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di Amnesty International  (ottobre 2011)  TRADUZIONE UFFICIOSA :

 

Amnesty International è un movimento globale con più di 3 milioni di sostenitori, membri ed attivisti in più di 150 paesi e territori che conducono campagne per porre fine a gravi abusi contro i diritti umani.

La nostra visione prevede che tutti godano dei diritti incorporati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e in altri parametri internazionali relativi ai diritti umani.

Siamo indipendenti da ogni governo, ideologia politica, interesse economico e religione e siamo principalmente finanziati dai nostri membri e da donazioni pubbliche.

 

Pubblicato per la prima volta nel 2011 da

Amnesty International Ltd

Peter Benenson House

1 Easton Street

LondonWC1X ODW

United Kingdom

 

© Amnesty International 2011

 

Codice: MDE 19/036/2011 English

Lingua originale: inglese

Stampato da Amnesty International, International Secretariat, United Kingdom

 

Tutti i diritti riservati. Questa pubblicazione è soggetta a diritto d’autore, ma può essere riprodotta con qualsiasi metodo senza compenso a fini di pubblicizzazione, campagne o insegnamento, ma non per rivendita.  Il detentore del diritto d’autore richiede che ogni uso di questo tipo sia registrato presso lo stesso a fini di valutazione dell’impatto. Per la copia in altri contesti o per il riutilizzo in altre pubblicazioni, o per la traduzione o l’adattamento, deve essere ottenuta previa autorizzazione dall’editore e può essere dovuto un compenso. Per richiedere il permesso, o per qualsiasi altra domanda, contattare copyright@mnesty.org

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Amnesty.org

 

 

CONTENUTO

Introduzione

— A proposito di questo documento

Arresti arbitrari

— Africani sub-sahariani e libici neri a rischio

— Presi di mira gli abitanti di Tawargha

Torture e altri maltrattamenti

Discriminazione nel corso della detenzione

— Detenute donne

Assenza di procedura legale

Obblighi della Libia in forza della legge internazionale e nazionale

Conclusioni e raccomandazioni

Note finali

 

 

INTRODUZIONE

 

Le milizie armate degli oppositori di Mu’ammar al-Gheddafi hanno catturato e detenuto circa 2.500 persone nella capitale, Tripoli, e nelle aree circostanti, da quando il Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) ha assunto il controllo di tali aree alla fine di agosto 2011.  Tali detenuti includono soldati di Gheddafi e presunti lealisti, comunemente noti come la “quinta colonna”. Tra di loro vi sono membri dell’Agenzia per la Sicurezza Interna, dei Comitati Rivoluzionari e delle Guardie Rivoluzionarie – organismi collegati alla peggiore repressione del governo di 42 anni del colonnello al-Gheddafi – e “volontari”, inclusi ragazzi (sotto i diciotto anni) che hanno risposta alle chiamate del colonnello al-Gheddafi a unirsi alle sue forze.  Africani sub-sahariani sospettati di essere mercenari rappresentano tra un terzo e la metà dei detenuti di Tripoli, dei suoi sobborghi di Janzur e di Tajura,  e di al-Zawwiya, una città a circa 100 chilometri a ovest di Tripoli.

I prigionieri sono stati detenuti in ex prigioni e in strutture carcerarie improvvisate, quali scuole, sedi di squadre di calcio e appartamenti.  Sono strutture non controllate dal Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani, bensì semplicemente controllate da comitati locali, consigli militari e brigate (kataeb) o dalle Forze Armate della Libia Libera (membri delle forze armate regolari che si sono schierate contro il colonnello Gheddafi e civili che hanno preso le armi).

Le percosse e altri maltrattamenti sono comuni, particolarmente all’atto della cattura e nei primi giorni di detenzione. L’impunità per tali abusi resta radicata.  Detenuti libici e stranieri hanno lamentato torture per mano dei catturatori e delle guardie. Almeno due guardie in due diverse strutture di detenzione hanno ammesso ad Amnesty International di picchiare i detenuti al fine di ottenere più rapidamente “confessioni”. In un centro di detenzione, delegati di Amnesty International hanno rinvenuto un bastone di legno,  una corda e un tubo di gomma del tipo che potrebbero essere stati utilizzati per picchiare i detenuti, anche sulle piante dei piedi, un metodo di tortura noto come falaqa. In un’altra struttura hanno sentito il suono di frustate e grida.

I prigionieri sono trattenuti senza ordini legali e, con rare eccezioni, senza alcun coinvolgimento della Procura Generale, in quanto il sistema giudiziario resta paralizzato.  In almeno due casi noti ad Amnesty International ad al-Zawiya e Tripoli, i dirigenti responsabili delle detenzioni hanno ignorato ordini di rilascio emessi dalla polizia giudiziaria e dalla procura.

In incontri al Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani,  il 10 settembre, presente il Ministro facente funzioni al-Allagi, dirigenti del Consiglio Nazionale Transitorio (NTC)  hanno ribadito il loro impegno a riformare il sistema giudiziario e hanno assicurato che le incriminazioni e i processi avranno un corso normale senza altri ritardi. Il presidente del NTC Mustafa Mohammed Abduljalil aveva fornito assicurazioni simili in un incontro con delegati di Amnesty International nel maggio 2011. Comunque, anche a Bengasi, finita sotto il controllo del NTC a febbraio, i processi a persone detenute dai sostenitori del NTC devono ancora cominciare nel momento in cui scriviamo, a metà settembre.  Le indagini riguardanti presunti reati e le decisioni riguardanti la detenzione o il rilascio di individui continuano a ricadere, in larga misura, sotto la competenza di vari comitati e individui, alcuni dei quali con scarsa o nulla esperienza o conoscenza delle leggi e degli standard riguardanti i diritti umani.

Il NTC si confronta con numerose sfide nei suoi tentativi di assumere il controllo dell’intera Libia e di mettere le briglie a varie milizie armate, alcune delle quali operanti indipendentemente e di propria iniziativa.  Il NTC si è impegnato pubblicamente a rispettare la legge internazionale sui diritti umani e ha richiamato i propri sostenitori a trattare i prigionieri con dignità e a evitare aggressioni per vendetta e altre rappresaglie. Il 13 settembre, in risposta al rapporto di Amnesty International ‘The Battle for Libya: killings, disappearances and torture’ (1) [La battaglia per la Libia: uccisioni, sparizioni e torture] che documentava abusi di tutte le parti in conflitto, il NTC ha condannato gli abusi “da ogni parte” e si è impegnato a “porre i propri sforzi a riportare sotto le autorità ufficiali ogni gruppo armato e a compiere indagini complete riguardo ad ogni incidente portato alla sua attenzione” (2).

