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di Richard Falk (31 ottobre 2011)

La morte del disprezzato despota che ha governato la Libia per 42 anni ha naturalmente prodotto festeggiamenti in tutto il paese.  La fine di Muammar al-Gheddafi è stata sanguinosa e vendicativa, ma dovremmo ricordare che le sue tirate contro il suo stesso popolo – e la sua violenta repressione di quella che inizialmente era una sollevazione pacifica – invitavano a una dura punizione popolare. Ricordando la famosa frase di W.H.Auden “Coloro ai quali è fatto del male, fanno in cambio del male”, è quasi inevitabile, in assenza di una forte disciplina morale e politica, che non è stata presente, che quando un leader si riferisce ai suoi oppositori come a “ratti” e sollecita a dar loro la caccia casa per casa, viene predisposta la scena per l’inaccettabile tipo di reazione che si è avuta recentemente a Sirte, dove gli attacchi aerei della NATO hanno raso a zero la città e le forze anti-Gheddafi hanno giustiziato almeno 53 lealisti di Gheddafi.  E’ un minaccioso segnale d’avvertimento per il futuro il fatto che questo massacro a Sirte, assieme all’esecuzione e alla sepoltura di Gheddafi, abbiano dovuto esibire un comportamento così vendicativo e indisciplinato, sollevando dubbi rinnovati sul carattere e l’approccio della dirigenza del Consiglio Nazionale di Transizione (NTC), anche se esistono tuttora possibilità di recuperare la perdita di fiducia.

Questi avvenimenti disgraziati fanno della responsabilità complessiva per i crimini di guerra una prima verifica del fatto che il NTC si dimostrerà ancora capace di gestire la formazione di una struttura di governo politicamente e moralmente accettabile.  Il NTC avvierà indagini delle presunte malefatte delle sue stesse forze in un modo che corrisponda agli standard internazionali, o tale indagine sarà evitata perché un simile processo di promozione della fiducia internazionale stimolerebbe una faziosità interna in cui ogni dito puntato sembrerebbe un incoraggiamento a conflitti etnici e tribali? Il NTC collaborerà con la Corte Penale Internazionale per assicurare che gli accusati di crimini di guerra al servizio del regime di Gheddafi abbiano un giusto processo? Al tempo stesso vi è motivo di considerare con occhio cinico le richieste delle ONG moralistiche dell’occidente che sembrano attendersi dalla Libia quello che i regimi liberaldemocratici dell’occidente si rifiutano di fare.  Ci si dovrebbe rendere conto, al riguardo, che gli Stati Uniti si spingono straordinariamente in là nell’esonerare i propri soldati e leader da potenziali responsabilità penali mentre premono con forza perché i loro nemici siano assoggettati alla dura severità della legge penale internazionale.  Domina il doppio metro. Con così tanto che coinvolge il Nord Africa dopo le glorie del Risveglio Arabo, tutte le strade per il futuro sembrano destinate ad avere molte tortuosità e svolte, nonché buche traditrici.

Il vuoto di dirigenza in Libia non sarà probabilmente colmato presto. Non sappiamo se, come identità politiche principali,  emergeranno lealtà tribali o regionali  ora che la grande unificatrice – l’ostilità al regime di Gheddafi – non è più in grado di cancellare obiettivi e ambizioni antagonistiche. Il NTC ha prestato credibilità internazionale alle forze anti-Gheddafi, ma molti dei combattimenti nelle ultime fasi della lotta sono stati sotto il controllo di comandanti di milizia semiautonomi che sono sembrati farsi la legge da sé.  Apprenderemo presto se il NTC potrà rappresentare in misura sufficiente la volontà collettiva dei libici nel corso del processo transitorio che è necessario prima che si crei un governo eletto in grado di stilare una nuova costituzione. Il suo primo tentativo di creare una nuova unità ha avuto come premessa un richiamo all’attuazione dell’Islam politico.  Il presidente del NTC, Mustafa Abdel-Jalil, su tale falsariga ha fatto a Bengasi la seguente affermazione forte, in occasione dei festeggiamenti per la vittoria: “Siamo un paese islamico. Mettiamo la religione islamica al centro del nostro nuovo governo. La costituzione sarà basata sulla nostra religione islamica.”

Alcuni pessimisti hanno sostenuto che il futuro della Libia è prefigurato nella caotica violenza che si scatenò in Somalia dopo il rovesciamento del dittatore Mohamed Siad Barre nel 1991, un tragico insieme di situazioni nazionali che persistono tuttora. Ma, su un tono più ottimistico, val la pena di osservare che la caduta di Gheddafi – diversamente da quella di Hosni Mubarak, il cui rovesciamento non ha ancora alterato la struttura del potere in Egitto – offre all’opposizione libica vittoriosa una lavagna apparentemente pulita che potrebbe meglio accogliere la costruzione di una nazione sinceramente democratica se una politica simile emergesse.  I libici si sono dati questa opportunità, che raramente si presenta nella storia, di ottenere una trasformazione davvero rivoluzionaria della loro vita politica, economica e culturale. Così potrebbe rivelarsi paradossalmente utile, anziché essere un ostacolo, osservare che Gheddafi non si è lasciato dietro un’infrastruttura istituzionale sulla quale costruire uno stato moderno.  Quello che è avvenuto in Libia, diversamente dall’Egitto, è stato, bene o male, un totale cambiamento di regime.

