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di Michael Albert  (25 ottobre 2011)

Devo ancora vedere la mia occupazione più vasta, a Boston, o la precorritrice di tutte le occupazioni, Wall Street. Sono stato, invece, in viaggio nelle ultime sei settimane a Tessalonica e Atene, in Grecia; a Istanbul e Biyarbikar, in Turchia; a Lexington, Kentucky; a Londra, in Inghilterra; a Dublino, in Irlanda e a Barcellona, Madrid e Valencia, in Spagna.

In tutti i questi luoghi ho parlato con persone diverse in molte riunioni e assemblee popolari. Ho incontrato persone coinvolte in occupazioni e uditori riuniti dai miei ospiti per sentir esporre l’economia partecipativa.  Oltre a parlare degli argomenti previsti, la mia priorità è stata di conoscere i movimenti locali.  Ho ripetutamente chiesto cosa desiderassero dire le persone in lotta da molti mesi ad altri prima che si imbarcassero in imprese simili.

La noia, l’impotenza e la ricerca dell’unanimità ostacolano la crescita

In Grecia e Spagna ha predominato un unico messaggio.  Non aveva niente a che fare con l’analisi del capitalismo o con altre messe a fuoco analitiche.  Gli attivisti greci e spagnoli hanno invece riferito di aver avuto grandi assemblee in grandi città e che le loro occupazioni crescevano, crescevano, crescevano, cosicché  le assemblea arrivavano a 12.000, 15.000 partecipanti … e poi si sono assottigliate, assottigliate e assottigliate fino a che, ora, le assemblee non si riuniscono o  riuniscono  centinaia, o meno, di partecipanti.

Tuttavia apprendevo, in continuazione, che nulla era diminuito riguardo al rifiuto, da parte della popolazione, delle ingiustizie che si manifestavano. Le persone, in gran numero,  continuavano ad averne abbastanza e continuavano a partecipare in massa alle dimostrazioni, marce e scioperi.  E dunque perché la maggior parte di coloro che manifestavano e marciavano non partecipava più alle assemblee?  La risposta che udivo ad ogni tappa era che il declino delle assemblee non era dovuto alla repressione, o al fatto che le persone fossero cooptate, o fossero ingannate o rattristate dalle distorsioni dei media o dall’essere ignorate da essi. In effetti l’avvizzimento delle assemblee non era dovuto a nulla che qualcun altro facesse contro le assemblee, o ne dicesse, o non facesse per esse, o non dicesse a proposito di esse, riferivano ripetutamente gli attivisti. Invece, mi dicevano, il problema veniva dall’interno.

Ad esempio, gli attivisti greci e spagnoli hanno affermato che alle assemblee agli inizi le persone parlavano con passione incredibile della propria condizione e dei propri desideri.  Spesso le voci si spezzavano.  Le mani si agitavano.  Ogni volta che qualcuno si alzava a parlare, accadeva qualcosa di vero, di appassionato e di costante. Era incantevole ed eccitante. Le persone non solo apprendevano nuovi fatti e interpretazioni – e, in realtà, tale tipo di apprendimento era relativamente modesto – ma imparava anche a nutrire una nuova fiducia e nuovi modi di coinvolgersi con gli altri.  Ma dopo giorni e poi settimane, il sapore dei discorsi cambiava. Dall’essere persone nuove che parlavano appassionatamente e raccontavano i loro motivi per essere presenti e le loro speranze per il futuro narrando storie profondamente sentite e uniche, gli oratori passavano a farsi persone più esperte o abituate, che tenevano lezioni ai presenti con idee preconfezionate. Le fila degli oratori si facevano sempre più maschili.  I loro discorsi diventavano fondamentalmente preparati.  Ascoltare ripetizioni meccaniche e spesso prevedibili di tirate praticamente da manuale diventava noioso ed alienante. A volte addirittura degradante.

Al tempo stesso, le persone nuove, che erano ancora di gran lunga prevalenti, non sapevano cosa fare durante l’occupazione. “Potevamo fare assemblee,” riferivano, “potevamo discutere e coinvolgerci gli uni con gli altri. Potevamo ascoltare e a volte dibattere un po’”, riferivano il partecipanti greci e spagnoli alle assemblee. “Ma quanto a lungo potevamo far questo e sentire che meritava il tempo speso lontano dalle famiglie, dagli amici, dal lavoro, per non dire da spazi con un tetto sulla testa?”

“Nella loro forma iniziale, le assemblee erano rinvigorenti e incoraggianti. Stavamo creando una nuova comunità” mi è stato detto. “Stavamo facendoci nuovi amici. Ascoltavamo persone nuove. Ci godevamo un contesto in cui il dissenso era la norma. Ma col passare dei giorni, e poi delle settimane, la cosa è diventata troppo scontata.  E non era evidente alla gente cos’altro potesse fare. Non c’erano compiti da realizzare.  Non eravamo più rinati; stavamo morendo. E’ stato duro.  Per molti è stato impossibile continuare ad apprendere e a contribuire.  C’era una volontà, ma non c’era una via. La gente non aveva cose significative da fare che la facesse sentire partecipe di un progetto valido. Ci sentivamo, col tempo, solo parte di una massa di persone.”

