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di Gar Alperovitz – (1 novembre 2011)

“La proprietà è un furto” è la famosa dichiarazione del 1840 dell’anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon, un giudizio chiaramente condiviso da molti di coloro che sono coinvolti nelle occupazioni in nome del 99 per cento del paese, e specialmente quando applicato ai banchieri e agli operatori di Wall Street. Elizabeth Warren puntualizza anche, rabbiosamente, che “non c’è nessuno in questo paese che sia diventato ricco da solo. Nessuno.” Intende dire: se i ricchi non pagano la loro giusta parte di tasse che istruiscono i loro lavoratori e forniscono strade, sicurezza e un mucchio di altre cose, stanno sostanzialmente derubando tutti gli altri.

Ma questo è il meno: Proudhon può aver esagerato quando, ad esempio, pensiamo a un piccolo agricoltore che lavora la sua propria terra con le sue proprie mani. Ma ora noi sappiamo che era molto più vicino alla verità di quanto mai avrebbe potuto immaginare quando si tratta del modo in cui l’1% è in effetti diventato così ricco e del perché il 99% è stato sconfitto. Il maggiore furto, a proprio vantaggio,  da parte dell’1% è stato quello della fonte primaria della ricchezza: il sapere.

Il sapere? Sì, naturalmente, e una quantità sempre maggiore di esso.  Il fatto è che quella che chiamiamo ricchezza si sa ora essere in misura predominante il prodotto del sapere tecnico, scientifico, e di altre conoscenze, e che la maggior parte dell’innovazione deriva da un sapere ereditato socialmente, quanto a questo.  Il che significa che, a parte importi irrilevanti, semplicemente non è stata creata dall’1% che gode della parte del leone dei relativi benefici.  La maggior
parte di essa è stata creata, storicamente, dalla società, vale a dire, in parole povere, dall’altro 99%.

Prendiamo un esempio semplice: nel nostro tempo, nel corso di molti decenni, lo sviluppo dell’aratro d’acciaio e del trattore ha aumentato la capacità del singolo di coltivare, da un piccolo appezzamento (con un mulo e un aratro di legno) a molte centinaia di acri.  Quel che è cambiato nel corso degli anni per rendere possibile questo è stata una gran quantità di ingegneria, di produzione dell’acciaio, della chimica e di altri conoscenze sviluppate dalla società nel suo complesso.

Un altro esempio ovvio: molti dei progressi che hanno incentivato le nostra economia ad alta tecnologia nei decenni recenti sono scaturiti da programmi di ricerca finanziati e, spesso, collaborativamente sviluppati dal governo federale, e pagati dai contribuenti.  Internet, per citare l’esempio più noto, è iniziata negli anni ‘60 come un progetto governativo dell’esercito, la Advanced Research Projects Agency Network (ARPANET) [La rete di enti per i progetti di ricerca avanzata].  La vasta industria odierna del software si basa sulle fondamenta del linguaggio dei computer e dell’hardware operativo sviluppati, in gran parte, con il sostegno pubblico.  I Bill Gates del mondo potrebbero essere ancora lì a lavorare con le valvole e a perforare schede se non fosse stato per i critici programmi di ricerca e di tecnologia creati o finanziati dal governo federale dopo la seconda guerra mondiale.

L’iPhone è un altro esempio. I suoi microprocessori, le capacità di comunicazione cellulare e i sistemi globali di localizzazione (GPS) sono tutti venuti da sviluppi riconducibili a significativo sostegno  pubblico diretto o indiretto ai programmi
militari e aerospaziali.  Il “rivoluzionario” schermo multi-touch è stato sviluppato da ricercatori dell’Università del Delaware sostenuti finanziariamente dalla National Science Foundation [Fondazione Nazionale per la Scienza] e dalla CIA. Non si tratta solo dell’elettronica: dei quindici medicinali moderni “campioni di vendite” sviluppati negli USA, con oltre un 1 miliardo di dollari di vendite,  13 hanno ricevuto significativo sostegno pubblico alla ricerca e sviluppo.

