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La lunga ombra dell’Algeria sull’Autunno Arabo

 

5 novembre 2011

 

Di: David Porter

 

Mentre la Tunisia il 23 ottobre ha avuto le sue prime elezioni dopo la “rivoluzione” e l’Egitto la seguirà il 28 novembre, una data tristemente famosa, ma importante nella storia algerina, si sta rapidamente avvicinando.

L’11 gennaio sarà il 20° anniversario del colpo militare che ha cancellato le elezioni e una primissima “Primavera Araba”, e ha segnato l’inizio, nel 1990, del  “decennio di sangue” della guerra civile  militare/islamista. Sebbene nessuno dei due contesti avrà identici insiemi ed equilibri di forze socio/politiche, anche in un’area geografica  limitata come il Nord Africa, le dinamiche dell’esperienza algerina di “liberalizzazione politica” di due decenni fa offrono lezioni utili per i paesi attuali dove c’è la Primavera Araba.

In effetti, probabilmente la sola (ma non esclusiva ragione) più importante ragione per la quale l’Algeria non si è unita alla Tunisia e all’Egitto durante gli ultimi mesi nell’aumentare sfide di massa su larga scala al suo regime autoritario, è stato precisamente il fatto che gli Algerini hanno attraversato    un processo apparentemente simile dal 1988 al 1991 con un orribile  esito     di violenza negli anni ’90. I civili che non partecipavano alla guerra civile militare/islamista hanno sofferto di gran lunga le peggiori perdite su un totale stimato di circa 20.000 morti, di molte decine di migliaia di feriti e di circa 20.000 “scomparsi”. Se facciamo un paragone, queste cifre fanno sembrare piccoli i numeri  di vittime viste finora in Tunisia, Egitto e perfino in Libia, Yemen, Bahrein e Siria.

Nell’estate del 1988, miglia di operai delle fabbriche in un sobborgo industriale di Algeri e altri in tutto il paese hanno indetto  scioperi  di protesta contro l’austerità, sfidando lo stesso regime neo-liberale. Due settimane dopo, all’inizio di ottobre,  seguendo il precedente di  imponenti insurrezioni nelle città, avvenute vari anni prima a Costantina, Setif, Algeri e Orano, dei giovani Algerini hanno iniziato massicce  proteste nelle strade con dimostrazioni e tumulti nel centro della capitale, Algeri. Motivati  da una serie quasi uguale di fattori espressi la primavera scorsa in Tunisia, Egitto e in altri paesi del mondo arabo, i giovani si sono sentiti completamente emarginati dal regime, politicamente, economicamente e socialmente.

Il reame della politica fu precluso a un ’importante partecipazione di base e come lo era stato fin dai primi anni dell’indipendenza nel 1962. La disoccupazione tra i giovani (circa ¾ degli Algerini avevano meno di 35 anni), era a livelli astronomici e la grande differenza tra i ricchi dirigenti/beneficiari del regime controllato dai militari e la grande maggioranza che non aveva simili agganci, era ancora più accentuata dalle misure di austerità imposta all’Algeria dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. La costante scarsità di alloggi costringeva i giovani a rimanere in alloggi  angusti le loro famiglie, limitando in maniera insopportabile la possibilità della loro indipendenza sociale. Continui maltrattamenti della polizia aggiungevano ulteriore offesa. L?Algeria veniva percepita da una grande maggioranza dei giovani come una strada senza uscita, una provocazione costante.

Tutto questo sembra familiare a coloro che hanno seguito da vicino le lagnanze di coloro che protestavano al centro di Tunisi o a Piazza Tahrir al Cairo. Nelle dimostrazioni di Algeri del 1988, proprio come nella primavera scorsa a Tunisi e al Cairo, gli Islamisti politici hanno partecipato dopo pochi giorni e hanno sperimentato, con i non-Islamisti, il massacro di centinaia di persone e gli arresti di massa per mano della polizia e dei militari.

In seguito al clamore popolare contro questa repressione, il regime algerino del Presidente Chadli ha annunciato importanti riforme politiche – allo scopo apparente di  placare la popolazione e di facilitare ulteriormente la liberalizzazione economica. Dall’inizio del 1989 fino alla fine del 1991, l’Algeria ha sperimentato la sua situazione politica di maggiore libertà da quando ha avuto l’indipendenza – e alcuni ora la chiamano “le parentesi della democrazia algerina.” Una nuova costituzione ha autorizzato la comparsa legale di partiti politici vecchi e nuovi per opporsi al precedente monopolio del FLN (Fronte di Liberazione Nazionale). Sono stati  permessi anche una serie di  quotidiani, case editrice, sindacati autonomi, e altre organizzazioni da “società civile”.