Il NTC deve agire rapidamente e prendere misure concrete  per tradurre tali impegni in realtà. Tra altre cose, deve indagare gli abusi dei propri sostenitori, così come quelle delle forze di al-Gheddafi, e portare davanti alla giustizia i responsabili di abusi contro i diritti umani.

 

A PROPOSITO DI QUESTO DOCUMENTO

Le conclusioni di questo documento sono basate su visite a 11 strutture di detenzione nella Libia occidentale, e precisamente la scuola Awlad Agina, la scuola Bir Terfas e il centro di detenzioni in precedenza utilizzato per gli immigrati irregolari, tutte ad al-Zawiya; la Prigione Aperta Ain Zara, la prigione Jdeida, il centro di detenzione nell’aeroporto Mitiga e la struttura di detenzione Noflin dell’esercito nazionale, tutte a Tripoli; gli Uffici della Sicurezza Generale nel sobborgo di Janzur, utilizzati per trattenere i detenuto fino al loro trasferimento, a inizio settembre, in altri centri di detenzione, il centro di detenzione Hufra nel sobborgo di Tajura e le scuole Wahda e Sa’doun a Misurata.

All’epoca della visita di Amnesty International in Libia, tra il 18 agosto e il 21 settembre, circa 2.500 persone erano trattenute in strutture di detenzione a Tripoli, nei suoi sobborghi e ad al-Zawiya, tutte arrestate a partire da fine agosto 2011. Circa 1.130 detenuti erano trattenuti a Misurata a metà settembre; alcuni erano detenuti da mesi, altri erano stati arrestati a partire da fine agosto quando Zliten, Khums e Tripoli sono cadute sotto il controllo del NTC. Nel corso di tali visite i delegati di Amnesty International hanno incontrato gli amministratori dei centri di detenzione e hanno intervistato circa 300 detenuti senza la presenza di guardie. I delegati hanno intervistato anche numerosi detenuti rilasciati e parenti di persone tuttora trattenute nella Libia occidentale.

Agli inizi e a metà di settembre, Amnesty International ha condiviso le proprie preoccupazioni, in riunioni e attraverso promemoria scritti, riguardo alle detenzioni arbitrarie, alle torture e ad altri maltrattamenti, con dirigenti di alto livello del NTC, tra cui il Vice Primo Ministro   e Ministro  del Petrolio e della Finanza pro tempore Ali Tarhouni, il Ministro della Giustizia pro tempore Mohamed al-Allagi, il Ministro degli Interni pro tempore Ahmed Darrat, il Presidente del Consiglio Militare di Tripoli Abdelhakim Belhaj, e il Capo del Consiglio Supremo della Sicurezza Abdelmajid Saif al-Nasr. A maggio 2011, Amnesty International aveva comunicato a dirigenti del NTC, compreso il Presidente del NTC Mostafa Abdeljalis, le sue preoccupazioni circa analoghi schemi di abusi da parte delle forze che si opponevano al colonnello al-Gheddafi in aree che erano cadute  sotto il controllo del NTC in precedenza quest’anno, compresa la Libia orientale e Misurata.

I nomi delle persone i cui casi sono inclusi in questi rapporti, nonché quelli dei centri di detenzione in cui sono state intervistate, non vengono resi noti per proteggere le persone da rappresaglie.

 

ARRESTI ARBITRARI

Gruppi di thuwwar armati (rivoluzionari, come i combattenti contro il colonnello al-Gheddafi sono comunemente noti) hanno “arrestato” numerosi individui sospetti di essere combattenti pro al-Gheddafi o lealisti e presunti “mercenari africani”, anche se tali arresti sono meglio descritti dal termine ‘rapimenti’. In tutti i casi documentati da Amnesty International non è stato presentato alcun mandato d’arresto, nemmeno quando i sospetti erano prelevati dalle loro case, e i catturatori non si sono mai identificati. Le persone sono state portate via o su furgoni privi di contrassegni con mitragliatrici antiaeree montate sopra o in vetture comuni. In alcuni casi i catturati sono stati gettati nei bagagliai delle auto. Di solito non è stata fornita alcuna motivazione per il loro “arresto” e ai parenti non è stata data alcuna indicazione circa la loro destinazione.

I bambini non sono stati risparmiati. Alcuni sono stati “arrestati” soli; altri sono stati presi insieme con i genitori. Sono stati trattenuti negli stessi locali degli adulti, e trattati da adulti. Tra i bambini sentiti da Amnesty International ci sono stati “volontari” libici e stranieri sospetti di essere mercenari.

Centinaia di persone sono state catturate nelle loro case, sul posto di lavoro o a posti di controllo o semplicemente per strada.  Molti sono stati picchiati con bastoni o con i calci dei fucili, presi a calci, a pugni e insultati, a volte mentre erano ammanettati e incappucciati. In alcuni casi  dei detenuti hanno affermato che era stato loro sparato alle gambe dopo la cattura. Nel corso di irruzioni nelle case, molti hanno riferito che beni come telefoni cellulari, automobili, denaro e documenti d’identità sono stati confiscati. A volte sono state distrutte proprietà in quelle che sono sembrate aggressioni per vendetta contro sospetti lealisti di al-Gheddafi.

Un quarantenne che è stato incarcerato con due fratelli e un altro parente la sera del 10 settembre, ha detto ad Amnesty International che un gruppo di uomini armati erano venuti senza un mandato e avevano perquisito la sua casa nella Libia occidentale. Ha continuato:
Non hanno spiegato nulla. Hanno semplicemente detto: “Tu amavi al-Gheddafi e lo hai aiutato nel corso del conflitto. Mostraci cosa potrà fare ora Gheddafi per te.” Hanno perquisito la casa e portato via i nostri documenti d’identità. La casa era già stata distrutta e saccheggiata quando un altro gruppo di armati era venuto verso il 23-24 agosto [giorni dopo che per la prima volta i thuwwar avevano assunto il controllo]. Hanno buttato giù le porte, distrutto alcuni elettrodomestici e incendiato i locali. Allora per sicurezza abbiamo mandato via le donne e i bambini e noi [gli uomini]siamo tornati circa una settimana dopo per cercare di sistemare la casa e salvare quel che poteva essere salvato. Siamo stati arrestati quasi immediatamente. Quando ci hanno catturato ci hanno presi a schiaffi, a calci e ci hanno insultato.”

