I computer  faranno scomparire  gli ultimi orgogliosi e onorati

calligrafi dell’Islam?

 

Di Robert Fisk

13 novembre 2011

 

Il dottor Jamal Naja  si incontra con me in un caffé  poco lontano da casa sua  a Alamuddin Street; ha una faccia tranquilla, quasi maliziosa, capelli brizzolati e appoggia con grande attenzione un pacchetto nero sul tavolo a cui si siede.

 

Tripoli, situata nel Libano settentrionale, è una città in stragrande  maggioranza  musulmana e Naja ha un PhD (Doctor of Philosophy, è un titolo accademico equivalente al  dottorato di ricerca italiano, n.d.T.)) in studi islamici. E’ però anche un calligrafo e il pacchetto nero contiene le sue penne e i suoi pennelli. “Su, Robert, prendi queste due matite e falle cadere sul pavimento.” Lo faccio. Una fa un suono basso e cupo, l’altra ha un suono alto e secco. Naja mi dice: “più alta è la nota, migliore è la matita”.

 

La calligrafia è una forma di arte islamica e non semplicemente araba, in parte perché i Musulmani disapprovano l’immagine umana nelle opere religiose. L’Iran ha almeno 200 calligrafi, ma a Beirut è un’arte moribonda – Naja è uno dei 10 veri calligrafi rimasti – e il computer sta lentamente eliminando questi artigiani. Naja prende un fascio di pagine lucide e brillanti e un piccolo calamaio e le sue penne e matite stridono sulla superficie come se fossero vive, e fanno un rumore più forte di quello che fa il gesso sulla lavagna.

Mi ricordo di Bibbie miniate perché queste sono lettere e parole che somigliano tantissimo alle figure.  Naja ricopia una sura dal Corano e la sua penna stride e cigola e stride, la scrittura va su è giù sulla pagina, dal basso in alto, misurata col numero dei piccoli “diamanti” – al massimo cinque – e il loro posto è all’interno e sotto le consonanti, e di solito indicano le vocali. Nel passato questa era anche la lingua del governo, dei firmani (decreti o disposizioni reali emanati dal sovrano in alcuni stati islamici: da wikipedia-Firmano, n.d.T.)) ottomani e dell’autorità. L’inchiostro è di un tipo speciale e dicono cha abbia odore di arance.

Naja chiama il suo lavoro “il commercio di onore”, e a un tratto mi rendo conto che 200 anni fa, chiunque fosse istruito voleva scrivere in questo modo, non solo come prova di potere, ma di cultura. Come è tipico che i nostri computer portatili stianoo distruggendo la cultura del passato. Naja ricopia ancora il testo del Corano e i suoi occhi si stringono nello sforzo di concentrarsi. E’ scrittura, e arte e religione messe insieme. Oggi chi mai ricopierebbe la Bibbia a mano? Penso a Lindisfarne * e al libro di Kells * che si trova ora nella grande biblioteca della mia vecchia università di Trinity College, in Irlanda.

“La calligrafia non si può imparare subito ed è un passatempo e anche una pratica,” divce Naja. “Ci sono calligrafi cristiani, anche non molti. La scrittura è nascosta per rivelarsi ai maestri. Come posso spiegartelo? Mio padre è stato il mio primo maestro. Poi sono andato in Turchia, in Egitto e in molti paesi arabi e ho imparato poco a poco crearmi questa esperienza.” Mi chiedo, infatti, se la calligrafia è una versione linguistica del canto. Naja mi dà un’occhiata in tralice. “Dato che il Corano non è poesia e non ha un andamento costante quando si scrive, anche la lettura non è regolare,   come è il canto. Ha una sua identità propria.

Il Profeta, era lui stesso analfabeta, le sue parole vennero trascritte in seguito, ma Naja aggiunge che essere analfabeti non significa mancare di istruzione – il profeta era saggio e parlava ai calligrafi”. Nei tempi antichi, ricevevano un diploma di calligrafia, un’abitudine  che è ora in gran parte scomparsa, sebbene Naja stesso abbia vinto un premio internazionale di calligrafia e sia stato giudice di arte calligrafica. La scrittura Diwani che egli usa si sviluppò all’epoca dell’impero Ottomano e forse e il tipo di calligrafia più famoso che si trova ancora sulle vecchie fontane di Beirut, è il sigillo ufficiale ottomano.

Naja è un uomo serio – bisogna esserlo per scrivere così bene – ma gli piace la sua vita di professore universitario a Beirut. “Io prego, naturalmente, ma sono una persona aperta. Mi piacciono tutti i paesi e tutte le civiltà. L’Islam è una religione moderata, non è fondamentalista. E’ una mescolanza di civiltà che si integrano tra loro.

Ahimè, questo non servirà a conservare i calligrafi in Medio Oriente. Alcuni si guadagnano da vivere (non Naja, però) scrivendo i menu dei ristoranti o i menu delle cene per i presidenti. Sembra un triste esito di secoli di arte, sebbene Naja lavorerà ancora per molti anni. E poi guardo gli appunti presi durante la mia intvista, scritti a matita  in modo sciatto con una scrittura che riesco a malapena a leggere. Ecco il risultato di scrivere sempre al computer. Ho iniziato a scrivere non lettere e parole, ma l’imitazione di parole, immagini di parole dove ora  devo indovinare le lettere mancanti. Sospetto che succeda perché il portatile mi permette di pensare più rapidamente di quanto posso scrivere e quando uso di nuovo la matita, le parole che scrivo inciampano l’una sull’altra.

Naja ha iniziato a lavorare su un altro pezzo di carta e ricomincia lo stridio della penna. Mi rendo allora conto che c’è un nastro di seta nella penna ed ecco che cosa stride: è l’inchiostro che scorre sulla seta e la pressione della penna applicata alla seta. Leggo lentamente mentre scrive. R-vocale-Bay—R-T-F-Yay-Sin-Kaf. “Robert Fisk in arabo. E scrive il suo nome in piccole lettere sotto il mio: “Jamal Naja, Tripoli, il 5/11/2011.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

URL: http://www.zcommunications.org/will-computere-make-extinct-the-last-of-islams-proud-and-honourable-calligraphers-by-robert-fisk

Fonte: The Indipendent

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA  3.0

 

 

 

 

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