“Dopo un po’, molti hanno chiesto perché dovessero stare a sentire discorsi noiosi. Perché dovessero sentirsi a disagio e tagliati fuori dalla famiglia e dal lavoro, se non c’era da fare nulla che fosse costruttivo, nulla che desse potere, nulla che facesse progredire obiettivi validi. E così la gente ha cominciato a partecipare di meno, e poi ad andarsene.”

Un altro fattore che all’inizio era eccitante ma che si seguito è divenuto tedioso è stato la ricerca dell’unanimità. All’inizio era una novità. Implicava fiducia, il che suonava bello. Implicava intenti condivisi, il che se suonava ispiratore. Ma dopo un po’ la ricerca dell’unanimità è diventata una tortura, una perdita di tempo, e i motivi per cui quello fosse l’unico approccio all’assunzione di decisioni sono diventati costantemente meno convincenti.

“Perché non possiamo arrivare a decisioni che non piacciono ad alcuni che non vogliono neppure parteciparvi? Perché non possiamo arrivare a decisioni, avendo una forte minoranza che dissenta, e rispettare tale minoranza e persino consentirle di perseguire altre possibilità per verificarne il valore? Perché dobbiamo consentire che piccoli gruppi costringano a discussioni senza fine, impedendo a molti di parlare  quando quei piccoli gruppi non hanno titolo legittimo a un’influenza maggiore di quella di chiunque altro, eccetto il fatto che il nostro modo di prendere le decisioni assicura loro il diritto di veto?”

Tutte queste dinamiche mi sono state narrate in modo molto vivace e commovente. Nessuno ha detto che la gente aveva smesso di partecipare alle assemblee per paura dei poliziotti o per depressione per il comportamento della stampa.  Nessuno ha detto che la gente se n’era andata per aver maturato dubbi sulla protesta o la resistenza, e ancor meno sulla condizione della società.  Invece tutti quelli con i quali ho parlato, e si trattava di persone molto impegnate, mi hanno detto che i partecipanti se ne andavano per mancanza di buoni motivi per restare. Tirate le somme, il fatto era che le assemblee erano diventare noiose e, ironicamente, anche scoraggianti. La gente si chiedeva “perché devo stare qui ogni giorno ed ogni notte?” Questa domanda era un tormento. Ha fatto sì che, a legioni, voltassero pagina.

Rendere ancor migliore quel che è già molto buono

“Qual è la soluzione?” ho chiesto in ogni nuova città e abbiamo discusso delle possibili risposte.

“Occupare ma, meglio ancora, autogestire” mi è stato detto. La prima scelta è fondamentalmente passiva, la seconda è attiva e produce compiti e occasioni per contribuire.

Crescere  in numero e consapevolezza, ma quelli che diventano bene competenti devono restare in contatto con i nuovi e ricordare sempre che il coinvolgimento di nuove persone è la cosa che conta di più.  Altrimenti i veterani diventano più istruiti ma anche più distaccati, e i nuovi non rimarranno.

Perché non tenere delle classi di studio? Perché non avere attività creative? Perché non avere azioni che ottengano cambiamenti? Parlare sempre a nuova gente. Parlare sempre sulla base dell’esperienza, degli eventi, non sulla base di idee preconcette. Coinvolgere sempre se stessi e nuove persone in attività concrete e valide.  Rendere chiare le opzioni e facile esservi coinvolti.

Ovviamente alcune cose non possono essere risolte direttamente a livello di occupazione.  Dormire fuori è una passione dei giovani, ma non una scelta adatta a tutti.  A Dublino questo è stato particolarmente evidente.  Così, anche se dormire in uno spazio occupato ha senso per un po’ di  giovani e senzatetto, perché non dare proattivamente per scontato che molti altri, particolarmente coloro che hanno famiglia, non dormiranno, né potranno dormire, sotto le stelle?  Perché non avere un programma di attività che restituisca le persone alle loro case ogni notte, a fini organizzativi, o forse per qualsiasi altra cosa ad eccezione del tempo esplicitamente previsto per le assemblee?