Tali “arresti” sono stati effettuati da gruppi di thuwwar affiliati a consigli locali e, in alcuni casi a Tripoli, da gruppi di thuwwar di altre città, come thuwwar di Misurata ed al-Zawija. Nel sobborgo di Janzur, dirigenti dei consigli locali hanno detto ad Amnesty International che gli “arresti” erano effettuati sulla base di liste compilate a livello di quartiere. In altri casi, sembra che gli “arresti” siano stati casuali.

Dirigenti del Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani, del Ministero degli Interni e del Consiglio Militare di Tripoli, hanno ammesso preoccupazioni riguardo a diversi gruppi di armati che assolvono a funzioni di polizia giudiziaria senza autorizzazione ufficiale, e hanno confermato il loro impegno a ripristinare le procedure giudiziarie e a impiegare le forze di polizia.

 

A RISCHIO GLI AFRICANI SUB-SAHARIANI E I LIBICI NERI

Gli africani sub-sahariani e i libici neri restano particolarmente vulnerabili agli arresti arbitrari a motivo del colore della loro pelle e della convinzione che le forze di al-Gheddafi utilizzassero mercenari africani per combattere le forze leali al NTC. Anche se le forze di al-Gheddafi hanno utilizzato combattenti stranieri – in particolare verso la fine del conflitto – la presa di mira degli individui dalla pelle scura è basata su affermazioni ampiamente esagerate a proposito dei mercenari fatte nella fase iniziale del conflitto da parte delle forze opposte al colonnello al-Gheddafi e alimentate da atteggiamenti discriminatori nella società libica.

Nel corso delle visite ai centri di detenzione di al-Zawiya e di Tripoli, Amnesty International ha notato che tra un terzo e metà dei detenuti erano africani sub-sahariani, molti dei quali lavoratori immigrati.  Ad esempio, nelle tre maggiori strutture di detenzione di Tripoli – la prigione Jdeida, la prigione aperta Ain Zara e la struttura di detenzione dell’aeroporto Mitiga – funzionari hanno detto ad Amnesty International che circa metà dei circa 1.300 detenuti era di nazionalità straniera,  comprese persone del Chad, Mali, Niger, Nigeria e Sudan. Nella struttura di detenzione di al-Zawiya, visitata da Amnesty International l’11 settembre, circa un terzo dei circa 400 detenuti era di nazionalità straniera, secondo i funzionari di lì.

Funzionari dei centri di detenzione e del NTC hanno detto ad Amnesty International di aver rilasciato alcuni cittadini africani sub-sahariani una volta che i loro datori di lavoro ne avevano confermato l’identità.  Questa pratica corrisponde a schemi documentati a est e a Misurata, dove centinaia di cittadini stranieri, in precedenza detenuti quest’anno, sono stati rilasciati dopo che non sono state trovate prove che dimostrassero il loro presunto coinvolgimento nei combattimenti.  All’epoca delle visite di Amnesty International alle strutture di detenzione di Misurata e Bengasi, nel maggio 2011, continuavano ad essere detenuti solo circa 10 cittadini stranieri (3).

I cittadini africani sub-sahariani, sia uomini sia donne, sentiti da Amnesty International era stati per la maggior parte presi nelle loro case o a posti di controllo, non catturati in battaglia.  Nessuno di quelli sentiti da Amnesty International indossava uniformi o aveva armi con sé quando è stato incarcerato.  Ad esempio, un gruppo di 14 uomini nigeriani e di 12 donne nigeriane, arrestati  insieme a Tripoli est il 1 settembre  a un posto di controllo da un gruppo di uomini armati – alcuni in abiti civili e altri in uniforme –  mentre cercavano di fuggire in Tunisia hanno affermato che al momento dell’arresto avevano con sé tutti i loro averi.  Tutti e 26, che sono stati sentiti separatamente da Amnesty International, avevano passaporti nigeriani ma nessun permesso di residenza in Libia. Era trattenuti insieme con soldati e lealisti di al-Gheddafi e con individui sospettati di essere “mercenari africani”. Una delle donne ha detto ad Amnesty International:

Tutto quel che vogliamo è andare a casa, ora.  Questo paese è troppo insicuro per noi neri. Non capisco perché siamo trattenuti, nessuno ci ha interrogato, né spiegato qualcosa … Quando siamo stati portati per la prima volta in questo centro di detenzione, siamo stati picchiati nel cortile su tutto il corpo con bastoni.”

Un trattamento più duro è stato riservato agli uomini del gruppo, che sono stati picchiati con bastoni e fruste non solo all’arrivo alla struttura di detenzione, ma anche durante la notte del 6 settembre, quando un gruppo di circa sei uomini armati è entrato nelle loro celle, li ha chiamati “schiavi” e li ha trascinati all’esterno per percuoterli. I detenuti hanno mostrato ad Amnesty International  lividi e  cicatrici coerenti con le loro testimonianze. L’incidente è stato confermato da compagni di cella sentiti separatamente che hanno dichiarato che i nigeriani maschi sono stati chiamati “mercenari, assassini di libici e amanti di al-Gheddafi” da chi li picchiava.

In un altro caso thuwwar armati hanno fatto irruzione il 26 agosto in case del quartiere al-Madina al-Kadima di Tripoli. Hanno perquisito le case cercando armi e denaro e poi hanno sequestrato dozzine di libici neri e africani sub-sahariani cittadini del Ciad, del Mali, del Niger e del Sudan.  Ventisei di quelli portati via dalle loro case quel giorno hanno detto ad Amnesty International che erano state loro legate le mani con filo metallico e che erano stati bendati. Hanno detto di essere stati picchiati durante l’irruzione e poi  in un club di calcio presso al-Madina al-Kadima, dove erano stati presi.  Poi sono stati costretti a sdraiarsi per terra a faccia in giù e sono stati colpiti con i calci dei fucili, bastoni e cavi elettrici. Quando Amnesty International li ha sentiti, circa nove giorni dopo le percosse, avevano ancora segni coerenti con le loro testimonianze.  Un detenuto ha raccontato che suo cugino è stato colpito tre volte con armi da fuoco mentre era legato e poi portato in un luogo sconosciuto.  Il suo destino e dove si trovi restano ignoti.

