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di Michael Albert   – 7 novembre 2011

Nel 1976, un po’ con l’aspetto di Buddy Holly, Noam Chomsky concesse  a Peter Jay quella che considero possa essere la più estesa intervista riguardo a come dovrebbe essere una società desiderabile.  Penso che le idee offerte gli siano tuttora care e che lo siano anche a tanti altri anarchici.  Sono care a me, anche, e hanno influenzato il mio stesso impegno, anche se con qualche modifica.

Chomsky offre le sue osservazioni come parte dell’eredità delle “visioni socialiste libertarie o anarcosindacaliste o comuniste anarchiche” nella “tradizione di Bakunin e Kropotkin e Anton Pannekoek” a favore di “una società organizzata sulla base di unità organiche, comunità organiche.”

Chomsky aggiunge che intende “che i luoghi di lavoro e i quartieri sono centrali” e che “da tali due unità elementari potrebbe derivare, attraverso accordi federali, un tipo altamente integrato di organizzazione sociale che potrebbe avere portata nazionale o addirittura internazionale.”

Chomsky aggiunge che “le decisioni, per una gamma sostanziale, potrebbero essere assunte … da delegati che fanno sempre parte della comunità organica da cui provengono, alla quale ritornano e nella quale, in effetti, vivono.” Anche se alcuni anarchici rifiutano completamente l’idea della rappresentanza, chiaramente non lo fa Chomsky, né lo farei io.

Chomsky chiarisce anche che “la democrazia rappresentativa, come, diciamo, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, sarebbe criticata da un anarchico di questa scuola su due basi. Primo … perché c’è un monopolio del potere centralizzato nello stato,  e secondo … perché la democrazia rappresentativa è limitata alla sfera politica e non invade in alcun modo serio la sfera economica.”

Dunque la società liberata di Chomsky, Kropotkin, Bakunin e Pannekoek non rifiuta le istituzioni.  Rifiuta, tuttavia, entità politiche o economiche che siano separate dalla popolazione o la dominino.

Chomsky aggiunge che “gli anarchici di questa tradizione hanno sempre pensato che il controllo democratico della vita produttiva dei singoli sia al centro di qualsiasi seria liberazione umana o, quanto a questo, di qualsiasi significativa pratica democratica.” Continua: “finché  le persone sono costrette ad affittare se stesse sul mercato a quelli che sono disponibili ad assumerle, finché il loro ruolo nella produzione è semplicemente quello di strumenti ausiliari, ci sono allora elementi impressionanti di coercizione e di oppressione che rendono molto limitato il parlare di democrazia, se mai ha senso parlarne.”

Penso che sostanzialmente tutti gli anarchici e in realtà tutti gli anticapitalisti di ogni genere sarebbero d’accordo. Comunque sorge una questione: come si organizza un’economia in accordo con la necessità dell’ “autogestione, del controllo diretto da parte del lavoratore … della partecipazione personale all’autogestione.”

Richiesto di un esempio Chomsky risponde: “Un buon esempio di una rivoluzione anarchica davvero su larga scala … è la rivoluzione spagnola del 1936 … “ che fu “in molti modi una testimonianza davvero ispiratrice della capacità dei lavoratori poveri di organizzare e gestire i propri affari, con estremo successo, senza coercizione e controllo” anche se “quanto sia rilevante l’esperienza spagnola per una società industriale avanzata andrebbe discusso in dettaglio.”

Quanto a lui, Chomsky pensa che “l’autogestione … è esattamente la modalità razionale di una società industriale complessa ed avanzata, in cui i lavoratori possono benissimo diventare padroni dei propri affari immediati, cioè, nel dirigere e controllare l’attività, ma possono anche essere in grado di assumere le principali, sostanziali decisioni riguardanti la struttura dell’economia, le istituzioni sociali, la pianificazione, a livello regionale e oltre.” Ma egli aggiunge che “al presente le istituzioni non permettono ai lavoratori di avere il controllo delle informazioni necessarie, e del relativo addestramento, per comprendere queste questioni.”

E così si affaccia di nuovo una domanda ovvia: come si struttura un’economia in modo tale che trasferisca le “informazioni necessarie” e il “relativo addestramento”?

Richiesto di passare a completare la sua visione dell’anarchismo, Chomsky risponde: “Fammi abbozzare quella che ritengo sarebbe grosso modo una posizione unanime e che penso sia essenzialmente corretta. A cominciare dai due modi di organizzazione e controllo, ovvero organizzazione e controllo sul luogo di lavoro e nella comunità, si potrebbe immaginare una rete di consigli dei lavoratori e, a un livello più alto, una rappresentanza di tutte le fabbriche, o di tutti i settori dell’industria, o di tutti i mestieri, e proseguire con assemblee generali dei lavoratori che possono essere regionali e nazionali e internazionali nel loro statuto. E, da un altro punto di vista, si può ipotizzare un sistema di governo che comporti assemblee locali – di nuovo federate regionalmente, che si occupino di problemi regionali, che coprano i mestieri, le industrie, i commerci e così via, e di nuovo anche a livello della nazione e oltre.”  Sono d’accordo con Chomsky che su questo vi è probabilmente unanimità tra gli anarchici, e giustamente, secondo me.

Chomsky continua: “un’idea dell’anarchismo è che la delega di autorità sia piuttosto minimale e che i partecipanti ad essa, in uno qualsiasi di questi livelli di governo, dovrebbero rispondere direttamente alla comunità organica in cui vivono. Di fatto la situazione ottimale sarebbe che la partecipazione ad uno di questi livelli di governo dovrebbe essere temporanea e che, persino durante il periodo in cui ha luogo, dovrebbe essere parziale; cioè i membri di un consiglio dei lavoratori che per un certo periodo operano per prendere decisioni che altri non hanno il tempo di prendere, dovrebbero anche continuare a fare il proprio lavoro come parte della comunità del luogo di lavoro o della comunità di quartiere cui appartengono.” Di nuovo, ciò è incontestabile.

Poi, comunque, viene un punto di possibile preoccupazione. Chomsky afferma: “Quanto ai partiti politici, la mia sensazione è che una società anarchica non dovrebbe prevenire con forza il sorgere di partiti politici.  In effetti l’anarchismo è sempre stato basato sull’idea che ogni genere di letto di Procuste, ogni sistema di norme che sia imposto alla vita sociale, limiterà e sottovaluterà moltissimo la propria energia e vitalità e che ogni sorta di possibilità di organizzazione volontaria possa svilupparsi a quel livello più alto di cultura materiale ed intellettuale.” Sin qui tutto bene, anche se la formulazione minimale  “prevenire con forza” fa presagire quel che segue, quando aggiunge: “ma io penso che sia giusto dire che nella misura in cui i partiti sono ritenuti necessari, l’organizzazione anarchica ha fallito.”

Perché il fatto che delle persone formino un partito politico sarebbe un segno di fallimento?

Chomsky spiega: “Dovrebbe darsi il caso, penserei, che dove ci sia una partecipazione diretta all’autogestione, agli affari sociali ed economici, allora le fazioni, i conflitti, le diversità di interessi e di idee e di opinioni, che dovrebbero essere apprezzate e coltivate, saranno espresse a ciascuno di tali livelli.”

