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Di: Noam Chomsky

 

3 novembre 2011

 

 

 

La conferenza in occasione del Premio per la Pace della Città di Sydney per il 2011 è stata tenuta nel Municipio di Sydney,  mercoledì 2 novembre dal vincitore del premio, Professor Noam Chomsky

 

 

 

Pacifismo rivoluzionario: scelte e prospettive

 

 

 

Come tutti sappiamo, le Nazioni Unite sono state create “per salvare le generazioni successive dal flagello della guerra.” Queste parole  possono soltanto suscitare un profondo rammarico quando consideriamo come abbiamo agito per adempiere a quella aspirazione, anche se ci sono stati degli importanti successi, specialmente in Europa.

 

Per secoli l’Europa era stato il luogo più violento della terra, con conflitti interni    e distruttivi, e la formazione di una cultura della guerra che ha messo in grado l’Europa di conquistare la maggior parte del mondo,     le vittime  che non erano certo pacifisti, ma che erano “ sconvolti dalla furia     distruttiva della guerra europea”, per dirlo con le parole  dello storico militare britannico Geoffrey Parker. E questa cultura ha messo in grado l’Europa di imporre alle sue conquiste ciò che Adam Smith chiamava “la selvaggia ingiustizia degli Europei”, con in testa l’Inghilterra, come non  ha mancato di sottolineare. La conquista globale ha assunto una forma particolarmente raccapricciante in quella che si chiama talvolta “l’Anglosfera”, cioè l’Inghilterra e i suoi   virgulti, cioè le società coloniali formate da coloni   nelle quali le società indigene erano devastate e le loro popolazioni disperse o sterminate. Dal 1945, però, l’Europa è diventata, al suo interno, la zona del mondo più pacifica e, da molti punti di vista, umana, della terra, e questo fatto è la fonte  di parte del suo attuale travaglio, un argomento importante che dovrò mettere da parte.

 

Nel mondo dell’erudizione, questa transizione drammatica è spesso attribuita alla tesi della “pace democratica”: le democrazie non si fanno guerra tra di loro. Non dobbiamo tuttavia, tralasciare  il fatto che  gli Europei sono riusciti a rendersi conto che la prossima volta che     nel loro passatempo preferito di massacrarsi  reciprocamente, il gioco finirà: la civiltà ha sviluppato mezzi di distruzione che possono essere usati soltanto contro chi è troppo debole per reagire a loro volta , una gran parte della       storia degli anni seguiti alla Seconda guerra mondiale. La minaccia non è certo finita. Gli scontri tra Stati Uniti e Unione Sovietica sono arrivati dolorosamente vicino a  una guerra nucleare praticamente definitiva in modi che sono  ancora sconvolgenti da contemplare quando li esaminiamo da vicino. E la minaccia della guerra nucleare rimane  fin troppo   profeticamente viva, e questo un argomento sul quale ritornerò brevemente.

 

Possiamo avviarci a limitare, per lo meno, il flagello della guerra?  Una risposta è data dai pacifisti assoluti, comprese persone che rispetto sebbene non me la sia mai sentita di andare oltre quella.  Una posizione in certo qual modo più persuasiva, penso, è quella del filosofo pacifista e attivista sociale A.J: Muste, che io ritengo sia una delle grandi figure dell’America del XX secolo: è quella del “pacifismo rivoluzionario.” Muste disdegnava la ricerca della pace senza la giustizia. Raccomandava che “si deve essere rivoluzionari prima di essere pacifisti”; con questo voleva dire che dobbiamo smetterla di “ adeguarci così facilmente alle condizioni cattive”, e che si deve  affrontare onestamente e adeguatamente il novanta per cento del nostro problema” ; la violenza sulla quale è basato l’attuale sistema e tutto il male, materiale spirituale,  che questo comporta per  le masse di uomini in tutto il mondo.” Fino a quando non agiamo così,  sosteneva, “c’è qualche cosa di ridicolo e forse di ipocrita, riguardo alla nostra preoccupazione  per il dieci per cento della violenza usata dai ribelli contro l’oppressione”, per quanto orrendi essi possano essere.  Stava affrontando il problema più difficile per un pacifista, quello del prendere parte alla guerra anti-fascista.

 

Quando 45 anni fa, scrivevo riguardo alla posizione di Muste,  citavo il suo avvertimento che “ Il problema dopo la guerra è chi l’ha vinta. Egli pensa che ha appena dimostrato che  la guerra e la violenza pagano. Chi gli insegnerà una lezione?” Le sue osservazioni andavano molto bene per i suoi tempi, mentre infuriavano le guerre in Indocina. E in molte altre occasioni in seguito.

