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di Serge Halimi  – 5 novembre 2011

Le proteste di Occupy Wall Street negli Stati Uniti sono anche dirette contro i rappresentanti della Street nel Partito Democratico e alla Casa Bianca.  I manifestanti probabilmente non sanno che in Francia i socialisti tuttora considerato esemplare Barack Obama perché, da presidente, diversamente dal Presidente Sarkozy, ha avuto la preveggenza di agire contro le banche.  C’è un malinteso? Quelli che non sono  disponibili o non sono in grado  di attaccare i pilastri dell’ordine neoliberale (finanziarizzazione, globalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci) sono tentati di personalizzare il disastro, di attribuire la crisi del capitalismo a pianificazione scadente o a cattiva gestione da parte di propri oppositori politici.  In Francia si tratta di Sarkozy, in Italia di Berlusconi, in Germania della Merkel; sono loro da condannare.  E altrove?

Altrove, e non solo negli Stati Uniti, dirigenti politici da lungo tempo considerati modelli dalla sinistra moderata si confrontano anch’essi con folle arrabbiate.  In Grecia, il presidente dell’Internazionale Socialista, George Papandreu, sta perseguendo una politica di estrema austerità; privatizzazioni, tagli ai dipendenti pubblici, e consegna della sovranità economica e sociale a una “troika” ultra-neoliberale (1). La condotta dei governi spagnolo, portoghese e sloveno ci ricorda che il termine “sinistra” è ormai così svuotato che non è più associato ad alcun contenuto politico specifico.

L’attuale portavoce del Partito Socialista Francese spiega molto chiaramente  la situazione impossibile della socialdemocrazia europea: nel suo nuovo libro Tourner la page , Benoit Hamon scrive: “Nell’Unione Europea, il Partito Socialista Europeo è storicamente associato, mediante il compromesso che lo collega alla Democrazia Cristiana, alla strategia della liberalizzazione del mercato interno e alle sue implicazioni per i diritti sociali e i servizi pubblici.  Governi socialisti hanno negoziato le misure d’austerità che l’Unione Europea e il Fondo Monetario Internazionale hanno voluto. In Spagna, Portogallo e Grecia  l’opposizione alle misure d’austerità è naturalmente diretta contro il Fondo Monetario Internazionale e la Commissione Europea, ma anche contro i governi socialisti … Parte della sinistra europea non nega più che sia necessario, come [ritiene] la destra europea, sacrificare lo stato sociale al fine di equilibrare il bilancio e compiacere i mercati … Abbiamo bloccato la marcia del progresso in numerose parti del mondo. Non posso rassegnarmi a questo.” (2)

Altri pensano che lo svilimento sia irreversibile perché è collegato alla trasformazione dei socialisti europei in un’aristocrazia e per la loro mancanza di contatto con il mondo del lavoro.

Il Partito Brasiliano del Lavoro (PT), un partito in genere moderato, ritiene che la sinistra latinoamericana dovrebbe sostituirsi alla sinistra del Vecchio Mondo, troppo capitalistica, troppo atlanticista, e non convincente nella sua pretesa di difendere gli interessi del popolo: “La dirigenza ideologica della sinistra si sta trasferendo in un’altra parte del mondo” secondo un documento per il Congresso del PT di settembre. “Il Sud America è l’esempio saliente (vedasi Latin America Pink Tide [La marea rosa dell’America Latina]) … La sinistra dei paesi europei, che ha avuto una così grande influenza sulla sinistra mondiale dagli inizi del diciannovesimo secolo, non è più riuscita a produrre una risposta adeguata alla crisi e sembra capitolare alle forze del neoliberalismo.” (3)  Il declino dell’Europa può anche segnalare la fine dell’influenza ideologica del continente in cui sono nati i sindacati, il socialismo e il comunismo. L’Europa appare ora più rassegnata di altri alla propria fine.