D’accordo. Ma poi Chomsky aggiunge: “Perché dovrebbero ricadere in due, tre o ‘n’ partiti politici è qualcosa che davvero non capisco.  Penso che la complessità degli interessi e della vita umana non si suddivida in quel modo.  I partiti fondamentalmente rappresentano interessi di classe e le classi sarebbero eliminate o sarebbero trascese in una società simile.”

Naturalmente io sono d’accordo sull’eliminazione dei partiti come agenti di interessi di classe. Ma ciò implica che l’esistenza di partiti sarebbe indice di un fallimento?  Chomsky sta dicendo che pensa che le preferenze umane siano così diverse e varie che l’unico motivo per cui un considerevole numero di persone condividerebbe un insieme di idee decisamente contrarie a quelle sostenute da  altri gruppi consisterebbe nel fatto che le persone appartenessero a classi diverse a motivo del fatto di occupare posizioni economiche diverse, avendo così interessi economici opposti. Non penso sia così.

Si immagini un partito che si formi attorno ad alcuni nuovi valori che i partecipanti cercano di sostenere ed introdurre nella vita sociale.  Forse i diritti degli animali, per citare solo uno dei possibili esempi. O forse un nuovo valore economico: rendere uniforme la soddisfazione, diciamo.  O forse il tema è l’aborto, o qualcosa riguardo ai voli nello spazio, o qualcosa che abbia a che fare con i diritti delle generazioni future in confronto con quelli delle popolazioni attuali.  Le persone formano un partito perché concordano su alcuni punti di vista e pensano che gli altri sbaglino nel dissentire da tali idee, e perché vogliono sostenere la propria posizione di concerto gli uni con gli altri. Perché un simile elettorato deve essere una classe, o persino un qualsiasi gruppo all’interno di una gerarchia di potere? Perché non può essere che sia semplicemente un gruppo con un’idea che ritiene molto importante ma dalla quale altri si differenziano?

Comunque fin quando egli afferma che le fazioni sono apprezzate io penso che i valori sottostanti ciò che Chomsky afferma e quel che io correggo siano in accordo.  Quel che io chiamo un partito è semplicemente una grande fazione che copre quartieri e luoghi di lavoro e che, a certi fini, vuole coordinare i propri sforzi collettivi nell’interesse di idee che la fazione condivide.  Dunque se ciò è apprezzato, non c’è alcun contrasto reale, penso.

Chomsky indica anche che non è “persuaso che la partecipazione al governo sia un lavoro a tempo pieno. Può esserlo in una società irrazionale, in cui ogni genere di problemi sorge a motivo della natura irrazionale delle istituzioni.  Ma in una società industriale avanzata che funzioni correttamente organizzata secondo indirizzi libertari, penserei che mettere in atto decisioni prese da organi rappresentativi sia un lavoro a tempo parziale che dovrebbe essere ruotato nella comunità e, inoltre, dovrebbe essere assunto da persone che per tutto il tempo continuino a essere partecipi della stessa propria attività diretta.”

Riguardo a quanto tempo ci voglia per giudicare dispute, occuparsi di azioni antisociali, decidere leggi per circostanze in costante cambiamento e attuare progetti collettivi, io non lo so, ma sospetto che ci voglia parecchio di più di quanto sembra suggerire Chomsky.  Ha tuttavia certamente ragione riguardo al fatto che molti dei nostri governi, se non la maggior parte, non sarebbero più necessari. Ha anche ragione quanto al fatto che tutti in ogni funzione pubblica dovrebbero essere ben preparati a evadere i propri compiti e dovrebbero essere impegnati in tali compiti in modi e con responsabilità che non aumentino il loro potere o la loro ricchezza o la loro capacità di ammassare privilegi per sé stessi o per altri, o di aver voce in capitolo sui risultati al di sopra di quel che è appropriato per tutti i protagonisti. Ovviamente come fare a realizzare tutto questo è la solita questione riguardo all’affermazione che così dev’essere.

Chomsky individua una vasta intuizione sottostante, penso, quando afferma: “Mi sembra che il naturale suggerimento sia che l’autorità dovrebbe essere organizzata industrialmente, semplicemente come uno dei settori dell’industria, con i suoi propri consigli dei lavoratori e con la sua autogestione e con la sua partecipazione ad assemblee più ampie.” Di nuovo, questo è inconfutabile fintanto che teniamo presente che un pilota d’aereo, un operaio dell’industria dell’acciaio, un medico o un gestore di autorità devono tutti avere competenze e conoscenze appropriate, da un lato, ma anche ruoli che non diano loro alcun potere o privilegio complessivo superiore a quello degli altri cittadini, dall’altro.

Poniamo il problema in altri termini. Si considerino due industrie: la produzione di congegni  e l’amministrazione governativa.  In entrambe tali industrie esisterebbero consigli dei lavoratori, ed entrambe non avrebbero autonomia completa ma sarebbero invece soggette a un più vasto piano sociale cui esse, comunque, contribuirebbero, poiché le loro azioni influenzerebbero  gli altri così come le azioni degli altri influenzerebbero loro.  Ciò nonostante i limiti esterni alla produzione di congegni  sono probabilmente molto meno intrusivi per il modo in cui operano ogni giorno i lavoratori che li producono di quanto lo siano i limiti esterni all’esercizio dell’autorità.  Poiché per i produttori di apparecchiature quel che conta è il numero di congegni prodotti e la quantità di risorse da utilizzare in tale produzione (due semplici numeri) e anche che il luogo di lavoro sia privo di classi e, oltre a questo, (considerare le condizioni di lavoro ecc.) gli interessi dei lavoratori sono assolutamente sovrani. Ma quando si considera un lavoro come quello di ufficiale  di polizia, per prendere un esempio dalla sfera politico/governativa, gli interessi della società non sono soltanto di “far rispettare la legge” (il che è molto più complicato che “produrre 45 milioni di congegni usando questa quantità di materiali”)  bensì di farlo in un modo che protegga e rispetti i diritti di ciascuno, non consenta troppa discrezione (ovvero potere) agli ufficiali di polizia nell’esercitare l’autorità su di noi, imponendo in tal modo ulteriori limiti al modo in cui essi operano.  Ma è una questione di grado.  Riflettere sui piloti d’aereo o sui medici rivela la necessità di linee guida e limiti decisi socialmente analoghi a quelli necessari per il governo, anche se unici per ciascuna categoria, compresi i produttori di congegni.

Comunque, a una domanda postagli dall’intervistatore Chomsky viene riferito rispondere: “In una società decente, tutti avrebbero l’opportunità di trovare un lavoro interessante e a ciascuna persona sarebbe concesso il massimo spazio per esprimere il suo talento.”  E poi, come chiedendolo a sé stesso: “Cos’altro sarebbe necessario in particolare [per ottenere tale lavoro], una ricompensa esterna sotto forma di ricchezza e di potere?”  Chomski risponde alla propria domanda: nient’altro, a meno che “presumiamo che applicare i propri talenti in un lavoro interessante e socialmente utile non sia di per sé una ricompensa.”

