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di Norman Finkelstein e Jamie Stern-Weiner   – 15 novembre 2011

Norman Finkelstein è uno degli studiosi più famosi al mondo del conflitto israelo-palestinese. E’ autore, più recentemente, di Beyond Chutzpah’,  [Oltre l’insolenza], che documenta sistematicamente le realtà della storia di Israele quanto al rispetto dei diritti umani, e di This Time We Went Too Far’ [Questa volta ci siamo spinti troppo in là], un’analisi dell’assalto di Israele a Gaza nel 2008-2009.  Il suo libro in uscita sostiene che gli ebrei statunitensi stanno prendendo le distanze da Israele mentre si accresce la distonia tra la condotta di quest’ultimo e i loro valori liberali.  Inoltre, insieme con Mouin Rabbani, ha scritto un opuscolo che interviene nel movimento di solidarietà ai palestinesi per perorare un modo per risolvere il conflitto. [Per assoluta trasparenza: ho fornito assistenza nelle ricerche per l’opuscolo]. Il New Left Project [Progetto della Nuova Sinistra] lo ha incontrato la settimana scorsa per parlare di questo.

Nel tuo libro in uscita sostiene che gli ebrei statunitensi si stanno distanziando da Israele. Quali sono le prove?

Ci sono due tipi di prove. Primo: c’è ora un’enorme quantità di dati dei sondaggi che provano che, almeno nella generazione sotto i quarant’anni, c’è una significativa presa di distanza da Israele.  Ci sono alcuni che dicono che non è vero; affermano che in tutte le generazioni i giovani sono sempre più distanti e che poi, con l’età, sentono di più un’attrazione verso Israele.  Viene chiamato il “ciclo esistenziale”. Ma non è più una cosa credibile.  I migliori sondaggisti, come Stephen Cohen, sono chiari riguardo al fatto che se si pongono domande non semplicemente del tipo “cosa provi per Israele?” bensì quali “quanto spesso parli di Israele?” oppure “quanto da vicino segui gli avvenimenti in Israele?”, e così via, se si considerano tutti quei dati dei sondaggi è chiaro che si sta verificando una presa di distanza.

Detto questo, una precisazione: c’è un dibattito serio su cosa causi la presa di distanza. Così persone come Stephen Cohen dicono che si tratta dei matrimoni misti:  gli ebrei oggi negli Stati Uniti  si sposano con non ebrei in una percentuale del 60% e quando ci si sposa così si tende a sistemarsi in ambienti meno ebraico-centrici. E quando si vive in un ambiente meno ebraico-centrico, allora la tendenza a sentire un’attrazione  verso Israele comincia ad attenuarsi, perché nessuno intorno a noi  ne parla. Non è argomento di conversazione.   Anche se si riconosce che è in corso un estraniamento da Israele, c’è ancora la seconda questione di cosa ne sia la causa.

A parte la prova dei sondaggi, penso che l’evidenza aneddotica sia schiacciante. Lo si vede dappertutto, con defezioni di alto profilo, come Peter Beinart e David Remnick e poi si leggono tutte quelle testimonianze di ebrei che parlano di come siano realmente imbarazzati dal modo in cui Israele si sta comportando.   Lo si vede ogni volta che c’è una riunione o un congresso. Di recente c’è stata l’Assemblea Generale della Federazione Ebraica e Peter Beinart ha tenuto uno dei suoi discorsi angosciati e poi una giovane si è alzata in piedi e ha cominciato a manifestare la propria angoscia … è dappertutto.  Non si tratta degli avvistamenti di Elvis; queste sono prove aneddotiche serie che gli ebrei si stanno facendo sempre meno attaccati a Israele.

E qual è il significato di ciò?

E’ molto importante, se si ritiene che la lobby israeliana abbia svolto un ruolo critico nel bloccare una soluzione del conflitto mediante le pressioni che esercita sul governo statunitense.  Se si considera la lobby come una serie di cerchi concentrici, c’è un “centro” che non cambierà – si tratta di lobbisti pagati, è il loro lavoro – ma si muove verso l’esterno e a un certo punto include un sentimento ebraico più generale.  Non il centro, ma, muovendosi verso l’esterno, include per esempio molti ebrei che scrivono per giornali e riviste, e così via.  In senso convenzionale non si tratta di una lobby, non sono agenti pagati.  Ma se si vede la lobby, e penso che questo sia un modo ragionevole di guardare ad essa, come una serie di cerchi concentrici che si allarga dal suo centro di lobbisti pagati fino alla comunità ebraica più generale, allora l’opinione ebraica svolge un grande ruolo nell’efficacia della lobby.  L’alienazione degli ebrei liberali da Israele significa che stiamo raggiungendo il punto in cui possiamo ridurre la lobby al suo centro, il che resta una seccatura, nessun dubbio al riguardo, e continua a rappresentare un mucchio di soldi, ma ciò significa che adesso abbiamo una possibilità di raggiungere le persone.

