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di John Pilger   – 10 novembre 2011

Il Parco Alameda a Città del Messico dovrebbe essere uno spazio per innamorati e una sala da ballo all’aperto: i signori in scarpe bicolori e le signore in abiti eleganti e tacchi alti.  I sentieri pavimentati sono stati resi ondulati dal grande terremoto del 1985. Si immagina lo spazio del luna park che viene inghiottito dalla ragnatela di crepe, il suo organo edoardiano che suona desolato. Due piccole chiese nei pressi vacillano pericolosamente: il surreale è la facciata del Messico.

Nascosto dietro i pioppi vi è il museo dove il murale di Diego Rivera ‘Sogno di una domenica pomeriggio al parco Alameda’ occupa l’intero piano terra.  Ci si abbandona sulle poltroncine e si viaggia per un’ora attraverso questo capolavoro.  Dipinto in origine all’Hotel Prado nel 1947 è stato salvato e restaurato quando il terremoto ha demolito ogni cosa all’intorno.  Largo più di quattordici metri e alto più di quattro, rappresenta i combattenti politici del passato del Messico, dal conquistatore Hernando Cortes allo stesso Rivera, dipinto come un bambino che tiene per mano uno scheletro vestito alla moda, il simbolo iconico del Giorno dei Morti.  In piedi, maternamente, accanto a lui, sua moglie, Frida Kahlo, l’eroina artistica del Messico. Attorno a loro, in parata, i ricchi insensibili e i poveri ignorati.

Cosa c’è che fa del Messico un sogno politico universale?  Come in un  murale di Rivera, niente è risparmiato: né il martirio di classe, né la tragedia coloniale.  Il messaggio è: la libertà la prossima volta. L’autocrazia che è emersa dalla rivoluzione del 1910-19 si è data il nome orwelliano di Partito della Rivoluzione Istituzionalizzata. E’ stata alla fine sostituita da uomini d’affari che promettevano una pseudo-democrazia che nel 1994 ha abbracciato il rapace Accordo di Libero Scambio del Nord-America (NAFTA) di Bill Clinton.  Nel giro di un anno, a sud del confine è stato distrutto un milione di posti di lavoro, insieme con il trionfo rivoluzionario di Emiliano Zapata: la protezione delle terre indigene dalla vendita o dalla privatizzazione.  D’un colpo il Messico ha consegnato la sua economia a Wall Street.

I beneficiari del nuovo Messico privatizzato sono quelli come Carlos Slim, ora davanti a Bill Gates come uomo più ricco del mondo, le cui mani sono su ogni torta immaginabile: dagli alimentari all’edilizia alla compagnia telefonica nazionale. “Il patrimonio netto dei 10 più ricchi del Messico – un paese nel quale più del 40% della popolazione vive in povertà . rappresenta circa il 10% del PIL.”

Le ultime elezioni, nel 2006, sono state vinte da Felipe Calderon, uomo di Washington, seguite da persistenti accuse di essere state manipolate.  Calderon ha dichiarato quella che chiama “una guerra alle bande del narcotraffico” e 50.000 morti ne sono il risultato.  Nessuno dubita della minaccia dei cartelli della droga, ma il vero “problema della sicurezza” è più probabilmente la resistenza dei messicani comuni a una costante diseguaglianza e a un’élite corrotta.

Per la maggior parte di quest’anno migliaia di indignados si sono impossessati del vasto terreno della piazza delle parate noto come Zocalo, di fronte al Palazzo Nazionale. Le occupazioni a Wall Street e intorno al mondo hanno la loro genesi in America Latina.  La differenza qui è che non c’è nessuna delle angosce riguardo al ‘focus’ dei dimostranti.  Come tutti i luoghi in cui la gente vive pericolosamente e lo stato e i suoi compari gettano ombre di illegalità, essi sanno esattamente quello che vogliono. Chiedetelo a qualcuno dei 44.000 dipendenti della compagnia elettrica nazionale, che hanno impedito la svendita della rete nazionale sino a quando Calderon non li ha licenziati tutti; e ai lavoratori in sciopero delle miniere di rame di Cananea, i cui proprietari hanno finanziato la campagna elettorale di Calderon; e agli ex piloti e assistenti di volo della compagnia aerea nazionale, Mexicana, sciolta in seguito a una finta bancarotta che è stata un regalo all’industria  privata del trasporto aereo.

Questo popolo arrabbiato, eloquente e spesso coraggioso conosce da tempo qualcosa di cui molti in Europa e negli Stati Uniti stanno appena cominciando a rendersi conto: non c’è altra scelta che combattere l’estremismo economico scatenato da Washington e da Londra una generazione fa.  L’occupazione, il sindacalismo, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, “la vita stessa”, dice Manuel Lopez Obrador, l’ex sindaco di Città del Messico che si era candidato contro Calderon, “sono state da allora colpite da un terremoto economico e politico.”  Da quando Calderon è salito al potere, 30 giornalisti sono stati assassinati, dieci soltanto quest’anno, dice il Comitato per la Protezione dei Giornalisti.  Di nuovo, la responsabilità è attribuita ai cartelli della droga, ma la soppressione di una resistenza nazionale, coordinata con gli Stati Uniti, è anch’essa una realtà.

Diversamente che negli Stati Uniti e in Inghilterra, molti giornalisti, alcuni dei quali ispirati dall’ascesa degli zapatisti negli anni ’90, si sono sbarazzati del patronato dell’élite politica ed affaristica e perseguono quello che chiamano “giornalismo civico”.  Il secondo maggior giornale del Messico è La Jornada,  famoso per le sue indagini e campagne intrepide e per il fatto di sopravvivere prevalentemente grazie agli abbonamenti; non ha pubblicità.  Evocatore dei giornali com’erano prima che fossero divorati dalle imprese, non c’è nulla di simile in Inghilterra; riflette, su Messico City, molto che è sorprendente e illuminato.

Nel Palazzo Nazionale la presenza di guardie Robocop è sopraffatta dal più epico murale di Diego Rivera. Dipinto tra il 1929 e il 1945 si sviluppa sulle pareti dello scalone riversando, come il suo lavoro su Alameda, spettacoli di rivoluzione e tragedia, speranza e sconfitta.  Quando lo filmai, trent’anni fa, cercai senza successo di scrivere un descrizione delle immagini.  Condensando e dando vita a 2.000 anni di storia, è arte che a volte gli europei e gli statunitensi spregiano e tuttavia invidiano; perché regista la lotta della gente comune, unendola e celebrandola, e identificando i suoi veri nemici politici. Vedendola di nuovo sono colpito dal modo in cui parla a tutti noi.

 

Il 1° novembre a John Pilger è stato assegnato il premio inglese  più alto per il documentarismo da parte della Fondazione Grierson, in  memoria del pioniere dei documentari John Grierson.

http://www.johnpilger.com

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/in-mexico-a-universal-struggle-against-power-and-forgetting-by-john-pilger

Fonte: Johnpilger.com

traduzione di Giuseppe Volpe

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