E’ qui che nascono i problemi.  L’affermazione di cui sopra è sbagliata per tre motivi. Il primo ha a che fare con la necessità di correlare lavoro e consumi, compresa la disponibilità di informazioni e indicatori che permettano a tutti gli interessati scelte sensate.  Il secondo è che una ragione centrale della remunerazione non è soltanto di offrire incentivi, ma di avere risultati giusti sia per quanto riguarda la produzione sia per quanto riguarda i consumi.  E, infine, il terzo problema sta negli incentivi stessi, l’unico aspetto di cui Chomsky parla direttamente.  Ma che qualcuno dica che lui, o lei, ama il suo lavoro, come Chomski sente che tutti direbbero in una società desiderabile – col che io concordo – non è lo stesso che quella persona dica che il lavoro è l’unica cosa che ama. E questa distinzione ovvia e apparentemente pedante è davvero importante.  

Primo: per lavoro intendiamo un impiego (a) all’interno di istituzioni economiche della società e (b) il contribuire al prodotto sociale di cui altre persone, non il produttore o la sua famiglia e i suoi amici, si avvantaggeranno.

Secondo: Chomsky ha ovviamente ragione sul fatto che ci sono ragioni intrinseche per fare un lavoro nell’interesse sociale, per l’espressione di sé e per beneficiare altri. Ma quella che manca è l’ovvia verità parallela che ci sono motivi intrinseci per voler avere anche del tempo libero, e non soltanto per riposare, ma anche per giocare, per relazionarsi con la famiglia e gli amici, per fare cose che ci piacciono ma nelle quali non siamo bravi abbastanza per offrire, nel farle, un contributo alla società, e così via.

In conseguenza, se siamo liberi di scegliere individualmente il rapporto tra il lavoro produttivo per l’economia che noi facciamo e il tempo libero che godiamo non lavorando, e se fare la scelta tra meno lavoro e più produzione ha un impatto zero sulle nostre pretese, come consumatori, sul prodotto sociale, allora possiamo ben scegliere di lavorare meno di quanto la società necessiti o di quanto esigano l’equità e la giustizia.

Per spiegare il suo punto di vista opposto, Chomsky afferma: “C’è una certa quantità di lavoro che semplicemente deve essere fatto se vogliamo mantenere (un valido) livello di vita. Quanto oneroso debba essere tale lavoro è una questione aperta.”

Ciò è sicuramente corretto, anche se è importante rendersi conto che quale sia “un valido livello di vita derivante da quanto viene prodotto” dipende precisamente da una scelta attiva delle persone riguardo al loro desiderio relativo di maggiori prodotti o di maggior tempo libero. Ed è anche importante rendersi conto che parecchio di tale lavoro, per molto tempo a venire, dovrà essere impegnativo, spesso anche noioso e fastidioso e a volte pericoloso.  E che una quantità anche maggiore di esso, per quanto positivo possa essere dedicarvisi,  non sarà intrinsecamente più remunerativa che passare lo stesso tempo, invece, dedicandosi a hobby o a rapporti personali o a giocare, e via di seguito.

Quando Chomsky aggiunge: “Ricordiamo che la scienza e la tecnologia e l’intelletto non sono stati dedicati a … superare il carattere oneroso e autodistruttivo del lavoro necessario della società,” è ovviamente corretto.  Quando aggiunge che “il motivo è sempre stato presupposto che ci sia un sostanziale strato di schiavi che lo eseguiranno semplicemente perché altrimenti morirebbero di fame” ha di nuovo ragione.  Ed è anche corretto nel dire “se l’intelligenza umana fosse rivolta alla questione di come rendere significativo il lavoro della società stessa, non sappiamo quale sarebbe la risposta”.  Vero, ma non accadrà in una settimana, un mese o un decennio. E ci saranno limiti, non ultimi quelli ambientali, a quanto lavoro oneroso possa essere sostituito da lavoro edificante.  Ma, in ogni caso, ciò solleva un altro problema per una buona economia ed è quello che essa deve agevolare un’attenzione sensata e garantita a questioni che riguardano il miglioramento, nel tempo, della qualità della vita lavorativa così come del piacere e dei potenziali non liberati dai prodotti della vita lavorativa.

Chomsky continua: “La mia ipotesi è che una quantità giusta di [lavoro] possa essere resa interamente tollerabile”.  Sarei d’accordo ma vorrei anche dire che c’è un ampio divario tra “interamente tollerabile” da un lato e tanto coinvolgente e interessante quanto noi tipicamente scegliamo di rendere il nostro tempo libero, dall’altro lato.  E “una quantità giusta” è anche molto meno di “tutto”.

Chomsky dice: “E’ un errore pensare che persino il lavoro fisico che spezza la schiena sia necessariamente oneroso.  Molti, incluso me, lo fanno per rilassarsi.”  Certo, ma c’è qualcuno che davvero esegue un lavoro fisico da spezzar la schiena un giorno sì e l’altro anche, per rilassarsi? Non molti, scommetterei.

Chomsky continua: “Recentemente, ad esempio, mi è venuto in testa di piantare trentaquattro alberi in un campo dietro casa, nell’ambito del programma della State Conservation Commission [Commissione Statale per la Conservazione [delle risorse naturali]], il che significa che devo scavare trentaquattro buchi nella sabbia. Sai, per me e per quel che faccio la maggior parte del tempo, quello è un lavoro parecchio duro, ma devo ammettere che mi è piaciuto.  Non mi sarebbe piaciuto se ci fossero state norme lavorative, se avessi avuto un supervisore, e se mi fosse stato ordinato di farlo in un certo momento, e così via.”

La mia ipotesi è che egli non avrebbe trovato piacere in quell’attività anche se fosse stato il suo lavoro, giorno dopo giorno.  Avrebbe potuto piacergli un po’ di meno anche se non si fosse trattato del campo dietro casa e se, lavorando in una squadra, avesse dovuto attenersi a un orario.   E, soprattutto, che gli piacesse o meno, la quantità di tempo che egli vi avrebbe dedicato, semplicemente per il piacere dell’attività, avrebbe potuto facilmente essere parecchio inferiore alla quantità necessaria o alla quantità che altri vi avrebbero dedicato, eccetera.  Che dire del caso in cui qualcuno volesse fare del lavoro estenuante una volta ogni venti o trent’anni e nel resto del tempo volesse dedicarsi a un lavoro di concetto di tipo creativo che desse un grande potere? Chi pianterebbe gli alberi in questo caso?

Quando Chomsky afferma “D’altro canto, se si tratta di un compito assunto soltanto perché interessante, bene, può essere fatto” intende dire che sarà godibile, come è stato per lui. Abbastanza vero. Ma l’implicazione è che tutti possiamo fare solo quel che vogliamo, e che in qualche modo quello che scegliamo di fare in base unicamente al fatto che lo troviamo interessante corrisponderà, quanto alla produzione, a ciò che la gente vuol consumare.

L’intervistatore afferma: “Ti suggerisco che può esserci il pericolo che questa visione delle cose sia un’illusione piuttosto romantica, cui si dedica solo una piccola élite cui capita, come all’élite dei professori, forse dei giornalisti e così via, di trovarsi nella situazione molto privilegiata di essere pagati per fare quello che comunque amano fare”. Penso che sia una questione corretta, ma non coglie ulteriori punti. Cosa è giusto? Cosa ci vuole per trasferire informazioni necessarie?