Perché gli ebrei statunitensi cominciano a essere delusi da Israele?

C’è un equivoco comune qui, perché tutti pensano che il solo ed unico fattore che determina l’attaccamento a Israele degli ebrei statunitensi, ed anche quello inesorabile, sia il fattore “etnico”: se sei ebreo devi essere filo-israeliano, in effetti devi essere fanaticamente filo-israeliano.  Ma l’evidenza storica dimostra che il rapporto in realtà dipende da tre fattori.

Un fattore è l’etnia, certamente, perché se sei cattolico semplicemente non hai alcun interesse fin dall’inizio per Israele. Potrebbe svilupparsi, ma il punto di partenza non è lì, deve essere creato.  Nel caso degli ebrei, quello etnico è il fattore fondazionale. Se sei ebreo, avrai un collegamento immediato con Israele. Quanto forte sia tale collegamento è un tema secondario, ma ci sarà qualcosa. Dunque io non ho intenzione di negare o sminuire  in alcun modo il fattore etnico, ma esso deve essere contestualizzato.

C’è, per esempio, un fattore etnico dopo il 1948, ma è seriamente indebolito dal fattore “cittadinanza”: il fatto che gli ebrei godono della cittadinanza statunitense. Dopo la seconda guerra mondiale i ebrei stavano fiorendo negli Stati Uniti e non volevano mettere a rischio la loro posizione di cittadini statunitensi. Gli ebrei sono sempre stati gravati dallo spauracchio della “doppia lealtà”  e sono stati storicamente identificati con la sinistra (non senza buoni motivi: il Partito Comunista USA è stato sproporzionatamente ebreo; i bolscevichi era principalmente ebrei, ecc.). Così gli ebrei dovevano preoccuparsi sia dell’eredità storica dell’accusa di “doppia lealtà”, sia perché essa era aggravata dal fatto che, con l’inizio della guerra fredda, avevano dovuto dissociarsi dall’Unione Sovietica e dall’intera tradizione di sinistra. Israele, inoltre, all’epoca era visto come di sinistra: il partito Mapai al governo era un fedele sostenitore della Seconda Internazionale e il principale partito d’opposizione, il Mapam, era devotamente stalinista. Gli ebrei statunitensi non volevano avere molto a che fare con tutto ciò.  E così il fattore cittadinanza diluì seriamente il fattore etnico, al punto in cui non c’era più interesse per Israele. Se si guarda all’intera cronaca, e io l’ho letta attentamente, dal 1948 al 1967, non ci si trova nulla su Israele. Si consultano le edizioni della rivista Commentary * e Israele appare soltanto in un’edizione ogni venti, circa l’articolo numero tredici intitolato più o meno “Bar Mitzvah in Israele”. E’ quello il titolo di articoli che normalmente pubblicavano su Israele. [* “Commentary è un mensile USA di politica, giudaismo, temi sociali e culturali fondato nel 1945 dall’American Jewish Comittee (Comitato Ebraico Statunitense) – fonte Wikipedia – n.d.t.]

Il terzo fattore, che io penso sia ora quello saliente, è l’ideologia. Gli ebrei statunitensi sono stati storicamente impegnati, almeno negli ultimi 80 anni, a livello ideologico come democratici liberali.  Percorro l’intero insieme di prove nel libro; non ha senso farlo qui ora, ma è chiaro.  E penso che sia questo il fattore che influenza di più oggi la lealtà degli ebrei statunitensi nei confronti di Israele.  Per dirlo in parole povere: Israele sta diventando motivo d’imbarazzo.  Il suo intero modo di comportarsi, per non dire della mentalità dei suoi dirigenti, è illiberale; nella sua politica estera, il  disprezzo e indifferenza totali nei confronti delle istituzioni internazionali;  nella sua politica interna oggi, le gravi irruzioni nei più fondamentali principi liberali di eguaglianza in base alla legge e allo stato di diritto; e nel suo trattamento dei palestinesi e dei vicini, gravi violazioni dei diritti umani in modo sistematico e metodico.

