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di David Harvey   (2 novembre 2011)

Il Partito di Wall Street ha governato incontrastato gli Stati Uniti sin troppo a lungo.  Ha totalmente (ovvero l’opposto di parzialmente) dominato le politiche dei Presidenti degli ultimi quattro decenni (se non di più), indipendentemente dal fatto che i singoli presidenti fossero suoi agenti volenterosi o meno.  Ha corrotto legalmente il Congresso attraverso la codarda dipendenza dei politici di entrambi i partiti dal suo crudo potere finanziario e dall’accesso ai media convenzionali che esso controlla.  Grazie alle nomine formulate e  approvate dai Presidenti e dal Congresso, il Partito di Wall Street domina gran parte dell’apparato statale e di quello giudiziario, in particolare la Corte Suprema, le cui sentenze di parte favoriscono sempre più venali interessi finanziari in sfere tanto diverse quanto la legge elettorale, quelle sul lavoro, l’ambiente e i contratti.

Il Partito di Wall Street ha un unico universale principio di governo: che non ci siano contrasti seri al potere assoluto del denaro di dominare in modo assoluto. E tale potere deve essere esercitato con un obiettivo. Coloro che sono in possesso del potere del denaro saranno non solo privilegiati nell’accumulare a volontà ricchezza all’infinito ma avranno il diritto di ereditare la terra, di assumere il dominio non solo della terra e di tutte le risorse e capacità produttive che vi risiedono, ma anche di assumere il comando assoluto, direttamente o indirettamente, del lavoro e delle potenzialità creative di tutti gli altri di cui ha bisogno.  Il resto dell’umanità sarà considerato usa e getta.

Questi principi e queste pratiche non sono originati dall’avidità individuale, dalla miopia o da mera illegalità (anche se tutte queste cose si rinvengono in abbondanza). Questi principi sono stati impressi nel corpo politico del nostro mondo attraverso la volontà collettiva di una classe capitalista animata dalle leggi coercitive della competizione.  Se il mio gruppo di pressione spende meno del tuo, allora io otterrò di meno quanto a favoritismi.  Se questa amministrazione spese per le necessità della gente, sarà considerata non competitiva.

Molte persone perbene sono imprigionate nell’abbraccio di una sistema che è marcio sino al midollo.  Se vogliono guadagnarsi almeno una vita decente non hanno altra scelta lavorativa che pagare il prezzo dovuto al demonio: si limitano a “eseguire gli ordini”, secondo la famosa dichiarazione di Eichmann, “a fare quel che il sistema richiede”, nella versione odierna di altri, ad assentire ai principi e alle pratiche barbare e immorali del Partito di Wall Street.  Le leggi coercitive della concorrenza ci costringono tutti, a un livello maggiore o minore, ad obbedire a questo sistema spietato e indifferente.  Il problema è sistemico, non individuale.

Gli slogan preferiti dal partito circa la libertà da garantire ai diritti della proprietà privata, ai libero mercato e al libero scambio, in realtà si traducono nella libertà di sfruttare il lavoro altrui, di espropriare a volontà  gli averi della gente comune e nella libertà di saccheggiare l’ambiente a vantaggio per il profitto individuale o di classe.

