Di Gilbert Achcar

20 novembre 2011

 

Ho potuto  partecipare all’incontro dell’opposizione siriana che si è tenuto l’8  e il 9 ottobre in  Svezia, vicino a Stoccolma. Molti attivisti uomini e donne, che operano in Siria e all’estero hanno aderito insieme a figure eminenti del Comitato siriano di coordinamento (SCC) che erano arrivate dalla Siria in questa occasione in compagnia del membro più in vista del Consiglio Nazionale Siriano (SNC) il suo presidente, Burhan Ghalloun.

Gli organizzatori della conferenza mi avevano invitato a parlare sull’argomento dell’intervento militare nell’attuale situazione in Siria. Il mio intervento ha suscitato interesse e mi hanno chiesto di trascriverlo (l’avevo fatto a braccio usando  soltanto un elenco puntato). Ho promesso di scriverlo ma finora un programma di impegni fitto mi ha impedito di adempiere alla promessa.

Poi è arrivato l’ondata  degli eventi sulla scena siriana dei giorni passati e si sono anche alzati i toni della discussione sull’intervento militare e sulla militarizzazione della crisi, che erano i due argomenti del mio intervento in Svezia. Questi sviluppi mi hanno portato a realizzare la mia promessa prima che fosse troppo tardi. Elaborerò qui quindi i punti di vista che ho espresso in Svezia, aggiornati con le osservazioni sugli sviluppi più recenti attinenti all’argomento.

Il mio discorso al congresso di ottobre è stato preceduto da quello di uno dei partecipanti che  ha fatto  a Burhan Ghalioun una domanda  sulla sua posizione o su quella del Consiglio Nazionale Siriano rispetto alle richieste di intervento militare in Siria. Ghalioun ha risposto che attualmente questo argomento non viene discusso perché non c’è nessun paese che voglia intervenire militarmente in Siria in questo momento, e quindi quando ci troveremo davanti alla disponibilità di qualche nazione, adotteremo la posizione appropriata.”

Ho iniziato il mio intervento sottolineando che l’opposizione siriana deve definire una posizione chiara sul problema dell’intervento militare, dal momento che è chiaro che tale posizione ha un’influenza sulla possibilità o meno che esso  possa avere luogo. La riluttanza circa un intervento diretto che vediamo ora da parte dell’occidente e degli stati regionali potrebbe cambiare domani se le richieste di intervento fatte da parte dell’opposizione siriana dovessero aumentare.

E’ stata la richiesta del Consiglio Nazionale Libico per un intervento militare internazionale all’inizio di marzo che ha preparato la strada per una richiesta analoga  formulata dalla lega Araba, e per  la successiva risoluzione del Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’ONU. Se l’opposizione libica fosse stata contraria all’intervento militare  in tutte le sue forme (invece di opporsi semplicemente all’intervento di terra e di richiedere l’appoggio aereo), la Lega araba non avrebbe cercato l’intervento né questa azione sarebbe stata sancita dall’ONU.

 

La Libia e i costi dell’intervento militare straniero

 

Nel mio intervento, mi sono dilungato sulle lezioni dell’esperienza libica nelle vesti di  uno che ha partecipato alla discussione in merito.  Come l’ampia maggioranza del pubblico arabo, avevo espresso la mia comprensione del fatto che i ribelli liberi erano costretti ad appellarsi al sostegno straniero per allontanare il rischio di massacro totale che si sarebbe potuto presentare se le forze di Gheddafi fossero riuscite ad assaltare i capisaldi dell’insurrezione a Bengasi, Misurata, e in altre zone, dal momento che i ribelli allora non avevano i mezzi militari per respingere un attacco del genere.

Abbiamo dato tutta la colpa a Gheddafi di aver creato le condizioni per un intervento militare mentre metteva in guardia i ribelli da qualsiasi illusione circa le intenzioni delle forze occidentali che stavano chiaramente intervenendo in  loro favore.  In effetti, un intervento militare straniero nello stato libico aveva un  alto prezzo che si può riassumere come segue:

– Il prezzo politico immediato dell’intervento straniero era che permetteva a Gheddafi di pretendere che egli in certo qual modo rappresentava la sovranità nazionale e di etichettare i ribelli come agenti dell’imperialismo occidentale. Questo ha influenzato un segmento della società libica, anche se limitato.