 

Gli alleati non hanno combattuto “la guerra buona”, come viene comunemente chiamata, a causa degli orribili crimini del fascismo. Prima dei loro attacchi contro le potenze occidentali, i fascisti erano trattati piuttosto benevolmente,  specialmente “quell’ammirevole signore italiano”, come Franklin  Delano Roosvelt chiamava Mussolini. Perfino Hitler era considerato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti come un “moderato” che teneva a bada gli estremisti di destra e di sinistra. I Britannici erano ancora più benevoli, particolarmente il mondo degli affari. Il confidente più vicino a  Roosvelt, Sumner Welles, riferiva al presidente che l’accordo di Monaco che smembrava la Cecoslovacchia, “offriva l’occasione per la costituzione  da parte delle nazioni del mondo di un nuovo ordine mondiale basato sulla giustizia e basato sulla legge,”, nel quale i nazisti moderati avrebbero avuto un ruolo importante.

 

Ancora nell’aprile 1941, l’influente statista George Kennan, che si situava all’estremità pacifista dello spettro della pianificazione del dopoguerra, scriveva da Berlino dove aveva un incarico al consolato, che i dirigenti tedeschi non avevano alcun desiderio di “veder soffrire altra gente sotto il comando della Germania”, sono “molto ansiosi che i loro sudditi siano felici affidati alla loro tutela” e stanno facendo “compromessi importanti” per assicurare questo risultato favorevole.

 

Sebbene in quel tempo, gli orrendi fatti riguardo all’Olocausto fossero ormai noti, non sono quasi arrivati al processo di Norimberga che si concentrava invece sull’aggressione, “il supremo crimine internazionale differisce dagli altri crimini di guerra perché contiene in se stesso tutto il male accumulato di tutti”: in Indocina, in Iraq, e in troppi altri luoghi dove abbiamo molto su cui meditare. Gli spaventosi crimini del fascismo giapponese erano praticamente ignorati negli accordi di pace del dopoguerra. L’aggressione del Giappone è iniziata 80 anni fa, con il finto  incidente di Mukden  (http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_di_Mukden) ma per l’Occidente è cominciata 10 anni dopo, con all’attacco alle basi militari in due possedimenti degli Stati Uniti. L’India e altre importanti  nazioni  asiatiche si sono perfino rifiutate di partecipare alla Conferenza di San Francisco per il Trattato di pace nel 1951, poiché i crimini giapponesi in Asia erano stati esclusi dagli accordi di pace e anche perché Washington aveva stabilito un’importante base militare a Okinawa (che era stata conquistata), che è ancora lì malgrado le energiche proteste della popolazione.

 

E’ utile riflettere su vari aspetti dell’attacco a Pearl Harbour. Uno di questi è la reazione dello storico e consigliere di Kennedy, Arthur Schlesinger, al bombardamento di Baghdad del marzo 2003. Ha ricordato le parole di Franklin Delano Roosvelt quando il Giappone aveva bombardato Pearl Harbour in “una data che vivrà nell’infamia.” “Oggi siamo noi Americani che viviamo nell’infamia,” ha scritto Schlensiger, poiché il nostro governo adotta le politiche del Giappone imperialista – pensieri che erano stati appena formulati in altri sedi tradizionali e rapidamente eliminati: non ho trovato menzione di questa onesta presa di posizione nell’elenco delle       lodi  per tutto quello che Schlensiger era riuscito a realizzare, compilato  quando è morto pochi anni dopo.

 

Possiamo imparare tante cose riguardo a noi portando avanti di qualche passo il lamento di Schlesinger. Secondo gli standard attuali l’attacco del Giappone era giustificato, anzi, meritorio. Il Giappone, dopo tutto, esercitava la dottrina molto lodata dell’auto difesa preventiva quando bombardava le basi militari delle Hawaii e delle Filippine, di fatto due colonie statunitensi, con motivi di gran lunga più inconfutabili  di qualsiasi cosa Bush and Blair avrebbero potuto far apparire per magia quando nel 2003 adottarono le politiche del Giappone imperialista. I capi giapponesi erano ben consci che le Fortezze volanti B-17 erano fabbricate dalla Boeing e sapevano leggere la stampa americana che scriveva che queste macchine di morte sarebbero state in grado di bruciare Tokyo, “una città di case fatte di carta di riso e di legno.” Un piano del 1940 di “bombardare Tokyo e altre grandi città”, era stato accolto con entusiasmo dal segretario di stato Cordell Hull. Franklin Delano Roosvelt era semplicemente felice” per i piani di distruggere il cuore industriale dell’Impero con attacchi di bombe incendiarie sui brulicanti formicai fatti di bambù di Honshu e di Kyushu”, descritti  dal loro autore, il Generale dell’aviazione Chennault.  Nel luglio 1941,  i reparti aerei trasportavano per mare  i B-17 verso l’Estremo Oriente a questo scopo, destinando  metà di tutti i grossi bombardieri a questa zona, trasportandoli dall’ Atlantico.  Dovevano abituarsi, se necessario,  a “incendiare le città giapponesi di carta”, secondo quanto diceva il generale George Marshall, il principale consigliere militare di Roosvelt, in un comunicato stampa tre settimane prima di Pearl Harbour. Quattro giorni dopo, il corrispondente capo del New York Times,       Arthur Krock,  ha reso noti i piani statunitensi di bombardare il Giappone dalle basi delle Siberia e delle Filippine, verso le quali l’aviazione stava     trasportando in fretta bombe incendiarie destinate a obiettivi civili. Gli Stati Uniti sapevano da messaggi decodificati che il Giappone era al corrente di questi piani.

