Ecco come è la sconfitta

 

Di Tom Engelhardt

 

9 novembre 2011

 

Che ne dite di un momento di silenzio per la morte del Sogno Americano? P.R.I.M. (Possa riposare nella strage).

No, non parlo del vecchio sogno delle occasioni che implicavano il possesso di una casa,  un posto di lavoro migliore di quello che avevano i vostri genitori, una pensione decente, e tutto il resto del ”pacchetto” che ieri era così, così sommerso, così tipo Occupiamo Wall Street. Parlo di un sogno di gran lunga più recente, un sogno  veramente audace che allo stesso modo se ne è andato via col vento.

Parlo del Sogno Americano di George W. Bush. Se la gente che è qui ricorda l’invasione dell’Iraq – la maggior parte degli Americani senza dubbio preferirebbero dimenticarla – ciò che viene in mente è l’intelligence  imbrogliata, l’arsenale nucleare inesistente di Saddam Hussein,  decisioni ottuse  e perfino decisioni ancora più ottuse, una guerra civile sanguinosa, Americani morti, le grosse imprese amiche, un bilione o più di dollari dei contribuenti buttati nel gabinetto…. Beh, conoscete la storia,  A quante poche persone interessa ricordare che quello era il sogno originario, chiamatelo Il Sogno – e, accidenti, se è stato meraviglioso!

 

Un sogno americano

 

E successo più o meno così: all’inizio del 2003, i funzionari più importanti dell’Amministrazione  Bush  non dubitavano affatto che l’Iraq di Saddam Hussein, prosciugato da anni di guerra, di zone interdette ai voli militari, e di sanzioni, sarebbe stato  un gioco da ragazzi; che i militari statunitensi che idolatravano e idealizzavano, sarebbero andati Baghdad a tempo di valzer.  (La parola che uno dei  loro sostenitori aveva usato sul Washington Post per definire  l’invasione era una “passeggiata”). Non hanno neanche dubitato che quelle truppe sarebbero state salutate come se fossero i loro liberatori, perfino i loro salvatori, da folle di Sciiti adoranti, che in precedenza erano stati repressi, che avrebbero sparso fiori sul loro cammino. (Sul serio, nessuna esagerazione.)

Come sarebbe stato facile quindi instaurare un governo “democratico” a Baghdad – questo significava il candidato Ahmad Chalabi – installare quattro o cinque enormi basi militari situate in modo strategico, cittadelle americane fin troppo bene armate e già programmate prima che iniziasse l’invasione per potere  così dominare il cuore della  produzione del petrolio del pianeta con dei modi che neanche i Britannici all’apice del loro impero, non avrebbero sognato si potessero avverare. (Sì, allora i neo conservatori  si vantavano all’epoca  che avremmo  superato l’impero romano e quello britannico messi insieme!).

Poiché non ci sarebbe stata una vera resistenza, la forza di invasione americana potrebbe iniziare a ritirarsi all’inizio dell’autunno 2003,  lasciando sul posto magari tra i 30.000 e i 40.000 soldati, l’aviazione statunitense, e svariati agenti segreti  e contractor  privati per presidiare una nazione per sempre grata (seguendo quello che venne chiamato “il modello sud-coreano”) L’economia irachena gestita dallo stato, sarebbe privatizzata e le sue risorse petrolifere spalancate alle gigantesche imprese dell’energia globale, specialmente quelle americane, che ricostruirebbero l’industria e comincerebbero a pompare milioni di barili delle vaste riserve di quel paese, indebolendo così il controllo del cartello dell’OPEC sul mercato del petrolio.

E, attenti, costerebbe a malapena un centesimo. Bene, nella  peggiore improbabilità,  forse tra i 100 e i 200 miliardi di dollari, ma poiché l’Iraq, secondo la frase dell’allora Vice segretario alla difesa  Paul Wolforowitz,  “galleggia su un mare di petrolio,” la maggior parte della somma potrebbe alla fine essere coperta alla fine dagli stessi Iracheni.