– Il prezzo politico più serio è stato che le potenze che intervenivano hanno cercato di dirottare il processo decisionale dei ribelli libici. Non si sono limitati a porre fine all’attacco alle roccaforti dell’insurrezione e a impedire a Gheddafi di usare la forza aerea. Sono andati molto oltre: hanno distrutto l’aviazione di Gheddafi, (gli stati occidentali, specialmente la Francia e la Gran Bretagna, non vedono l’ora di vendere le armi alla Libia del dopo-Gheddafi) e anche una grossa parte delle infrastrutture e degli edifici ufficiali della Libia (gli stati occidentali insieme alla Turchia hanno iniziato a contendersi il mercato della ricostruzione in Libia persino prima della caduta di Gheddafi). Le potenze occidentali si sono rifiutate di fornire ai ribelli libici le armi che avevano insistentemente e  urgentemente richiesto perché potessero continuare a liberare il loro paese senza l’intervento straniero diretto. Le armi sono state consegnate soltanto dal Qatar e dalla Francia durante le ultime fasi della battaglia. Questi limitati afflussi di armi hanno accelerato la caduta del regime di Gheddafi dopo che per lungo tempo le operazioni militari erano a un punto morto.

– Lo scopo delle potenze occidentali era di imporsi come partecipanti importanti nella guerra contro il regime di Gheddafi in  modo che la potessero  pilotare. Volevano disegnare un programma della Libia dopo Gheddafi e hanno perfino istituito un comitato internazionale a questo scopo. Hanno anche tentato per un certo tempo di raggiungere un accordo con la famiglia Gheddafi  alle spalle del Consiglio Nazionale Libico. Come risultato, il destino della Libia veniva preparato a Washington, Londra, Parigi, e Doha più che in Libia prima della liberazione di Tripoli. Certamente il desiderio degli stati occidentali di controllare la situazione  in Libia dopo Gheddafi è stato estremamente deludente, proprio come ci si aspettava.  Tuttavia questo si aggiunge al grande caos che c’è oggi in Libia, aggravato dall’ingerenza straniera, sia occidentale che di quella zona.

Siria: tra Libia ed Egitto

E tuttavia, l’impressione che al momento prevale è che l’intervento straniero ha impedito che  l’insurrezione libica venisse repressa. Se ciò fosse accaduto, avrebbe posto fine al processo rivoluzionario nella regione araba. L’intervento ha messo in grado i ribelli libici di liberare il loro paese dalle  grinfie del loro brutale dittatore a un costo che è irrisorio se paragonato al prezzo pagato dagli Iracheni per la loro liberazione dal regime tirannico di Saddam Hussein per mezzo dell’invasione straniera. L’occupazione dell’Iraq si sta finalmente avviando alla fine dopo 8 penosi anni nel corso dei quali quella nazione è arrivata a un livello basso e ha pagato un prezzo esorbitante umano e materiale soltanto per trovarsi ora ad affrontare un futuro oscuro e minaccioso.

Il risultato di questo contrasto tra Libia e Iraq è che, mentre l’ultimo esempio era abbastanza ripugnante per  i Siriani, l’esempio libico ha infuso in molti il desiderio di emularlo. Questo si riflette nell’aumento delle richieste di intervento militare internazionale, seguito alla liberazione di Tripoli, fino al punto di chiamare la mobilitazione del 28 ottobre “Venerdì per lo  spazio  aereo vietato ai voli.”

Tuttavia, chiunque immagini che lo scenario libico potrebbe venir replicato in Siria, si sbaglia di grosso. L’opposizione siriana deve rendersi conto che il costo per permettere un intervento militare diretto (contrapposto all’intervento indiretto, per esempio fornire armi) in Siria sarà molto maggiore nel caso della Libia per svariate ragioni, le più importanti delle quali possono essere riassunte così:

La situazione militare in Siria è molto diversa da quella che c’era in Libia che è una nazione caratterizzata da dalla presenza di centri urbani separati da  tratti spesso vasti di territorio semi deserto. In tali circostanze, la forza aerea diventa essenziale, specialmente dato che le aree controllate dai ribelli libici erano quasi prive di sostenitori del regime che ha fatto ricorso alla forza aerea nella sua offensiva contro rivoluzionaria; l’appoggio aereo straniero è stato quindi molto efficace per proteggere le aree dove c’erano i ribelli e per limitare il costo di vite di civili. La densità di  popolazione della Siria, invece,  è molto maggiore di quella della Libia, come anche la mescolanza di oppositori e sostenitori del regime, che impediscono al regime siriano di fare vasto uso di attacchi aerei.  Una zona interdetta ai voli sulla Siria, quindi, o avrebbe un beneficio molto limitato se dovesse rimanere una zona vietata ai voli in senso stretto, o avrebbe conseguenze devastanti di uccisioni e distruzione se dovesse assumere le forma di una guerra totale  contro il regime, come è avvenuto in Libia. Dato che le capacità difensive dell’esercito siriano sono molto più significative di quelle delle forze di Gheddafi, la portata e l’intensità del combattimento sarebbero molto maggiori in Siria, per non parlare del fatto che il regime siriano non è isolato come era il regime di Gheddafi e qualsiasi intervento militare in straniero in Siria accenderebbe quindi l’intera area che non è che un insieme di polveriere.

Nel frattempo, nessuna città siriana attualmente affronta il pericolo di un massacro su larga scala nel modo in cui ha fatto Bengasi, o neanche una sorte paragonabile alla città siriana di Hama nel 1982, quando il regime di Assad era in grado di isolarla dal resto del paese.

La forza dell’insurrezione siriana sta nel fatto che si è estesa molto e nel fatto che i ribelli non hanno fatto l’errore di prendere le armi; se fosse accaduto, avrebbe seriamente indebolito lo slancio dell’insurrezione popolare e avrebbe permesso al regime di eliminarla più facilmente.

I ribelli siriani hanno quindi  contato molto su  forme di lotta come le proteste fatte nelle ore notturne e le dimostrazioni del venerdì (non per ragioni religiose, ma perché il venerdì è la giornata di festa ufficiale ed è difficile che il regime impedisca alla gente di radunarsi nelle moschee), cosicché la maggior parte dei partecipanti non si è esposta. Questo stile da guerriglia delle dimostrazioni è il metodo appropriato quando un’insurrezione popolare affronta la repressione brutale da parte di una forza militare schiacciante.

Al contrario del  regime caricaturale di Gheddafi, che anni fa si era avviato        sulla strada di determinare uno stato di forte sicurezza economica, e cooperazione di intelligence con diversi stati occidentali, il regime siriano, dal punto di vista degli Stati Uniti, è ancora un ostacolo ai suoi progetti nella zona, dato che esso è alleato dell’Iran e sostiene una serie di forze palestinesi che si oppongono alla resa che viene appoggiata dagli Stati Uniti.

Riconoscere questa realtà non indica in alcun modo che ci si debba astenere dall’appoggiare le richieste del popolo di democrazia e diritti umani, sia in Siria che in Iran. Bisogna, tuttavia, tenerne conto,  come fa l’opposizione iraniana, che rifiuta del tutto l’intervento militare straniero negli affari della nazione e difende il diritto del paese a sviluppare la potenza nucleare  di fronte alle  minacce israeliane e americane che tentano di impedirglielo  di sostenendo che l’Iran prepara armi nucleari. Uno dei principali obiettivi della strategia della rivoluzione siriana è di riuscire a  portare dalla i ranghi dell’esercito siriano dalla parte della rivoluzione. L’opposizione siriana correttamente critica il regime per il suo opportunismo, e cita il suo intervento in Libano nel 1976 contro la resistenza palestinese e il Movimento Nazionale Palestinese, e anche  l’essersi unita  alla coalizione guidata dagli Stati Uniti nella guerra del 1991 contro l’Iraq. Coloro che criticano la doppiezza del regime siriano riguardo alla causa nazionale non devono dargli   quando si vanta di combattere attualmente combattendo  gli “agenti” delle potenze occidentali, richiedendo l’intervento militare a quelle stesse potenze occidentali. L’opposizione nazionale non deve permettere al regime di   fare di più  in difesa della causa nazionale e deve rendersi conto che dal momento che il territorio della Siria è parzialmente occupato da Israele aiutato dagli stati occidentali, non deve cercare aiuto dai nemici della Siria e dai suoi oppressori. Se dovessero intervenire, queste potenze  cercherebbero certamente di indebolire la Siria dal punto di vista strategico così come hanno indebolito l’Iraq.