Anche più del vecchi partito socialista liberale moderato di opposizione FFS, (Fronte delle Forze Socialiste), è stato un nuovo partito islamista, il FIS (Fronte Islamico di Sicurezza Nazionale) che ne ha beneficiato più di tutti. Riunendo insieme vari  filoni  di attivisti islamisti – in precedenza banditi dall’attività politica esplicita, il FIS ha organizzato e mobilitato lo slancio  oppositivo tramite appelli di tipo religioso e appoggio sociale della base tra i suoi componenti che hanno sofferto per molto tempo e che in precedenza non avevano potuto far sentire la propria voce. L’islamismo politico algerino aveva gradualmente guadagnato in raffinatezza  politica e forza crescente dagli anni ’60 in poi, in parte perché a molti sembrava l’unico possibile sbocco per fare opposizione (dopo tutto, non si potevano chiudere tutte le moschee). In parte il movimento aveva guadagnato anche dal continuo     del regime con misure come l’arretrato Codice Familiare, l’arabizzazione dell’istruzione, l’importazione di centinaia di insegnanti musulmani dal Medio Oriente e la costruzione di un grandissimo numero di nuove moschee. Gli Islamisti politici erano anche imbaldanziti dai cambiamenti del regime islamista avvenuti  in Iran e in seguito in Afghanistan.  Le lezioni municipali erano in programma per il 1990 e le elezioni legislative nazionali per il 1991.

Questo è il punto dove grosso modo si trovano oggi sia la Tunisia che l’Egitto. In seguito a imponenti insurrezioni popolari che hanno costretto a dimettersi dittatori in carica da molti anni, e che hanno ottenuto promesse di riforme politiche (lasciando nel frattempo in carica molti rappresentanti del vecchio regime), gli attivisti laici ora affrontano partiti politici islamici in crescita e di recente legalizzati. Le elezioni in Egitto e in Tunisia offrono la misura pubblica della relativa forza degli Islamisti. In entrambe le nazioni, come era avvenuto prima in Algeria, il rapido slancio organizzativo assicura agli Islamisti di entrambi quei paese un ruolo politico importante, come è stato già dimostrato nella loro vittoria a maggioranza relativa in Tunisia.

Analogamente, nel giugno 1990, il, partito algerino FIS ha spazzato via  la maggioranza dei contesti municipali e regionali (il FFS non aveva partecipato) e ha immediatamente cominciato ad amministrare entro i limiti definiti dal regime, centinaia di luoghi, comprese molti governi municipali ad Algeri e nei dintorni.

In Tunisia, il risorto popolare partito Islamista Ennahda, ben organizzato si è impegnato a seguire una democrazia liberale pluralista, a dare uguaglianza di diritti alle donne, e libertà civili. Agli occhi di qualcuno, tuttavia, il parziale finanziamento del partito da parte degli stati del Golfo Persico, la violenza di tipo salafista nelle strade, un dibattito tornato fuori sui temi religiosi conservatori (compreso il diritto alla poligamia) e alcune ambiguità nei messaggi pre-elettorali del  partito Ennahda, erano elementi non rassicuranti. Col tempo, non riuscire a fornire posti di lavoro,  condizioni di lavoro decenti, altri alloggi e rispetto dai dipendenti pubblici potrebbe certo allontanare molti giovani dalle alternative laiche o moderate islamiste – malgrado in Tunisia in generale ci sia una culture  politica più tollerante che altrove. Nonostante ciò, i militari tunisini, di importanza secondaria rispetto  alla polizia quando governava il dittatore Ben Ali, non hanno il ruolo di controllo decisivo e continuo come i militari in Egitto e in Algeria.

Il futuro politico dell’Egitto appare potenzialmente più esplosivo. La grande e ben organizzata Fratellanza Musulmana ha lanciato il suo personale Partito per la pace e la giustizia e programma di essere in lizza per il 50% dei seggi della legislatura.  La presenza di vari altri partiti minori islamisti, apparentemente assicura un importante, anche se non decisivo ruolo politico nella preparazione di una nuova costituzione e nella formazione di un  nuovo governo civile.