Allora, percorrendo in discesa il sentiero della memoria, non vi manca il fiato? E tuttavia, l’Iraq era solo l’inizio per i sognatori di Bush Che chiaramente si sentivano come i proverbiali bambini in un negozio di caramelle (anche se si comportavano come elefanti in un negozio di porcellane): La Siria, presa in una morsa strategica tra Israele l’Iraq americano, naturalmente si  sarebbe sottomessa;  anche gli Iraniani, presi tra anche loro tra l’Iraq americano e l’Afghanistan americano, si sarebbero  inchinati al massimo o sarebbero stati semplicemente umiliati come gli secondo lo stile adottato con gli Iracheni, e chi si lamenterebbe? (Come diceva la battuta neo conservatrice  del momento: “Tutti vogliono andare a Baghdad. I veri uomini vogliono andare a Teheran.”).

E non era tutto. I funzionari di alto livello  di Bush erano stati  ferventi combattenti nella guerra fredda nel periodo precedente quello in cui gli Stati Uniti divennero “l’unica super potenza” e hanno visto la nuova Russia infilare i vecchi stivali sovietici. Avendo umiliato i Talebani e al-Qaida in Afghanistan, stavano già costruendo una rete di basi anche là.  (Che fioriscano mille modelli coreani!) Il prossimo impegno sull’agenda sarebbe  far rotolare i Russi fuori  proprio dal loro “estero vicino,”  cioè le ex Repubbliche Socialiste Sovietiche dell’Asia centrale, che ora sono degli  stati indipendenti.

Che gloria! Grazie al potere ineguagliabile dei militari statunitensi, Washington controllerebbe il Greater Middle East *dal Mediterraneo al confine cinese e non dovrebbe essere grato a nessuno in caso di      vittoria. Grandi potenze, puah! Parlavano di Pax Americana sulla quale non potrebbe mai tramontare il sole. Nel frattempo c’erano tanti altri benefici   portata di mano: la Casa Bianca si sarebbe sciolta dai suoi legami costituzionali per mezzo di “un esecutivo unitario” e, successo dopo successo, si sarebbe instaurata una Pax Repubblicana  negli Stati Uniti per     eternità (con il partito  Democratico, o come dicevano in modo beffardo, il “Democratico” che aveva il ruolo dell’Iran e sarebbe diminuito in modo analogo).

 

Un incubo americano

 

Quando ci si sveglia con i sudori freddi, con il cuore che batte forte, dopo un sogno che vi ha davvero angosciato, vale la pena ricostruirlo prima che svanisca e vi  lasci soltanto un  senso di sconvolgimento.

Tenete quindi  in testa il sogno di Bush per qualche altro momento ancora e considerate la devastazione che ne è seguita. Che cosa rimane dell’Iraq, di quella guerra  che è costata tre bilioni  di dollari? Una forza di spedizione americana, ancora 30.000 soldati circa che si pensava sarebbero rimasti accovacciati  là per sempre, mentre stanno invece imballando la loro attrezzatura e si dirigono “verso l’orizzonte”. Quelle gigantesche cittadelle americane -con i loro enormi PX, cioè i  Post Exchange (sono i negozi nelle basi militari americane all’estero dove i soldati possono acquistare beni di prima necessità, n.d.T.)), i fast-food, i negozi di regali e souvenir, le caserme dei vigili del fuoco, e tutto il resto- sono destinate a diventare presto città fantasma, che probabilmente  verranno saccheggiate e svuotate dagli Iracheni.

Un sacco di miliardi dei contribuenti sono stati, naturalmente, immessi in quelle ziggurat americane. Ora, si presuppone che non ne sia rimasta traccia,  tranne che per quella gigantesca ambasciata-con-cittadella che l’Amministrazione Bush ha costruito a Baghdad spendendo trequarti di miliardo di dollari. Serve a ospitare parte di una “missione”in Iraq di 17.000 persone del Dipartimento di stato, che comprende 5.000 mercenari armati, che si presuppone  siano lì per assicurare che la follia americana non sia del tutto assente da quella nazione anche dopo il “ritiro”.

Interpretate quel ritiro in qualsiasi modo volete,  ma esso rapprenda ancora una sconfitta di primo ordine, di umiliazione di una  misura e in un arco di tempo tali  che sarebbe stato inimmaginabile nell’invasione del 2003. Dopo tutto, i militari statunitensi sono stati buttati fuori dall’Iraq da…beh,  da chi esattamente?