 

La storia fornisce ampie prove per sostenere la conclusione di Muste che “Il problema dopo una guerra è il vincitore” [che] pensa che ha appena dimostrato che la guerra e la violenza pagano.” E la vera risposta alla domanda di Muste, “Chi gli insegnerà una lezione?,” possono darla soltanto le popolazioni nazionali, se possono adottare principi morali elementari.

 

Anche il più indiscutibile di questi principi potrebbe avere un impatto importante per porre fine all’ingiustizia e alla guerra. Considerate il principio di universalità, forse il più elementare dei principi morali: applichiamo a noi stessi gli standard che applichiamo agli altri, e forse anche  più rigorosi. Il principio è universale, o quasi, per tre ulteriori aspetti: si trova in qualche forma in ogni codice morale; è applaudito universalmente a parole, e ripetutamente rifiutato nella pratica. I fatti sono semplici e dovrebbero essere preoccupanti.

 

Il principio ha un semplice corollario che ha avuto lo stesso destino: dovremmo distribuire energie limitate nella misura in cui possiamo influenzare i risultati, abitualmente nei casi in cui condividiamo delle responsabilità. Lo diamo per scontato quando si tratta di nemici. A nessuno importa se gli intellettuali  iraniani si uniscono ai capi religiosi per condannare i crimini di Israele o degli Stati Uniti. Invece chiediamo che cosa dicono sul loro stato. Abbiamo rispettato i dissidenti sovietici per gli stessi motivi. Naturalmente, non è quella la reazione all’interno delle loro società dove i dissidenti sono condannati come “anti-sovietici” o sostenitori del Grande Satana  nello stesso modo in cui i loro omologhi qui sono condannati come “anti-americani” o sostenitori del nemico ufficiale del momento. Naturalmente, la punizione per coloro che aderiscono a semplici principi morali può essere severa e dipende dalla natura della società. Nella Cecoslovacchia governata dai Sovietici, per esempio, Vaclav Havel è stato messo in prigione. Contemporaneamente, un  battaglione scelto fresco di       addestramento alla Scuola di Guerra Speciale John F. Kennedy nella Carolina del Nord, sparava in testa agli  omologhi di Havel  a El Salvador, agendo su ordini espliciti dell’Alto Comando che era strettamente legato a Washington. Tutti conosciamo e rispettiamo Havel per la sua coraggiosa resistenza, ma chi può nominare i principali intellettuali Latino Americani, i padri Gesuiti, che si sono aggiunti al lungo sentiero insanguinato della brigata Atlacatl poco dopo la caduta del Muro di Berlino – insieme con la loro governante e sua figlia, dato che l’ordine era di non lasciare alcun testimone?(alexgiaco.blogspot.com/2011/06/Ignacio-ellacuria-uca-el-salvador-html, n.d.T.)

 

Prima di sentire dire che queste sono eccezioni, possiamo ricordare  una verità lapalissiana dell’erudizione Latino Americana, reiterata dallo storico John Coatsworth, nella Storia della Guerra Fredda di recente pubblicata dall’Università di Cambridge:  dal 1960 fino  “al crollo sovietico nel 1990, il numero di prigionieri politici, di vittime della tortura e l’esecuzione di dissidenti  politici non violenti in America Latina superava di gran lunga quello dell’Unione Sovietica e dei suoi paesi satelliti dell’Europa Orientale.” Tra le persone uccise c’erano molti martiri religiosi, e ci furono anche uccisioni di massa, regolarmente appoggiate o iniziate da Washington. E la data del 1960 è molto significativa, per ragioni che dovremmo tutti conoscere, ma delle quali  adesso non posso parlare.