Mentre la Fratellanza Musulmana, come l’Ennahda della Tunisia ha dichiarato più di recente il suo appoggio alla democrazia liberale e ai diritti delle donne, alcuni elementi salafiti hanno già dimostrato un lato meno tollerante, più aggressivo, come nel caso dei recenti violenti attacchi ai Cristiani Copti. Sebbene  gli Islamisti attualmente convivano bene con la dirigenza militare, se questa decide di rallentare o di fermare la transizione verso il governo civile, la radicalizzazione di molti componenti la Fratellanza e di altri gruppi  islamisti rimane una precisa probabilità.

Venti anni fa, il regime algerino, dominato dai militari dietro le quinte, cercò di controllare il contesto politico liberalizzato mettendo il FIS e un nuovo partito composto da Berberi, il RCD  (Raggruppamento per  la cultura e la democrazia, è un partito laico), contro il FFS a beneficio del partito di casa FLN  Inoltre, sembra ora chiaro che la forza di sicurezza militare, il DRS (Dipartimento per la sicurezza e l’informazione) stava anche pesantemente infiltrando lo stesso FIS, per assicurarsi così che qualsiasi serio slancio  potesse essere incanalato e manipolato – o verso ruoli sicuri limitati, o, in alternativa, verso una posizione di tale ovvia minaccia ad Algerini non Islamisti che un intervento militare sarebbe diventato accettabile.  In entrambi i casi, i militari algerini avrebbero conservato la loro posizione di preminenza, con tutte le ricompense remunerative di corruzione materiale in tal modo permesse.

Ciò che è avvenuto dopo dietro le quinte in Algeria, rimane  per lo più ancora nascosto. Quando il FIS islamista (forse guidato dai servizi segreti militari)  ha cercato di costringere a indire le elezioni legislative a metà del 1991 per mezzo di uno sciopero generale, questo è stato in gran parte un fallimento, ma ha tuttavia fornito al regime la scusa di arrestare i dirigenti del FIS e migliaia di attivisti dello stesso partito. Sebbene migliaia di appartenenti al FIS  desiderassero passare immediatamente alla resistenza armata, l’ala “elettorale” ha prevalso nel dibattito interno. Mentre lo slancio   del FIS era seriamente rallentato dagli avvenimenti dell’estate, un  elezione legislativa in due turni era programmata per il dicembre1991/gennaio 1992. Con l’avvicinarsi delle elezioni, però, l’energia e la capacità organizzativa del FIS  si sono attivate. Quel partito ha largamente vinto  il primo turno e chiaramente si avviava ad avere maggioranza nell’Assemblea Nazionale e un ruolo importante nel governo dell’Algeria.

Minacciati dall’ampiezza dello slancio  del FIS, e avendo ora una scusa per un intervento esplicito, i militari algerini hanno cancellato il secondo turno elettorale del gennaio 1992, hanno deposto il presidente Chadli e hanno instaurato il loro Alto Comitato Statale per governare ufficialmente il paese. Allo stesso tempo, gli arresti di migliaia di attivisti del FIS e la rabbia dei militanti del FIS e di altri, ha provocato i primi scontri armati tra le forze di  guerriglia Islamiste e le forze repressive della polizia e dell’esercito. Nel giro di vari  mesi, oltre all’ala militare del FIS (l’AIS- Esercito islamico per la sicurezza), è stata creata una nuova forza di guerriglia islamista radicale, il GIA (Gruppo Islamico armato). Anche questa volta, in base prove avute  disposizione, sembra che il GIA era o in gran parte o prodotto della forza di sicurezza militare o almeno questa si era infiltrata in modo significativo al suo interno e in parte lo controllava.

In Algeria è presto seguito un periodo intenso di scontri armati, uccisioni di civili, rapimenti e stupri, e anche di probabili massacri di interi villaggi. Mentre i militari infiltravano o manipolavano le forze della guerriglia islamista e gli Islamisti facevano infiltrare i militari, i civili non militanti erano lasciati completamente  vulnerabili e senza alcun aiuto apparente fino a quando, per sfinimento reciproco, gli Islamisti armati del FIS e il regime si accordarono su una tregua nel 1997. Altri programmi di amnistia sono seguiti alla fine degli anni ’90 e in quelli  successivi, e si stipulò che sia le forze di guerriglia che gli stessi militari non potessero essere perseguiti  legalmente dalle loro vittime.

