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di Hugo Radice e Ed Lewis – 19 novembre 2011

L’economista politico Hugo Radice è membro a vita della Scuola di Studi Internazionali e Politici all’Università di Leeds.  In un’intervista a Ed Lewis del New Left Project [NLF – Progetto della Nuova Sinistra] affronta una serie di domande sull’intensificarsi della crisi nell’Eurozona.

Ci viene detto che l’Eurozona si confronta con una crisi del debito sovrano. E’ vero e, se lo è, cosa significa?

Sì, è vero. La crisi è incentrata sull’indisponibilità degli investitori globali ad acquistare titoli denominati in euro emessi da governi dell’Eurozona che si ritiene abbiano accumulato livelli eccessivi di debito sovrano. Giorno per giorno la prova di questa indisponibilità è riflessa dai prezzi di mercato dei titoli già emessi da questi governi.

Un tema di discussione virtualmente universale nei media inglesi è che i problemi che l’Europa ora affronta sono causati significativamente dagli enormi debiti assunti dagli stati greco e italiano al fine di finanziare gli alti livelli di spesa per l’assistenza e per il settore pubblico.  Il crollo finanziario del 2008 a volte compare sullo sfondo delle discussioni; le cause più profonde di esso (ad esempio la disuguaglianza di reddito) sono virtualmente invisibili.  Qual è la tua valutazione della diagnosi convenzionale della crisi? Cosa direbbero dei media più onesti?

La diagnosi convenzionale è fermamente basata sull’idea che i mercati “liberi” – liberi, cioè, dall’interferenza o dalla regolamentazione pubbliche – sono naturalmente efficienti, intendendo con ciò che essi tendono a dare una valutazione “reale” delle attività finanziarie.  Keynes giustamente fece notare che la maggior parte degli intermediari si limita a seguire il gregge; così se una percentuale sufficiente di loro pensa che il governo greco non possa o non voglia onorare il servizio del debito e il programma di rimborso, allora diventa una profezia che si autoavvera. Ciò nonostante devono esserci fatti oggettivi all’avvio di questo processo di giudizio collettivo. In questo caso il “fatto oggettivo” è che il crollo del 2008-9 ha spinto alcuni stati ‘periferici’ dell’Eurozona a livelli di debito pubblico che erano chiaramente molto più difficili da onorare di quelli della Germania.  Per i mercati ha avuto allora senso chiedere il pagamento di tassi di interesse molto più alti ai paesi periferici, in confronto a quelli richiesti alla Germania (o all’Inghilterra, quanto a questo).

I media sicuramente devono giustificare la visione convenzionale.  Quando singoli o banche hanno prestato fondi al governo greco negli anni precedenti la crisi, è stato perché in quel momento i finanziatori ritenevano che i titoli greci fossero l’investimento migliore (e più redditizio) a disposizione. La “tosatura”, termine con cui si intende la disponibilità ad accettare un valore dei titoli inferiore al nominale quando scadono per il rimborso, riflette la necessità che tali finanziatori si assumano la responsabilità dei loro precedenti errori di giudizio.  Più in generale, in questo caso specifico, dobbiamo chiederci perché non c’erano opportunità di investimento più redditizie in Germania, se l’economia di quel paese è un esempio così brillante di buona amministrazione politica ed economica.  O, quanto a questo, perché non hanno investito nella produzione di beni e servizi nella periferia dell’Europa, piuttosto che in attività finanziarie e in speculazioni immobiliari.

Una delle principali ragioni per questo comportamento degli investitori è la globalizzazione della finanza. Se sei costretto a investire solo nel tuo paese, puoi tenere sotto controllo molto più facilmente  le prospettive delle diverse parti dell’economia. Ma l’esistenza dei mercati globali significa che, anziché spendere un mucchio di soldi per scoprire quali siano le effettive prospettive dei, diciamo, titoli del governo greco, puoi ridurre il rischio che deriva dalla tua ignoranza diversificando le tue scommesse, comprando titoli di molti governi diversi. Inoltre la crescente disponibilità e i costi in caduta dei mercati globali dei titoli significano che puoi (pensi di potere) sempre sbolognare i titoli greci se cominciano ad apparire inaffidabili e tenerti stretti gli altri e più sicuri, diciamo, titoli francesi. In breve, la globalizzazione riduce la competenza media degli investitori e aumenta la loro capacità di autoilludersi; offre anche un ambiente ideale al contagio, nel quale le dicerie si trasformano molto velocemente in realtà.

Dici che parte della responsabilità della crisi del debito va attribuita agli investitori che hanno mal valutato la redditività dei titoli greci. Ma la questione della responsabilità su cui ci si concentra ha a che vedere con la spesa pubblica greca e italiana.  C’è stata dell’irresponsabilità da parte di questi stati riguardo alla spesa pubblica eccessivamente generosa?