La Libia si avvia su questo nuovo percorso con alcuni grandi vantaggi aggiuntivi, i più ovvi tra essi il petrolio e una popolazione relativamente ridotta. Una verifica importante nei mesi a venire sarà la misura in cui la nuova dirigenza ripristinerà la normalità dell’economia senza ipotecare la ricchezza nazionale a favore di predatori stranieri, imprenditoriali, finanziari e governativi. Ovviamente, sullo sfondo vi è la consapevolezza che la NATO è stata parte integrante del rovesciamento di Gheddafi e può aspettarsi qualcosa di più di un bigliettino di ringraziamento.  Ci sono già sussurri sui media a proposito di grandi opportunità economiche nella nuova Libia per l’occidente, compresa la sfida di ricostruire ciò che la NATO ha distrutto, cosa che sembra un’inquietante difesa dell’innovativo testo di Naomi Klein ‘The Shock Doctrine”, [in italiano “Shock Economy”, Rizzoli, 2008 – n.d.t.], una critica devastante della logica contemporanea dell’economia neoliberale mondiale.

Una valutazione dell’esperienza libica da una prospettiva internazionale solleva ulteriori preoccupazioni.  L’apprezzamento pubblico dell’intervento della NATO sarà influenzato principalmente dal fatto che la Libia emerga come una nazione stabile, democratica ed equa.  Ciò non si saprà per anni, ma aspetti dell’intervento già rendono la Libia un precedente inquietante indipendentemente dal futuro del paese. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha autorizzato l’uso della forza applicando il principio recentemente affermatosi noto come “responsabilità di proteggere”, o R2P. I cinque stati astenuti sono stati ingannati o sono stati compiacenti, e probabilmente entrambe le cose.  La Risoluzione autorizzativa 1973 dell’ONU è stata in senso ampio inquadrata nel riferimento alla creazione, con tutti mezzi necessari, di una zona di interdizione al volo, con la giustificazione dell’uso della forza associata, all’epoca, alla protezione della popolazione di Bengasi da un massacro imminente. Già questo mandato ristretto è stato ignorato fin dall’inizio. Le forze NATO sono state ovviamente di gran lunga meno impegnate nel ruolo di protezione loro assegnato piuttosto che ad assicurarsi che l’equilibrio delle forze nella lotta per il futuro della Libia pendesse a favore dell’insurrezione.  Se tale intenzione fosse stata chiara all’inizio, e quasi certo che Russia e Cina avrebbero opposto il veto alla risoluzione dell’ONU. Nel corso del dibattito questi due stati avevano espresso i loro gravi timori e sospetti per la violazione della sovranità libica e ad essi si erano uniti, nell’esprimere dubbi simili, India, Brasile e Germania, giunti anch’essi ad astenersi quando si trattò di votare al Consiglio di Sicurezza.  Se l’intenzione più generale della NATO fosse stata manifesta, i veti russo e cinese sarebbero stati virtualmente una certezza.

Ovviamente era presente un dilemma. Se la NATO avesse rivelato i suoi obiettivi non ci sarebbe stata autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e il massacro di Bengasi sarebbe apparso una catastrofe umanitaria provocata dall’inazione dell’ONU. Se la NATO avesse circoscritto il suo intervento nel modo concordato, allora avrebbe potuto seguirne una lunga guerra civile, e si avrebbe avuto anche un disastro umanitario per il popolo della Libia. In ogni caso i pericoli dell’intervento devono essere contrapposti ai pericoli del non intervento, ma se alcuni compiti di governo globale affidati alle Nazioni Unite devono evolversi in un modo costituzionalmente responsabile, allora il minimo che ci si può attendere è un’onesta rivelazione degli intenti degli stati membri che premono per l’intervento, un controllo vigile, da parte dell’organo autorizzativo dell’ONU, di qualsiasi uso della forza e uno scrupoloso rispetto dei limiti imposti dal mandato per l’uso della forza.

Da queste prospettive è estremamente allarmante che un mandato ristretto dell’ONU sia stato totalmente ignorato e che il Consiglio di Sicurezza non si sia neppure disturbato a prendere in considerazione il ripensamento del mandato originale o una censura della NATO per un ampliamento unilaterale della portata e della natura del suo ruolo militare. Ignorando i limiti dell’ONU, la NATO può aver sminuito le prospettive di legittimità futura del principio R2P, e se ciò sia un bene o un male è difficile dirlo in astratto.

