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di Eric Walberg  – 6 novembre 2011

La Campagna Popolare per Abbattere il Debito dell’Egitto è stata lanciata il 31 ottobre all’Unione Giornalisti, con un colorato gruppo di oratori che comprendeva il redattore capo del Centro Al-Ahram per gli Studi Politici e Strategici, Ahmed Al-Naggar, il capo del Sindacato Indipendente, Kamal Abbas, il leggendario crociato anticorruzione, Khaled Ali e il capo della campagna gemella tunisina, dottor Fathi Chamki.

Il moderatore, Wael Gamal, un giornalista finanziario, ha descritto come egli e un nucleo di rivoluzionari abbiano iniziato, dopo il 25 febbraio, la campagna con una pagina Facebook, DropEgyptDept.  L’offerta del Fondo Monetario Internazionale, a giugno, di un finanziamento multimiliardario in dollari è stata come il drappo rosso davanti a un toro per Gamal, e la loro campagna si è messa davvero in moto dopo di ciò, culminando nel lancio formale di questa settimana, giusto mentre sta salendo la febbre elettorale.

“Il solo servizio del debito egiziano [il pagamento delle rate – n.d.t.] costa quasi 3 miliardi all’anno, più di tutte le sovvenzioni alimentari di cui insiste a parlare il FMI, più della nostra spesa sanitaria” ha affermato con rabbia Gamal. “Siamo gravati da un debito di 35 miliardi di dollari nei confronti di banche straniere, per la maggior parte frutto di indebitamenti del regime di Hosni Mubarak, nessuno dei quali per aiutare il popolo.”

Ali  ha spiegato le basi della campagna che non sollecita la cancellazione totale del debito bensì una revisione riga per riga dei termini e dell’utilizzo dei finanziamenti per stabilire: se il finanziamento è stato perfezionato con il consenso del popolo egiziano, se serve agli interessi del popolo e in quale misura è stata sprecato attraverso la corruzione.  Ha spiegato che le istituzioni finanziatrici straniere, quando lo hanno inondato di denaro,  sapevano perfettamente che Mubarak era un dittatore che conduceva elezioni fasulle e dunque non rifletteva la volontà del popolo e devono essere loro a subirne le conseguenze, non il popolo egiziano.

Queste sono condizioni internazionalmente accettate alla base della pratica legittima del ripudio del “debito odioso”, che è stata utilizzata dagli Stati Uniti (anche se sottovoce) nel 2003 per stracciare il debito iracheno, e dall’Ecuador nel 2009. “L’Ecuador ha avuto una rivolta molto simile alla nostra rivoluzione e dopo le successive elezioni il presidente ha formato un comitato di revisione ed è riuscito a cancellare due terzi dei 13 miliardi di dollari di debito,” ha osservato Gamal, lasciando il pubblico a meditare su cosa un governo davvero rivoluzionario in Egitto potrebbe fare per il settore sanitario e per l’occupazione.

Al-Naggar ha raccontato come i finanziamenti abbiano sostenuto l’economia mentre essere veniva sconvolta dal programma di privatizzazioni del Fondo Monetario Internazionale dal 1990 in poi, consentendo a società straniere e ai compari di Mubarak di intascare centinaia di milioni di dollari e di farli sparire all’estero.  Nel contempo gli investimenti che riuscivano a sgocciolar giù dai prestiti andavano a finanziare progetti di infrastrutture di prestigio come l’ampliamento dell’aeroporto del Cairo, crivellato dalla corruzione e che serve loro l’élite egiziana.  Virtualmente tutti i prestiti di quel periodo dovrebbero essere considerati suscettibili di cancellazione.

Nessun dirigente governativo si è degnato di presentarsi, o ha osato farlo, alla conferenza. Al contrario, il Ministro egiziano delle Finanze, Hazem Al-Biblawi, ha detto ad Al-Sharouk che essa diffamava l’Egitto agli occhi del mondo, affermando: “come nel proverbio, ‘sembra all’esterno una benedizione, ma dentro vi è l’inferno’”.