Ma questi non sono sviluppi recenti

No, ma ora la grande differenza è che la gente sa. Questa è la novità.  Ora le cose si sanno, prima di tutto perché c’è una migliore ricerca e secondo perché organizzazioni rispettate e non accusabili hanno prestato il loro nome alle risultanze. Quando ero giovane se si voleva essere critici nei confronti dello stato di servizio di Israele riguardo ai diritti umani ci si doveva affidare a quella che era chiamata la ‘Lega Israeliana per i Diritti Umani e Civili’, che era diretta da Israel Shahak. Ora,  Shahak era una persona straordinaria, ma è corretto dire – non per mancargli di rispetto, è ormai morto – che era eccessivamente eccentrico.  Voleva sempre sviluppare la sua personale visione delle cose, il che a volte lo faceva apparire  stravagante.  Ma era l’unico che indagava sul serio gli abusi di Israele e dunque ci si doveva affidare a lui.  Oggi si può far riferimento a Human Rights Watch e ad Amnesty International e tutto lo sanno.  E’ una cosa molto piacevole da constatare.  Una volta ho tenuto un discorso a Leeds e mi è stato mostrato un articolo che gli studenti avevano scritto riguardo ai prigionieri politici in Israele.  E citano Amnesty, citano Human Rights Watch, tutto sanno subito che queste sono le fonti da citare.  Ora, chi può citare Israele, a parte i suoi stessi comunicati stampa e Alan Dershowitz? Davvero, chi può citare? Beh, questo rende molto difficile a un ebreo liberale statunitense dire “oh beh, non credo a nessuna delle organizzazioni per i diritti umani; io credo a Israele.”

Dunque se il liberalismo sta operando una svolta sull’attaccamento a Israele degli ebrei statunitensi, sta cambiando anche l’opinione liberale statunitense più in generale?

Oh sì, se ne vede la prova in persone come Jimmy Carter, Bill Moyers, e così via. Ma sul tema israelo-palestinese i liberali tendono a ricavare le loro indicazioni dagli ebrei liberali. Vanno dove vedono andare un gran numero di ebrei.  E’ la stessa cosa con Human Rights Watch e con Amnesty International; Amnesty ha cominciato a coprire onestamente i territori occupati solo quando lo ha fatto B’Tselem. Ha aspettato che un’organizzazione ebraica fornisse copertura.

E per questo ci sono sia motivi buoni, sia cattivi; non si tratta solo di motivi mercenari o di vigliaccheria.  E’ una specie di sentimento del tipo “beh, gli ebrei hanno sofferto tanto, e dunque su questo devo davvero far riferimento al giudizio di un ebreo liberale”. Ho visto questo anche nella sinistra. Ero buon amico (mi piaceva molto quella persona) di Paul Sweezy, direttore della Monthly Review. Sweezy proveniva da una famiglia patrizia di sangue blu.  Era un essere umano eccezionalmente splendido ed era il principale economista marxista degli Stati Uniti. Tutti i suoi collaboratori, in tutta la sua vita, sono stati ebrei: Paul Baran, Harry Magdoff, Leo Huberman … era quel tipo di persona, anche se la sua famiglia aveva lavorato per la House of Morgan  [vedere su internet  J.P.Morgan, famoso finanziere, banchiere e collezionista d’arte statunitense (1837-1913) – n.d.t.] . Paul non aveva paura di niente, ma quando si trattava di Israele e di temi ebraici, si affidava sempre ai suoi collaboratori ebrei, per una specie di rispetto: “Non dovrei andare oltre quanto vanno loro.” E io l’ho rispettato, l’ho compreso.

E’ stata la stessa cosa con Amnesty. C’erano le cattive ragioni, i soldi. L’organizzazione temeva che se fosse stata troppo critica di Israele avrebbe perso finanziamenti, perché gli ebrei sono liberali e mettono tutti i loro soldi nelle organizzazioni liberali.  Ma c’era anche ragioni buone: gli ebrei erano passati per l’Olocausto nazista e dunque si doveva essere un po’ prudenti con loro.

OK, così abbiamo discusso del perché gli ebrei e, più in generale, i liberali statunitensi voltano le spalle a Israele.  Cosa pensi consegua da questo, strategicamente, per il movimento di solidarietà ai palestinesi?