Una cerimonia rituale

E’ tutto finito? Gli elettori e i militanti di sinistra interessati al contenuto più che all’etichetta possono sperare di combattere la destra (anche nei paesi occidentali) quando i partiti per i quali votano si sono convertiti al neoliberalismo ma conservano il potere di vincere le elezioni?  E’ diventata una cerimonia rituale: la distinzione tra la sinistra riformista e i conservatori viene mantenuta durante la campagna elettorale mediante un’illusione ottica.  Poi, se ne ha l’opportunità, la sinistra governa il paese esattamente come i propri oppositori, facendo attenzione a non turbare l’ordine economico.

La maggior parte dei candidati di sinistra con un occhio a un posto nel governo insiste sul fatto che il cambiamento sociale è necessario, persino urgentemente necessario.  Ma per realizzare tale cambiamento devono vedere in ciò qualcosa di più di uno slogan elettorale e devono vincere le elezioni.  Ed è in quel preciso momento che la sinistra moderata fa la paternale ai “radicali” e agli altri “protestatari”.  Non si  attende un “grande dibattito” (vedasi The US left’s great debate, pag. 12 [Il grande dibattito nella sinistra USA]) né  sogna una società alternativa molto lontana dal mondo, abitata da gente eccezionale.  Per citare il dirigente socialista francese Francois Hollande, non intende “opporsi anziché tentare, frenare anziché agire, resistere invece che conquistare.” Crede che “non battere la destra significa mantenerla in vita, e questo significa sceglierla” (4).  La sinistra radicale preferirebbe, nelle parole di Hollande, “sfruttare ogni rabbia al massimo possibile” invece che “optare per il realismo” (5).

La sinistra al governo ha una briscola: ha dietro di sé, qui ed ora, gli elettori e ha una squadra professionale e impaziente di insediarsi. Ma la vittoria sulla destra non è un sostituto di un programma.  Una volta che le elezioni sono vinte, le strutture già in essere, nazionali, europee o internazionali, probabilmente limiteranno il desiderio di cambiamento espresso nel corso della campagna elettorale.  Negli USA, Obama ha potuto affermare che i gruppi di pressione dell’industria e le mosse di blocco dei Repubblicani al Congresso hanno tolto linfa allo spirito proattivo del governo (“Yes, we can” [Sì, possiamo]) nonostante il sostegno popolare.

Altrove i governi di sinistra hanno spiegato la propria prudenza, o la propria codardia, con discorsi sui limiti e sui problemi ereditati (un settore produttivo non competitivo a livello internazionale, un alto livello del debito) che hanno lasciato scarso spazio di manovra.  Come disse nel 1992 Lionel Jospin: “La nostra vita pubblica è dominata da una strana dicotomia. Da un lato il governo [socialista] è biasimato per la disoccupazione, i problemi nelle periferie, il malcontento sociale, l’estremismo della destra e la disperazione della sinistra.  Dall’altro, viene sollecitato a non abbandonare una politica economico-finanziaria che rende molto difficile gestire questi problemi” (6).

Le sue parole suonano oggi attuali e pertinenti. I socialisti le ricordano ogni volta che argomentano a favore del voto tattico: se la sinistra perde le prossime elezioni, la destra vittoriosa scatenerà immediatamente riforme neoliberali, privatizzazioni, freni ai diritti sindacali, tagli alla spesa pubblica che distruggeranno gli strumenti che potrebbero modellare una nuova politica. Di qui il voto tattico alla sinistra moderata.  E tuttavia ci possono essere lezioni da ricavare dalle sconfitte. Benoit Hamon ammette che in Germania “il risultato delle elezioni parlamentari [del settembre 2009], in cui la percentuale dei voti allo SPD (23%) è stata la più bassa da cent’anni a questa parte, ha convinto la dirigenza che era necessario un cambiamento di direzione” (7).