Questa preoccupazione ha diverse dimensioni.  Per cominciare, la Carta dell’ONU è stata stilata per minimizzare l’uso legittimo della forza nella politica mondiale, facendo della guerra l’ultima risorsa, e solo in  circostanze di stretta autodifesa.  A ciò si aggiunge l’impegno secondario della Carta, ovvero a garantire che la stessa ONU si vincolata dall’articolo 2 (7) ad astenersi dall’intervenire in questioni essenzialmente ricadenti sotto la giurisdizione interna degli stati a meno che, in condizioni eccezionali, sia deciso che ciò è necessario per mantenere la pace e la sicurezza internazionali. L’intervento della NATO sembra impossibile da conciliare con l’uno o l’altro di questi principi cardine della Carta dell’ONU, che è il quadro costituzionale che si presume guidi il comportamento dell’ONU.  E’ vero che questi principi sono stati erosi dalla pratica fin dalla loro attivazione nel 1945.  I diritti umani sono diventati una dimensione  dell’ordine mondiale tanto forte da assumere la precedenza sui diritti sovrani, in situazioni di abuso estremo, il che contribuisce a spiegare l’ascesa della norma R2P nel corso dell’ultimo decennio, specialmente in seguito alla controversa guerra NATO in Kossovo nel 1999.  Nonostante questi sviluppi la Carta offre prevede tuttora le linee guida operative per gli usi della forza.  Al riguardo avrebbe potuto essere legalmente e moralmente accettabile, date le circostanze in cui la risoluzione autorizzativa fu adottata il 17 marzo 2011,  costruire una missione di protezione concepita in termini rigorosi, anche se vale la pena di notare che persino al momento dell’approvazione, ci fu un diffuso scetticismo all’ONU, o perché alcuni membri diffidavano delle rassicurazioni filo-interventiste degli  Stati Uniti  e dei loro partner europei o perché prevedevano che le pressioni sul terreno avrebbero con tutta probabilità determinato un ampliamento della missione con lo spostarsi della localizzazione della violenza oltre Bengasi.

L’esperienza libica solleva questioni più profonde sull’affidabilità della norma R2P come base di un’azione di principio dell’ONU nell’interesse di un popolo vulnerabile, messo in pericolo dal comportamento abusivo del suo stesso governo. Alcuni dubbi già esistevano sulla selettività dell’applicazione libica della norma, specialmente considerato il fatto che l’ONU non aveva alzato un dito nell’interesse della popolazione civile assediata di Gaza, che ha sofferto di un lungo e punitivo blocco israeliano, con l’ONU che addirittura appoggiava la posizione di Israele quando il blocco veniva sfidato dagli attivisti della società civile che cercavano di portare assistenza umanitaria direttamente al popolo di Gaza. Ma a parte questo esempio lampante di doppio metro, c’è anche la diffusa sensazione che in Libia la R2P è stata rapidamente, e senza un serio dibattito, trasformata in un’opportunità di distruggere ed estromettere, con una serie di conseguenze dannose tuttora non determinata.

Se tali iniziative di protezione devono ottenere credibilità in futuro, devono divenire distaccate dalla geopolitica e rese operative in conformità a un solido regime legale che tratti in modo uguale gli uguali. Forse il meccanismo più pratico per conseguire questi obiettivi attualmente irraggiungibili consisterebbe nella creazione di una Forza d’Emergenza dell’ONU che potrebbe essere attivata dal voto di due terzi o del Consiglio di Sicurezza o dell’Assemblea Generale, e non essere mai soggetto a veto. Una tale forza dovrebbe essere finanziata indipendentemente dai governi, possibilmente imponendo una tassa sui voli aerei internazionali o sulle transazioni finanziarie.  Per quanto sensata, una simile soluzione non sarebbe facile da porre in essere, precisamente perché la sua esistenza minaccerebbe prerogative geopolitiche attuali che dipendono da motivazioni egoistiche degli stati maggiori.  E persino questo quadro raccomandato di Forze d’Emergenza dell’ONU potrebbe essere manipolato. Ma se almeno esistesse ci sarebbero migliori prospettive che le linee guida per l’autorizzazione degli usi umanitari della forza sotto gli auspici dell’ONU sarebbero rispettate, che il loro rispetto sarebbe controllato e che pratiche più coerenti sostituirebbero l’attuale marca di diplomazia umanitaria che è deformata dall’esistenza di doppi metri.

Su un simile sfondo, possiamo solo desiderare che i libici smentiranno le aspettative pessimistiche e riusciranno a fondare uno stato democratico realizzabile e indipendente che sia rispettoso dei diritti umani ed energico nei suoi sforzi di ricostruzione, senza diventare eccessivamente ospitale nei confronti degli investitori e delle industrie straniere.  Dopo una simile campagna aerea devastante, consistita in circa 20.000 sortite, i paesi della NATO dovrebbero avere l’onestà di farsi da parte e rispettare l’inalienabile diritto dei libici all’autodeterminazione.  E’ un triste commento alla situazione globale che mettere in moto tali speranze per il futuro della Libia e per la sua popolazione che ha a lungo sofferto sembri un indulgere all’utopismo!

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.zcommunications.org/libya-after-muammar-el-qaddafi-s-execution-by-richard-falk

Fonte: Richard Falk.com

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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