Penso che questa sia la domanda più importante ora: dove ci porta politicamente tutto questo? Secondo me ci troviamo ora in quello che si potrebbe chiamare il ‘momento Biltmore’.  Come probabilmente sai, un punto di svolta nel movimento sionista si ebbe nel 1942 quando i dirigenti sionisti si riunirono all’Hotel Biltmore a New York.  Quella è la prima volta che il movimento sionista risulta ufficialmente a favore di uno stato ebraico.  Fino ad allora l’obiettivo era molto ambiguo: tutti sapevano in privato che il movimento voleva uno stato ebraico, ma la cosa non era mai stata dichiarata pubblicamente.  Ma alla riunione al Biltmore l’obiettivo fu fissato ufficialmente.

Ho la sensazione che siamo ora in un momento Biltmore.  Siamo in un momento di azione. Non si tratta più di dibattere o di informare le persone;  informare resta la priorità, ma non si tratta più soltanto di quello. Siamo ora a un punto in cui si deve agire, e la cosa cruciale nell’azione è fissare un obiettivo che possa coinvolgere un pubblico vasto. Penso che l’unico obiettivo che possa raggiungere le persone in generale sia il governo della legge [lo stato di diritto].  E’ questo il linguaggio dominante della nostra epoca, e la legge internazionale e i diritti umani sono anch’essi il linguaggio dominante della fetta di pubblico che vogliamo davvero raggiungere.  E’ anche la lingua che gli ebrei liberali comprendono.  Lo stato di diritto, l’eguaglianza davanti alla legge, le istituzioni internazionali; questo è il loro linguaggio, e perciò bisogna imprimere nelle loro menti che ciò che stanno appoggiando è in violazione della legge. Ci sono costi nell’orientamento del movimento intorno al governo della legge.  Ad esempio, l’unanimità legale internazionale non è tanto solida quanto molti vorrebbero riguardo alla questione dei rifugiati palestinesi, e la legge internazionale, anche, non dice nulla riguardo a una soluzione ad uno stato unico.  Penso che questi siano costi mitizzati. Qualcosa può essere un ‘costo’ soltanto se è una cosa a portata di mano e la si deve sacrificare.  Ma se non è a portata di mano è come dire “il costo è il comunismo”, oppure “il costo è ‘da ciascuno secondo le sue capacità a ognuno secondo i suoi bisogni’”; non è a portata di mano, e allora come si fa a usare il termine “costo”? Non c’è un vasto pubblico che sia pronto a sentir parlare di un unico stato.

Facciamo un esempio. Nelle strade di New York ci sono dei senzatetto. Se si organizza una campagna per far sì che le persone diano il loro cappotto ai senzatetto, si può coinvolgere un pubblico vasto.  La maggior parte delle persone lo capisce. Se si ha un cappotto in più, perché non donarlo? E allora, se alcuni compiono  atti di disobbedienza civile – diciamo che  blocchino un viale – e dicono che lo fanno per risvegliare la coscienza della gente circa il fatto che ci sono dei senzatetto e che, perciò, si si ha un cappotto, perché non darlo?, la maggior parte dello sarebbe ricettiva a ciò.  Ma diciamo che tu esci sul viale e compi un atto di disobbedienza civile  e dici alla gente: nelle vostre case avete non cappotti in più, ma avete spazio in più a casa vostra, e allora perché non accogliere un senzatetto? Beh, da un punto di vista morale ci sono argomentazioni forti per questo. E se ci si chiede “cosa farebbe Gesù?”, penso sia chiaro che Gesù accoglierebbe una persona a casa sua. Ma è probabile che questo coinvolga un pubblico vasto? La gente dirà, certo, prendi il mio soggiorno? No. E dunque da un punto di vista morale potresti dire che c’è un ‘costo’ nel promuovere soltanto il dono del cappotto. Ma si tratta di un ‘costo’ anche praticamente? No, perché non si coinvolgerebbero mai le persone sulla questione dello spazio.  E’ solo un costo mitico, astratto, congetturale. Non è un costo concreto.

Cosa dici di quelli che affermano che il tempo di una soluzione a due stati è superato; che non è più, parlando in termini pratici, fattibile da attuare?