Poi, naturalmente, c’è l’Afghanistan, dove la partenza finale, inevitabile,  deve ancora avvenire, dove un’altra guerra da un  bilione di dollari sta ancora  andando forte come se non ci fossero buchi nelle tasche americane. Gli Stati Uniti stanno ancora avendo vittime,  stanno costruendo massicce strutture di base, stanno ancora addestrando le forze di sicurezza afgane di forse 400.000 uomini in un paese troppo povero per pagare un decimo di quella somma. (questo significa che toccherà a noi finanziarli  per un tempo infinito)

Washington ha ancora un  programma stimulus    a Kabul.  I diplomatici e i funzionari militari vanno e vengono dall’Afghanistan e dal Pakistan cercando una “riconciliazione” con i Talebani, anche se i droni della CIA  bombardano   il nemico al di là dei confini afgani e  chiunque altro sia nelle vicinanze. Come avveniva tanto tempo fa in Iraq, i militari e il Pentagono parlano ancora dei progressi che si stanno facendo, anche se  cresce il disagio di Washington per una guerra che tutti sono ora disposti ufficialmente a definire “impossibile da vincere”.

E’ davvero degno di nota come costantemente  le cose che ufficialmente vanno così bene,  di fatto invece vanno così male. Proprio l’altro giorno, il maggiore Peter Fuller, che gestisce il programma per le forze afgane, è stato licenziato dal comandante militare  Generale John Allen  per aver sparlato del presidente afgano Hamid Karzai e dei suoi generali. Li ha chiamati “isolati dalla realtà.”

Isolati dalla realtà? Ecco un rapporto degli Stati Uniti sull’argomento: costa a Washington ( e quindi al contribuente americano) 11,6 miliardi di dollari solo per questo anno addestrare quelle forze di sicurezza e tuttavia, dopo  anni di questo addestramento, “non un solo battaglione dell’esercito afgano può operare senza l’assistenza di unità statunitensi o alleate.”

Non è necessario essere veggenti per sapere che anche questo rappresenta una forma di sconfitta, anche se il nemico, come in Iraq, è una serie  di    sollevazioni di una minoranza stracciona. E’ più o meno un dato di fatto, tuttavia, che qualsiasi sogno americano per l’Afghanistan, come quelli della Gran Bretagna e della Russia prima di loro,  saranno seppelliti un giorno nelle macerie di una terra devastata ma che ha resistito, non importa quali risorse Washington sceglierà per continuare a sperperarle nell’impresa.

Questo, detto semplicemente, è parte di un panorama più vasto di sconfitta imperialista.

 

Sudori freddi all’alba

Sì, abbiamo perso in Iraq e stiamo perdendo in Afghanistan, ma se vogliamo un piccolo giro di vite geopolitico che  catturi lo spirito del tempo, verificate  una delle prime dichiarazioni di Almazbek Atambayev dopo la sua recente elezione a presidente del Kirgzisistan, un paese che al quale forse non avete mai pensato neanche per un secondo.

Tenete a mente il forte desiderio di Bush di  abbattere  i Russi alla periferia di Mosca. Il Kirghizistan è, naturalmente, una delle ex repubbliche socialiste sovietiche centro asiatiche dell’Unione sovietica, e, con  la copertura della guerra afgana, gli Stati Uniti hanno traslocato lì, hanno preso in affitto un’importante base militare all’aeroporto di Manas, vicino a Biškek, la capitale; essa è diventata un’importante postazione di rifornimento per la guerra, ma anche un punto di appoggio militare in quella area geografica.

Adesso Atambayev ha annunciato che gli Stati Uniti dovranno abbandonare Manas quando scadrà il contratto di affitto nel 2014. L’ultima volta che un presidente kirghizo ha fatto una minaccia simile, era per cercare di estorcere altri 40 milioni di dollari di affitto alla potenza più ricca del globo. Questa volta, tuttavia, Atambayev ha evidentemente    le realtà della zona, ha esaminato con attenzione il suo vicino rinascente   e l’influenza in declino di Washington e ha puntato sui Russi. Consideratela come un piccola indicatore della identità di quelli che vengono fatti rotolare fuori.