In un incidente simile un gruppo di cittadini del Mali ha affermato che essi erano stati presi a calci e picchiati a casa loro a Tripoli la mattina del 21 agosto da circa una dozzina di thuwwar armati e poi portati su camion in una località sconosciuta dove erano stati spogliati e picchiati di nuovo.

Anche i libici neri sono ad alto rischio di detenzione arbitraria.  Come nel caso degli africani sub-sahariani, si presume automaticamente che essi siano combattenti del colonnello al-Gheddafi o suoi lealisti. Essi provengono da città e regioni che comprendono, Obari, Sabha e Tawargha che si presume siano in gran parte sostenitrici del colonnello al-Gheddafi.

Un libico nero ventiseienne detenuto dal 21 agosto in tre strutture diverse della Libia occidentale ha detto ad Amnesty International di essere stato catturato da un gruppo di armati presso una moschea nell’area Abu Salim di Tripoli, luogo degli scontri più violenti nella città e diffusamente considerata una roccaforte di Gheddafi. Ha detto:

“Sono stato sequestrato da un gruppo di thuwwar che giravano su furgone con la scritta “thuwwar Misurata”. Sul furgone era montata artiglieria antiaerea. Mi hanno messo ai polsi manette di plastica e hanno cominciato a picchiarmi con i calci dei fucili all’interno del furgone. Sono stato portato prima a Mitiga [struttura di detenzione dell’aeroporto] dove sono stato gettato a terra e picchiato per circa un’ora con bastoni e cavi elettrici.  Non so quante persone mi stessero picchiando e in quanto i pugni e i colpi continuavano a grandinare. Mi hanno detto: “Tu bushra samra [pelle nera] sarai eliminato, non c’è posto per te in Libia. Dì che hai ammazzato, o noi ammazzeremo te.”

Il 24 agosto, in un incidente separato, un gruppo di thuwwar è entrato in una casa ad Abu Salim dove si trovavano due fratelli provenienti da Sabha, entrambi poco più che ventenni. I fratelli hanno detto che dopo aver perquisito la casa, i thuwwar hanno legato loro le mani dietro la schiena e poi li hanno percossi durante il trasporto alla scuola Ali Ureit nell’area Abu Mashmasha di Tripoli. IL fratello più grande ha raccontato:

“Ci hanno picchiato più volte usando i fucili. Ci hanno anche frustato. Quando ci hanno trasferito a Mitiga [struttura di detenzione dell’aeroporto] ci hanno costretto a camminare sulle ginocchia fino ai veicoli mentre ci insultavano e ci picchiavano. Ci hanno accusato di essere mercenari.”

 

PRESI DI MIRA GLI ABITANTI DI TAWARGHA

Gli abitanti della regione di Tawargha, che sono libici neri, sono stati particolarmente a rischio di rappresaglie e di aggressioni per vendetta da parte dei thuwwar di Misurata perché la regione era una base delle truppe di al-Gheddafi quando assediavano Misurata e ricorda ai residenti di Misurata le gravi violazioni commesse dalle forze di al-Gheddafi.  La cittadina di Tawargha era deserta quando Amnesty International l’ha visitata il 16 settembre, i suoi residenti erano fuggiti in varie città della Libia in cerca di salvezza.

Amnesty International è a conoscenza di dozzine di persone di Tawargha che sono portate via dalle loro case, ai posti di controllo e persino dagli ospedali  da uomini armati. Molte di esse hanno subito abusi durante l’arresto.

Ad esempio, un quarantacinquenne di Tawargha, sposato con quattro bambini, ha detto ad Amnesty International che circa alle 10 di sera del 28 agosto lui e un parente insieme con il quale stava facendo spese sono stati fermati nell’area al-Firnay di Tripoli da quattro thuwwar armati che poi li hanno portati alla struttura di detenzione dell’aeroporto Mitiga. Uno dei due  ha detto ad Amnesty International che durante il tragitto sono stati maltrattati e picchiati, anche con il calcio dei fucili. Ha detto:

“La mia sola colpa è il colore della pelle … i thuwwar di Misurata ci hanno detto di non tornare mai più a casa a Tawargha.”

Due altri uomini di Tawargha che sono stati trattenuti in una struttura di detenzione a Tripoli, hanno detto ad Amnesty International che essere stati sequestrati dalla loro casa a Tripoli il 28 agosto.  Uno di loro, il proprietario della casa, ha detto ad Amnesty International che un gruppo di cinque uomini armati ha fatto irruzione nella casa, l’ha perquisita e ha preso lui e uno dei suoi parenti.  L’altro uomo era fuggita da Tawargha insieme con 11 parenti a metà agosto. Ha continuato:

“Quelli che ci hanno arrestato ci hanno chiamato “schiavi” e ci hanno detto che avremmo dovuto tornare in Africa perché non c’era posto per noi nella nuova Libia.”

Un altro uomo di Tawargha, detenuto nella stessa struttura, ha detto ad Amnesty International di essere stato preso a un posto di controllo il 21 agosto da un gruppo di armati che guidavano un pick-up con la scritta “Thuwwar di Misurata”.  Ha detto ad Amnesty International di essere stato ammanettato con una striscia di plastica, colpito con fucili, specialmente alla schiena , e chiamato “schiavo e assassino”.

Un uomo di Tawargha sulla ventina ha detto ad Amnesty International di essere stato sequestrato da un gruppo di armati il 25 agosto in una strada dell’area Abu Salim di Tripoli, dove abitava.  E’ stato gettano su un’auto e portato in giro per circa un’ora fino a quando l’auto non si è fermata sulla costa.  Lì i thuwwar gli hanno messo un cavo attorno al collo e lo hanno spinto a una finta esecuzione. E’ stato anche preso a pugni nelle orecchie. E’ stato infine portato alla struttura di detenzione dell’aeroporto Mitiga dove ha detto che i thuwwar  di notte lo hanno percosso più volte con i calci dei fucili e frustato. Alla fine è stato portato in un’altra struttura di detenzione.