 

In Occidente, tutto questo è “sparito”, per prendere in prestito la terminologia delle nostre vittime Latino Americane. Purtroppo queste sono caratteristiche durature della cultura intellettuale e morale, che possiamo far risalire ai primi avvenimenti storici registrati. Penso che essi    evidenzino abbondantemente l’intimazione fatta da Muste.

 

Se mai speriamo di essere all’altezza degli alti ideali che proclamiamo con passione, e di portare il sogno iniziale delle Nazioni Unite più vicino al compimento, dovremmo pensare attentamente alla scelte fondamentali che sono state fatte e che vengono fatte ogni giorno – senza dimenticare “la violenza sulla quale è basato l’attuale sistema, e tutto il male  (materiale e spirituale) che questo comporta per le masse di uomini in tutto il mondo.” Tra queste masse ci sono 6 milioni di bambini che muoiono ogni anno per la mancanza di semplici cure mediche che le nazioni ricche potrebbero mettere a disposizione nei loro bilanci, con un errore minimo per le statistiche.   Un miliardo di persone stanno per morire di fame o peggio ma non sono affatto irraggiungibili per essere aiutate.

 

Non dovremmo mai dimenticare neanche che la nostra ricchezza deriva non in piccola misura dalle tragedie di altre persone. Questo è drammaticamente chiaro nell’Anglosfera. Io vivo in un piacevole quartiere di Boston. Coloro che una volta abitavano lì erano vittime della “totale estirpazione di tutti gli Indiani nelle zone più popolate dell’Unione” con mezzi “più distruttivi per gli Indiani nativi di quelli usati dai conquistatori del Messico e del Perù” – era stato  il verdetto del Primo segretario della guerra delle colonie appena liberate, il General Henry Knox.  Hanno sofferto il destino di “quella razza sfortunata di nativi americani, che stiamo sterminando con così tanta crudeltà implacabile e perfida….tra gli odiosi peccati di questa nazione , per i quali credo che Dio un giorno porterà in giudizio” – le parole del grande magnifico stratega John Quincy Adams, intellettuale e autore dell’ideologia Manifest Destiny ( http://.it/wikipedia.org/wiki/Destino_manifesto) e della Dottrina di Monroe, vennero molto tempo dopo i suoi considerevoli contributi a questi peccati odiosi.

 

Gli Australiani non dovrebbero avere problemi ad aggiungere altri esempi.

 

Qualunque possa essere  il giudizio finale di Dio, il giudizio degli uomini è lontano dalle aspettative di Adams. Per citare alcuni casi recenti, considerate quali suppongo che siano le due riviste intellettuali e liberali di sinistra  più considerate nell’Anglosfera, The New York Review e la London Review of Books. Nella prima, un eminente commentatore ha scritto di recente che cosa ha imparato dall’opera dello “eroico storico” Edmund Morgan: cioè, che quando Colombo e i primi esploratori arrivarono, “trovarono una immensità popolata in modo rado da gente che coltivava la terra e cacciava….In questo mondo illimitato e intatto che si estendeva dalla giungla tropicale al nord ghiacciato, potevano forse esserci poco più di un milione di abitanti.” Il calcolo è fuori di  decine di milioni e la “immensità” comprendeva civiltà avanzate, cose  ben note a coloro che decenni fa facevano la scelta di conoscere i fatti. Non ci sono state lettere che mostrassero una reazione a questo caso veramente colossale di negazione di un genocidio. Nella rivista gemella londinese un  famoso storico ha citato casualmente il maltrattamento dei nativi Americani” e anche questo non ha suscitato commenti. Non accetteremmo certo la parola “maltrattamento” parlando di crimini analoghi o anche molto minori commessi da nemici.

 

Riconoscere crimini odiosi dai quali abbiamo avuto enormi benefici, sarebbe un buon inizio dopo secoli di negazioni, ma possiamo continuare da lì. Una delle tribù principali della zona dove abito ora era la tribù Wampanoag che hanno ancora una piccola riserva non lontano. La loro lingua è scomparsa da molto tempo, ma  con una  notevole iniziativa di erudizione e  dedizione per i diritti umani elementari, la lingua è stata ricostruita in base a testi di missionari e a prove comparative, e ora ha il primo parlante nativo dopo 100 anni,  cioè la figlia di Jennie Little Doe che ora parla anche lei correntemente la lingua. E’ laureata al MIT e ha lavorato con il mio defunto amico e collega Kenneth Hale, uno dei più eccezionali linguisti del periodo moderno. Tra i  molti risultati che egli  ha raggiunto c’è stato  il ruolo importante  che ha avuto nella fondazione dello studio delle lingue degli Aborigeni australiani. E’ stato anche molto attivo nella difesa dei diritti delle popolazioni indigene, e anche un militante impegnato per la pace e la giustizia. E’ riuscito a trasformare il nostro dipartimento al MIT in un centro per lo studio delle lingue indigene e per la difesa attiva dei diritti degli indigeni nelle Americhe e altrove.

