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di Federico Fuentes – 23 novembre 2011

La recente marcia in Bolivia di alcune organizzazioni indigene contro l’autostrada proposta dal governo attraverso il Parco Nazionale Protetto e Territorio Indigeno di Isiboro (TIPNIS) ha stimolato parecchio dibattito tra gli attivisti della solidarietà internazionale.

Tali dibattiti hanno avuto luogo a partire dall’elezione del primo presidente indigeno della Bolivia, Evo Morales, nel 2005 sull’onda delle rivolte di massa.

Nella stragrande maggioranza gli attivisti della solidarietà hanno appoggiato la marcia contro l’autostrada. Molti hanno sostenuto che soltanto i movimenti sociali – non i governi – possono garantire il successo del processo di cambiamento.

Tuttavia tale punto di vista è non solo semplicistico; può mettere gli attivisti della solidarietà dalla parte sbagliata.

L’articolo di Kevin Young del 1 ottobre su ZNet “Dilemmi della Bolivia: agitazioni, trasformazione e solidarietà” cerca di cavarsela su questo tema affermando che “la nostra prima priorità [da attivisti della solidarietà] deve consistere nell’impedire ai nostri governi, alle nostre multinazionali e alle nostre banche di cercare di controllare il destino della Bolivia.”

Tuttavia, come nel caso della maggior parte degli articoli scritti da attivisti della solidarietà, Young sottovaluta il ruolo dell’imperialismo degli Stati Uniti e sostiene che il governo è stato insincero nel collegare ad esso i manifestanti.

Altri si sono spinti più in là, negando qualsiasi collegamento tra i manifestanti e l’imperialismo USA.

La Confederazione dei Popoli Indigeni dell’Est della Bolivia (CIDOB), la principale organizzazione dietro la marcia, non ha scrupoli simili.  Si è vantata sul proprio sito di star ricevendo programmi di addestramento dall’agenzia USAID del governo USA.

Sul sito il presidente del CIDOB, Adolfo Chavez, ringrazia per le “informazioni e l’addestramento acquisiti attraverso diversi programmi finanziati da collaboratori esterni, in questo caso l’USAID”.

Ignorare o negare la chiara prova del finanziamento USA a tali organizzazioni è problematico.

Attaccare il governo boliviano per aver denunciato questo, come alcuni hanno fatto, disarma gli attivisti della solidarietà nella loro lotta contro l’intervento imperialista.

Ma il fallimento più grande del movimento della solidarietà è stato il suo silenzio sulla responsabilità degli Stati Uniti e delle imprese nel conflitto.

La disputa riguardo al TIPNIS non è stata una specie di battaglia romantica alla Avatar tra difensori indigeni della Madre Terra e un governo affamato di soldi intento a distruggere l’ambiente.

Alla base del conflitto c’è la difficile questione di come la Bolivia possa superare secoli di colonialismo e sottosviluppo per fornire al suo popolo accesso a servizi fondamentali cercando nel contempo di rispettare l’ambiente.  I principali responsabili non sono i boliviani; sono i governi imperialisti e le loro imprese.

Dobbiamo chiedere che siano loro a pagare il loro debito ecologico e a trasferire la tecnologia necessaria a uno sviluppo sostenibile a paesi come la Bolivia (richieste che nessun attivista della solidarietà ha sollevato).  Fino a che ciò non si verifichi, gli attivisti delle nazioni ricche non avranno diritto di dire ai boliviani cosa possono e non possono fare per soddisfare i bisogni fondamentali del proprio popolo.

Altrimenti, dire al popolo boliviano che non diritto a un’autostrada o a estrarre gas per finanziare programmi sociali (come hanno chiesto alcune ONG) significa dire ai boliviani che non hanno diritto di sviluppare la loro economia o di combattere la povertà.

L’imperialismo mira a tenere le nazioni del Terzo Mondo subordinate agli interessi delle nazioni ricche.  E’ questa una delle ragioni per cui le ONG straniere e lo USAID stanno cercando di minare il ruolo guida internazionale del governo Morales nell’opporsi a grossolane politiche anti-ambientaliste, quali il programma di Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado (REDD).

Il REDD utilizza le nazioni povere per compensare le emissioni inquinanti in modo che le società dei paesi ricchi possano continuare a inquinare.  Appoggiare il REDD è stata una delle richieste della marcia di protesta.

Young afferma che “la nostra solidarietà dovrebbe andare ai movimenti rivoluzionari di base, anti-imperialisti e difensori dei diritti umani, non ai governi o ai partiti.”

Ma, come dimostra il caso del TIPNIS, quando i governi cercano di riuscire a sollevare il proprio paese dal sottosviluppo, le richieste dei movimenti sociali con interessi settoriali contrastanti possono determinare uno scontro.

In effetti alcuni dei sostenitori più striduli dell’autostrada sono stati anche quegli stessi movimenti sociali che gli attivisti della solidarietà hanno appoggiato nella loro lotto contro i governi neoliberali durante lo scorso decennio.

In scenari simili si può soltanto scegliere tra appoggiare le domande di certi movimenti sociali scartando quelle legittime di altri, come molti hanno fatto nel caso TIPNIS.

Un cambiamento duraturo può essere realizzato soltanto quando i movimenti sociali cominciano a prendere il potere nelle proprie mani, quando i movimenti sociali diventano governi.

E’ questo l’obiettivo che i movimenti sociali boliviani si sono posto.  Essi hanno forgiato il proprio strumento politico mediante una lotta comunemente nota come Movimento Verso il Socialismo e hanno ottenuto un governo che considerano proprio.

Essendo passati da una posizione di “lotta dal basso” al rilevare il governo dalle élite tradizionali come strumento per conseguire il loro obiettivo di potere statale,  questi movimenti sociali hanno cominciato a conquistare il controllo sulla risorse naturali e hanno attuato una nuova costituzione.

Convertire gli ideali costituzionali in un nuovo potere statale resta un compito della rivoluzione boliviana.

Ma il suo successo dipende dalla capacità dei “rivoluzionari della base, anti-imperialisti e difensori dei diritti umani” di operare all’interno dello stato esistente per combattere in modo unito.

La nostra solidarietà deve essere basata sulla lotta rivoluzionaria esistente in Bolivia, non sua una rivoluzione romanticizzata che a noi piacerebbe di più.

Uno stato permanente di protesta può essere attraente per gli attivisti della solidarietà, ma alla fine può solo tradursi in un permanente stato di demoralizzazione a meno che i movimenti sociali non siano in grado di andare oltre l’opposizione ai governi capitalisti e di creare il proprio potere statale.

Rifiutarsi di appoggiare le lotte così come esistono è un esempio di mancanza di fiducia che le masse boliviane siano in grado di decidere del proprio destino.  Dimostra anche arroganza da parte di quelli che, avendo fallito nel trattenere i governi capitalisti a casa loro, ritengono di saperla più lunga dei boliviani su come essi debbano sviluppare il loro processo di cambiamento.

In ogni lotta si commettono errori.  Ma tali errori non dovrebbero essere utilizzati per cercare spingere una parte contro l’altra.  Dovremmo avere fiducia che questi conflitti interni possano essere risolti dagli stessi movimenti sociali.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/bolivia-solidarity-activists-need-to-support-process-by-federico-fuentes

Fonte:  Green Left

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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