Isolati dalla realtà? Che ne dite dell’amministrazione Obama e dei suoi generali? Naturalmente i funzionari di Washington preferiscono non capire tutto ciò. Desiderano optare per l’isolamento dalla realtà. Preferiscono parlare del ritiro delle truppe dall’Iraq, ma soltanto per sostenere le già potenti guarnigioni  in tutto il Golfo Persico e così liberare la zona, come ha detto il nostro segretario di stato “dalle interferenze esterne” dell’Iran alieno. (Perché, ci si chiede, si chiama Golfo Persico, invece che Golfo Americano?)

 

Preferiscono parlare di rafforzare il potere degli Stati Uniti e sostenere le sue basi nel Pacifico in modo da salvare l’Asia dal…..maggior creditore dell’America, la Cina. Preferiscono far pensare che gli Stati Uniti saranno una potenza più grande, non minore, negli anni a venire. Preferiscono “rassicurare gli alleati”  e vantarsi tantissimo  o comunque abbastanza.

Non troppo, naturalmente, non ora che quei sognatori americani  — o visionari pazzi –se preferite – sono in giro a guadagnare 150.000 dollari alla volta facendo discorsi motivanti e raccogliendo milioni sfornando i loro memoriali. Invece l’amministrazione Obama è piena di dirigenti senza sogni che hanno ereditato ed esteso la presidenza imperialista, un mondo presidiato dagli Americani, e un tesoro che si sta svuotando. E poi hanno scelto, a ogni mano, di giocarsi una versione riconoscibile dello stesso gioco, anche senza la fiducia crescente, la fede profonda in una eccezionalità armata americana o nelle soluzioni militari che la hanno accompagnata (che malgrado tutto continuano a portare avanti  tenacemente), o perfino la visione dei flussi di energia globale che animava

i loro predecessori. In una situazione che cambia rapidamente, si sono dimostrati incapaci di farsi  delle domande che li avrebbero portati oltre quelle che possono chiamarsi le solite tattiche (cioè droni, cotroinsurrezione, ecc.).

In questo modo Washington,  sebbene sia visibilmente in calo, rimane un luogo senza aria  e stranamente familiare, dove nessuno se la sentirebbe di domandare, per esempio, come potrebbe apparire un Medio Oriente che si sta trasformando  davanti ai nostri occhi senza la sua ombra americana, senza le basi e le flotte e i droni e tutti gli agenti segreti che ne fanno parte.

Come risultato, persistono a continuare  specialmente con  la guerra globale al terrore ideata da Bush, e con la protezione durante i periodi finanziari  difficili del Pentagono (e quindi della militarizzazione di questo paese).

Se siete critici nei riguardi di Washington, “sconfitta” sta diventando una parola sempre più accettabile,  fino a quando è riferita  a una specifica guerra o evento.  Ma sconfitta totale? La faccenda su vasta  scala? Non ancora.

Si può, naturalmente  dire ripetutamente che gli Stati Uniti restano, ed è vero, un paese immensamente ricco e potente; che ha  i mezzi per raddrizzarsi e per occuparsi dei disastri di questi ultimi  anni, cosa  che indubbiamente  sta facendo. Date però un’occhiata a Washington, a Wall Street e alle elezioni del 2012, e ditemi con la faccia impassibile che questo accadrà. Non che  probabilmente accadrà.

Se marcerete con la gente che del movimento Occupiamo Wall Street, sentirete i giovani che scandiscono lo slogan:” Ecco che cos’è la democrazia!” E’ contagioso. Ma c’è un altro slogan, certamente meno appropriato, anche se decisamente più duro: “ecco com’e la sconfitta!” Bisogna ammettere che non ha il ritmo dell’altro ma è un qualche cosa che il movimento Occupiamo Wall Street che si va estendendo, i disoccupati, i sotto occupati, e quelli a cui è impedito riscattare l’ipoteca sulle  loro case o che le cui case valgono meno del valore di acquisto,  e i milioni di bambini che hanno un’istruzione e studi universitari grazie a un mutuo subprime dando in media, più di 25.000 dollari in pegno, e i poveri sempre più numerosi, sentiranno sulla loro pelle anche se non le hanno dato ancora  un nome.