Sia Gamal sia Al-Naggar hanno criticato Biblawi per aver distorto il loro intento, che non è dipingere l’Egitto come alla bancarotta, come la Grecia, ma di trasferire l’onere dei cattivi prestiti alle parti responsabili, i finanziatori, e aiutare così la rivoluzione. “E’ la controrivoluzione che scredita l’Egitto. E sono quelli del vecchio regime, che hanno ricevuto i finanziamenti, li hanno mal utilizzati e ora cercano di screditare la rivoluzione.  La comunità internazionale dovrebbe spontaneamente cancellare i presiti odiosi, se vuole che la rivoluzione abbia successo” ha esortato Al-Naggar.

L’entusiasmo e il senso di determinazione alla conferenza sono stati contagiosi. In effetti questa campagna è senza dubbio la chiave per stabilire se la rivoluzione ha successo o meno. Ma richiede una spina dorsale politica che solo un governo eletto può sperare di raccogliere.  Lo strisciare di Al-Bablawi – questa settimana ha ospitato un’altra missione del FMI – sembra più la prestazione di qualcuno dell’era Mubarak, non di qualcuno delegato a proteggere la rivoluzione.  Ha dato il benvenuto alla delegazione e alla “possibilità che essa offra aiuto all’Egitto”.

Al-Naggar ha puntualizzato che lo scopo del FMI non è di aiutare il popolo egiziano, bensì di legare il governo ai dettati internazionali.  Le agenzia di valutazione [rating] partecipano a questo, declassando il merito di credito dell’Egitto dopo la rivoluzione.  Perché? Perché l’Egitto è meno democratico? O perché sarà più difficile ingolfare l’Egitto con nuovi finanziamenti a vantaggio delle società occidentali e mantenere il governo egiziano allineato all’agenda politica occidentale?  “Il silenzio è d’oro”, Al-Naggar ha consigliato Biblawi, intendendo “Se non hai qualcosa di valido da dire, non dire nulla.”

Chamkhi ha portato il calore tunisino a questa riunione, anche se ha ulteriormente acceso l’uditorio spiegando come lo schema del debito occidentale è la diretta conseguenza del colonialismo del diciannovesimo secolo. Ha raccontato come la Francia ha colonizzato la Tunisia, l’ha derubata della miglior terra agricola e poi come il quasi indipendente governo del 1956 ha dovuto sottoscrivere prestiti francesi per riacquistare la terra che la Francia aveva rubato, vincolando così di nuovo la Tunisia a una nuova forma di colonialismo.  Il debito estero è realmente esploso con la cleptocrazia di  Zine Al-Abidine Ben Ali, proprio come è successo in Egitto sotto Mubarak.  Chamki ha eloquentemente espresso come “i debiti non sono per il nostro sviluppo, ma per renderci poveri. Per creare una dittatura del debito.”

Le prime elezioni democratiche della Tunisia hanno portato al Congresso per la Repubblica, che appoggia la campagna di revisione del debito, 30 seggi.   Sinora in Egitto, secondo l’organizzatrice Salmaa Hussein, il Tagammu, i Nasseriani e il Karama appoggiano i loro sforzi, insieme con i promettenti candidati alla presidenza Hamdeen Sabhi e Abdul Monem Abul Fotouh.

C’è una campagna internazionale che data dagli anni ’90, il movimento Giubileo 2000 per la liberazione dal debito, e la conferenza del Cairo ha saputo di un rapporto da Londra sugli sforzi per conto di molti paesi del terzo mondo – che ora includono Egitto e Tunisia – da parte di inglesi dotati di senso civico.  Il successo delle storie della Primavera Araba ha ora un nucleo deciso e politicamente accorto di attivisti che sanno come stanno le cose e che eserciteranno pressioni sui rispettivi governi rivoluzionari per ripudiare i debiti dei regimi corrotti che hanno rovesciato a costo di centinaia di vite.  Come ha urlato il fiero capo del Sindacato Indipendente, Abbas, aggiungendo una frase appropriata allo slogan rivoluzionario dell’Egitto: “Abbattiamo il regime, abbattiamo i suoi debiti!”

Eric Walberg scrive per Al-Aram Weekly, http://weekly.ahram.org.eg/ . Può essere raggiunto a http://ericwalberg.com/ . Il suo ‘Postmodern Imperialism: Geopolitics and the Great Games’ [L’imperialismo postmoderno: la geopolitica e i grandi giochi] è disponibile presso http://claritypress.com/Walberg.html

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/egypt-to-imf-topple-their-debts-by-eric-walberg

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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