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di Deena Stryker – 6 novembre 2011

Un trasmissione di un programma radio italiano sulla rivoluzione in corso il Islanda è un esempio sbalorditivo di quanto poco i nostri media ci dicano del resto del mondo. I cittadini statunitensi ricorderanno che all’inizio della crisi finanziaria del 2008 l’Islanda fece letteralmente bancarotta. I motivi furono citati solo di passaggio e da allora questo membro poco conosciuto dell’Unione Europea è ricaduto nell’oblio.

Mentre un paese europeo dopo l’altro fallisce o rischia di fallire, mettendo in pericolo l’euro, con ripercussioni nel mondo intero, l’ultima cosa che i poteri al comando vogliono è che l’Islanda si trasformi in un esempio. Ecco perché:

Cinque anni di puro regime neoliberale hanno reso l’Islanda (popolazione 320.000, niente esercito) uno dei paesi più ricchi del mondo. Nel 2003 tutte le banche del paese furono privatizzate e, nel tentativo di attirare investitori stranieri, hanno offerto servizi bancari online i cui minimi costi permisero loro di offrire tassi relativamente altri di profitto. I conti, chiamati IceSave, attirarono molti piccoli investitori inglesi e danesi. Ma con il crescere degli investimenti crebbe anche il debito estero delle banche.

Nel 2003 il debito dell’Islanda era pari a 200 volte il suo PIL, ma nel 2007 era pari al 900 per cento. Nel 2008 la crisi finanziaria mondiale è stata il colpo di grazia. Le tre principali banche islandesi, Landbanki, Kapthing e Glitnir hanno perso l’85% del loro valore rispetto all’euro. Alla fine dell’anno l’Islanda ha dichiarato bancarotta.

Contrariamente a quel che ci si poteva aspettare, la conseguenza della crisi è stata che gli islandesi hanno recuperato i loro diritti sovrani attraverso un processo di democrazia diretta partecipativa che alla fine ha portato a una nuova Costituzione. Ma solo dopo molta sofferenza.

Geir Haarde, il primo ministro di un governo socialdemocratico di coalizione, ha negoziato un prestito da 2,1 miliardi di dollari al quale i paesi nordici hanno aggiunto altri 2,5 miliardi. Ma la comunità finanziaria straniera ha sollecitato l’Islanda a imporre misure drastiche. Il FMI e l’Unione Europea volevano rilevare il suo debito affermando che era l’unico modo attraverso il quale il paese rimborsasse l’Olanda e l’Inghilterra, che avevano promesso di rimborsare i propri cittadini.

Le proteste e i tumulti sono continuati, costringendo alla fine il governo a dimettersi. Le elezioni sono state anticipare ad aprile 2009 e sono sfociate in una coalizione di sinistra che ha condannato il sistema economico neoliberale, ma ha immediatamente ceduto alle sue richieste che l’Islanda rimborsasse un totale di 3,5 miliardi di euro.  Ciò corrispondeva a pretendere che ogni  cittadino islandese pagasse 100 euro al mese (o circa 130 dollari) per quindici anni, al tasso d’interesse del 5,5%, per rimborsare un debito assunto da soggetti privati nei confronti di altri soggetti privati. E’ stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  [Nell’originale: ‘è stata la paglia  che ha spezzato la schiena della renna’ variazione del proverbio arabo ‘la paglia che spezza la schiena del cammello’ – n.d.t.]

Quel che è accaduto dopo è stato straordinario. L’idea che i cittadini dovessero pagare per gli errori di un monopolio finanziario, che una nazione intera dovesse essere tassata per rimborsare debiti privati è stata demolita, trasformando il rapporto tra i cittadini e le loro istituzioni politiche e portando alla fine i leader islandesi dalla parte del loro elettorato. Il Capo dello Stato, Olafur Ragnar Grimmson, si è rifiutato di ratificare la legge che avrebbe reso i cittadini islandesi responsabili dei debiti dei propri banchieri, e ha accettato le richieste di un referendum.  

Ovviamente la comunità internazionale non ha fatto che aumentare le pressioni sull’Islanda. L’Inghilterra e l’Olanda hanno minacciato tremende rappresaglie che avrebbero isolato il paese. Mentre gli islandesi andavano al voto, i banchieri stranieri hanno minacciato di bloccare qualsiasi aiuto del FMI. Il governo inglese ha minacciato di congelare i depositi e i conti correnti islandesi. Come ha detto Grimmson: “Ci venne detto che se rifiutavamo le condizioni della comunità internazionale saremmo diventati la Cuba del nord. Ma se avessimo accettato saremmo diventati l’Haiti del nord.” (Quante volte ho scritto che quando i cubani osservano la situazione orribile del loro vicino, Haiti, si considerano fortunati!)

Nel referendum del marzo 2010 il 93% ha votato contro il rimborso del debito. Il FMI ha immediatamente congelato il suo prestito. Ma la rivoluzione (anche se non trasmessa in televisione negli Stati Uniti) non si è fatta intimidire. Con il sostegno della cittadinanza furiosa il governo ha lanciato indagini civili e penali sui responsabili della crisi finanziaria. L’Interpol ha emesso un mandato internazionale d’arresto per l’ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson, mentre gli altri banchieri implicati nel crollo fuggivano dal paese.

Ma gli islandesi non si sono fermati qui: hanno deciso di stilare una nuova Costituzione che liberi il paese dal potere esagerato della finanza internazionale e del denaro virtuale. (Quella in suo era stata scritta quando l’Islanda conquistò l’indipendenza dalla Danimarca, nel 1918; l’unica differenza con la costituzione danese era che il termine “presidente” sostituiva il termine “re”.)

Per scrivere la nuova costituzione, il popolo islandese ha eletto venticinque cittadini tra 522 adulti  non appartenenti ad alcun partito politico ma raccomandati almeno da trenta cittadini.  Questo documento non è stato il lavoro di un pugno di politici, ma è stato scritto su internet.  Le riunioni dei costituenti sono trasmesse in rete e i cittadini possono inviare i loro commenti e suggerimenti, assistendo al documento mentre prende forma. La costituzione che alla fine emergerà da questo processo democratico partecipativo sarà sottoposta per l’approvazione al parlamento dopo le prossime elezioni.

Alcuni lettori ricorderanno che il collasso agrario dell’Islanda del nono secolo è stato descritto nel libro di Jared Diamond dallo stesso titolo. Oggi il paese sta recuperando dal proprio collasso finanziario in modi esattamente opposti a quelle considerati generalmente inevitabili, come è stato confermato ieri dal nuovo capo del FMI, Christine Lagarde a Fareed Zakaria.  Al popolo greco è stato detto che la privatizzazione del suo settore pubblico è l’unica soluzione. E i popoli dell’Italia, della Spagna e del Portogallo si stanno confrontando con la stessa minaccia.

Dovrebbero guardare all’Islanda. Rifiutandosi di piegarsi a interessi stranieri, quel piccolo paese ha dichiarato forte e chiaro che la sovranità è del popolo.

E’ per questo che non se ne parla più sui media.

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo http://www.zcommunications.org/why-iceland-should-be-in-the-news-but-is-not-by-deena-stryker

Fonte: Sacsis.org

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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