Mentre sembra meno probabile  che lo scenario algerino si verifichi in Tunisia, rimane una possibilità reale in Egitto, dove i militari, da tempo arroccati, hanno tutti i motivi per cercare di conservare il loro potere e i privilegi materiali per mezzo di misure anti-rivoluzionarie.  Attualmente, i militari del dopo-Mubarak continuano a inviare segnali di vario genere. Mentre promettono le elezioni, un governo di civili e una nuova costituzione, i militari continuano a mettere in carcere migliaia di dimostranti con rapidi “processi” nei tribunali militari e hanno esteso i provvedimenti  per lo stato di emergenza per usare la mano pesante con i mezzi di informazione critici e con le migliaia di lavoratori e di studenti che scioperano di continuo. Sempre di più i dimostranti della base popolare vedono una continuità con il regime di Mubarak invece del cambiamento atteso con fiducia. Negli slogan scanditi nelle strade “Abbasso Tantawi” (il capo militare e ministro della difesa del governo che è stato deposto) ha sostituito “Abbasso Mubarak” e le frustrazioni esplosive di tipo sociale, economico e politico, che hanno portato alla caduta  di quest’ultimo, potrebbero facilmente riemergere ancora una volta. In effetti, sebbene alcuni commentatori politici osservino la “fatica di protestare”, l’attuale enorme ondata di scioperi dei lavoratori indetti dai sindacati indipendenti, non ha precedenti.

Allo stesso tempo, la  marea crescente dell’islamismo politico  in  Egitto è molto evidente –  forse ha  pressappoco lo stesso potenziale di sostegno elettorale a favore del Partito della libertà e della giustizia che aveva il FIS in Algeria venti anni prima. Sebbene sia composto di vari filoni, come il FIS in Algeria,  almeno alcuni islamisti egiziani  sembrano essere più vicini al regime rispetto a gran parte dell’opposizione laica al regime.  Non c’è dubbio, inoltre, che, come è accaduto in Algeria, i militari hanno fatto infiltrare largamente forze islamiste e di opposizione  laica. Non c’è neanche dubbio che  ci siano voci tra i militari che chiedono di manipolare le forze politiche  civili frammentate (compresi i Cristiani Copti contro i Musulmani)  perché vadano l’una contro l’altra, come in Algeria, con il medesimo obiettivo di mantenere il dominio dei militari dietro una facciata “democratica” riformista. Come si è visto prima in Algeria, non solo questa manipolazione contraddice il cosiddetto impegno di liberalizzare il regime, ma è anche un’impresa estremamente pericolosa.

Oltre alla base popolare  civile egiziana  che deve affrontare le forze repressive ormai radicate al potere e alla “classe politica” elitaria, potrebbero infine essere stretti in un conflitto disperato tra i militari e gli Islamisti politici armati arrabbiati per la prospettiva che il loro dominio politico “autorizzato” venga fermato proprio alla soglia del loro successo. Se tramite le forze armate oppure no, la prospettiva di un governo islamista può potenzialmente essere usato, come in Algeria, per costringere con il ricatto  le forze più laiche ad accettare un ipotetico “male minore” di un governo militare continuo. Senza dubbio, gli Stati Uniti e  le altre potenze occidentali, appoggeranno un regime di questo tipo, come ugualmente appoggerebbero l’intervento militare se  una coalizione populista di sinistra dovesse venir fuori a sorpresa per prendere il potere.

La strategia dell’’élite al potere di mettere i conservatori/religiosi contro i riformatori laici, è, naturalmente un modello molto familiare anche per  politica americana. In Nord Africa, tuttavia, dove la, polarizzazione politica può essere più estrema e dove il ruolo dell’élite militare è più netto, gli esiti politici manipolati apertamente da questa possono essere, come accadde nell’Algeria degli anni ’90, molto  più esplosivi e letali.

Una terza iniziativa a lungo termine, naturalmente, sarebbe rifiutare  l’idea fissa della politica elettorale in favore di un’insurrezione popolare ugualitaria  che rovesci l’intero  regime manipolatore, che asserisca la libertà dai militari, dal partito politico, dalle élite economiche e religiose nel loro insieme. Una tale possibilità, che va oltre le conquiste della Primavera Araba, ha davanti enormi ostacoli in Algeria e in altri paesi del mondo arabo e richiederebbe, per avere successo,  sia catalizzatori critici sociali che un’organizzazione importante  di tipo orizzontale e con base locale.

 

David Porter è  professor emeritus all’Università dello Stato di New York  (SUNY) di scienze politiche e di storia  ed è autore di un nuovo libro, Eyes to the South: French Anarchists and Algeria (Occhi verso il sud: gli anarchici francesi e l’Algeria),  pubblicato questo mese dall’AK Press. Ci si può mettere in contatto con David Porter scrivendogli a: davidporter1953@gmail.com

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

URL: http://www.zcommunications.org/the-long-shadow-of-algeria-on-the-arab-autumn-by-david-porter

 

 

 

 

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