Anche sfollati interni provenienti da Tawargha sono stati sequestrati in campi improvvisati a Tripoli, dove si erano rifugiati dopo essere fuggiti dalle loro case. Secondo residenti dei campi dozzine di uomini sono state sequestrate dai thawwar in due occasioni separate, circa 14 a fine agosto e circa 70 il 9 settembre.  Testimoni che si erano trasferiti in un altro campo i cerca di salvezza hanno descritto la seconda occasione.  Hanno dichiarato che nella mattina del 9 settembre un gruppo di thawwar , ritenuto proveniente da Misurata, è entrato nel campo Mashru di Tripoli, dove vivevano circa 130 famiglie.  [I thawwar] hanno cominciato a sparare in aria usando mitragliatrici antiaeree e mitra kalashnikov. Dopo aver ordinato agli uomini di raggrupparsi hanno avvertito: “Voi dovreste trovar rifugio da qualche altra parte. Qui comandiamo noi e vi vogliamo fuori di qui entro domattina. Chiunque sia trovati qui dopo le 10 di mattina [domani] si assumerà le proprie responsabilità.” Gli armati se ne sono andati portando con sé circa 70 uomini e ragazzi di età sino a 16 anni.  I residenti del campo sono prontamente fuggiti e si sono sistemati in un altro campo sotto la protezione di una brigata di Bengasi.

Numerose persone di Tawargha arrestate a Tripoli in settembre sono state trasferite a Misurata per essere interrogate da gruppi di thuwwar.  Molte sono state picchiate all’atto dell’arresto e nei primi giorni di detenzione.  Almeno una persona è morta di conseguenza.  Saleh Ahmed Abdallah Haddaq, di ventun anni, è morto il 15 settembre a Misurata in conseguenza, secondo quanto riferito, di un’emorragia interna dopo essere stato percosso e calpestato dai suoi sequestratori.  Secondo suoi compagni di cella, molti giorni dopo che le percosse lo avevano lasciato paralizzato dalla cintola in giù, ha cominciato a vomitare sangue ed è morto poco dopo essere stato portato in ospedale.

 

TORTURE E ALTRI MALTRATTAMENTI

Quando Tripoli e i suoi sobborghi sono passati per la prima volta sotto il contro del NTC, gli individui catturati erano detenuti in centri di detenzione improvvisati, compresa la scuola Ali Ureit e un circolo calcistico ad al-Madina al-Kadima, dove i detenuti erano particolarmente esposti a torture e maltrattamenti.  Da allora ci sono stati sforzi per trattenere le persone in strutture ufficiali quali il carcere Jdeida e la Prigione Aperta Ain Zara.

Sembra che in generale i rischio di torture e altri maltrattamenti diminuisca dopo i primi giorni di detenzione.  Tuttavia, numerosi detenuti hanno dichiarato ad Amnesty International di aver continuato  ad essere percossi sporadicamente e di essere stati frequentemente minacciati e insultati. L’impunità per tali comportamenti resta radicata e i nuovi arrivi sono particolarmente esposti a un “benvenuto” che spesso implica percosse ed altri abusi.  Il trattamento dei detenuti sembra dipendere in larga misura dalle guardie in servizio; i detenuti affermano che alcune guardie li trattano con dignità mentre altre li maltrattano.

Amnesty International apprezza l’accesso assicurato alla Croce Rossa Internazionale a tali strutture di detenzione.  Tuttavia la mancanza di supervisione delle strutture da parte del Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani e della Procura Generale aumenta il rischio che gli abusi finiranno per non essere rilevati dal governo centrale.

In generale gli amministratori carcerari delle strutture di detenzione visitate da Amnesty International aveva scarse conoscenze legali o competenze di gestione di strutture di detenzione, e non avevano familiarità con le leggi internazionali umanitarie e a tutela dei diritti umani. Con l’eccezione della struttura di detenzione di Hufra, nessuno teneva neppure registri aggiornati dei detenuti presenti.

Molti detenuti hanno dichiarato ad Amnesty International di essere stati picchiati, in particolare prima di essere trasferiti a strutture ufficiali di detenzione, anche con bastoni, fruste e calci di fucile. Molti hanno mostrato contusioni coerenti con le loro testimonianze. Due guardie hanno ammesso apertamente ai delegati di Amnesty International di aver picchiato i detenuti per non volevano “confessare”. In un ufficio all’entrata della struttura di detenzione di Hufra, Amnesty International ha visto un bastone di legno con una corda e un tubo di gomma accanto. Una guardia ha dichiarato che il bastone era utilizzato per legare i piedi dei detenuti (in modo che potessero essere picchiati sulle piante, un metodo di tortura noto come falaqa) ma “solo per spaventare” i detenuti, non per picchiarli. La guardia ha aggiunto che un detenuto era stato minacciato in quel modo il giorno prima e  aveva così  “confessato” di essere un lealista di al-Gheddafi.  Nella struttura di detenzione al-Zawiya, i delegati di Amnesty International hanno udito urla e il rumore di frustate.

I metodi di tortura e di altri maltrattamenti riferiti più di frequente comprendono percosse su tutto il corpo con cinghie, bastoni, calci di fucile e tubi di gomma, pugni, calci e minacce di morte. Prima delle percosse i detenuti sono stati fatti sdraiare per terra o costretti a voltarsi verso una parete o a inginocchiarsi. Due detenuti hanno detto che sono state loro spente sigarette sul corpo.  Sembra che i detenuti siano stati maltrattati per costringerli a “confessare” o per punirli per presunti crimini nel corso del conflitto.

Amnesty International ha sentito un ragazzo del Ciad, di diciassette anni, che era accusato di stupro e di essere un mercenario. E’ stato preso a casa sua in agosto da un gruppo di armati che cercavano un suo parente, una persona con la doppia cittadinanza, libica e del Ciad, che si presumeva coinvolto nel reclutamento di combattenti stranieri per le forze di al-Gheddafi.  Il ragazzo ha detto di essere stato ammanettato, preso a schiaffi e trascinato a terra all’atto della cattura e poi, durante la detenzione in una scuola, di essere stato preso a pugni e percosso con bastoni, cinghie, fucili e tubi di gomma, soprattutto sulla testa, in volto e sulla schiena. Ha dichiarato:

“Le percosse erano così violente che ho finito per dir loro quello che volevano sentire. Ho detto loro che ho stuprato donne e ucciso libici … Ora non vengo più battuto, ma ogni notte sono picchiati altri, qui … sia libici, sia stranieri.”