Ma i programmi governativi finanziati dai contribuenti (compresi, naturalmente, tutti quelli della pubblica istruzione) sono solo la punta dell’iceberg. E qui non stiamo facendo della retorica, stiamo parlando di roba da premio Nobel. In molti degli ultimi decenni la ricerca economica ha cominciato a individuare con molta maggiore precisione quanta di quella che chiamiamo “ricchezza” la società derivi da lunghi, costanti progressi secolo dopo secolo nella conoscenza e quanto ogni singolo individuo in qualsiasi momento nel tempo possa dire di aver guadagnato e “meritato”.

Stime recenti indicano, per esempio, la produzione nazionale pro capite è aumentata di più di venti volte nel corso dei più di 200 anni trascorsi dal 1800.  La produzione per ora lavorata è aumentata, secondo stime, di quindici volte dal solo
1870.  Tuttavia gli uomini d’oggi probabilmente lavorano ogni ora con impegno, rischi e intelligenza non maggiori di quelli delle loro controparti del passato.  Il motivo principale di tali enormi progressi consiste nel fatto che, nel complesso, il sapere scientifico, tecnologico e culturale sono cresciuti di una scala e con un ritmo che superano di gran lunga qualsiasi altro fattore delle realizzazioni economiche della società.

Mezzo secolo fa, nel 1957, l’economista Robert Solow ha dimostrato che circa il 90% della crescita della produttività nella sola prima metà del ventesimo secolo, dal 1909 al 1949, poteva essere attribuita solo al cambiamento tecnico nel senso più ampio.  L’offerta di lavoro e capitali – il contributo dei lavoratori e dei datori di lavoro – è apparso quasi incidentale in relazione a questo grande “residuo” tecnologico.  (Solow ha ricevuto, per questo e per lavori collegati, il premio Nobel nel 1987). Un altro eminente economista, William Baumol, ha calcolato che “quasi il 90% … del PIL corrente [prodotto interno lordo] è frutto di innovazioni realizzate dal 1870”.

La domanda davvero centrale e impegnativa è ovviamente questa: se la maggior parte di ciò che abbiamo oggi è da attribuirsi a progressi del sapere che tutti ereditiamo in comune, perché, specificamente, questo dono della nostra storia collettiva non dovrebbe beneficiare generosamente tutti i membri della società? L’un per cento delle famiglie statunitensi al vertice percepisce oggi un reddito maggiore dei 150 milioni di cittadini statunitensi che stanno in basso messi insieme. L’un per cento più ricco delle famiglie è proprietario di quasi metà della totalità dei beni da investimento (azioni e fondi mutualistici, obbligazioni finanziarie, partecipazioni commerciali, fondi fiduciari, immobili non abitativi). Quattrocento individui al vertice, da soli, hanno un patrimonio netto complessivo superiore a quello del 60 percento, sommato, di quel del 60% in basso nella nazione.  Se la vasta ricchezza degli Stati Uniti è principalmente un dono del nostro passato comune, come, specificamente, tali disparità possono essere giustificate?

Agli inizi della repubblica statunitense, Thomas Paine affermò che tutto ciò che va  “al di là di quel che un uomo produce con le proprie mani”  era un dono che gli veniva dal vivere nella società e, quindi, “in base a ogni principio di giustizia, gratitudine e civiltà, egli è debitore di  una parte di tale accumulazione nei confronti, di nuovo, della società da cui tutto è derivato”. Un altro riformatore statunitense, Henry George, contestò quello che chiamò “l’incremento non guadagnato” che si crea quando la crescita della popolazione e di altri fattori sociali aumentano il valore dei terreni.

Di certo, chiunque offra sinceramente un contributo reale merita una ricompensa.  Ma Proudhon coglie esattamente nel segno per molti, molti altri; quando ciò che è creato dalla società intera nel corso di molti secoli si trasforma in ricchezza e, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, è sottratto al 99% dall’1%, molto di tale processo, di fatto, è descritto ragionevolmente come “furto”. La richiesta delle occupazioni che questo furto abbia fine, che il corso sia invertito, coglie anch’essa nel segno, sia per quello che sappiamo riguardo a come la ricchezza è creata e, soprattutto, per quel che sappiamo riguardo a come una società giusta dovrebbe organizzare i suoi affari.

 

Da Z Net – Lo spirito
della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/how-the-99-percent-really-lost-out-by-gar-alperovitz

Fonte: Truthout

traduzione di Giuseppe
Volpe

© 2011 ZNET Italy –
Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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