 

Aver fatto rivivere  la lingua Wampanoag ha dato nuova vita alla tribù. Una lingua è molto di più che suoni e parole. E’ la depositaria della cultura, della storia, delle tradizioni, l’intero ricco tessuto della vita umana e della società. La perdita della lingua è un colpo grave non soltanto per la  comunità stessa ma per tutti coloro che sperano di comprendere qualche cosa della natura degli esseri umani, delle loro capacità e delle loro conquiste, ed è naturalmente una perdita di particolare gravità per coloro che si interessano della varietà e della uniformità delle lingue umane, una componente centrale delle facoltà mentali umane più alte. Tali risultati possono essere realizzati,  un gesto molto parziale ma significativo verso il pentimento per quei peccati atroci sui quali si appoggiano la nostra ricchezza e  il nostro potere.

 

Poiché  celebriamo gli anniversari, come gli attacchi giapponesi di 70 anni fa, ce ne sono diversi altri importanti che cadono proprio in questo periodo, e che ci possono essere di lezione sia per  istruzione  che per spingerci all’azione.  Ne citerò alcuni.

 

L’Occidente aveva appena celebrato il decimo anniversario degli attacchi terroristici  dell’11 settembre 2011, e di quella che allora, ma non più adesso, veniva chiamata “l’invasione gloriosa” dell’Afghanistan, iniziata poco dopo, e seguita poi presto dall’ancora più gloriosa invasione dell’Iraq.

 

Una conclusione  parziale dell’evento dell’11 settembre si è avuta con l’assassinio del principale sospettato, Osama bin Laden, per mano  dei commando statunitensi che hanno invaso il Pakistan, lo hanno arrestato e poi ucciso,  sbarazzandosi  del corpo senza fare l’autopsia.

 

Ho detto “principale sospettato”, ricordando la vecchia dottrina anche se abbandonata da lungo tempo della ”presunzione di innocenza”. Il numero  attuale dell’importante rivista accademica statunitense di relazioni internazionali presenta varie discussioni sul processo di Norimberga  riguardo ad alcuni dei peggiori criminali della storia.  Leggiamo che “la decisione degli stati Uniti di perseguire legalmente, invece che cercare vendette brutali era stata una vittoria  per la tradizione americana dei diritti e per un particolare  genere di legalismo: punizione soltanto per  coloro che potevano essere riconosciuti colpevoli solo per mezzo un processo giusto con un insieme di protezioni procedurali.” La rivista sembrava aver ragione in quell’epoca di celebrazione dell’abbandono di questo principio in  modo drammatico, mentre la campagna globale di assassinio dei sospetti, e dell’inevitabile “danno collaterale” continua a estendersi, acclamata da molti.

 

Non è però stata acclamata da tutti. Il principale quotidiano del Pakistan ha pubblicato di recente uno studio sull’effetto degli attacchi degli aerei senza pilota e di altri atti terroristici degli Stati Uniti. Ha trovato che “Circa l’80% dei residenti [nelle zone tribali] delle agenzie del Waziristan meridionale e settentrionale, (il termine agenzia indica una divisione amministrativa del Pakistan, corrispondente più o meno a una nostra  provincia, n.d.T.) è stato colpito da disturbi mentali, mentre il 60%  degli abitanti  di Peshawar  tra breve avranno bisogno di assistenza psicologica se questi problemi non verranno affrontati immediatamente, e lo studio ha avvertito che è in discussione la “sopravvivenza della generazione dei nostri giovani”. In parte per queste  ragioni , l’odio verso l’America è salito ad altezze fenomenali e dopo l’assassinio di bin Laden è aumentato ancora di più.  Una delle conseguenze è stato il fatto che hanno sparato al di là del confine contro le basi dell’esercito statunitense di occupazione in Afghanistan e questo ha provocato l’aspra condanna del Pakistan per non essere riuscito a collaborare in una guerra americana  alla quale il Pakistan si oppone fortemente, prendendo la stessa posizione di quando i Russi occupavano l’Afghanistan. Una posizione che allora era stata lodata ed ora viene condannata.