Una volta ottenuto il controllo dell’apparato statale, il Partito di Wall Street tipicamente privatizza tutti i bocconi succulenti a meno del loro valore di mercato per aprire nuovi territori alla propria accumulazione di capitali.  Organizza subappalti (il complesso industriale-militare ne è uno degli esempi principali) e pratiche fiscali (sovvenzioni all’industria agro-alimentare e  basse tasse sugli utili di capitale) che permettono agli uomini del Partito di saccheggiare le casse pubbliche.  Promuove deliberatamente sistemi regolamentari così complicati e un’incompetenza amministrativa così stupefacente all’interno del resto dell’apparato dello stato (si ricordino l’EPA sotto Reagan e la FEMA  e il  Brown del “che porcata di lavoro” di Bush  [Michael Brown era direttore della FEMA (Federal Emergency Management Agency – Amministrazione Federale per la Gestione delle Emergenze) all’epoca dell’uragano Katrina;  “che porcata di lavoro” fu il commento del Presidente Bush alla grave inefficienza dei soccorsi; Brown successivamente si dimise – n.d.t.] da convincere un pubblico scettico per sua natura che lo stato non potrà mai svolgere un ruolo costruttivo e di sostegno al miglioramento della vita quotidiana o delle prospettive future di nessuno. E, infine, usa il monopolio della violenza che reclamano tutti gli stati sovrani per escludere il pubblico da gran parte di quello che passa per spazio pubblico e per molestare, mettere sotto sorveglianza e, se necessario, criminalizzare e incarcerare quelli che non si sottomettono ampiamente ai suoi dettati.  Eccelle in pratica di tolleranza repressiva che perpetuano l’illusione della libertà d’espressione sino a quando tale espressione non denuncia spietatamente la vera natura del suo progetto e l’apparato repressivo su cui si basa.

Il Partito di Wall Street scatena incessantemente la guerra di classe. “E’ ovvio che ci sia una guerra di classe” afferma Warren Buffett, “ed è la mia classe, i ricchi, che la conduce. E stiamo vincendo.” Gran parte di questa guerra è combattuta in segreto, dietro una serie di maschere e inganni attraverso i quali vengono celati gli scopi e gli obiettivi del Partito di Wall Street.

Il Partito di Wall Street sa sin troppo bene che quando le questioni politiche ed economiche profonde si trasformano in problemi culturali non vi può rispondere.  Esso evoca regolarmente un’enorme gamma di opinioni di esperti, suoi ostaggi, per la maggior parte impiegati nei ‘pensatoi’ [think-tank] e nelle università che esso finanzia e distribuite attraverso i media che controlla, per creare controversie su ogni genere di problema semplicemente privo di importanza e per proporre soluzioni a problemi che non esistono. Un momento [il Partito di Wall Street] non  parla d’altro che dell’austerità per tutti gli altri al fine di curare il deficit e il momento successivo  propone di ridurre la propria tassazione senza riguardo all’impatto che ciò può avere sul deficit. L’unica cosa che non sarà mai discussa e dibattuta apertamente è la natura della guerra di classe che esso conduce così incessantemente e spietatamente.  Dipingere qualcosa come “guerra di classe” è, nell’attuale clima politico e nel giudizio dei suoi esperti, oltre il limite di una valutazione seria, qualcosa da qualificare persino come follia se non addirittura sedizione.

Ma ora per la prima volta che un movimento esplicito che contrasta il Partito di Wall Street e il suo potere finanziario privo di freni.  La “strada” [street] di Wall Street viene occupata (oh, orrore degli orrori!) da altri! Diffondendosi da città a città le tattiche di Occupy Wall Street devono prendere uno spazio pubblico centrale, un parco o una piazza, in prossimità di dove sono accentrate molte delle leve del potere e, mettendo in quello spazio dei corpi umani, convertire lo spazio pubblico in un demanio politico, un luogo di discussione e dibattito aperti su quel che il potere sta facendo e su come meglio opporsi alla sua presa.  Questa tattica, rianimata nel modo più cospicuo nelle lotte nobili e in corso centrate su piazza Tahrir al Cairo, si è diffusa in tutto il mondo (Plaza del Sol a Madrid, Piazza Syntagma ad Atene, ora i gradini di San Paolo a Londra e la stessa Wall Street). Ci dimostra che la potenza collettiva dei corpi nello spazio pubblico è ancora lo strumento di opposizione più efficace quando sono bloccati tutti gli altri mezzi di accesso.  Quella che piazza Tahrir ha mostrato al mondo è stata una verità ovvia: che sono i corpi nelle strade e nelle piazze e non le chiacchiere sentimentali su Twitter o Facebook            quelli che contano davvero.