Chomsky risponde: “E’ per questo che ho iniziato con un grande “se”. Ho detto che prima dobbiamo chiederci in quale misura il lavoro necessario per la società – ovvero il lavoro necessario per mantenere il livello di vita che desideriamo – debba essere oneroso o indesiderabile.  Penso che la risposta sia: molto meno di quanto lo è ora.  Ma supponiamo che ci sia una qualche misura in cui resti oneroso. Beh, in tal caso la risposta è piuttosto semplice: quel lavoro deve essere condiviso in modo eguale tra tutti coloro che sono in grado di farlo.”

Il lavoro nelle miniere di carbone resterà oneroso. Lo stesso vale per molti lavori di pulizia, oltre a moltissimi altri lavori di routine (e, in verità, anche il cuoco migliore e più creativo del pianeta non è probabile che voglia cucinare i pasti di altri per più ore di quante necessitino per giustificare il suo proprio livello di consumi).  Ci dedichiamo tutti a una quota uguale di lavoro in miniera, pulizie, cucina e di ogni altro aspetto oneroso del lavoro? Ovviamente no. Dunque il punto è che ciascuno di noi condividerebbe, nella formulazione di Chomsky, una quantità giusta di tali compiti onerosi assieme ai propri altri compiti intrinsecamente gratificanti, equilibrando i nostri lavoro quanto alla loro onerosità, e io concorderei sul fatto che equilibrare il lavoro di ogni persona in base alle sue implicazioni quanto alla qualità della vita, eliminerebbe per definizione il problema dell’onerosità diseguale da qualsiasi calcolo economico.  In tal caso prestare attenzione all’onerosità come fattore che determini il reddito diventa irrilevante rispetto ai soli risultati.

Ma equilibrando l’onerosità del lavoro non si affronta il problema complessivo degli incentivi, indicatori o dell’equità.  Incentivare significa offrire alle persone motivi per lavorare in un modo e per una durata che determinino una produzione sociale coerente con i desideri popolari, dove tali desideri sono a loro volta mediati dalla conoscenza delle implicazioni del livello di produzione scelto per il lavoro.  Gli indicatori sono informazioni in grado di guidare le persone nel decidere sensatamente e responsabilmente cosa consumare e cosa produrre, e anche su cosa ha senso investire per migliorare ulteriormente il lavoro, generare nuova produzione, ecc.  Ed equità significa assicurare che la distribuzione dei benefici e dei costi associati alla vita economica – sia la produzione sia i consumi e sia cosa facciamo e cosa riceviamo – sia giusta, qualsiasi significato vogliamo attribuire a tale termine.

Poi Chomsky dice: “Nel guardar lavorare le persone … meccanici, ad esempio, penso che spesso si provi un bel po’ di orgoglio nel lavoro.  Penso che quel tipo di orgoglio in … un lavoro complicato ben fatto, perché ci vuole riflessione e intelligenza per farlo, specialmente quando si è anche coinvolti nella gestione dell’impresa, nel decidere come il lavoro sarà organizzato, a cosa serve, quali sono gli scopi del lavoro, cosa può capitare, e cos’ via … penso che tutto ciò possa essere un’attività soddisfacente e gratificante che in effetti richiede abilità, il tipo di abilità che le persone amano esercitare.”

Sono d’accordo che molto del lavoro, ma tutt’altro che tutto, ha caratteristiche di questo tipo.  Ma è importante essere chiari sul fatto che se io sono coinvolto nel decidere quali siano i fini, la composizione e gli orari di lavoro che faccio, non è la stessa cosa che se sono solo io a decidere scopi, composizione e orario.  Io partecipo a un dibattito su ciò che dovrebbe essere fatto, ma, nella votazione, potrei trovarmi dalla parte perdente.  Da buon cittadino, continuo a sentirmi socialmente responsabile dell’adempimento dei compiti, ma i miei incentivi interiori probabilmente saranno inferiore  rispetto al caso in cui la decisione fosse stata presa a modo mio.  In ogni caso, anche quando si trattasse di un lavoro più coinvolgente e più intrinsecamente gratificante, le persone vorranno anche trascorrere del tempo con i figli, godersi degli hobby, festeggiare, meditare o quant’altro.

Chomsky aggiunge, parlando solo dell’aspetto oneroso del lavoro: “Si supponga che ci sia un qualche residuo di lavoro che davvero nessuno vuol fare, di qualsiasi cosa si tratti. OK, allora io dico che quel residuo di lavoro deve essere condiviso equamente e, oltre a ciò, le persone saranno libere di esercitare i propri talenti nel modo che ritengono più adatto.”

Quest’idea è mal ponderata. Primo: nessuno vorrà fare un lavoro che sia antipatico e noioso se il non farlo non avrà effetti negativi noti su di sé e sugli altri.  Secondo: supponiamo che, dopo aver raggiunto un accordo sul bilanciamento dei lavori in relazione alle loro implicazioni per la qualità della vita, nella parte gratificante del mio lavoro io sia libero di usare i miei talenti nel modo che ritengo adatto, come Chomsky suggerisce.  Beh, io un tempo ero un giocatore di tennis abbastanza buono, nulla di cui vantarsi, ma amavo il gioco.  Allora supponiamo che io decida “d’accordo, quello è il talento che voglio esercitare, scegliendo il modo che ritengo più adatto, nelle ore che rimangono dopo aver fatto la mia parte di lavoro oneroso”. Il problema è che giocare a tennis non darebbe alcun contributo utile al prodotto sociale della collettività.

Chomsky può dire che nessuno sceglierà di fare qualcosa che non sia socialmente utile per gli altri, ma come si fa a sapere cosa lo è e cosa non lo è?  Come si fa a sapere che il proprio sforzo non è a un livello accettabile?  Forse la risposta sarebbe che l’industria del tennis deve assumere nuovi giocatori o insegnanti – e non assumerebbe me – ma allora non siamo liberi di esercitare i nostri talenti nel modo che riteniamo adatto.  Possiamo solo farlo all’interno di certe norme e relazioni sociali che prevengono gli sforzi inutili, includendo in ciò l’impedirmi di essere un giocatore di tennis incompetente, o un chirurgo incompetente, e via di seguito.

Ma quali sono queste norme e relazioni che producono buoni risultati economici e che sono anche coerenti con l’eliminazione della divisione in classi e con l’esercizio della propria voce in capitolo nell’autogestione? Queste sono questioni cui si deve dare risposta per dare sostanza ai valori di coloro che favoriscono l’autogestione.

Incalzato ulteriormente dal suo intervistatore, Peter Jay, che dubitava che la quantità di compiti che sarebbero considerati intrinsecamente negativi fosse bassa, Chomsky ha risposto: “Quale che essa sia, nota che abbiamo due alternative.  Un’alternativa è di averla equamente condivisa, l’altra è di progettare istituzioni sociali tali che un qualche gruppo di persone sia semplicemente obbligato a fare quel lavoro, salvo morir di fame. Queste sono le due alternative.”

L’osservazione è sbagliata. Ci si potrebbe, piuttosto, spingere molto in là in direzione del miglioramento degli effetti del lavoro sulla qualità della vita, entro limiti ecologici, limiti di tempo, limiti di allocazione ecc.  Ma poi ci si potrebbe rifiutare di costringere una minoranza a fare tutto quel che rimane.  E si potrebbe anche rifiutare di condividere interamente quella parte in parti uguali. Ma si potrebbe poi, come terza alternativa, remunerare in misura tale da compensare l’impatto negativo dei compiti più onerosi.