Analisi politiche ugualmente modeste sono state condotte in Francia dopo la sconfitta socialista del 1993 e in Inghilterra dopo la (parziale) vittoria dei Conservatori nel 2010.  Lo stesso processo probabilmente si ripeterà  presto in Spagna e in Grecia, visto che è improbabile che i governi socialisti attribuiscano la loro imminente sconfitta a politiche rivoluzionarie.  Difendendo Papandreou, la parlamentare socialista greca Elena Panaritis ha citato un esempio inatteso: “A Margaret Thatcher ci sono voluti undici anni per completare le sue riforme in un paese in cui i problemi strutturali non erano così gravi.  Il nostro programma è andato avanti per soli 14 mesi” (8). Ovvero: Papandreou è meglio della Thatcher.

Uscire da questo circolo vizioso significa elencare le condizioni necessarie per mettere in riga la globalizzazione finanziaria. C’è un problema immediato: data la pletora di meccanismi sofisticati che hanno collegato lo sviluppo economico nazionale alla speculazione capitalista negli ultimi 30 anni, anche una politica di riforme relativamente morbida (correggere le tasse non eque, aumentare il potere d’acquisto, conservare il bilancio dell’istruzione) richiede ora significative rotture con il passato sia con l’attuale ordine europeo sia con le precedenti politiche socialiste.

Partiremo male se non rivedremo l’”indipendenza” della Banca Centrale Europea (garantita dai trattati europei che la sua politica monetaria non sarà assoggettata al controllo democratico); se non introdurremo flessibilità nel patto di stabilità e di crescita (che, in una crisi, soffoca una strategia proattiva per gestire la disoccupazione); se non condanneremo l’alleanza liberale-socialdemocratica nel parlamento europeo (che ha portato i socialdemocratici a sostenere Mario Draghi, ex vicepresidente e amministratore delegato della Goldman Sachs, come candidato al posto di presidente della BCE) e se non affronteremo il libero scambio (la politica preferita dalla Commissione Europea) e la revisione del debito pubblico (per evitare di rimborsare speculatori che hanno scommesso contro i paesi più deboli dell’eurozona) (9).

La partita può addirittura essere persa prima di cominciare. Non c’è motivo di credere che Francois Hollande in Francia, Sigmar Gabriel in Germania o Ed Miliband in Inghilterra riusciranno dove hanno fallito Obama, Josè Luis Zapatero e Papandreou.  Immaginare, come spera Massimo d’Alema, che “un’alleanza che ponga l’unione politica dell’Europa al centro della propria politica ravviverà il movimento progressista” (10) è un sogno. Nell’attuale situazione politica e sociale, un’Europa federale rafforzerebbe i già soffocanti meccanismi neoliberali e ridurrebbe il potere sovrano del popolo trasferendolo a organismi tecnocratici ombra. La moneta e il commercio sono già stati federati.

Comunque, fino a quando i partiti della sinistra moderata continueranno a rappresentare la maggior parte degli elettori progressisti, o perché essi appoggiano le politiche di tali partiti o perché essi credono che tali politiche offrano la sola prospettiva di cambiamento nell’immediato futuro, entità politiche più radicali resteranno relegate a piccole parti o saranno mandate dietro le quinte.  Persino con il 15% dei voti, 44 parlamentari, quattro ministri e un’organizzazione che comprendeva decine di migliaia di militanti, il Partito Comunista Francese (PCF) non ha mai influenzato le politiche pubbliche, economiche e finanziarie di Francois Mitterand tra il 1981 e il 1984. Il partito di Rifondazione Comunista in Italia, intrappolato in un’alleanza con partiti di centrosinistra, ha fallito e non ispira; il suo scopo era di evitare, a ogni costo, che Berlusconi tornasse, ma egli tornato comunque, più tardi.

In Francia il Fronte della Sinistra (che comprende il PCF) spera di sconfiggere la tendenza. Esercitando pressioni sul PS spera di contribuire a sfuggire alla tirannia del passato.  Può sembrare un’illusione, persino disperata. Ma, anche se in questo c’è più che la forza elettorale relativa e le costrizioni istituzionali, ci sono anche alcuni precedenti storici.  Nessuna delle grandi conquiste sociali del Fronte Popolare (ferie pagate, la settimana di 40 ore) erano incluse nel modesto programma della coalizione che vinse nell’aprile-maggio 1936; furono gli scioperi di giugno che costrinsero i datori di lavoro francesi ad accettarle.