 

La documentazione specialistica e perfino l’ambasciata degli Stati Uniti a Islamabad avvertono che le pressioni sul Pakistan per prendere parte all’invasione statunitense, come anche gli attacchi in Pakistan, stanno “destabilizzando e radicalizzando il Pakistan, con il rischio di una catastrofe geopolitica per gli Stati Uniti e per il mondo che farebbe sembrare  piccola  qualsiasi cosa  dovesse accadere in Afghanistan”, come dice l’analista militare britannico per il Pakistan Anatol Lieven. L’assassinio di bin Laden ha alzato  molto questo rischio in modi che erano ignorati al momento del generale entusiasmo per l’uccisione dei sospetti. I commando statunitensi avevano ordine di combattere per uscire dalla situazione  se fosse stato necessario. Avrebbero avuto sicuramente la protezione aerea e forse altro, nel qual caso ci sarebbe forse stato un grosso scontro con l’esercito pachistano, l’unica istituzione stabile del paese che è profondamente impegnata a difendere la sovranità del Pakistan. Il Pakistan ha un enorme arsenale nucleare che ha la più rapida espansione del mondo.  L’intero sistema è legato con gli Islamisti integralisti che sono un prodotto del forte appoggio Statunitense-Saudita dato al peggiore dei dittatori pachistani, Zia ul-Haq, e al suo programma di integralismo islamico. Questo programma, insieme alle armi nucleari del Pakistan, sono alcune delle eredità di Ronald Reagan. Obama ha ora aggiunto il rischio di esplosioni nucleari a Londra e a New York, se lo scontro avesse portato alla “infiltrazione” di materiali nucleari tra i jiadisti, come si temeva plausibilmente – uno dei molti esempi della minaccia costante di armi nucleari.

 

L’assassinio di bin Laden aveva un nome: “Operazione Geronimo” che ha causato un putiferio  in Messico ed è stata contestata  dalla popolazione indigena degli Stati Uniti.  Altrove però, pochi sembravano comprendere il significato di identificare bin Laden con l’eroico capo degli indiani Apache che aveva guidato la resistenza contro gli invasori, cercando di proteggere il suo popolo dal fato di “quella razza sventurata” che John Quincy Adams ha descritto in modo eloquente. La mentalità imperialista è così profonda che queste cose non possono essere neanche percepite.

 

Ci sono state poche critiche all’Operazione Geronimo – il nome, il modo della sua uccisione e quello che implicava. Tutto questo ha provocato le solite condanne feroci, la maggior parte delle quali non è degna di commento, anche se qualcuna era istruttiva. Quella più interessante  è venuta dal rispettabile commentatore liberale di sinistra, Matthew Yglesias. Ha spiegato pazientemente che “una delle principali funzioni dell’ordine istituzionale internazionale è esattamente di legittimare l’uso della forza militare letale da parte delle potenze occidentali,” e quindi è “incredibilmente ingenuo” indicare che gli Stati Uniti dovrebbero obbedire alla legge internazionale o ad altre condizioni che imponiamo a chi è debole. Le parole non sono una critica, ma un applauso; quindi si possono sollevare soltanto obiezioni dal punto di vista tattico se gli Stati Uniti invadono altri paesi, uccidono e distruggono provocando abbandono, assassinano persone sospette a sua discrezione, e altrimenti adempie ai suoi obblighi di servizio al genere umano. Se le vittime tradizionali vedono considerano la faccenda in modo alquanto diverso, questo semplicemente rivela la loro arretratezza morale e intellettuale. E il critico occidentale occasionale che non riesce a comprendere queste verità fondamentali, può essere liquidato come “scemo”, spiega Yglesias – per caso riferendosi specificamente a  me e io confesso allegramente la mia colpa.

 

Tornando indietro dieci anni fa, dal primo momento è stato chiaro che “l’invasione gloriosa” era tutt’altro. E’stata intrapresa con la consapevolezza che poteva condurre svariati milioni di Afgani sull’orlo della fame e questo è stato il motivo per cui i bombardamenti sono stati aspramente condannati dalle istituzioni umanitarie che sono state costrette a mettere fine alle loro operazioni dalle quali dipendeva la sopravvivenza  di 5 milioni di Afgani. Fortunatamente non è accaduto il peggio, ma soltanto le persone più ottuse dal punto di vista morale non riescono a capire che le azioni sono valutate in termini di conseguenze probabili, non reali. L’invasione dell’Afghanistan non mirava a far cadere il brutale regime talebano, come si è sostenuto in seguito. E’ stato un  ripensamento di cui si è parlato tre settimane dopo l’inizio dei bombardamenti. Il motivo esplicito era che i Talebani non erano disposti a estradare bin Laden  senza prove, che gli Stati Uniti si sono rifiutati di fornire, come si è appreso in seguito, perché praticamente non ne avevano e infatti ancora adesso hanno poco che potrebbe essere valido in un tribunale indipendente sebbene la responsabilità di bin Laden non sia certo in dubbio. I Talebani in effetti hanno fatto delle mosse verso l’estradizione e da abbiamo sempre saputo che c’erano altre opzioni simili, ma sono state tutte messe da parte a favore della violenza  che da allora ha ridotto in pezzi  il paese. Ha raggiunto il suo livello più alto quest’anno che è il decimo  secondo l’ONU, e non si prevede che  diminuisca.

