La rivoluzione  globale  dopo Piazza Tahrir

 

di Richard Falk

 

10 novembre 2011

Questo Movimento globale Occupiamo che sta facendo  storia, con una presenza in circa 900 città non sarebbe avvenuto nella forma e nella sostanza senza il risveglio rivoluzionario dei giovani del mondo che è venuto fuori  da eventi  affascinanti culminati  nel successo trionfale di aver  spinto giù Hosni Mubarak dai pinnacoli del potere statale egiziano. Dobbiamo anche riconoscere che il coraggio dimostrato da coloro che si radunavano a Piazza Tahrir non avrebbe potuto mostrarsi al mondo se non ci fosse stato il martirio carismatico di auto immolazione di un venditore ambulante di verdure che non aveva neanche la licenza,  Mohamed Bouazi a Sidi Bouzid, una città nell’interno della Tunisia, il 17 dicembre 2010. Forse anche le insurrezioni sarebbero cessate al confine con la Tunisia, se non fosse stato per la prontezza degli Egiziani di esplodere dopo la morte, avvenuta ad Alessandria, di Khaled Said il 6 giugno 2010. Questo brutale assassinio da parte della polizia ha dato fuoco alla passione morale degli Egiziani espressa al meglio e largamente diffusa grazie a una campagna su Facebook, “Siamo tutti Khaled Said”. Non dobbiamo neanche tralasciare il talento nel mobilitare le persone e  l’uso delle reti sociali dei ragazzi di città egiziani con una disposizione mentale per le tecniche digitali, senza i quali il movimento forse non sarebbe mai decollato o l’incoraggiamento in seguito fornito dalle descrizioni fatte dalla televisione  degli scontri tra le bande di sostenitori di  Mubarak e i dimostranti.

La storia è sempre sovra determinata quando eventi di trasformazione vengono analizzati dopo che sono avvenuti ed è quindi è così e sarà così nel caso di Piazza Tahrir che è rapidamente diventata un’espressione in codice che indica speranze, le paure e la metodologia del primo movimento rivoluzionario del 21° secolo, sia concepito come un avvenimento strettamente egiziano o più ampiamente come il fondamento motivante di questo impulso rivoluzionario che si è esteso per diventare un fenomeno di opportunità genuinamente globale. Ciò di cui non si può assolutamente dubitare è che il Movimento Occupiamo orgogliosamente e credibilmente rivendica un’affinità con Piazza Tahrir anche non senza celebrarne i loro aspetti caratteristici importanti. E’ ragionevole credere che questi numerosi movimenti di protesta nel mondo non sarebbero esistiti o avrebbero assunto una forma diversa senza la motivazione  complessiva fornita dai numerosi drammi racchiusi sotto  la bandiera della Primavera araba, e non soltanto da Piazza Tahrir, considerata come isolata dal suo ambito regionale.

Voglio sottolineare il carattere unico Sud/Nord di questa motivazione,  che è la parte centrale della sua originalità e anche  il suo relazionarsi a un più ampio riallineamento del firmamento politico che sta lentamente tenendo conto del collasso dell’ordine imperiale euro centrico che ha iniziato a verificarsi più di mezzo secolo fa con il crollo del dominio britannico in India. Il processo di decolonizzazione deve fare ancora molta strada, come ci ricordano le recenti operazioni militari in Libia, le minacce all’Iran, il disprezzo colonialista di Israele verso la legge internazionale. Le correnti  interventiste di violenza politica transnazionale continuano a fluire soltanto in una direzione, da nord a sud. Dopo la II Guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno sostituito, in campo militare, le potenze coloniali europee come principale custode degli interessi occidentali. Questo centrismo anacronistico dell’Occidente continua a dominare la maggior parte delle istituzioni internazionali, e ciò è particolarmente evidente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che cosituzionalmente dota l’alleanza tra Europa e America, di un potere di veto che viene usato per bloccare molti sforzi tesi a promuovere la giustizia globale e impedisce a realtà politiche emergenti come India, Brasile, Turchia, di avere un ruolo commisurato alla loro statura e influenza.

Ciò che è eccitante, riguardo alla risonanza di Piazza Tahrir, è che i giovani del nord hanno guardato al sud e hanno trovato la motivazione mentre si impegnavano nella loro lotta iniziale per il rinnovamento rivoluzionario dell’ordine sociale ed economico del mondo e anche per l’uguaglianza nelle circostanze immediate. Non soltanto a motivo della sua priorità temporale, ma anche per la sua concezione di come esercitare la politica democratica al di fuori delle strutture governative, questo processo politico di apprendimento era evidente nei vari luoghi di azione del movimento Occupiamo. La filosofia della rivoluzione a Piazza Tahrir e altrove in  quella area geografica, con la parziale eccezione della Libia, era non violenta, dominata dai giovani, populista, priva di una dirigenza, senza un programma e con richieste di un cambiamento drastico in senso democratico. In superficie questo orientamento rivoluzionario sembra estremamente fragile, soggetto a frammentazione e a estinzione una volta che l’odiato capo che aveva unificato negativamente il paese è stato indotto ad abbandonare la scena del potere e  se la sfida che nasce dal basso risulta essere più durevole, forse vulnerabile  rispetto a una violenta restaurazione contro rivoluzionaria del vecchio regime. L’ironia delle ironie, collegata alla Primavera Araba, è che soltanto in Libia il vecchio ordine sembra finito per sempre e in quel paese l’insurrezione è stata macchiata fin dall’infanzia dal fatto di dipendere da migliaia di attacchi aerei della NATO e dalla sua dipendenza da un governo che sembrava principalmente  costretto  a compiacere l’Occidente. In Egitto pochi mesi fa, nel periodo ancora pieno di esaltazione per i risultati raggiunti dal Movimento 25 gennaio, c’è stato un ampio divario di consapevolezza  tra gli ottimisti che parlavano in termini rivoluzionari e gli osservatori più cauti che sostenevano soltanto di aver fatto parte di una “rivoluzione”. In questo momento, queste ultime interpretazioni più pessimistiche sembrano più in linea con un processo egiziano che, almeno per ora, può essere al massimo definito come “stabilizzazione del regime”.

Ciò che accade nel caso del movimento Occupiamo è naturalmente assolutamente incerto al momento. E’ una bolla che scoppierà non appena la prima ondata di freddo colpirà le maggiori città  degli Stati Uniti? Oppure durerà abbastanza a lungo da preoccupare i protettori dell’ordine stabilito, cosicché  la violenza di stato si scatenerà come sempre, nel nome della “legge e dell’ordine”? Siamo testimoni dei dolori che accompagnano il parto della “democrazia globale” o di qualche altra cosa che deve essere ancora rivelata o che non ha ancora un nome? Dobbiamo aspettare e sperare e forse pregare, soprattutto agendo nel modo migliore possibile e solidale, tenendo fisso lo sguardo su “orizzonti di desiderio”. Ciò che è fattibile non funzionerà!

 

Da: Z Net- Lo spirito della resistenza è vivo

URL: http://www.zcommunications.org/global-revolution-after-tahrir-square-by-richard-falk

Fonte: Richardfalk.com

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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