L’obiettivo di questo movimento negli Stati Uniti è semplice. Afferma: “Noi, il popolo, siamo decisi a riprenderci il nostro paese dai poteri finanziari che attualmente lo gestiscono. Il nostro obiettivo è di dimostrare che Warren Buffet ha torto. La sua classe, i ricchi, non dominerà più incontrastata né erediterà automaticamente la terra. Né la sua classe, i ricchi, è sempre destinata a vincere.”

Afferma: “Siamo il 99 per cento”. Abbiamo la maggioranza e questa maggioranza può e deve prevalere, e prevarrà.  Poiché tutti gli altri canali d’espressione ci sono preclusi dal potere del denaro, non abbiamo altra scelta che occupare i parchi, le piazze e le strade delle nostre città fino a quando le nostre opinioni non saranno udite e sarà prestata attenzione ai nostri bisogni.

Per vincere, il movimento deve raggiungere il 99%.  Può farlo e lo sta facendo passo dopo passo. Prima ci sono quelli precipitati nella miseria dalla disoccupazione e tutti quelli che sono stati o sono ora espropriati delle loro case e dei loro beni dalla falange di Wall Street.  Deve forgiare vaste coalizioni tra studenti, immigrati, sotto-occupati e tutti quelli che sono minacciati dalla politica di draconiana  austerità del tutto non necessaria  che è inflitta alla nazione e al mondo per ordine del Partito di Wall Street.  Deve concentrarsi sugli sbalorditivi livelli di sfruttamento nei luoghi di lavoro, dai collaboratori domestici immigrati che i ricchi sfruttano così ferocemente nelle proprie case, ai lavoratori dei ristoranti che fanno gli schiavi quasi gratis nelle cucine del sistema in cui i ricchi mangiano così alla grande.  Deve riunire i lavoratori creativi e gli artisti i cui talenti sono così spesso trasformati in prodotti commerciali sotto il controllo del potere dei super-ricchi.

Il movimento deve soprattutto rivolgersi a tutti gli alienati, gli insoddisfatti e gli scontenti, a tutti quelli che riconoscono e avvertono profondamente nelle proprie viscere che c’è qualcosa di profondamente sbagliato, che il sistema che il Partito di Wall Street ha ideato non solo è barbarico, privo di etica e moralmente sbagliato, ma è anche fallito.

Tutto ciò deve essere democraticamente unificato in un’opposizione coerente, che deve anche meditare su come potrebbero essere una città alternativa, un sistema politico alternativo e, infine, un modo alternativo di organizzare la produzione, la distribuzione e i consumi a vantaggio della gente.  Altrimenti un futuro che punti a una spirale di indebitamento privato e di sempre più profonda austerità pubblica, tutti a beneficio dell’uno per cento, semplicemente non è un futuro.

Reagendo al movimento Occupy Wall Street, lo stato, sostenuto dal potere della classe capitalista, fa un’affermazione stupefacente: che loro, e solo loro, hanno il diritto esclusivo di regolare e disporre dello spazio pubblico.  Il pubblico non ha alcun diritto comune sullo spazio pubblico!  Con quale diritto i sindaci, i capi della polizia, gli ufficiali militari e i dirigenti statali dicono alla gente di avere il diritto di decidere cosa sia pubblico  riguardo al “nostro” spazio pubblico e chi e quando possa occupare tale spazio?  Quando si sono immaginati di cacciarci, noi, il popolo, da qualsiasi spazio che noi, il popolo, decidiamo collettivamente e pacificamente di occupare? Affermano di agire nell’interesse pubblico (e citano leggi per provarlo) ma siamo noi che siamo il pubblico!  Dov’è in “nostro interesse” in tutto questo? E, per inciso, non è il “nostro” denaro che le banche e i finanzieri usano così sfacciatamente per accumulare i “loro” bonus?