Quando Amnesty International lo ha sentito, circa due settimane dopo le percosse, sul suo corpo erano ancora visibili cicatrici.

Un uomo del Niger, che è stato presentato dalle guardie come un “mercenario e assassino”, inizialmente ha dichiarato ad Amnesty International di essere stato pagato 450 dinari al mese per combattere e uccidere per conto di al-Gheddafi.  Con il proseguire dell’intervista, l’uomo è crollato e ha dichiarato di aver firmato un documento e di aver “confessato” i suoi crimini dopo essere stato picchiato quasi in continuazione per due giorni e ha negato di essere stato coinvolto nei combattimenti.

Le percosse non sono riservate soltanto agli stranieri.  Un libico trentenne di Tripoli ha dichiarato ad Amnesty International  di essere stato catturato e picchiato da un gruppo di thuwwar armati nel suo quartiere, mentre faceva ritorno a casa. Ha raccontato:

“Quando sono entrato nell’ufficio [un ufficio di telecomunicazioni dove è stato portato inizialmente] hanno cominciato immediatamente a picchiarmi con pugni e bastoni. Mi hanno accusato di essere un sostenitore del regime. E’ vero che mio padre è noto nel quartiere per essere un sostenitore di al-Gheddafi, ma nessuno di noi è stato coinvolto nei combattimenti.  Sono stati picchiati anche due altri detenuti (compreso un sudanese) , imprigionati insieme con me … all’arrivo qui [una struttura di detenzione a Tripoli] una guardia dei thuwwar mi ha tolto la camicia e ha cominciato a picchiarmi e a prendermi a calci. Le guardie mi hanno detto: “Sei un verme, non sei un essere umano’ … Circa il primo settembre sono stato duramente percosso da una delle guardie, anche con il calcio del suo fucile.”

L’uomo aveva estese contusioni quando ha parlato con Amnesty International.

Un altro libico, anch’egli sulla trentina,  catturato il 25 agosto a Tripoli da un gruppo di thuwwar armati per il sospetto che avesse ucciso un manifestante anti al-Gheddafi,  ha detto di essere stato torturato per giorni nel corso della sua detenzione nella scuola Shat al-Ghanshir. Ha raccontato:

“I thuwwar non mi hanno creduto [quando ho detto di non aver ucciso l’uomo] e mi hanno picchiato ogni giorno. Hanno usato bastoni di legno, cavi elettrici e calci di fucile. Mi hanno portato in ogni aula in cui erano detenuti gli altri e hanno ordinato agli altri detenuti di picchiarmi.  Mi hanno anche legato le mani e un piede a un letto e hanno continuato a picchiarmi per ore con una frusta e un bastone … Mentre ero ammanettato e bendato, mi hanno messo una candela accesa sulla testa fino  a quando non mi ha bruciato i capelli. Ciò era fatto per impedirmi di dormire … non hanno risparmiato un momento per  punirmi per un omicidio che non ho commesso. Voglio giustizia.”

Amnesty International ha osservato cicatrici e lividi bluastri su tutto il suo corpo, in particolare sulla schiena.  Altri detenuti, sentiti separatamente, hanno confermato che i thuawwar li avevano costretti a picchiare l’uomo.

 

DISCRIMINAZIONE NELLA DETENZIONE

Le condizioni di detenzione erano sovraffollate e anti-igieniche per tutti i detenuti maschi, ma Amnesty International ha rilevato notevoli discriminazioni nei confronti dei detenuti africani sub-sahariani in alcune strutture di detenzione, compresi gli Uffici Centrali [della Sicurezza] a Janzur,  la Prigione Aperta Ain Zara e il Carcer Jdeida. I detenuti libici, ad esempio, avevano materassi su cui dormire, mentre i cittadini africani sub-sahariani non li avevano.

Inoltre le visite dei familiari, i permessi alle famiglie di portare il necessario ai parenti detenuti e per accedere ai telefoni erano concessi ad alcuni detenuti a capriccio delle guardie o dei dirigenti della prigione. La discriminazione in tali casi è sembrata basata sui legami familiari dei detenuti e sui loro rapporti personali con le guardie.

 

DETENUTE DONNE

Nei centri di detenzione di al-Zawiya, Tripoli  (Tajura inclusa) e Misurata, i delegati di Amnesty International hanno sentito 49 donne e una ragazza; 21 libiche, 27 nigeriana e una del Gambia. Le donne dell’Africa sub-sahariana hanno affermato di essere state sequestrate per strada o dalle loro case senza prove del loro coinvolgimento in combattimenti. Le libiche hanno affermato di essere per la maggior parte “volontarie” che avevano risposto alla chiamata a sostenere il governo del colonnello al-Gheddafi; molte avevano operato ai posti di controllo insieme con le Guardie della Rivoluzione. Molte delle libiche erano capifamiglia e combattevano per sbarcare il lunario.

Anche se le detenute hanno riferito minori maltrattamenti rispetto alle loro controparti maschili, alcune hanno riferito di essere state palpeggiate sessualmente dai thuwwar maschi nel corso del trasferimento o dalle guardie e di essere state schiaffeggiate e insultate da alcune guardie.  Due delle donne sentite hanno detto di essere state violentate da uomini non identificati prima di essere incarcerate.

Tutte le donne hanno denunciato l’assenza di indagini e accuse formali e il fatto di non aver conosciuto il motivo della propria detenzione. Tutte volevano essere portate davanti a un’autorità giudiziaria senza ulteriore ritardo.  Una donna ha affermato di essere stata forzata e intimidita a confessare falsamente di aver ucciso combattenti del NTC,

Amnesty International è preoccupata per l’assenza di guardie donne in tutte le strutture di detenzione, esclusa al-Zawiya.  Secondo le Norme Standard Minime dell’ONU per il Trattamento dei Prigionieri, delle donne prigioniere  “devono occuparsi (e devono essere controllate da) soltanto funzionari donne”.