Quella, comunque, non è soltanto una storia dell’irresistibile forza di un movimento sociale e della pressione che impose a partiti di sinistra timidi e spaventati.  Fu la vittoria elettorale del Fronte Popolare  che diede il via alla rivolta sociale, dando ai lavoratori la sensazione che non sarebbero più stati repressi dalla polizia e dai padroni, come erano stati prima.  Presero coraggio, ma sapevano anche che i partiti per i quali avevano votato non avrebbero dato loro nulla se non vi fossero stati costretti. Di qui la vincente ma rara dialettica tra elezioni e mobilitazione, cabine elettorali e fabbriche. Come stanno le cose ora, un governo di sinistra risparmiato da tale pressione convolerebbe immediatamente a solide nozze  con i tecnocrati, che conoscono solo il neoliberalismo.  La loro ossessione consisterebbe nell’averla vinta sulle agenzie di rating, che immediatamente abbasserebbero la valutazione di qualsiasi paese che perseguisse una genuina politica di sinistra.

E allora, attaccare con audacia o attenersi alla linea  e impantanarsi immediatamente?   I rischi dell’attacco (isolamento, inflazione, declassamento) sono inculcati in noi.  Ma che dire dei rischi di mettersi in riga?  Esaminando la situazione dell’Europa negli anni ’30, lo storico Karl Polanyi ha ricordato che “l’impasse raggiunta dal capitalismo liberale” aveva portato certi paesi a “una riforma dell’economia di mercato ottenuta al prezzo dello sradicamento di tutte le istituzioni democratiche” (11).  Persino Michel Rocard, un socialista estremamente moderato, è allarmato da tale prospettiva: imporre condizioni più dure ai greci potrebbe tradursi nella fine della democrazia greca. “Considerata la rabbia che proverà il popolo” ha scritto il mese scorso, “è dubbio se un qualsiasi governo greco possa reggere senza il sostegno dell’esercito.  Questa triste osservazione si applica probabilmente anche al Portogallo e/o all’Irlanda e/o ad altri, più grandi, paesi.  Sin dove ci si spingerà?” (12).

La repubblica del centro ha dietro di sé istituzioni e media, ma vacilla.  La competizione  è aperta tra un duro autoritarismo neoliberale e una rottura con il capitalismo.  Sembrano cose ancora lontane. Ma quando la gente smette di credere a un gioco politico in cui i dadi sono truccati, quando vede che i governi sono spogliati della loro sovranità, quando chiede che le banche siano messe in riga, quando si mobilita senza sapere dove porterà la sua rabbia, allora la sinistra è ancora molto attiva.

Note

(1)  Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale

(2) Benoit Hamon, Tourner la page, Flammarion, Parigi, 2011,   pagg. 14-19

(3) AFP, 4 settembre 2011

(4) Francois Hollande, Devoirs de verité, Stock, Parigi, pagg. 91 e 206.

(5) Ibidem, pagg. 51 e 43

(6) Lionel Jospin, “Reconstruire la Gauche”, Le Monde, 11 aprile 1992

(7) Benoit Hamon, op.cit. pag. 180

(8) Citato da Alain Salles “L’odyssée de Papandréou”, Le Monde, 16 settembre 2011.

(9) Leggere “ Quand la gauche renoncait au nom de l’Europe”, Le Monde diplomatique, giugno 2005.

(10) Massimo D’Alema, “Le succès de la gauche au Danemark annonce un renouveau européen”, Le Monde, 21 settembre 2011.

(11)  Karl Polanyi, La Grande Transformation, Gallimard, Paris, 1983, p. 305. [In italiano, “La grande trasformazione”, Einaudi, 2010 http://www.einaudi.it/libri/libro/karl-polanyi/la-grande-trasformazione/978880620560 – n.d.t.]

(12) Michel Rocard, “Un système bancaire à repenser”, Le Monde, 4 ottobre 2011.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/where-did-the-left-go-by-serge-halimi

Fonte:  Le Monde Diplomatique   

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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