E’ una domanda concreta, e si deve andare a fondo. Io l’ho fatto, con mappe dettagliate e così via. C’è un modo pratico per risolvere il problema degli insediamenti. La questione più spinosa è ovviamente costituita dai rifugiati.  Ammetto che non è facile da risolvere. Attualmente sto lavorando a un libro con uno studioso palestinese, [Mouin Rabbani] del cui giudizio mi fido completamente, e secondo la nostra divisione del lavoro, lui si occuperà della questione dei rifugiati, all’interno del quadro che abbiamo condiviso. Vedrò cosa avrà da dire.

Ho notato l’ascesa, all’interno del movimento statunitense di solidarietà, di tesi che si concentrano pesantemente sul suolo della lobby israeliana, e su argomenti che criticano Israele per il fatto che esso danneggia gli “interessi nazionali” statunitensi. Cosa pensi che spieghi questo fatto?

Penso che dobbiamo partire dalle cose fondamentali: sembra effettivamente che la lobby israeliana governi la politica estera statunitense! Voglio dire, in superficie dà proprio quell’impressione, perché abbiamo sempre questi presidenti che sembrano così impotenti di fronte alla lobby e abbiamo presidenti che battono in ritirata, e si torcono le mani e appaiono sempre così angosciati … e dunque c’è davvero quell’apparenza.  Ma io penso che il problema sia che la gente generalizza passando dal tema israelo-palestinese a quello della politica estera statunitense nel suo complesso.

Secondo me, sullo specifico tema israelo-palestinese, è vero che la lobby israeliana influenza la politica. Non vedo come ciò possa essere negato. Voglio dire, guarda a cosa è successo proprio ora a Dennis Ross. E’ molto interessante. Dennis Ross è stato licenziato l’altro giorno; lui le chiama dimissioni, ma è stato licenziato.  Perché? Perché va dicendo al presidente “oh, non si preoccupi dei palestinesi, non faranno mai nulla, li teniamo in tasca” e poi loro lo sfidano.   Vanno alle Nazioni Unite. E poi loro pensano “oh, nessun problema, gli inglesi e i francesi voteranno con noi, non è il caso di preoccuparsi”. I palestinesi si rivolgono all’UNESCO e i francesi votano sì e gli inglesi si astengono.  Gli inglesi non si sono astenuti quando gli USA hanno chiesto loro di accompagnarli in Iraq, ma ora si astengono. Allora gli statunitensi cominciano a contare i loro voti al Consiglio di Sicurezza: tutti gli europei, tranne la Germania, si astengono. Gli USA hanno solo due ulteriori voti negativi: la Germania e la Colombia.  L’intera politica va in frantumi.  Gli USA vengono isolati, quando non vogliono esserlo.  In passato non importava; è vero, ogni anno c’è un voto all’Assemblea Generale sulla questione israelo-palestinese e gli Stati Uniti sono i soli a respingerla, ma non importava.  Ora importa.  Gli interessi sono alti; il tema è saliente perché il mondo arabo mussulmano è in subbuglio, e gli Stati Uniti non vogliono essere soli. E l’unico motivo per cui sono soli è Israele. Obama si sente in trappola: non vuole inimicarsi la lobby, ma d’altro canto lo sta danneggiando adesso.  Danneggia i suoi interessi.  E allora dammi un’altra ragione, oltre alla lobby. Io penso semplicemente che qualsiasi altra ragione non sia seria.

Ma poi c’è una tendenza a generalizzare da questo. Prendi l’Iran. Gli USA e Israele sono allineati sull’Iran. Israele non farà nulla senza avere il via libera dagli Stati Uniti sull’Iran.  Israele sa che ci sono delle politiche rigorose, e quella è una linea da non oltrepassare. Obama, per motivi che mi lasciano totalmente perplesso, vuole essere rieletto presidente. Sa che un attacco all’Iran è una scommessa enorme. Potrebbe scatenare una reazione a catena devastante.  E una cosa che si può dire di Obama è che non è uno scommettitore. E un politico molto cauto. Non gioca a dadi. E così non consentirà a Netanyahu di attaccare, e se lui dice ‘no’, è no.

Il che suggerisce che la lobby è in grado di essere efficace nella questione israelo-palestinese perché non si tratta di una ‘linea rossa’ per le élite statunitensi.