 

ASSENZA DI PROCESSO LEGALE

All’epoca della stesura, metà settembre, persone erano ancora detenute senza un ordine della polizia giudiziaria o della Procura Generale. I detenuti, compresi quelli civili, non hanno la possibilità di contestare la legalità della loro detenzione e non è garantito loro l’accesso a un avvocato.  Le procedure processuali sono state sospese dall’inizio delle agitazioni, anche in aree che a febbraio ricadevano sotto il controllo del NTC.

Per la maggior parte le indagini criminali riguardanti presunti crimini e le decisioni di incarcerare le persone ricadono sotto la giurisdizione di vari comitati e individui – alcuni senza alcuna competenza legale – senza coordinamento e controllo e, in alcuni casi, un coinvolgimento dlela Procura Generale scarso o nullo.  Alcuni detenuti hanno dichiarato ad Amnesty International di essere stati costretti a firmare o ad apporre l’impronta del pollice su dichiarazione senza che fosse permesso loro di leggerle.

Il 5 settembre, Khalifa Jahmi del Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani ha dichiarato ad Amnesty International che in un periodo imminente le indagini saranno condotte da membri della polizia giudiziaria, che poi passerà i casi alla Procura Generale o alla Procura Militare, così come appropriato.  Ha affermato che ai soggetti, compresi i soldati, accusati di reati penali sarà garantito un equo processo e tutti gli altri saranno rilasciati.

Successivamente, il 15 settembre, il capo, di nuova nomina, del Comitato Supremo per la Sicurezza, Abdelmajid Saif al-Nasr, ha dichiarato ad Amnesty International che sarà creato un comitato giudiziario – comprendente un giudice, un procuratore e un membro della polizia giudiziaria – per emettere ordini di detenzione, indagare i presunti crimini e prendere decisioni.  Da allora, è stato creato un comitato diretto dal Procuratore Generale e hanno avuto luogo alcuni rilasci. L’interfaccia tra questo comitato e il sistema ordinario della giustizia penale non è chiara.  Diversi dirigenti hanno anche fatto riferimento a piani per creare un sottocomitato, alle dipendenze del Comitato Supremo per la Sicurezza, con il compito di occuparsi dei problemi delle carceri e per effettuare ispezioni a sorpresa delle strutture di detenzione.

Un impegno a migliorare le condizioni delle carceri e a garantire un sistema giudiziario funzionante è stato ribadito agli inizi di settembre dal Ministro protempore della Giustizia, Mohamed al-Allagi, e del Vice Primo Ministro protempore, Ali Tarhouni.

La gran maggioranza dei detenuti sentiti da Amnesty International o non è mai stata interrogata o è stata interrogata soltanto da funzionari del carcere o da thuwwar.  Due detenuti della Prigione Aperta Ain Zara e della struttura di detenzione di al-Zawija hanno dichiarato ad Amnesty International di essere comparsi davanti, rispettivamente, alla polizia giudiziaria e alla procura.  Tuttavia, in entrambi i casi, i detenuti hanno affermato che gli ordini relativi al loro rilascio non sono stati eseguiti dai thuwwar che li detenevano fisicamente.  Dirigenti hanno riconosciuto che in aggiunta alla riforma del sistema giudiziario, una sfida chiave per il NTC sarà assicurare  il corretto funzionamento degli apparati di sicurezza e di polizia, per garantire che le decisioni delle autorità giudiziarie siano rispettate e attuate.

 

OBBLIGHI DELLA LIBIA IN FORZA DELLA LEGGE INTERNAZIONALE E NAZIONALE

Il NTC ha pubblicamente promesso di rispettare gli obblighi della Libia nel rispetto della legge internazionale sui diritti umani (4).  Come partecipante  statale all’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) e della Convenzione dell’ONU contro la Tortura e Altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Inumane e Degradanti, le autorità libiche devono prevenire le torture, indagare ogniqualvolta vi siano basi ragionevoli per sospettare che si siano verificati atti di tortura o altri maltrattamenti, anche quando non sono state presentate denunce formali, portare i responsabili davanti alla giustizia e provvedere a risarcire le vittime.

Alle autorità è anche richiesto di adottare misure concrete per prevenire le torture e altri maltrattamenti, compresa la garanzia del diritto di organismi indipendenti a controllare la situazione dei detenuti in tutti i carceri e altri luoghi di detenzione.

Come partecipante statale all’ICCPR, la Libia è tenuta a prevenire arresti e detenzioni arbitrarie e a consentire a chiunque sia privato della libertà un’efficace opportunità di contestare davanti a un tribunale la legalità della propria detenzione (articolo 9 dell’ICCPR).  Deve garantire che tutti gli arrestati siano prontamente informati di ogni accusa contro di loro.  Tali accuse devono essere trasmesse alle autorità giudiziarie entro un tempo ragionevole. Il Codice di Procedura Penale libico fissa in 48 ore il limite per inviare i sospetti alla Procura Generale, ampliando tale limite a sette giorni  nel caso di “reati contro lo stato”.

Alcune tutele contro la tortura, gli arresti e le detenzioni arbitrarie sono incluse nella legge libica. Ad esempio l’articolo 14 della legge n. 20 del 1991 sulla Promozione delle Libertà prevede: “Nessuno può essere privato della libertà, perquisito o interrogato a meno che sia accusato di aver commesso un atto che è punibile per legge, in forza di un ordinanza emessa da un tribunale competente e in conformità alle condizioni e ai limiti temporali specificati dalla legge.” Altre tutele prevedono la prescrizione ai funzionari di polizia di ottenere un mandato dell’autorità competente quando arrestano o trattengono un sospetto (articolo 30 del Codice di Procedura Penale), la prescrizione di trattenere i sospetti solo in “carceri destinati a tale scopo” (articolo 31) e il diritto del detenuto a contestare la legalità della propria detenzione (articolo 33).