Gli eventi nel Medio Oriente allargato hanno avuto un ruolo non secondario in questo. Pensatelo in questo modo: se la de-industrializzazione e la finanziarizzazione, hanno scavato gli Stati Uniti, anche lo stile bellico americano ha fatto la sua parte. E’ la terza componente della triade che di solito viene ignorata. Quando finalmente le nostre guerre saranno completamente  finite, nessuno potrà dire come sarà scopo che questa sconfitta imperialista vuole dimostrare.

Il sogno americano di Bush è stata una specie di apoteosi del potere globale di questa nazione come lo è anche la sua catastrofe definitiva  grazie a un gruppo di visionari pazzi che hanno  confuso  la potenza militare con la forza globale e si sono comportati di conseguenza. Quella che essi e i loro alleati neo conservatori avevano, era la formula magica per trasformare il lento atterraggio di uno stato imperialista in declino ma ancora immensamente potente, in  una disfatta auto inflitta, anche se non è per nulla chiaro  chi siano i vincitori.

Malgrado le nostre basi in tutto il mondo, malgrado un arsenale di armamenti superiore a qualsiasi altro visto prima ( e con altri in arrivo)       malgrado un bilancio per la sicurezza nazionale grande quanto il Ritz, non è troppo presto per cominciare a incidere qualche cosa di adeguatamente sepolcrale sulla lapide che un giorno sarà posta per le ambizioni  dei governanti di questo paese quando pensavano di poter veramente comandare il mondo.

Conosco il  mio candidato personale. Nel 2002, il giornalista Ron Ruskin si è incontrato con un consigliere anziano di George W. Bush, e quello che gli ha detto il consigliere sembra adatto per una qualsiasi di queste lapidi o per un futuro monumento alla sconfitta americana:

“Il consigliere ha detto che i tipi come me si trovano in quelle che chiamiamo comunità costruite nella realtà, che definiva come persone che ‘credono che le soluzioni emergano dal vostro ponderato studio di una  realtà che si può percepire…Quello non è più il modo in cui il mondo realmente funziona….Siamo un impero ora, e quando agiamo, siamo noi a creare la nostra realtà. E mentre studiate quella realtà – con ponderazione –noi agiremo di nuovo creando altre nuove realtà che potrete studiare  ed ecco  come  si sistemeranno le cose. Siamo gli attori della storia…e voi, tutti voi resterà soltanto  il compito di studiare cosa noi facciamo.”

Siamo adesso, pare, in una nuova era nella quale la realtà ci sta formando. Molti Americani – lo testimonia il movimento Occupiamo Wall Street – stanno cercando di adeguarsi, di immaginare altri modi di vivere nel mondo. La sconfitta ha  una brutta reputazione, ma talvolta è proprio quello che ordina il dottore.

La realtà, tuttavia, è difficile, quindi se vi siete svegliati con i sudori freddi, sentitevi liberi di chiamarlo incubo.

 

  • Greater Middle East : Il Medio Oriente più vasto è un termine politico coniato dall’Amministrazione Bush che ingloba insieme varie nazioni che fanno parte del mondo musulmano e cioè: Iran Turchia, Afghanistan e Pakistan. A volte vi sono comprese anche vari paesi dell’Asia Centrale. (http://en.wikipedia.org/wiki/Greater_Middle_East

 

 

Tom Engelhardt, cofondatore del Progetto dell’Impero Americano e autore di: The American Way of War: How Bush’s wars Became Obama’s ( LO stile bellico americano: come le guerre di Bush sono deiventate quelle di Obama) e anche di The End of the Victory Culture, ( La fine della cultura della vittoria)dirige il sito del Nation Institute TomDispatch.com, dove questo articolo è stato pubblicato la prima volta. Il suo libro più recente, The United States of Fear (Haymarket Books)[Gli Stati Uniti della paura]  sarà pubblicato questo mese.

 

Da Z Net- Lo spirito della resistenza è vivo

 

Fonte: TomDispatch.com

URL:

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

© 2011 ZNET Italy –Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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