un altro mondo è possibile

Forse la prima storia che dobbiamo raccontare riguarda il mondo che ci circonda.  In questi sistemi che ci incoraggiano a competere e sfruttare, che ci costringono a portare la guerra e le torture, che ci obbligano a cancellarci letteralmente dal pianeta danneggiandolo così profondamente, non abbiamo futuro.  Sono non solo contrari all’etica e non necessari; sono semplicemente e realmente impossibili.

Ma la storia più importante è quella della possibilità: un altro mondo è possibile.

Una società che sia ecologicamente sostenibile, liberatoria, intima, calda e creativa è possibile.  Non solo è possibile, ma deve esistere.  Possiamo avere un sistema politico ed economico che possiamo controllare insieme, che sia equo e umano, che consenta alle persone di autogestirsi e di agire solidalmente, che sia partecipativo e democratico sin dalle radici.  Possiamo vivere in un mondo in cui le persone abbiano il diritto alla propria identità, alle proprie comunità e culture, e la libertà di sostenerle ed esprimerle.  Possiamo avere una società con istituzioni che si prendano cura e nutrano i nostri giovani, i nostri anziani e le nostre famiglie in modi che siano liberatori e consensuali.  Possiamo avere un mondo in cui possiamo concretamente trascorrere la nostra vita esprimendo il nostro pieno potenziale umano. Possiamo e dobbiamo.

Raccontiamo una storia che fa a pezzi il mito che non ci sia alternativa, che la gente non reagisce, che possiamo essere comprati.  Raccontiamo una storia che schiaccia il cinismo e lo identifica con null’altro che un meccanismo di difesa per proteggerci dall’entrare nel buco del coniglio che ci porta a sollevarci.  Raccontiamo una storia di autonomia nella solidarietà, di equità nella diversità, di pace vincolata alla giustizia, di lotta intimamente collegata alla bellezza.  Raccontiamo la storia di come le nostre cicatrici ci danno la saggezza e il coraggio di cambiare il mondo.

Raccontiamo noi la storia, per via elettronica e con i tag, la filmiamo e la cantiamo, la scriviamo con i nostri arresti e le nostre contusioni.  La raccontiamo al lavoro e a scuola, sulle linee dei picchetti e durante le dimostrazioni, nelle nostre occupazioni e nei nostri sit-in, nelle celle delle prigioni in cui ci sbattono quando sono davvero spaventati dal potere che abbiamo. La raccontiamo combattendo in un modo che riflette i valori del mondo che sogniamo e creando quanto più possiamo quel mondo mentre combattiamo.

Non siamo soli. Stiamo sulle spalle di giganti e siamo in mezzo ad amici.

 

Conclusione: speranza

Nel corso della storia intera i popoli hanno combattuto, si sono sollevati e hanno vinto.  In tutto il mondo ci sono persone che lottano, costruiscono e sognano. Tutto intorno a noi vengono gettati i semi del mondo per il quale ci battiamo, dalle camere da letto ai luoghi di lavoro, dal modo in cui produciamo e consumiamo al modo in insegniamo ed apprendiamo.  Tutto intorno a noi i lavoratori continuano a scioperare o ad prendere il controllo delle proprie fabbriche; gli studenti abbandonano le aule o prendono il controllo delle scuole; le comunità respingono le istituzioni politiche ed economiche che le opprimono e ne creano di proprie.  Le persone assumono il controllo delle proprie vite, delle proprie comunità e, in alcuni luoghi, dei propri governi. Ed è solo l’inizio. Sta nascendo un movimento e c’è così tanta bellezza in questo, così tanto potenziale, così tanta speranza.

E poi c’è anche speranza in voi, speranza in noi. Il mondo sta aspettando.

Yotam Marom è un organizzatore politico, insegnante, scrittore e musicista che vive a New York. E’ attivo nel movimento Occupy Wall Street ed è membro dell’Organizzazione per una Società Libera [Organization for a Free Society]. Yotam può essere contattato a  Yotam.marom@gmail.com

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/occupy-wall-street-and-the-world-we-want-by-yotam-marom

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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