Chomski risponde all’intervistatore sollevando grosso modo lo stesso punto, affermando: “Sto presupponendo che tutti sostanzialmente ricevano una remunerazione uguale.” Ma allora ci si chiede, perché dovremmo presupporre ciò o, anche, cosa significa il termina “sostanzialmente”?  Questo è il lato o centrale del tema dell’equità e degli incentivi. E se io mi accontento di un reddito minore – che è una minore pretesa sul prodotto sociale – se lavorare meno ore per ottenere un reddito inferiore significa che io posso aver maggior tempo libero?  Sono libero di optare per un reddito inferiore come base per lavorare meno ore? Se non loro sono, posso avere l’opzione di lavorare meno ore per lo stesso reddito? La prima opzione pare socialmente responsabile.  La seconda no, secondo me.  La prima è anche economicamente praticabile. La seconda no.

Un principio anarchico fondamentale è che ogniqualvolta sia possibile e quando non contrasti con il bene comune, dovremmo consentire alle persone di perseguire le proprie personali visioni di una buona vita.  Avere un unico livello di reddito e un unico orario di lavoro per tutti è un esempio di pretesa non necessaria e coercitiva.  Non ci sono motivi sociali perché le persone non debbano essere in grado  di compensare il reddito con il tempo libero o viceversa (mentre ci sono motivi sociali per cui le persone non dovrebbero poter ridurre il proprio orario di lavoro senza ridurre il proprio reddito, o aumentare il proprio reddito senza aumentare il proprio tempo lavorativo.)

Chomsky dice: “Immaginiamo tre tipi di società: uno, quello attuale, in cui il lavoro indesiderato e affidato a schiavi del salario.  Immaginiamo un secondo sistema in cui il lavoro indesiderato, dopo i migliori sforzi per renderlo significativo, sia condiviso. E immaginiamo un terzo sistema in cui il lavoro indesiderato riceva un’alta paga extra, in modo che le persone lo scelgano volontariamente. Bene, a me sembra uno qualsiasi dei due ultimi sistemi  sia coerente – parlando genericamente – con i principi anarchici.  Mi esprimerei personalmente a favore del secondo, piuttosto che del terzo, ma l’uno e l’altro sono lontanissimi da qualsiasi organizzazione sociale attuale o da qualsiasi tendenza dell’organizzazione sociale contemporanea.”

Non sicuro del perché Chomsky si esprimerebbe a favore della seconda piuttosto che della terza. Affermare che tutti ricevono lo stesso reddito a me sembra, come osservato in precedenza, essere più un limite alle scelte personali – e un limite non necessario – rispetto al permettere o riconoscere alcune differenze di implicazioni per la qualità della vita dei lavori delle persone, remunerandoli in conformità.

Comunque la conclusione di Chomsky su questa materia specifica è inoppugnabile. Entrambe le sue opzioni due e tre esistono realmente e ciascuna è compatibile con l’assenza di classi e con l’autogestione e con l’equità anarchica, come le delinea Chomsky nella sua intervista.  Ma anche dopo tale considerevole accordo, non arriviamo ancora al problema di far quadrare le ore lavorate con la produzione desiderata, né al problema degli indicatori per informare una procedura decisionale intelligente, cioè per fornire le informazioni di cui giustamente Chomsky ha parlato in precedenza e di cui le persone hanno necessità per impegnarsi responsabilmente nella vita economica, né abbiamo abbordato seriamente il tema dei diritti di consumo.

L’intervistatore a questo punto chiede: “A me sembra che ci sia una scelta fondamentale, comunque la si voglia mascherare, tra organizzare il lavoro per la soddisfazione che da alle persone che lo eseguono oppure organizzarlo sulla base del valore che esso produce per la gente che utilizzerà o consumerà quel che viene prodotto.”

Questa formulazione polarizzata manca di cogliere che si possono e si debbono (se deve esserci una vera autogestione) realizzare contemporaneamente entrambe queste priorità arrivando a decisioni informate su se produrre e distribuire determinati beni una volta  considerati sia l’impatto sui lavoratori sia l’impatto sui consumatori.

E ancora l’intervistatore ha continuato: “E [pare a me] che una società che sia organizzata sulla base del dare a ciascuna la massima opportunità di soddisfare i propri passatempi, che è essenzialmente la visione del lavoro per il gusto del lavoro, trovi il suo logico culmine in un monastero, in cui il tipo di lavoro che viene fatto, ovvero la preghiera,  è un lavoro per l’arricchimento di sé del lavoratore e dal quale non deriva la produzione di nulla che sia utile a nessuno e si vive o a un basso livello di vita o si muore davvero di fame.”

Qui ci si spinge troppo in là, ma la questione sottostante è reale.  Cosa collegherà al livello di produzione desiderato il lavoro che viene fatto semplicemente perché è gratificante? Cosa collegherà i bisogni e i desideri di prodotti alle necessità e ai desideri dei lavoratori che producono tali beni?

Chomsky risponde: “La mia sensazione è che quel che rende significativo il lavoro è che …  i suoi prodotti sono davvero utili. Il lavoro dell’artigiano è in parte significativo per l’artigiano  a motivo dell’intelligenza e della competenza che vi vengono immesse, ma in parte anche perché il lavoro è utile … Il fatto che il lavoro che uno fa possa portare a qualcos’altro … questo è molto importante, del tutto indipendentemente dall’eleganza e dalla bellezza che si possono raggiungere.  E penso che ciò copra ogni campo degli sforzi umani.”

Ovviamente quanto precede è vero e tuttavia non affronta il problema sollevato, perché anche se l’osservazione è vera, i problemi rimangono a meno che si voglia dichiarare che il piacere di fare del lavoro autogestito che contribuisca al prodotto sociale sia così grande che tutti vogliano fare più di una quantità, insomma, coerente con quel che la gente vuole consumare, e a meno che uno voglia affermare che la gente conoscerà le quantità corrette automaticamente.

Chomsky aggiunge: “Inoltre io penso che se si guarda a buona parte della storia umana, si scopre le persone, in misura sostanziale, hanno ricavato un certo grado di soddisfazione – spesso parecchia soddisfazione – dal lavoro produttivo e creativo che facevano.”

Vero anche questo. Ma di nuovo non affronta il problema sollevato, a meno che non si voglia affermare quanto detto più sopra.

Chomsky dice: “Io penso che il lavoro liberamente intrapreso possa essere un lavoro utile, significativo, ben fatto.” Naturalmente lo può.  Ma può anche produrre roba che nessuno vuole, o che è di qualità eccessivamente buona o troppo scadente. Può essere gradevole farlo, ma non di qualità sufficiente a offrire un contributo. Come si fa a saperlo?  E, di più, soltanto perché può essere significativo e ben fatto – specialmente se creiamo istituzioni che lo garantiscano – ciò ancora non significa che tutti noi, o forse nemmeno qualcuno di noi, voglia automaticamente farne tanto quanto richiedono i nostri desideri di prodotti.