Per essere un po’ più precisi gli investitori hanno mal valutato il rischio dei titoli greci, cioè la possibilità che potessero non essere onorati e rimborsati secondo i termini in base ai quali erano stati emessi. Ma, sì, i governi greco e italiano sono stati colpevoli.  Sapevano che sin dal Trattato di Maastricht (sottoscritto nel 1993) gli stati membri della UE erano tenuti a limitare il loro indebitamento al 60% del PIL.  Anche se la misura in cui un qualsiasi particolare livello è sostenibile dipende da variabili imprevedibili come il tasso di crescita economica e il tasso d’inflazione, in una crisi questi fattori passano in secondo piano rispetto al sentimento del mercato, e il limite del 60% è da molto tempo accettato dai mercati obbligazionari come se fosse un limite preciso. Il problema è che un notevole numero di stati della UE ha infranto quel limite,  alcuni (come il Belgio e l’Italia) per molti anni, senza subire conseguenze; c’è stato perciò un certo grado di compiacenza tra finanziatori e debitori durante gli anni del denaro facile sino al 2008.  In breve, il limite del 60% è “irrazionale” in tale forma semplice, ma ha un effetto molto reale una volta che la fiducia del mercato è persa.

C’è stata molta discussione sul fatto che i paesi non onorino i loro debiti. Prima di concentrarci sui particolari puoi dirci cosa comportano le inadempienze dei governi, chi in generale si trova a beneficiare degli inadempimenti e chi tende a perderci. E ci sono modi diversi di finire in mora che comportano conseguenze significativamente diverse?

L’inadempienza si verifica quando un governo non rispetta i termini del contratto stipulato con i finanziatori originali.  Anche se in casi estremi ciò può implicare l’incapacità del governo di effettuare un pagamento di interessi alla scadenza (come il Messico nel 1982), più tipicamente si verifica quando il governo non è in grado di effettuare il rimborso richiesto alla fine del periodo del finanziamento, perché non dispone della liquidità (ad esempio riveniente dalle entrate fiscali) e non riesce a raccogliere altri fondi (è questo che si intende con “rinnovare” i prestiti). Storicamente, quasi ogni governo in un’occasione o nell’altra è risultato inadempiente riguardo ai propri debiti; l’Inghilterra è una eccezione molto rara.  L’inadempienza può assumere due forme principali: o l’inadempienza è negoziata, o “regolare”, il che significa che il finanziatore accetta una certa misura di responsabilità per aver “prestato in eccesso” oppure è unilaterale, che è il caso in cui il governo semplicemente non paga. In quest’ultimo caso la conseguenza è solitamente che per alcuni anni – spesso fino a quando non c’è una significativo cambiamento nel regime dello stato inadempiente o dell’ambiente economico o geopolitico (ad esempio la scoperta di risorse naturali) – il governo semplicemente non è in grado di ottenere ulteriori finanziamenti.  Ma si può finire in qualche modo a metà strada: è il caso dell’inadempienza dell’Argentina nel 2002, e anche se la maggior parte dei detentori stranieri del debito governativo argentino ha accettato una significativa perdita, alcuni hanno rifiutato di farlo e in conseguenza il governo argentino è tuttora impossibilitato a raccogliere finanziamenti all’estero (anche se è in grado di indebitarsi all’interno).

E’ già in atto un piano per una “tosatura” del debito greco.  Concordi con alcuni che a sinistra affermano che la Grecia dovrebbe rendersi totalmente inadempiente circa i propri debiti? E ciò comporterebbe anche uscire dall’Eurozona?

Se la Grecia si dichiarasse totalmente inadempiente, senza un previo accordo con i suoi creditori, ciò porterebbe al caos e al collasso nel sistema finanziario europeo. Anche le banche europee (comprese quelle inglesi) sarebbero in grado di assorbire il costo attingendo alle proprie esistenti riserve di capitale, si ritiene che “i mercati” presumerebbero immediatamente che il Portogallo o la Spagna o l’Italia si sentirebbero allora liberi di fare la stessa cosa.  Ma considerata la piccolissima dimensione dell’economia greca (2% dell’Eurozona) un’inadempienza totale concordata è perfettamente fattibile, se gli altri membri dell’Eurozona (cioè fondamentalmente la Germania) fossero disponibili ad accettarla.  E anche se un’inadempienza unilaterale totale condurrebbe indubbiamente (nel caos che ne seguirebbe) all’uscita della Grecia dall’Eurozona, un’inadempienza concordata potrebbe e dovrebbe assumere la forma di una specie di Piano Marshall dell’Eurozona, sulla falsariga degli aiuti USA all’Europa concordati nel 1947.

E l’Italia? Quali sarebbero le implicazioni di un’inadempienza o dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona?

L’Italia ha un’economia molto più grande di quella greca.  E’ uno dei principali partner commerciali della Germania. Se si rendesse inadempiente unilateralmente senza l’accordo con i creditori, l’Eurozona crollerebbe sicuramente. Una riduzione negoziata del debito nel contesto di un “Piano Marshall dell’Eurozona” sarebbe fattibile, ma richiederebbe una radicale ricostruzione delle istituzioni della zona.

Restano intense le pressioni della Germania per consentire che la Banca Centrale Europea agisca da prestatore di ultima istanza. Ma il presupposto sottostante tali pressioni è che la BCE sarebbe allora nella condizione di porre un limite inferiore alla crisi.  Pensi che tale presupposto sia corretto o la dimensione della crisi è tale che nessuna banca centrale sarebbe in grado di calmare i detentori di obbligazioni?

