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di Dean Baker – 5 novembre 2011

Con la Commissione Europea che sta prendendo in seria considerazione una tassa sulle transazioni finanziarie (a volte chiamata “tassa sulla speculazione”) gli oppositori di una tassa simile stanno innestando le marce alte nella loro campagna.  Ascoltiamo profezie di disastri provenire dall’industria finanziaria e degli economisti suoi amici se l’Unione Europea dovesse imboccare questa strada.

Le affermazioni degli oppositori seguono tre indirizzi:

1.  Non sarà possibile far rispettare la tassa;

2. La tassa sarà semplicemente caricata sui consumatori e perciò non toglierà soldi  al bersaglio previsto, l’industria finanziaria;  

3. Aumenterà i costi dei capitali e perciò rallenterà la crescita.

Ciascuna di queste obiezioni è o del tutto sbagliata o enormemente esagerata.

L’affermazione che le tasse sulle transazioni finanziarie non possono essere fatte rispettare è sconfessata dal fatto che molti paesi – compresi Cina, Hong Kong e Inghilterra – hanno in essere tasse sulle transazioni finanziarie e incassano sostanziose entrate da esse.  In Inghilterra la tassa incassa ogni anno un importo tra lo 0,2 e lo 0,3 per cento del PIL (30-40 miliardi di dollari negli Stati Uniti).  Ciò è ottenuto semplicemente tassando le compravendite di azioni.  Non vengono tassate le obbligazioni, le opzioni, i future o gli altri strumenti derivati che sarebbero assoggettati alla tasse presa in considerazione dalla Comunità Europea.

Inoltre l’Agenzia delle Entrate e delle Dogane di Sua Maestà in Inghilterra riferisce che la tassa sul trasferimento di azioni ha i costi amministrativi più bassi di ogni altra tassa da essa amministrata.  Un fattore che aiuta a far rispettare la legge è che non è possibile disporre della proprietà di azioni a meno che non si sia in grado di dimostrare di aver pagato la tassa.  Questo tipo di creatività può ridurre in modo sostanziale i problemi di rispetto della tassa.

La seconda obiezione è che gli intermediari e gli operatori si limiterebbero a trasferire il costo della tassa sui propri clienti, cosicché sarebbero gli investitori comuni, e non l’industria finanziaria, a  sopportare  molto dell’impatto della tassa. Questa tesi ignora l’economia elementare. Se il prezzo degli scambi aumenterà probabilmente più o meno in linea con la tassa, gli investitori reagiranno scambiando di meno.  C’è una gamma di stime di reattività del volume degli scambi al costo degli stessi; la maggior parte delle ricerche indica che la reattività è alta.

Per semplicità supponiamo che l’elasticità sia pari a uno.  Ciò significa che se i costi degli scambi raddoppiano, allora il volume degli stessi si ridurrà del 50%.  In questo scenario, gli investitori finiranno per non sopportare nessuno dei costi della tassa anche se essa fosse trasferita loro in pieno.  La riduzione del volume dei scambi compenserebbe completamente il più elevato costo per transazione.

In questo contesto è importante ricordare che la finanza è un’attività intermedia, come i trasporti.  In generale non ricaviamo soddisfazione direttamente dalla finanza come faremmo con il cibo, l’intrattenimento o la casa; la finanza è un mezzo volto a un fine.  Ciò significa che se tagliamo della metà gli scambi in reazione a costi per transazione più alti, non c’è alcun evidente impatto negativo sull’economia o la società, a meno che ciò significhi in qualche modo che siamo meno sicuri riguardo ai nostri risparmi o che i capitali siano diretti meno bene ai loro utilizzi migliori.

Sarebbe difficile sostenere che le innovazioni degli ultimi tre decenni abbiano conseguito l’uno o l’altro di questi obiettivi.  Se gli investitori finiscono che rinnovare meno frequentemente i loro portafogli in conseguenza di una tassa sulle transazioni, è difficile vedere un qualsiasi ovvio effetto economico negativo come risultato di ciò.

Ciò porta alla questione finale, che la tassa aumenterà il costo dei capitali e in tal modo ridurrà gli investimenti e la crescita.   Anche se alcuni oppositori della tassa sembrano credere che questo sia un argomento potente, è importante ricordare che le aliquote fiscali di cui si discute si limiterebbero a riportare i costi delle transazioni a quelli che erano 10 o 15 anni fa.

Nessuno nel 1995, o anche nel 1985, sentiva che l’alto costo delle transazioni finanziarie era un impedimento serio alla crescita economica.  Inoltre si incontrerebbero difficoltà per trovare una qualsiasi ricerca economica che dimostri che la netta caduta dei costi di transazione sia stata un principale fattore di spinta alla crescita negli ultimi tre decenni.  Se la caduta dei costi non è stata un fattore importante nell’aumentare i tassi di crescita, allora è difficile vedere come elevare i costi delle transazioni riportandoli ai loro livelli precedenti possa avere un effetto sostanziale nel rallentare la crescita.

E’ anche importante ricordare che se gli scambi fossero ridotti grosso modo in proporzione all’aumento dei costi delle transazioni, allora ci sarebbero scarsi cambiamenti nel costo dei capitali per i richiedenti.  Ci sarebbero meno scambi, ma costi totali delle negoziazioni rimarrebbero grosso modo costanti, il che significa che il costo dei capitali dovrebbe restare grosso modo costante.

Ovviamente le entrate delle tasse devono arrivare da qualche parte e in questo caso provengono dalle rendite conseguite dall’industria finanziaria.  Ci saranno molti meno occupati in tale industria, in conseguenza della tassa. Se ciò non impedisce all’industria di svolgere il suo ruolo essenziale di intermediazione finanziaria, allora la tassa avrà effettivamente reso l’industria più efficiente.  Ciò sarebbe paragonabile a tagliare di un terzo o della metà  il numero delle persone impiegate nell’industria dei trasporti e continuare a essere in grado di spedire i prodotti in modo assolutamente ugualmente rapido.  Chi non appoggerebbe questo?

Ci sono aspetti negativi in ogni tassa e la tassa sulle transazioni finanziarie non fa eccezione.  Tuttavia quando guardiamo ai modi per raccogliere grandi quantità di entrate, o di contenere  i deficit di bilancio o di sostenere nuovi servizi pubblici, è difficile una via migliore della tassa sulle transazioni finanziarie.

 

Dean Baker è codirettore del Centro per le Ricerche Economiche e Politiche  (CEPR – Center for Economic and Policy Research). E’ autore di ‘The End of Loser Liberalism: Making Markets Progressive’ [La fine del liberalismo perdente; rendere progressisti i mercati]. Ha anche un blog “Beat the Press” [Battiamo la stampa] in cui discute della copertura mediatica dei temi economici.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/the-spurious-case-against-a-financial-transactions-tax-by-dean-baker

 

 Fonte: ISN Insights

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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