Far cadere un regime, non importa quale, è un obiettivo strategico per il quale i mezzi differiscono secondo la situazione e il paese. La strategia dipende dalla composizione del regime che i rivoluzionari tentano di abbattere.

Consideriamo, per esempio, la differenza tra i casi dell’Egitto e della Libia.  In Egitto l’esercito regolare come istituzione era e rimane la spina dorsale del regime. Il potere di Mubarak proveniva dall’esercito e dipendeva da esso, ma Mubarak non lo “possedeva”. Questo ha fatto sì che l’insurrezione popolare desiderasse mantenere neutrale l’esercito per potere destituire il despota. Questa strategia è stata vincente, sebbene incrementasse     illusioni tra le masse che l’esercito in quanto istituzione con il suoi vertici potesse essere un servitore disinteressato del popolo. Invece di affinare la consapevolezza critica del popolo e dei soldati e di avvertirli che i vertici dell’esercito avrebbero cercato di conservare i loro privilegi e il loro controllo sullo stato, le principali forze  del  movimento di opposizione hanno realmente contribuito a diffondere le illusioni tra le masse. Il risultato è che la rivoluzione egiziana è rimasta incompleta con molti elementi di continuità nel regime egiziano e altrettanti elementi di cambiamento, se non anche di più.

In Libia, d’altra parte, Gheddafi ha sciolto l’istituzione militare e la ha ristrutturata sotto forma di brigate legate alla sua persona da rapporti tribali, famigliari e finanziari. Era quindi impossibile confidare nella neutralità dei  militari,  per non parlare poi di tirarli dalla parte della rivoluzione; era invece inevitabile che il modo di far cadere il regime libico era di sconfiggere le sue forze armate, in altre parole, per mezzo della guerra.  Dal momento che l’equilibrio militare tra le forze di Gheddafi e i ribelli praticamente disarmati era estremamente favorevole al primo, era inevitabile che  un fattore esterno entrasse nell’equazione,  sia sotto forma di contributo di armi agli insorti  (lo scenario nel caso migliore) o per mezzo della partecipazione diretta nella guerra tra i ribelli e il regime fatta o occupando il paese (lo scenario del caso peggiore) o per mezzo di bombardamenti da lontano, senza invasione, come è avvenuto in Libia. Il risultato è che il cambiamento in Libia è molto più profondo che in Egitto a causa del crollo generale delle istituzioni del regime di Gheddafi. Oggi la Libia è una nazione senza uno stato, cioè senza un apparato che monopolizzi le forze armate, e nessuno sa quando in quel paese sarà ricostruito uno stato o come sarà.

E quindi dove si pone la Siria in questa equazione strategica? Di fatto si posiziona più o meno tra i casi egiziano e libico. In Siria, proprio come in Libia, il regime si è circondato di Forze Speciali legate ad esso da rapporti familiari, di setta religiosa e di privilegio.  Devono essere sconfitte se il regime deve cadere. A questo riguardo, il comandante del Libero Esercito siriano, Colonnello Riyad al-As’ad, aveva ragione quando ha detto (il 5 novembre 2011) a Al-Sharq Al-Awsat (il più importante quotidiano in lingua araba pubblicato contemporaneamente in 4 continenti e in  12 città), n.d.T.) che chiunque pensi che il regime siriano cadrà pacificamente, sta sognando.”

Poiché, tuttavia Israele occupa un pezzo del suo territorio, la Siria, contrariamente alla Libia, ha anche un esercito regolare basato sulla coscrizione  generale di giovani e i cui soldati e ufficiali di basso rango riflettono la composizione   del popolo siriano dal quale derivano i propri ranghi. Perciò, uno dei punti centrali su cui si concentra la strategia della rivoluzione siriana, deve essere di portare  l’esercito siriano dalla parte dei rivoluzionari.