Chomsky afferma: “Inoltre tu poni un dilemma  che molti pongono, tra il desiderio di soddisfazione nel lavoro e un desiderio di creare cose di valore per la comunità. Ma non è così ovvio che ci sia un qualche dilemma, una qualche contraddizione.”  Se noi vigiliamo su noi stessi – il che significa che abbiamo informazioni che ci permettono di vigilare su noi stessi – forse Chomsky ha ragione. Ma in assenza di tali informazioni, non posso giocare a tennis, o fare il chirurgo come mio lavoro anche se non sono bravo in tali attività?

Chomsky sottolinea un punto particolare riguardo al fatto che il lavoro abbia ricompense intrinseche, e riguardo a tale punto, almeno tra gli anarchici e la gente seria di ogni genere di sinistra, penso che stia sfondando una porta aperta.  Egli afferma: “Ricorda che le persone hanno occupazioni e a me sembra che la maggior parte delle occupazioni che esistono – specialmente quelle che riguardano quelli che sono chiamati servizi, cioè relazioni con esseri umani – abbia associate soddisfazioni e ricompense intrinseche, ovvero il rapporti con gli esseri umani che vi sono coinvolti.  Ciò vale per l’insegnamento e vale per la vendita di gelati.  Concordo sul fatto che vendere gelati non richieda l’impegno o l’intelligenza richiesti dall’insegnamento, e forse per questo sarà un’occupazione meno desiderata.  Ma se così è, dovrà essere condivisa.”

Dunque quel che abbiamo qui è l’emergere di una lista di compiti meno desiderati, e che dovranno essere condivisi mentre le persone fanno anche le cose desiderate che vogliono fare, intrinsecamente per realizzare se stesse per un tempo sufficiente a compiere un lavoro responsabile.  Ovviamente abbiamo anche bisogno di un qualche modo per assicurare che le persone non facciano cose che vogliono fare ma che non sono abbastanza brave a fare per poter produrre un risultato utile.

Qui, tuttavia, sta il nodo della questione.  Chomsky dice: “Quel che sto dicendo è che il nostro caratteristico presupposto che se il piacere nel lavoro, l’orgoglio nel lavoro, è o non correlato o correlato negativamente con il valore del prodotto, ciò è da relativo a uno stadio particolare della storia sociale, precisamente il capitalismo, in cui gli esseri umani sono mezzi di produzione.  Non è in alcun modo vero necessariamente. Ad esempio se si considerano le varie interviste a lavoratori delle catene di montaggio che sono state condotte dagli psicologi industriali, si scopre che una delle cose di cui si lamentano in continuazione è il fatto che il loro lavoro semplicemente non può essere fatto bene; il fatto che la catena di montaggio scorre così rapidamente che non si può fare il lavoro correttamente.”

Che produrre automobili in una fabbrica autogestita sarà di gran lunga meglio che in una capitalista, è vero. Tuttavia che non lo si vorrà fare a esclusione completa del tempo libero, è anch’esso vero.  E l’idea che tutto un lavoro, poiché avvantaggia la società e poiché è autogestito, sarà intrinsecamente gratificante allo stesso livello di ogni altro lavoro è ovviamente sbagliata.  Dunque tali differenze possono contare.  E certamente conterà la durata.

Poi Chomsky dice qualcosa di molto importante, secondo me, e di un po’ diverso. “Ma immaginiamo comunque che a qualche livello sia dannoso. Bene, d’accordo, a quel punto la società, la comunità, deve decidere come attuare dei compromessi. Ogni individuo è sia produttore sia consumatore, dopotutto, e ciò significa che ogni individuo deve aderire a questi compromessi decisi socialmente, se in effetti ci sono dei compromessi.”

Esattamente. Ma questo significa che devono esserci istituzioni che facilitano tali decisioni e dobbiamo avere un qualche tipo di norme, anche, per sapere cos’è corretto, cos’è giusto, cosa, anche, è coerente con il mantenimento dell’assenza di classi nella nostra economia futura.

Chomsky naturalmente sa tutto questo e dunque dice: “Mi sembra che tutti gli anarchici o, quanto a questo, tutte le strutture marxiste basate su sistemi di consigli dei lavoratori e federazioni di essi, offrano esattamente l’insieme di livelli di processo decisionale ai quali possono essere prese le decisioni riguardo a un piano nazionale.  Analogamente le società a socialismo di stato offrono anch’esse un livello di assunzione delle decisioni – diciamo la nazione – in cui possono essere elaborati i piani nazionali.  Sotto questo aspetto non c’è differenza. La differenza ha a che fare con la partecipazione a tali decisioni e il controllo su tali decisioni.”

Nel caso della pianificazione centrale e degli stati autoritari, le decisioni vengono dall’alto. Nell’alternativa anarchica sono autogestite il che penso, se significa qualcosa di coerente, significa che ci diamo da fare per avervi coinvolte le persone nella misura in cui ne sono toccate.  Ma allora abbiamo bisogno di istituzioni e dei relativi flussi di informazioni che permettano, facilitino e addirittura rendano questa la scelta inevitabile.

Come dice Chomsky: “Nella visione degli anarchici e dei marxisti di sinistra … tali decisioni sono prese dalla classe lavoratrice informata mediante le proprie assemblee e i propri diretti rappresentanti che vivono in essa e lavorano in essa.” Perfetto, questo è incontestabile, ma lascia aperta la questione: com’è che i lavoratori – e, come citato in precedenza, anche i consumatori – sono informati? Da dove ottengono le informazioni essenziali per decidere? E, anche, con quali metodi conteggiano le proprie preferenze nel prendere le decisioni cui tutti poi si attengono?

Questo non è chiedere un progetto esecutivo; è chiedere una descrizione strutturale minima che possa dare sostanza reale, e credibilità, alla possibilità dell’autogestione.

Chomsky continua: “Certamente in ogni società industriale complessa dovrebbe esserci un gruppo di tecnici il cui compito consiste nel produrre piani e nello spiegare le conseguenze delle decisioni, nello spiegare alle persone che devono prendere le decisioni che se si decide questo, si avrà probabilmente questa conseguenza, perché è questo che il modello programmatico proposto dimostra, e così via.  Ma il punto è che tali sistemi di pianificazione sono essi stessi industrie e avranno i loro consigli dei lavoratori e faranno parte dell’intero sistema dei consigli, e la distinzione è che questi sistemi di pianificazione non prendono decisioni. Producono piani esattamente allo stesso modo in cui i fabbricanti di automobili producono auto. I piani sono poi resi disponibili ai consigli dei lavoratori e alle assemblee dei consigli allo stesso modo in cui le auto sono disponibili per andarci in giro.”

Anche questo solleva importanti questioni. Cosa impedisce a questi pianificatori e agli altri esperti di dominare i risultati?  Una cosa è offrire competenza nel mettere insieme informazioni. Un’altra cosa è avere potere sui risultati. Come facciamo ad ottenere la prima cosa senza avere la seconda? Analogamente, su quali basi i lavoratori decideranno cosa favorire?  Dov’è, in questo processo, l’opinione e l’influenza dei consumatori?  Perché ci si dovrebbe attenere ai piani che emergono, dove attenervisi implicherebbe naturalmente lavorare un numero specifico di ore e in tempi e modi che uno non potrebbe preferire in modo ottimale?