Il presupposto è effettivamente corretto. La BCE potrebbe allora fornire garanzie di liquidità sia ai membri dell’Eurozona sia alle loro banche. Ma i mercati obbligazionari andrebbero convinti che gli stati membri fossero permanentemente impegnati alla nuova architettura che ciò richiederebbe, e specialmente all’”unione fiscale” che renderebbe credibile la cosa avendo entrate fiscali a livello della zona a puntellare i finanziamenti della BCE.

Il governo inglese e i suoi sostenitori hanno martellato sui resoconti convenzionali al fine di dipingere i problemi che affliggono la Grecia e l’Italia come conferma della saggezza delle loro misure d’austerità.  L’agenzia di valutazione del credito Standard & Poor’s è apparentemente d’accordo, affermando che la sua decisione di mantenere la valutazione della tripla A per il debito inglese a lungo termine si troverebbe di fronte a una “pressione al ribasso” se il governo cambiasse corso sull’austerità. Qual è la tua opinione al riguardo?

Il fatto che il governo inglese e Standard & Poor’s condividano la stessa posizione fornisce una prova chiara che c’è una strategia a livello europeo, in realtà a livello mondiale, per far pagare ai cittadini comuni gli errori del settore dei servizi finanziari, trasferendo tutte le responsabilità sui governi e sulle famiglie. Specialmente in considerazione della massiccia redistribuzione dai poveri ai ricchi che ha avuto luogo in quasi ogni paese negli ultimi trent’anni (con la Cina che è soltanto l’esempio più straordinario), l’intero problema avrebbe potuto essere risolto all’istante espropriando una piccola percentuale della ricchezza dell’1% più ricco.  Questa è una verità fondamentale del movimento Occupy.

Naturalmente le agenzie di valutazione del credito, come Standard & Poor’s, sono dipinte come aventi un interesse politicamente neutrale alla capacità degli stati di rimborsare i loro debiti. Ma tu stai dicendo che la loro devozione all’austerità svela il loro programma politico, giusto?

Non penso che le agenzie di valutazione abbiano un programma politico esplicito. Piuttosto riflettono il programma dei loro padroni, che sono le grandi istituzioni finanziarie globali che finanziano il loro lavoro (e dietro di loro, a loro volta, i super-ricchi).

La sinistra, naturalmente, ha avvertito che la probabilità di una recessione a doppio picco è aumentata dal pacchetto d’austerità inglese.  Sei d’accordo su tale diagnosi? Come vedi il futuro dell’economia se proseguiamo lungo il nostro percorso attuale?

Sì, ora sono certamente d’accordo su questo. Per tutto il 2010 e sino agli inizi del 2011 la mia idea era che la spinta della ripresa in Asia e in altre economie “emergenti”, e lo stimolo di una spesa pubblica extra in Europa e in Nord America, sarebbero state sufficienti a mantenere in moto una lenta ripresa. Ma la crisi del debito dell’Eurozona ha avuto un effetto raggelante sulle aspettative di ripresa economica dovunque, compresa l’Asia, e ora sembra esserci poca speranza di evitare un doppio picco.  L’unico modo per gestire la cosa ora (almeno all’interno del capitalismo) consiste in un programma coordinato di inversione dell’austerità e di investimento dei fondi pubblici in energia verde, infrastrutture, istruzioni e edilizia abitativa, creando posti di lavoro e portando a un recupero della fiducia.

Quello che accade ora crea un’opportunità per la sinistra e, in caso affermativo, che tipo di reazione ritieni sarebbe efficace?

Crea opportunità, naturalmente; il problema sta nel tradurre tali opportunità in risultati.  Dopo tre anni di crisi, è chiaro che i popoli europei restano convinti che sono i loro banchieri e politici a dover essere considerati responsabili, e non i lavoratori, che si tratti di quelli del settore pubblico o di quelli del settore privato.  Ma l’attuale sistema di rappresentanza politica è così profondamente compromesso che nessuno dei maggiori partiti di tutti i paesi può accettare una simile conclusione radicale. In realtà la sostituzione di Papandreou in Grecia e di Berlusconi in Italia da parte di banchieri-economisti dimostra che la democrazia parlamentare, in quanto tale, è effettivamente sospesa, a favore del governo dei mercati obbligazionari.  E dietro i mercati obbligazionari sta l’oligarchia globale dei super-ricchi.

In queste circostanze, sta ai cittadini proporre alternative che aprano il sistema politico e la sua cultura. Per ottenere seguito presso i media e i concittadini, queste alternative devono affrontare bisogni sociali specifici, e offrire piani concreti per la loro attuazione.  Il recente Piano B elaborato dalla New Political Economy Network  [Rete per una nuova politica economica] è un buon inizio al riguardo in Inghilterra. Altrove in Europa, la rete ATTAC e il gruppo Euromemorandum stanno facendo anch’essi un eccellente lavoro.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/eurozone-crisis-q-and-a-by-hugo-radice

Fonte: New Left Project

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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