Le idee che sono echeggiate in molte discussioni, e che gli attivisti coinvolti hanno avvertito necessitare di preponderante sostegno, comprendono: una volta che un’occupazione abbia una larga partecipazione, far sì che sottogruppi inizino altre occupazioni in altri luoghi, tutti federati insieme e assicurandosi mutuo sostegno.  Nelle occupazioni più locali, di quartiere, visitare ogni casa. Parlare con ogni residente. Coinvolgere quanti più vicini sia possibile. Individuare necessità realmente sentite. Se quel che più turba il vicinato sono preoccupazioni riguardanti gli alloggi, gli asili nido, la disciplina del traffico, il mutuo soccorso, la solitudine, qualsiasi cosa, cercare di agire per affrontare il problema.

Far sì che le occupazioni si autogesticano e creino innovazioni artisticamente, socialmente e politicamente.  Occupare interni, non soltanto luoghi esterni. Forse è un salto, ma non così grande. A Barcellona e Madrid alcuni hanno cominciato sperimentalmente a occupare appartamenti e altri edifici abbandonati, in preparazione, ritengo, a invitare i senzatetto ad abitarvi nonché per utilizzarli per le riunioni e attività simili.  A Valencia sono stato all’occupazione appena nascente dell’università, iniziata, in realtà, dopo un discorso. Ma  occupare edifici, specialmente istituzioni come università e media, non è soltanto una questione di convocare la gente, anche via Twitter, e quella arriva. Si tratta di andarla a prendere, informarla, ispirarla, arruolarla, incoraggiarla, e allora verrà.

In Grecia e in Spagna, e in qualche misura in altri luoghi che ho visitato, la violenza è stata un’altra questione centrale. Tutti coloro con i quali ho parlato sono stati concordi nel considerarla un approccio suicida per due motivi. In primo luogo la violenza è la principale forza dello stato. Spostare i termini del conflitto in direzione della violenza li sposta esattamente dove lo stato e le élite li vogliono, verso la loro forza. In secondo luogo, la violenza distorce il progetto. Lo rende inaccessibile a molti. Rende critici i passanti. Riduce il seguito e il seguito è la base di ogni conquista.

Sono stato in Grecia una quantità di volte e nei miei primi viaggi quest’ottica era molto debole tra i giovani greci, che erano tipicamente molto più pronti a (e ansiosi di) battersi. Ma ora la posizione della nonviolenza sta acquistando aderenti in Grecia. In Spagna, sin dall’inizio, è stata predominante e gli attivisti spagnoli hanno avuto successo nell’evitare di dare allo stato il pretesto per la violenza, facendo sì, in questo modo, che ogni atto di violenza dello stato gli si ritorcesse contro.

Si dimentichi la violenza e le rivolte, si sviluppino campagne che promanino dalle occupazioni, il che significa, hanno detto gli attivisti spagnoli, sviluppare richieste per cui lottare.  In effetti gli attivisti coinvolti hanno richiesto in continuazione quali rivendicazioni potrebbero unire la base e per quali si potesse combattere in modi creativi e partecipativi in modo che siano possibili vittorie che realmente contino per la vita della gente ed entusiasmino e stimolino altre lotte. Essi hanno avvertito che mentre il carattere indefinito del dissenso ha funzionato in modo fantastico all’inizio, ed era autorizzato nell’attesa di un seguito sufficiente a far sì che le rivendicazioni rappresentassero le effettive visioni della base, non semplicemente quelle dei leader, nel tempo c’è bisogno di una messa a fuoco.

Alcuni suggerimenti che sono emersi quanto alle richieste sono stati benvenuti. Altri meno. Ad esempio a tutti piaceva richiedere grandi tagli alla spesa militare per stanziamenti, ampliati, di fondi per programmi sociali. Ma quel che è piaciuto davvero alla gente è stato quando la rivendicazione è stata approfondita  per estenderla a comprendervi la trasformazione della destinazione delle basi militari, che sarebbero state abbandonate o chiuse a motivo dei tagli di bilancio, in modo che restassero aperte e vi fossero realizzati validi lavori pubblici come la costruzione di nuovi alloggi per le persone a basso reddito, in primo luogo per i residenti nelle basi che ne avevano bisogno e li avrebbero apprezzati, e poi per i senzatetto.

E quanto ai senzatetto una rivendicazione che ha fatto centro è stata il congelamento dei pignoramenti, la restituzione delle case, la distribuzione di quelle vacanti, dar casa ai senzatetto, compresa l’idea ti mettere in atto occupazioni per perseguire direttamente questi risultati, un processo che è iniziato a Barcellona e a Madrid che hanno anche solidi movimenti per bloccare i pignoramenti.