Perché non era una linea rossa. Ora per gli Stati Uniti i problemi si stanno sviluppando e penso sia per questo che Dennis Ross è stato messo alla porta: perché tutti i suoi consigli si sono dimostrati sbagliati. Lui contava sul passato e ora i suoi consigli si sono dimostrati un disastro completo.  Le cose sono finite fuori controllo. Ora quello che faranno gli Stati Uniti in questa situazione è difficile a dirsi. Obama non vuole alienarsi la lobby ma, d’altro canto, sono in gioco interessi nazionali. Non dirò che si tratta di interessi di massimo livello, ma stanno diventando tali. Dovrò aspettare di vedere quello che succederà. Gli Stati Uniti non vogliono ritrovarsi accecati dai fari.

Dunque sotto questo aspetto le rivolte arabe hanno avuto l’effetto di aumentare il costo dell’appoggio statunitense a Israele?

Sì, decisamente. Hanno avuto un grosso effetto.

Così, per concludere, dici che ora siamo in un momento in cui agire. Cosa dovrebbero chiedere specificamente gli attivisti?

Non vedo come qualcuno qui possa trovare qualcosa da obiettare alla richiesta di “far rispettare la legge”. Non posso credere che non si riesca a raggiungere l’ottanta per cento degli inglesi con tale slogan.  Naturalmente i difensori di Israele diranno “oh, la legge è ambigua”, ma possiamo dimostrare facilmente che non lo è. La legge è molto chiara. Non si sono oggi al mondo istituzioni o organizzazioni rispettabili che affermino che gli insediamenti sono legali. Passando dalla Corte Internazionale di Giustizia alle organizzazioni per i diritti umani … non se ne può citare una.  La legge non è ambigua. Né è ambigua sui confini: Israele non ha diritti su alcuna parte della West Bank, di Gaza o di Gerusalemme Est. L’unica area in cui si può dire che ci sia un elemento di ambiguità è che la legge internazionale usa principalmente la formula di una “giusta soluzione” alla questione dei rifugiati basata sul diritto al ritorno e al risarcimento. Anche con le organizzazioni per i diritti umani c’è un elemento di ambiguità su questo tema; esse usano la formulazione secondo cui coloro che sono stati espulsi e le generazioni successive che hanno conservato o mantenuto “contatti autentici” con la terra hanno diritto al ritorno. Questi sono termini ambigui, occorre essere onesti al riguardo. Qui c’è dunque spazio per compromessi, ma quanto a tutto il resto non c’è spazio per dimenarsi: la legge è chiara.

Questo non significa che non si possa tuttora trovare un modo per ideare qualcosa di ragionevole. In quel momento tiriamo fuori di tasca la mappa proposta nel 2008 dai negoziatori palestinesi e diciamo “questa sembra essere ragionevole”.  Tutti gli insediamenti sono illegali ma i palestinesi hanno presentato una mappa che dice che si può mantenere il 60% dei coloni. Quanto si può essere più ragionevoli di così? E dunque si può dimostrare che c’è un modo in cui si può essere sia persone di principio sia ragionevoli.  Cosa significa essere di principio e ragionevoli? ‘Ecco qua’: la mappa.  E’ basata sui principi perché i palestinesi vogliono ogni centimetro di terra che appartiene loro. Ma è anche ragionevole, perché essi dicono “qui ci sono alcuni scambi di territori, potete tenere un gran numero dei vostri coloni, e così via”.

A me sembra essere questa la formula. Si mostra la mappa; come può una persona ragionevole dire di no? Penso che ora abbiamo una strada, perché per la prima volta c’è un vasto pubblico che ascolta. Mi dicono che il Inghilterra, e mi suona giusto, l’atteggiamento di molte persone è ora “Sì, c’è un problema là e, sì, Israele ha delle responsabilità. Circa il 50% delle responsabilità sono israeliane e il 50% sono palestinesi.  Questo non è esatto, ma non è male. Se dicono “50 e 50” possiamo dimostrare che in realtà non è 50 e 50. Non ci vuole una gran battaglia per portarli dalla nostra parte. Di solito era 100% e zero: 100% della responsabilità ai palestinesi e zero a Israele. Così, con quel vasto pubblico disponibile ad ascoltare, penso che possiamo farcela.

Jamie Stern-Weiner studia politica all’Università di Cambridge ed è interessato alla storia del pensiero politico, alla politica estera inglese e al conflitto israelo-palestinese. I suoi articoli sono stati pubblicati su Le Monde Diplomatique e su Znet ed è coredattore del New Left Project. Lo si può raggiungere su twitter a @jamiesw

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/how-to-end-the-israel-palestine-conflict-by-norman-finkelstein

Fonte: New Left Project

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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