Il ruolo dell’esercito nella strategia dell’Opposizione

L’intervento militare diretto in Siria convincerebbe i soldati che ciò che il regime ha continuato a sostenere sin dall’inizio dell’insurrezione, cioè che sta affrontando una “cospirazione straniera” che vuole soggiogare la Siria, è stato vero da sempre. Se l’insurrezione siriana fosse stata guidata da una dirigenza con una mentalità strategica (in questi casi si vedono i limiti delle “rivoluzioni di Facebook), avrebbe tentato di estendere le reti dell’opposizione all’interno dell’esercito e allo stesso tempo avrebbe insistito che i soldati non devono disertare individualmente o in piccoli gruppi ma piuttosto nel maggior numero possibile. Nell’assenza di dirigenti  e di strategia, i soldati e gli ufficiali hanno iniziato a disertare per conto proprio in maniera non organizzata. Le defezioni  si sono estese nei due mesi passati e continuano ad aumentare. Esse hanno imbarazzato l’opposizione politica; alcuni hanno criticato i disertori perché minacciano di far deviare l’insurrezione dal suo percorso pacifico e altri hanno dato il benvenuto ai i disertori e li hanno però invitati a non usare le loro armi contro il regime. Questa ultima è una proposta suicida della quale  i soldati disertori hanno ragione di farsi beffe.

Il compito strategico di riuscire a portare i soldati siriani dalla parte della rivoluzione non dovrebbe smentire le dimostrazioni popolari e la loro natura non violenta. Il caso siriano ancora una volta mescola elementi delle esperienze egiziane e libiche, cioè folle di dimostranti pacifici insieme a scontri di militari. La non-violenza delle dimostrazioni popolari è stata ed è ancora, una componente fondamentale dell’impulso del movimento e del fatto che è un movimento  di massa, che ha anche una partecipazione femminile. Questo slancio è di per sé  un fattore decisivo per esortare i soldati a ribellarsi contro il regime.

La  più grande situazione strategica in Siria  è quindi è come unire la mobilitazione pacifica di massa con l’espandersi dell’opposizione militare e dello scontro armato senza il quale le forze del regime non saranno mai sconfitte ed esso non cadrà mai, almeno che non si  faccia affidamento  sul fatto che gli ufficiali di alto rango dei vertici della gerarchia del regime, escano dai ranghi e costringano la famiglia governante a fuggire in Iran. Se questo dovesse accadere, la Siria finirebbe per avere una posizione analoga a quella dell’Egitto, dove un pezzo è caduto dalla cima della piramide senza farla crollare del tutto.

In quanto all’intervento militare diretto in Siria, sia sotto forma di invasione o limitato ai bombardamenti a distanza ,metterebbe  fine alla tendenza a disertare dell’esercito siriano e riunirebbe i ranghi in un      confronto che convincerebbe i soldati che ciò che il regime sosteneva dall’inizio dell’insurrezione, cioè che si è di fronte a una “cospirazione  straniera”che vuole soggiogare la Siria è stato  vero da sempre . Le richieste fatte da Riyad al-As’ad, il capo del Libero esercito siriano (nell’intervista citata prima) di un intervento internazionale per “realizzare una zona interdetta ai voli o una zona interdetta alla navigazione in Siria”, e di creare una “una zona sicura nella Siria settentrionale che il Libero esercito Siriano possa amministrare” nel caso migliore sono un’ulteriore prova della mancanza di visione strategica tra i dirigenti dell’insurrezione siriana. Sono anche un prodotto di quel misto di miopia e reazione emotiva alla brutalità del regime che porta alcuni dei suoi oppositori a sperare che succeda quello che potrebbe portare a una grande catastrofe storica in Siria e in tutta la zona.

Coloro che desiderano la vittoria dell’insurrezione del popolo siriano che chiede  libertà e  democrazia in modo che sia possibile rafforzare   la patria invece che essere indebolirla, devono esprimere una posizione della massima chiarezza  riguardo a questi problemi fatidici. Non è possibile ignorarli semplicemente nel nome dell’unità e contro il regime, perché il destino della lotta e di fatto di tutta la nazione dipende proprio da questi problemi.

 

Gilbert Achcar è professore di Development Studies and International Realations alla Scuola di Studi Orientali e Africani (SOAS) di Londra. Le opinioni espresse dall’autore non riflettono necessariamente la politica editoriale di al-Akhbar.

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/syria-militarization-military-intervention-and-the-absence-of-strategy-by-gilbert-achcar

 

Fonte: al-Akhbar English

Traduzione di MaRIA Chiara Starace

© 2011 ZNET Italy–Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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