 

Una domanda molto seria che è stata  fatta raramente  allora e per tutto questo tempo, è: c’era un’alternativa alla violenza? Ci sono valide prove che ci fosse. L’attacco dell’11 settembre è stato aspramente condannato all’interno del  movimento jiadista e c’erano buone possibilità di dividere e isolare al-Qaeda. Invece Washington e Londra hanno scelto di seguire il  copione fornito da bin Laden, che aiutava  confermare la sua affermazione che l’Occidente stava attaccando l’Islam e provocando così nuove ondate di terrore.  Michael Scheuer, un importante analista politico della CIA, dal 1996responsabile della caccia a Osama, ha avvertito subito e ha continuato a ripeterlo da allora che “gli Stati Uniti d’America restano l’unico indispensabile alleato di bin Laden.”

 

Queste sono alcune delle conseguenze naturali del rifiuto dell’avvertimento di Muste e  della principale spinta del suo pacifismo rivoluzionario che dovrebbe indirizzarci ad indagare sulle lagnanze  che portano alla violenza e a  occuparsene,  quando sono  legittime, come spesso avviene. Quando si segue quel consiglio, le cose possono andare molto bene. Per anni Londra ha replicato agli atti di terrore dell’IRA con grande violenza, intensificando il ciclo di violenza che ha raggiunto un picco doloroso. Quando invece il governo ha iniziato a dar retta alle lagnanze, la violenza è diminuita e il terrore è di fatto sparito. Ero  a Belfast nel 1993, quando era zona di guerra, e sono tornato l’anno scorso in una città dove c’erano delle tensioni che non erano non certo oltre la norma.

 

Ci sono molte altre cose da dire su quello che chiamiamo il 9/11 e le sue conseguenze, ma non voglio terminare senza almeno citare qualche altro anniversario.  Si dà il caso che proprio adesso sia il 50° anniversario della decisione del Presidente Kennedy  di intensificare il conflitto nel Vietnam del sud con una repressione crudele, che aveva già ucciso decine di migliaia di persone e alla fine aveva suscitato una reazione, che il regime clientelare di Saigon non poteva controllare, all’invasione totale degli Stati Uniti: bombardamenti eseguiti dall’aviazione statunitense, uso del napalm, guerra chimica che ha provocato subito la distruzione dei raccolti per  privare la gente della forza che forniva loro il cibo, e programmi per mandare milioni di sud vietnamiti in veri campi di concentramento dove potevano essere “protetti” dai guerriglieri che,  certamente stavano appoggiando.

 

Non abbiamo tempo di esaminare le spaventose conseguenze di tutto questo e non ci sarebbe alcun bisogno di farlo. Le guerre hanno lasciato tre nazioni devastate, molti milioni di morti, senza contare le infelici vittime dell’enorme assalto bellico fatto con la armi chimiche  che ha provocato conseguenze anche sui bambini che nascono oggi.

 

C’erano poche persone ai margini che  obiettavano – “uomini stravaganti dietro le quinte” “come erano definiti dal Consigliere alla sicurezza Nazionale di Johnson e Kennedy McGeorege Bubdy, ex preside all’Università di Harvard.

 

Un altro anniversario che dovrebbe essere nelle nostre menti oggi è il massacro nel cimitero  di Santa Cruz a Dili, avvenuto proprio 20 anni fa, una delle più pubblicizzate tra le moltissime scioccanti atrocità commesse durante l’invasione indonesiana e l’annessione di Timor Est. L’Australia si era unita agli Stati Uniti per garantire il riconoscimento formale all’occupazione dell’Indonesia dopo la sua invasione che era stata  di fatto un  genocidio.  Il Dipartimento di stato degli Stati Uniti ha spiegato al Congresso nel 1982 che Washington riconosceva sia l’occupazione indonesiana che il regime della “Kampuchea Democratica” (Cambogia) degli Khmer Rossi. La giustificazione che venne fornita era che “indubbiamente” i Khmer Rossi “rappresentavano meglio il popolo cambogiano di quanto il partito Fretilin rappresentasse  il popolo di Timor” perché “in Cambogia fino dall’inizio c’è stata questa continuità,”, cioè dal 1975, quando i Khmer Rossi hanno preso il potere.