C’è un senso molto reale in cui la visione economica chiamata economia partecipativa, o parecon, è stata concepita precisamente per rispondere a tutte le questioni sollevate sopra.  L’intervista con il giovani Chomsky è del 1976 e il concepimento e la formulazione della parecon sono cominciati davvero non molto tempo dopo. Come facciamo a dare gambe per camminare a una visione dell’economia anarchica o libertaria e certamente priva di classi e basata sull’autogestione? Le risposte che sono emerse da tali preoccupazioni hanno rilievo direttamente su tutti i punti sollevati sopra e su alcuni altri molto importanti.

In primo luogo la parecon è partita dalla richiesta di autogestione, basata sui consigli dei lavoratori e dei consumatori come sedi del potere decisionale.  E’ lì che le persone si ritrovano, esprimono punti di vista, dibattono opzioni, manifestano preferenze, si accordano su decisioni. Ciò ha anche semplicemente mutuato la pratica del passato. La norma che guida i consigli nella parecon, tuttavia, è stata concepita per guidare le discussioni, i dibattiti e le indagini e poi per conteggiare le preferenze e tutto ciò in modo da conferire a ciascun attore una voce in capitolo nel processo decisionale, proporzionale alla misura in cui ciascuno ne è coinvolto, almeno nella misura del possibile e senza essere eccessivamente pignoli. Ciò ha in un certo modo affinato la pratica del passato.

In secondo luogo è sorta una preoccupazione riguardante la distribuzione dei compiti – del lavoro – tra tutti quelli in grado di lavorare.  Come dovevano essere combinati in compiti in lavori?  Anche se sorgeva il problema della maggiore o minore onerosità, della maggiore o minore gratificazione offerta dai compiti, coerentemente con l’osservazione di Chomsky sulla necessità per i lavoratori di essere preparati a partecipare alle decisioni e ad assumerle, ci siamo resi conto che alcuni tipi di lavoro danno potere a coloro che li compiono e che altri tipi tolgono potere a coloro che li eseguono.  I compiti che danno potere producono non solo merci e servizi ma, per i lavoratori che vi sono impegnati: aumento di fiducia in sé stessi, aumento delle competenze, contatti sociali sempre più ricchi, una consapevolezza sempre crescente delle informazioni critiche e un’esperienza costantemente arricchita della quotidiana assunzione delle decisioni. I compiti che tolgono potere producono non solo merci e servizi, ma, nei lavoratori che vi sono impegnati: una decrescente fiducia in sé stessi, un calo delle abilità, la frammentazione, il declino della consapevolezza delle informazioni critiche e una separazione forzata dal processo decisionale quotidiano.

Combinare i compiti che prevalentemente danno potere in circa il 20% dei lavori e combinando i compiti che prevalentemente lo tolgono in circa l’80% di tutti i lavori, garantisce che il 20% dotato di potere, che chiamiamo la classe coordinatrice, dominerà sull’80% che è privato del potere e che chiamiamo classe lavoratrice.

Abbiamo così visto la necessità di sostituire quella divisione imprenditoriale del lavoro con un nuovo approccio, che abbiamo chiamato combinazioni equilibrate di compiti.  L’idea è di una semplicità banale: equilibrare i compiti che le persone svolgono in funzione dell’effetto in termini di potere.  Eseguiamo tutti dei lavoro con un insieme di compiti e responsabilità che, in media e nel tempo, hanno , in termini di potere, lo stesso impatto di qualsiasi altro lavoro nell’economia.  Naturalmente bilanciare in termini di potere bilancia anche in ampia misura anche in termini di onerosità e di intrinseca desiderabilità dei lavori, ma non interamente.  E, secondo il nostro pensiero, l’equilibrio in termini di potere era di gran lunga il passo più importante da fare per evitare la divisione in classi e tutti i perversi effetti derivati che essa implica.  Leggere differenze di onerosità potevano essere facilmente affrontate mediante assegnazioni differenziali di remunerazioni che compensassero i debiti in cui in tal modo si incorreva, secondo il suggerimento di Chomsky più sopra.

E dunque che dire della remunerazione e dei consumi? Bene, qui arriva un punto chiave di disaccordo con la formulazione nell’intervista a Chomsky. Il primo problema da affrontare è la necessità di equità. Il secondo problema è la necessità che le persone abbiano incentivi per fare quel che dovrebbero fare ma che, basandosi solo sulla propria situazione, preferirebbero non fare.  Il terzo problema è la necessità di avere segnali che comunichino le informazioni richieste per un processo decisionale sano ed etico riguardo a cosa produrre e cosa consumare.  Il quarto problema è la necessità di correlare i desideri di prodotto sociale della popolazione con i desideri della popolazione di lavorare e anche di godere di tempo libero.

Una risposta anarchica frequente è: “D’accordo, facciamo sì di avere il lavoro da chiunque sia in grado di farlo nella misura della sua capacità, e facciamo che il consumo di ogni persona sia conforme alle sue necessità.”  Il problema è che nessuno intende questo in senso letterale.  Cioè, nessuno intende che è a favore del fatto che ciascuno decida indipendentemente da tutti gli altri e basandosi soltanto sulle proprie preferenze quanto prendere del prodotto sociale per il proprio consumo e quanto a lungo lavorare e quale lavoro fare.  Presa in senso letterale, la regola del “da ciascuno a ciascuno” è notevolmente antisociale e dunque non è da intendersi alla lettera.

Se devo basarmi soltanto sui miei gusti, vorrò una quantità di roba.  Perché non prendermela, supponendo che non vi sia ingiustizia in ciò e nessuna perdita per gli altri.  E vorrò anche lavorare solo fino al punto in cui il piacere di lavorare sarà superato dal piacere che avrei dal tempo libero.  In altre parole, vorrò troppo, in realtà di gran lunga troppo.  E, nonostante le intuizioni corrette  di Chomsky riguardo ai valori intrinseci del lavoro, molto probabilmente vorrò anche lavorare molte meno ore di quante sarebbero richieste per soddisfare chiunque esprima desideri di consumo pari ai miei.  C’è dunque un problema – la compatibilità tra lavoro e consumo – per non parlare del tener conto del costo ambientale e sociale completo sia della produzione sia del consumo.

Compito dell’anarchico è risolvere queste faccende senza diffamare o svilire il lavoro o il tempo libero, senza violare l’autogestione e senza imporre una divisione in classi.  Può essere fatto, ritengo, combinando la rete autogestita dei consigli e le combinazioni equilibrate di compiti con due strutture addizionali: la remunerazione in base alla durata, intensità e onerosità del lavoro socialmente valido che facciamo, chiamata remunerazione equa, e la negoziazione cooperativa della produzione e dei consumi da parte di quegli stessi consigli utilizzando procedure che diano conto dei costi e benefici sociali complessivi e che conferiscano a ciascun protagonista una voce in capitolo autogestita, attraverso una metodologia di allocazione chiamata pianificazione partecipativa.

