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di Mark Weisbrot – 20 novembre

Immaginate che un organizzatore dell’opposizione sia ucciso in piena luce del sole in Argentina, Bolivia, Ecuador o Venezuela da armati mascherati, o rapito e assassinato da guardie armate di un ben noto sostenitore del governo. Sarebbe una notizia di prima pagina sul New York Times e comparirebbe in tutti i notiziari televisivi.  Il Dipartimento di Stato USA diffonderebbe una forte dichiarazione di preoccupazione per il grave abuso contro i diritti umani.  Se accadesse una cosa simile.

Ora immaginate che 59 assassinii politici di questo tipo abbiano avuto luogo sino ad ora quest’anno, e 61 abbiano avuto luogo l’anno scorso.  Ben prima che il numero delle vittime raggiungesse un livello simile, questo diventerebbe uno dei principali temi di politica estera negli Stati Uniti e Washington solleciterebbe sanzioni internazionali.

Ma stiamo parlando dell’Honduras, non della Bolivia o del Venezuela.  Così, quando il presidente dell’Honduras  Porfirio Lobo si è recato a Washington il mese scorso, il presidente Obama lo ha accolto calorosamente e ha dichiarato:

“Due anni fa abbiamo assistito a un colpo di stato in Honduras che minacciava di rimuovere il paese dalla democrazia, e in parte grazie alle pressioni della comunità internazionale, ma anche a motivo della forte dedizione alla democrazia e alla leadership del presidente Lobo, quello che abbiamo visto è stato un ripristino delle pratiche democratiche e un impegno alla riconciliazione che ci dà grande speranza.”

Naturalmente il presidente Obama si rifiutato persino di incontrare il presidente democraticamente eletto che era stato rovesciato dal colpo di stato da lui citato, anche se quel presidente è venuto a Washington tre volte in cerca di aiuto dopo il colpo di stato.  Si trattava di Manuel Zelaya, un presidente di centrosinistra che è stato rovesciato dall’esercito e da segmenti conservatori della società in Honduras dopo aver istituito numerose riforme per le quali il popolo aveva votato, quali l’aumento dei salari minimi e leggi che promuovevano una riforma fondiaria.

Ma quel che aveva fatto infuriare Washington di più era stato il fatto che Zelaya era vicino ai governi di sinistra dell’America del Sud, compreso il Venezuela. Non era più vicino al Venezuela di quanto lo fossero il Brasile o l’Argentina, ma si trattava di un crimine non premeditato.  Così, quando l’esercito honduregno ha rovesciato Zelaya, nel giugno del 2009, l’amministrazione Obama ha fatto tutto il possibile nei sei mesi successivi per assicurarsi che il colpo di stato avesse successo.  La “pressione della comunità internazionale” cui si riferiva Obama nella dichiarazione riportata più sopra venne da altri paesi, principalmente dai governi di centrosinistra dell’America del Sud. Gli Stati Uniti erano dall’altra parte battendosi – alla fine con successo – per legittimare il governo uscito dal colpo di stato attraverso “elezioni” che il resto dell’emisfero si rifiutò di riconoscere.

A maggio di quest’anno Zelaya ha dichiarato pubblicamente quel che la maggior parte di coloro che seguivano da vicino gli eventi immaginavano già essere vero: che Washington era dietro il colpo di stato e aveva contribuito a realizzarlo. Anche se nessuno probabilmente si prenderà la briga di indagare il ruolo degli USA nel colpo di stato, la cosa è del tutto plausibile, considerate le schiaccianti prove circostanziali.

Porfirio Lobo ha assunto la carica nel gennaio 2010 ma la maggior parte dell’emisfero ha rifiutato di riconoscerne il governo perché le elezioni avevano avuto luogo in condizioni di gravi violazioni dei diritti umani.  Nel maggio 2011 è stato alla fine mediato un accordo a Cartagena, in Colombia, che ha riammesso l’Honduras nell’Organizzazione degli Stati Americani. Ma il governo Lobo non ha adempiuto alla sua parte degli accordi di Cartagena, che comprendono garanzie per i diritti umani per l’opposizione politica.