 

I mezzi di informazione e i commentatori politici sono stati abbastanza cortesi da far languire nel silenzio tutte questi eventi, un’impresa non trascurabile.

 

Pochi mesi prima del massacro di Santa Cruz, il Ministro degli Esteri Garreth Evans ha fatto le sue famose dichiarazioni eliminando le preoccupazioni per l’invasione omicida e  per l’annessione con il motivo che “il mondo è un posto abbastanza ingiusto…disseminato ..di  esempi di acquisizioni fatte con la forza,” quindi possiamo distogliere lo sguardo mentre crimini terrificanti continuano con il forte appoggio delle potenze occidentali. Non proprio distogliere lo sguardo, perché nello stesso momento  Evans stava trattando il furto dell’unica risorsa di Timor Est con il suo socio Ali Alatas, il ministro degli  Esteri indonesiano, producendo quello che sembra essere l’unico documento ufficiale dell’Occidente che riconosce Timmo Est come una provincia indonesiana.

 

Anni dopo, Evans dichiarava che “rifiuto assolutamente l’idea che avessimo qualche cosa di cui rispondere dal punto di vista morale o comunque   di modi diversi da quelli con cui abbiamo condotto le relazioni  tra Indonesia e Timor Est,” – una posizione che può essere adottata e perfino rispettata, da coloro che risultano vittoriosi.  Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna una domanda del genere non si fa neanche nella società molto educata.

 

E’ solo giusto aggiungere che, in netto contrasto, molta della popolazione Australiana e dei mezzi di informazione, erano in prima linea a esporre e a opporsi a quei crimini che sono tra i peggiori dell’ultimo mezzo secolo. Nel 1999, quando i crimini hanno subito una nuova intensificazione, hanno un avuto un ruolo importante nel convincere il presidente degli Stati Uniti Clinton  che in settembre doveva informare i generali indonesiani che il gioco era finito e a quel punto essi si sono immediatamente ritirati permettendo alla forza di pace guidata dagli Australiani di entrare.

 

Anche in questo caso  ci sono delle lezioni per il pubblico. Gli ordini di Clinton avrebbero potuto essere rilasciati in qualsiasi momento degli ultimi 25 anni, ponendo fine ai crimini. Lo stesso Clinton avrebbe potuto rilasciarli 4 anni prima, nel 2005, quando il generale Suharto è stato accolto a Washington come “il tipo di persona che fa per noi”. Gli stessi ordini si sarebbero potuti dare 20 anni prima, quando Henry Kissinger diede “la luce verde” e l’ambasciatore all’ONU Patrick  Moynihan espresse il suo orgoglio per aver reso la Nazioni Unite “assolutamente inefficaci” per qualsiasi misura atta a dissuadere l’invasione indonesiana; egli fu in seguito riverito per la sua coraggiosa difesa della legge internazionale.

 

Non poteva certo esserci  una rappresentazione più dolorosa delle conseguenze  del fatto di non aver seguito la lezione di Muste. Dovremmo aggiungere che in una vergognosa esibizione di subordinazione al potere, alcuni rispettabili intellettuali occidentali si sono abbassati al punto di descrivere questo vergognoso resoconto come una rappresentazione eccezionale della norma umanitaria del “diritto di proteggere.”

 

Coerente con il “pacifismo rivoluzionario”, la Fondazione per la pace di Sidney ha sempre dato importanza alla la pace con la giustizia. Le richieste di giustizia possono non realizzarsi molto tempo dopo che la pace è stata dichiarata. Il massacro di Santa Cruz di 20 anni fa può servire come  rappresentazione di questo. Un anno dopo il massacro, le Nazioni Unite hanno adottato la Dichiarazione di protezione di Tutte le Persone oggetto di  sparizione forzata, che afferma che “Gli atti che costituiscono la sparizione forzata saranno considerati come un reato continuo  fino a quando gli esecutori continueranno a nascondere la sorte e il luogo dove si trovano   le persone che sono sparite e fino a quando che questi fatti non saranno chiariti”. Il massacro è quindi un crimine  continuo: il destino di chi sparisce è sconosciuto, e gli autori dell’crimine non sono stati portati davanti alla giustizia, compresi coloro che  continuano a nascondere i reati di complicità e di partecipazione. E’ soltanto un’indicazione di quanta strada dobbiamo fare per elevarci a un livello rispettabile di comportamento civile.

 

 

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

URL: http://www.zcommunications.org/2011-city-of-sydney-peace-prize-lecture-by-noam-chomsky

 

Fonte: Sydney Peace Blog

 

 

 

Traduzione di Maria Chiara Starace

 

© 2011 ZNETItaly–Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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