Lo schema remunerativo è equo. Se tutti eseguiamo lavoro socialmente utile – che, nel tempo, ha visto minimizzate le componenti onerose, ma anche prima di ciò – e se tutti lo facciamo per la stessa durata e lavoriamo tutti ugualmente duro e tutti abbiamo una quota uguale di compiti gratificanti e di compiti onerosi, allora dovremmo tutti percepire un reddito medio.  Si può ricevere un reddito superiore, tuttavia, lavorando più a lungo, più duramente e a compiti più onerosi, il tutto in accordo con i compagni di lavoro e il tutto in un modo socialmente produttivo. In alternativa si potrebbe scegliere di attribuire un maggior valore al tempo libero e si potrebbe optare per consumi minori e per un numero di ore minore trascorso nel lavoro socialmente valido.  Entrambe le scelte sono eque, nella visione della parecon.  E il sistema è non solo equo, ma offre anche esattamente gli incentivi necessari per coordinare il lavoro con i desideri del prodotto del lavoro così come precisamente le informazioni necessarie alle persone per decidere sensatamente schemi d’investimento, volumi di produzione ecc.

Anche le procedure di allocazione della pianificazione partecipativa sono desiderabili.  Sono coerenti con l’autogestione, l’assenza di classi e l’equità. Elevano i bisogni e il benessere umano – sia nel lavoro sia nel tempo libero – alla guida delle decisioni economiche.  Le rendono parte fondamentale della gratificazione personale delle persone nel tener conto di tutti gli effetti sociali ed ambientali.

Infine, ho affrontato qui l’intervista al giovane Chomsky per due motivi. Primo, ho voluto portarla alla luce per persone che probabilmente non l’avevano mai vista. Secondo, ho voluto dimostrare che, anche se i motivi e i valori che guidano le formulazioni di Chomsky sono in sintonia con tutte le nostre migliori aspirazioni, alcune delle estrapolazioni a giudizi sulle istituzioni non lo sono.  E, tre, ho voluto affermare che l’economia partecipativa è in sintonia con le aspirazioni anarchiche ma affronta anche accuratamente le effettive complessità della vita economica.

La mia speranza è che la prossima discussione con un anarchico che nutra dubbi sulla parecon possa svolgersi pressappoco così:

Anarchico: Anche se la parecon mi piace molto, rimane un punto chiave che mi preoccupa. Come vedete il lavoro voi pareconisti?

Pareconista: Per lavoro i pareconisti intendono attività intraprese nell’economia per produrre beni o servizi di cui  altri, non la persona che esegue il lavoro, godranno.

Anarchico: Ma in una parecon questo è autogestito, giusto?

Esattamente.

Anarchico: E allora in tal caso il lavoro non è uno dei modi fondamentali in cui una persona si esprime e si gratifica?

Sì, naturalmente, fino a quando è autogestito, senza norme di classe e senza imposizioni che lo pervertano.

Anarchico: E allora perché corrispondere un reddito per eseguire del lavoro autogestito socialmente utile? Remunerare il lavoro non presuppone che, senza essere pagata, la gente preferirebbe vegetare che lavorare? Perché non prendere da ciascuno secondo le sue capacità e dare a ciascuno secondo i suoi bisogni?

Per prima cosa, anche se il lavoro liberamente scelto per conseguire risultati validi è effettivamente parte di una vita gratificante, ciò nonostante certi aspetti del lavoro sono noiosi o gravosi, spingendoci a volerne sopportare di meno. Ma, di più,  anche occuparsi dei bambini è parte di una vita gratificante, o riposare, o giocare, leggere, andare a un concerto o al cinema, fare una passeggiata o vedere qualcosa di nuovo. Altre attività che non riguardano il produrre qualcosa di cui gli altri beneficino attraverso il sistema economico di allocazione sono pure gratificanti, so abbiamo tutti un compromesso,  se vuoi, tra il lavoro per la produzione sociale e il tempo libero che destiniamo ad altri fini, non al vegetare.

Anarchico: Perché non possiamo, ciascuno di noi, decidere quanto tempo e quanto lavoro vogliamo? Perché presupponi che lavoreremo troppo poco o consumeremo troppo?

Dovrebbe decidere ciascuno di noi, sono d’accordo, ma non isolatamente dalle implicazioni per le persone che producono quel che noi consumiamo, o che consumano quel che noi produciamo, e anche per l’ambiente. L’implicazione dell’opzione per meno lavoro e più tempo libero è la generazione di minor prodotto sociale.

Anarchico: Allora, se voglio lavorare di meno, dovrei ricevere corrispondentemente di meno, e mi sta bene.

Ma come fai a sapere quanto è giusto ed equo prendere, o lavorare? Il presupposto della tua regola, ‘da ciascuno a ciascuno’, è che le persone siano responsabili. Ci saranno molte più cose che ti piacerebbe avere […] ma ti limiterai responsabilmente. Ci saranno occasioni in cui preferiresti non lavorare, ma lo farai ugualmente, per essere responsabile.  Presupponiamo semplicemente, cosa di cui la maggioranza dubiterebbe, che tutti si comporteranno automaticamente a questo modo. La questione sorge comunque: come faranno a essere responsabili? In accordo a quale sistema di valori condiviso? Con quali indicatori a guidare le loro scelte?

Anarchico: Così c’è bisogno della remunerazione in base alla durata, intensità e onerosità per ottenere risultati equi, non principalmente come incentivo?

Sì, ma c’è anche un altro problema. Con un reddito, come facciamo nella parecon, il sistema di allocazione non solo è in grado di essere equo, ma è anche in grado di liberare desideri di tempo libero contro desideri di produzione, e anche diversi tipi di lavoro che le persone preferiscono o disdegnano, e anche rivelare i desideri relativi e i costi dei diversi tipi di produzione, in modo tale che possiamo modificare conformemente i nostri piani e investimenti attuali.  Che le persone si limitino in realtà non è così d’aiuto.  E’ meglio per un’economia che le persone rivelino i loro desideri reali e completi, poiché ciò può informare utilmente le scelte di investimento riguardanti dove puntare in futuro, anche se per il momento le persone dovranno finire per accettare di meno.

Anarchico: Continuo a sentire che preferirei non sporcare quel che il lavoro è, e quelle che pensiamo siano le motivazioni delle persone, offrendo delle ricompense.

Non vedo perché un’allocazione equa, con l’autogestione affinché il carattere del lavoro e la sua durata media siano concordati mutuamente, lo sporchi, ma poiché tu hai questa sensazione, forse un’altra osservazione potrebbe colmare la nostra diversità.

Diciamo che creiamo una parecon. Se io ho ragione, sarebbe disastroso non avere una norma di remunerazione diversa da quella che le persone lavorano e scelgono in modo indipendente quel che vogliono fare e avere. Così, per precauzione, per evitare il rischio di risultati distruttivi, perché non partire con la norma della parecon?

Poi, comunque, nel tempo, con la gente che diventa sempre più sociale, sperimentiamo la disponibilità di un numero maggiore di beni gratuiti e di una più indulgente contabilizzazione della durata, intensità e onerosità delle varie industrie e dei vari luoghi di lavoro.  E vediamo quel che succede. Se hai ragione, i risultati non cambieranno o addirittura miglioreranno. In tal caso continuiamo gli esperimenti. Se ho ragione io, i risultati verranno gravemente incasinati, per mancanza di indicatori guida, e sorgeranno molti problemi. Se ciò accade, rallentiamo o interrompiamo gli esperimenti ed esploriamo possibilità di affinare ulteriormente la regola della remunerazione.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo  www.zcommunications.org/querying-young-chomsky-by-michael-albert

traduzione di Giuseppe Volpe

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