Ecco due delle dozzine di omicidi politici che si sono verificati durante la presidenza di Lobo, secondo l’elenco compilato dalla Chicago Religious Leadership Network [Rete di Chicago dei capi religiosi] per l’America Latina (CRLN):

“Pedro Salgado, vicepresidente del Movimento Unificato Campesino di Aguàn (MUCA) è stato ucciso e decapitato circa alle 8 del mattino nella sua casa nell’empresa cooperativa La Concepciòn. Sua moglie, Reina Irene Kejia, è stata anch’essa colpita a morte da armi da fuoco alla stessa ora.  Pedro aveva subito un tentativo di assassinio nel dicembre 2010 […]  Salgado, come i presidenti di tutte le cooperative che reclamano diritti alla terra usata dai produttori di olio di palma nell’Aguàn, era stato oggetto di costanti minacce di morte sin dall’inizio del 2011.”

Il coraggio di questi attivisti e organizzatori di fronte a una simile orrenda violenza e repressione è impressionante.  Molti degli omicidi dell’anno scorso hanno avuto luogo nella valle di Aguàn nel nord-est, dove piccoli agricoltori lottano per i diritti alla terra contro uno dei latifondisti più ricchi dell’Honduras, Miguel Facussé.  Egli produce biocombustibili in questa regione di terra contestata.  E’ vicino agli Stati Uniti ed è stato un importante sostenitore del colpo di stato del 2009 contro Zelaya.  La sua polizia privata, insieme con l’esercito e la polizia sostenute dagli USA, è responsabile della violenza politica nella regione.  Gli aiuti USA all’esercito honduregno sono aumentati dopo il colpo di stato.

Recenti dispacci diplomatici USA diffusi da WikiLeaks dimostrano che i dirigenti statunitensi erano consapevoli fin dal 2004 che Facussè trafficava anche grandi quantità di cocaina.  Dana Frank, un professore dell’Università della California a Santa Cruz che è un espero dell’Honduras, ha così riassunto la cosa per The Nation il mese scorso: “ I fondi e l’addestramento statunitensi per la ‘guerra alla droga’, in altre parole, vengono usati per sostenere la guerra di un noto trafficante di droga contro i campesinos.”

La militarizzazione statunitense della guerra alla droga sta anche spingendo l’Honduras lungo il disastro percorso del Messico, in un paese che ha già una delle percentuali di omicidi più alte del mondo.  Il New York Times riferisce che ora attraversa l’America Centrale  l’84% della cocaina che raggiunge gli Stati Uniti rispetto al 26% del 2006, quando Calderòn ha assunto il potere in Messico e ha lanciato la sua guerra alla droga. Il Times osserva anche che “dirigenti statunitensi dicono che il colpo di stato del 2009 ha spalancato le porte ai cartelli [della droga]” in Honduras.

Quando ho votato per Barack Obama nel 2008 non avrei mai pensato che la sua eredità in America Centrale sarebbe stata il ritorno dei governi degli squadroni della morte, del tipo così vigorosamente sostenuto da Ronald Reagan negli anni ’80.  Ma mi sembra proprio questo essere il caso dell’Honduras.

L’amministrazione Obama ha sin qui ignorato le pressioni dei membri Democratici del Congresso per il rispetto dei diritti umani in Honduras. Questi sforzi continueranno ma l’Honduras ha bisogno dell’aiuto del Sud.  E’ stata l’America del Sud che ha guidato i tentativi di rovesciare il colpo di stato del 2009. Anche se Washington alla fine li ha sconfitti, non possono abbandonare l’Honduras quando persone non diverse dai loro amici e sostenitori in patria vengono assassinati da un governo sostenuto dagli USA.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/honduras-americas-great-foreign-policy-disgrace-by-mark-weisbrot

Fonte:  The Guardian

traduzione di Giuseppe Volpe

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