Sino a quando continuerà il conflitto armato, le autorità libiche saranno anche vincolate ai loro obblighi in forza della legge umanitaria internazionale che prevede fondamentali garanzie per i civili così come per i combattenti catturati, feriti o altrimenti resi incapaci di combattere (hors de combat). Tra di esse, l’articolo comune 3 e le altre previsioni della Convenzione di Ginevra del 1949, dei Protocolli del 1977 e la legge consuetudinaria internazionale umanitaria prevedono, tra l’altro, le norme fondamentali seguenti, applicabili a tutte le parti in tutti i tipi di conflitto armato:

– le persone devono essere trattate umanamente in ogni occasione;

– divieto di discriminazione nell’applicazione delle protezioni previste dalla legge umanitaria internazionale;

– divieto di torture, trattamenti crudeli o inumani e di offese alla dignità personale (trattamenti particolarmente umilianti e degradanti);

– divieto di detenzione arbitraria

– nessuno può essere condannato o assoggettato a sentenza eccetto che in seguito a un giusto processo che assicuri tutte le garanzie giudiziarie essenziali, e

– divieto di punizioni collettive.

 

CONCLUSIONI E RACCOMANDAZIONI

Il NTC si confronta con sfide considerevoli nei suoi sforzi per riformare il sistema giudiziario e controllare le numerose milizie armate che si sono largamente impossessate della legge. In un periodo di transizione, è imperativo che il NTC dimostri con fermezza il suo impegno a voltare pagina su decenni di violazioni grossolane e sistematiche in Libia. Deve difendere i diritti umani in Libia ed esercitare la necessaria volontà politica di indagare gli abusi commessi dalle forze anti-Gheddafi, processare i responsabili e assicurare che gli individui giudicati colpevoli di abusi siano tenuti a rispondere delle loro azioni e siano rimossi da posizioni che consentirebbero loro di ripetere tali abusi. Il NTC deve anche inviare un segnale forte ai propri sostenitori – anche attraverso appelli pubblici – e al pubblico in generale che la tortura e altri maltrattamenti non saranno tollerati e che gli stessi parametri dei diritti umani saranno applicati ai propri sostenitori e ai propri oppositori.

Per interrompere gli abusi nei confronti dei detenuti, Amnesty International sollecita il NTC ad attuare le seguenti raccomandazioni con priorità.

Arresto e detenzione

Emettere ordini chiari di non arrestare sospetti senza mandati d’arresto emessi dalla Procura Generale.

– Por fine immediatamente agli arresti e alle detenzioni arbitrarie e assicurare che nessuno sia privato della libertà eccetto che in conformità con le procedure e per i motivi previsti dalla legge.

– Assicurare che a tutti i detenuti sia data l’opportunità di contestare la legalità della propria detenzione davanti a una corte o che siano rilasciati.

– Assicurare che gli ordini di rilascio della Procura Generale e di altre autorità giudiziarie siano rispettati.

– Creare strutture e procedure chiare per la sorveglianza e la detenzione di soldati e sospetti di crimini catturati.

– Porre tutte le strutture di detenzione sotto la supervisione della Procura Generale e del Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani.

– Assicurare che i detenuti civili abbiano pronto accesso alle proprie famiglie e ai propri avvocati.

– Facilitare la comunicazione dei soldati catturati con le proprie famiglie e assicurare che sia loro garantito l’accesso al Comitato Internazionale della Croce Rossa.

– Assicurare che le detenute donne siano sorvegliate da guardie femminili.

– Assicurare che i bambini siano tenuti in strutture appropriate e che i bambini non accompagnati non siano tenuti insieme con detenuti adulti.

Torture e altri maltrattamenti

– Assicurare che tutti i detenuti dei thuwwar e di altre forze leali al NTC siano trattati umanamente, ricevano le cure mediche necessarie e siano protetti dalla tortura e da altri maltrattamenti.

– Assicurare che i detenuti siano sottoposti a visite mediche quando sono trasferiti in centri ufficiali di detenzione e siano forniti certificati medici che descrivano ogni lesione.

– Compiere passi immediati per identificare sopravvissuti ad aggressioni sessuali durante la detenzione e assicurare loro l’accesso ad appropriate cure mediche e psicologiche, anche per malattie trasmesse sessualmente, e a trattamenti contraccettivi d’emergenza.

– Assicurare che siano condotte pronte indagini relativamente a tutti i casi noti o riferiti di torture e di altri maltrattamenti. Tali indagini dovrebbero essere imparziali e indipendenti e condotte da persone con esperienza di indagini di casi simili.  Se necessario, dovrebbe essere richiesta assistenza internazionale.  I sospetti autori di tali crimini dovrebbero essere portati in giudizio in procedure che rispettino i parametri internazionali dell’equo processo.

– Condannare pubblicamente la tortura e gli altri maltrattamenti e la presa di mira di africani sub-sahariani e di libici neri, anche in sedi ampiamente accessibili ai libici, quali la radio e la televisione nazionali.

– Compiere passi per contrastare il razzismo, la xenofobia e la discriminazione contro individui dalla pelle nera, anche riconoscendo che le notizie sull’utilizzo di mercenari africani da parte del colonnello al-Gheddafi sono state ampiamente esagerate e celebrando la composizione etnica differenziata della Libia e il positivo contributo degli immigrati, anche dall’Africa sub-sahariana.

 

NOTE FINALI

(1) Amnesty International ‘The Battle for Libia Killings, disappearances and torture’ [La battaglia per la Libia, uccisioni, sparizioni e torture] (Codice: MDE 19/025/2011), 13 settembre 2011: http://www.amnesty.org/en/library//info/MDE(19/025/2011/en

(2) Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) – “Risposta al rapporto di Amnesty sulla Libia” – 13 settembre 2011

(3) Vedere ‘The Battle for Libia, Killings, disappearances and torture’

(4) “A vision of a Democratic Libia”: http://www.ntclibya.org/english/libya (consultato il 27 luglio 2011)

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NOTA DI ZNETITALY – QUESTA E’ UNA TRADUZIONE UFFICIOSA E NON IMPEGNA AMNESTY INTERNATIONAL

Il testo originale in inglese è disponibile qui:

http://www.amnesty.org/en/library/info/MDE19/036/2011/en

Per motivi tecnici non sono state qui riportate le fotografie, e le relative didascalie, contenute nel documento originale, né è stata riprodotta la numerazione delle pagine.

Al riutilizzo del testo si applicano i termini del copyright indicati da Amnesty International e questa traduzione è copyright 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Traduzione di Giuseppe Volpe

Z Net – Lo spirito della resistenza vive

 

 

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