Di fronte al potere organizzato del Partito di Wall Street per dividere ed imperare, il movimento che sta emergendo deve anche assumere come uno dei propri principi fondativi l’idea che non sarà mai diviso o deviato fino a quando il Partito di Wall Street non sarà ricondotto alla ragione – a vedere che il bene comune deve prevalere sui suoi meschini interessi venali – oppure sarà messo in ginocchio.  I privilegi delle imprese di avere tutti i diritti delle persone senza la responsabilità dei cittadini veri devono essere revocati.  Beni pubblici come l’istruzione e l’assistenza sanitaria devono essere forniti pubblicamente ed essere resi disponibili gratuitamente. I poteri monopolistici nei media devono essere infranti.  L’acquisto delle elezioni deve essere dichiarato incostituzionale.  La privatizzazione del sapere e della cultura deve essere vietata. La libertà di sfruttare ed espropriare gli altri deve essere frenata con forza e alla fine essere dichiarata fuorilegge.

I cittadini degli Stati Uniti credono nell’uguaglianza.  I dati dei sondaggi dimostrano che sono convinti (indipendentemente da quale possa essere il loro schieramento politico) che il venti per cento della popolazione, al vertice, possa essere giustificato nel reclamate il trenta per cento della ricchezza totale.  Che il venti per cento al vertice ora controlli l’85 per cento della ricchezza, è inaccettabile.  Ciò che il movimento Occupy Wall Street propone è che noi, il popolo degli Stati Uniti, ci impegniamo a un rovesciamento di tale livello di diseguaglianza non solo quanto alla ricchezza e al reddito, ma, cosa ancor più importante, quanto al potere politico che tale disparità conferisce.  Il popolo degli Stati Uniti è giustamente orgoglioso della propria democrazia, ma essa è sempre stata messa a rischio dal potere corruttivo del capitale.  Ora che siamo dominati da tale potere è sicuramente prossimo il tempo, come tanto tempo fa Jefferson suggerì che sarebbe stato necessario, per fare una nuova rivoluzione americana: una rivoluzione basata sulla giustizia sociale, l’eguaglianza e un approccio attento e ponderato al rapporto con la natura.

La lotta che è scoppiata – il Popolo contro il Partito di Wall Street – è cruciale per il nostro futuro collettivo. La lotta è di natura sia globale sia locale.  Riunisce studenti che sono bloccati in una lotta per la vita contro il potere politico in Cile per creare un sistema di istruzione gratuito e di qualità per tutti e cominciare così a smantellare il modello neoliberale che Pinochet impose così brutalmente.  Abbraccia gli agitatori di piazza Tahrir che riconoscono che la caduta di Mubarak (come la fine della dittatura di Pinochet) non è stata che il primo passo di una lotta emancipativa per liberarsi dal potere del denaro.  Comprende gli “indignados” spagnoli, i lavoratori in sciopero in Grecia, l’opposizione militante che emerge in tutto il mondo, da Londra a Durban, Buenos Aires, Shenzhen e Mumbai.  Il dominio brutale del grande capitale e del nudo potere del denaro è dovunque sulla difensiva. 

Da quale parte si schiererà, individualmente, ciascuno di noi?  Quale strada occuperemo? Solo il tempo lo dirà.  Ma quel che sappiamo davvero è che il momento è questo. Il sistema è non soltanto fallito e svelato ma anche incapace di qualsiasi reazione diversa dalla repressione.  Perciò noi, il popolo, non abbiamo altra scelta che batterci per il diritto collettivo a decidere come tale sistema debba essere ricostruita e a immagine di cosa.  Il Partito di Wall Street ha avuto la sua occasione ed è miseramente fallito.  Come costruire un’alternativa sulle sue rovine è sia un’opportunità da non perdere sia un obbligo cui nessuno di noi può o vorrebbe mai sottrarsi.

 

David Harvey insegna alla Scuola di Laurea della City University di New York. E’ autore di “The Enigma of Capital: And the Crisis of Capitalism” (Profile Press e Oxford University Press) [L’enigma del capitale: e la crisi del capitalismo]. Il suo imminente libro “Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution” [Città ribelli: dal diritto alla città alla rivoluzione urbana] sarà pubblicato da Verso nella primavera del 2012.

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.zcommunications.org/the-party-of-wall-street-meets-its-nemesis-by-david-harvey

 

Fonte: Davidharvey.org

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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