Un altro approccio che è sembrato raccogliere considerevole sostegno è stato la richiesta di piena occupazione.  Ma non era tutto. Riconoscendo l’attuale mancanza di domanda dei beni prodotti, la gente si è resa conto che una richiesta sensata di piena occupazione avrebbe reso necessaria la riduzione della settimana lavorativa del 10 – 25%, a seconda del tasso di disoccupazione del paese.  Naturalmente se la maggior parte delle persone si fosse vista diminuire il reddito di un importo corrispondente, sarebbe stata una catastrofe e perciò la richiesta di ore ridotte di lavoro doveva essere combinata con la richiesta che la maggior delle persone non avrebbe dovuto subire perdite di reddito.  (Politiche di salari minimi e una tassazione progressiva redistributiva avrebbero anch’esse fatto parte dell’insieme).  La piena occupazione inoltre rafforza i lavoratori perché quando tutti hanno lavoro, la minaccia di essere licenziati diminuisce fino ad essere quasi irrilevante.  Ottenere questa conquista significa anche che i lavoratori godono di maggior tempo libero e di paghe orarie più elevate per quelli in stato di bisogno.  I costi aggiuntivi andrebbero sopportati dai proprietari, e se essi non fossero d’accordo, benissimo, i lavoratori potrebbero voler occupare quelle fabbriche e poi passare ad autogestirle.

Un’altra idea popolare è consistita nel rivolgersi ai media. Un’opzione che è echeggiata come possibile obiettivo per una campagna, anche se naturalmente non otterrebbe una trasformazione totale, (pur certamente essendo nella direzione di essa), consisteva nel chiedere una o due nuove sezioni sui giornali tradizionali, o nei programmi televisivi o in qualsiasi spazio potesse essere dedicato, ad esempio, al dissenso nel campo del lavoro, o al femminismo, o alla pace, o all’ecologia, e via di seguito. Cosa fondamentale, tali spazi non sarebbero gestiti nel solito modo imprenditoriale ma, invece, attraverso l’autogestione da parte dei partecipanti sotto l’ombrello delle principali organizzazioni sindacali, femministe, pacifiste o ecologiste, ad esempio.

In questi scambi di vedute gli attivisti immaginavano una campagna mondiale contro i media convenzionali, contro la spesa militare, a favore di alloggi di qualità per quelli a basso reddito e a favore della piena occupazione, comprese una parallela redistribuzione del reddito e l’aumento del tempo libero.  Essi si raffiguravano queste campagne come un’unificazione della protesta in direzione della resistenza e un’unificazione della resistenza nell’autogestione creativa, anche mentre ciascuna occupazione era collegata ai singoli problemi locali.

Autogestioni!

Le occupazioni – o quelle che potranno finire per essere note come autogestioni – si verificherebbero nei quartieri locali e si federerebbero a livello cittadino e oltre, ma anche agli ingressi, e forse anche all’interno, dei media convenzionali e degli uffici di reclutamento e delle basi militari, dei ministeri e degli uffici governativi e, infine, ci si può immaginare anche delle fabbriche e di altri luoghi di lavoro.  E in ciascuno di tali tentativi non tutti dovrebbero dormire all’aperto ma tutti dovrebbero dedicare parte del proprio tempo, delle proprie risorse, delle proprie intuizioni ed energie a aiutare una campagna o l’altra del progetto complessivo.

La rivoluzione, per dir così, non è immediatamente a portata di mano. Nella mia gioventù gridavamo: “Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso!” Era uno slogan bello per l’incitamento. Ma dobbiamo anche comprendere che ci vuole tempo, ci vuole uno sforzo costante, occorre impiegare non settimane o mesi, ma anni.

In effetti anche con l’incredibile velocità e ingegno delle attuali esplosioni di attivismo, vi sono innegabilmente scenari pessimistici in cui le occupazioni si riducono e le dimostrazioni hanno luogo per un po’ di tempo ma riescono a conseguire risultati solo minori, ammesso che ne conseguano, fino a quando il movimento non cede alla patologia.  Questo è ciò che i greci e gli spagnoli stanno cercando di evitare. E’ per questo che stanno avviando nuovi tipi di occupazioni, dirette ai media, agli alloggi, alle università e alla trasformazione dei bilanci e presto, forse, alle assunzioni e ai licenziamenti.  Progetti che sono intesi ha promuovere ed ampliare la partecipazione in modi che portino al coinvolgimento di masse di persone, tutte consapevoli di quel che vogliono e di come possono contribuire ad ottenerlo.

Ci sono, tuttavia, anche scenari ottimistici in cui le occupazioni si diversificano e si trasformano in progetti autogestiti che irradiano campagne per il cambiamento dando anche il benvenuto alla costante partecipazione di innumerevoli protagonisti di tutte le età e orientamenti.  In questo quadro, le marce quotidiane a sostegno di altre campagne in città – come attualmente a New York – con la crescita del numero e della fiducia in sé stessi, fanno sì che edifici vuoti diventino residenze e luoghi d’incontro, che le aziende dei media convenzionali diventino obiettivi di occupazione, e lo stesso riguardo alle università e ad altri luoghi di lavoro di ogni genere.  Contemporaneamente i quartieri locali generano le loro proprie assemblee, di nuovo, come a New York, avviate da residente che si sono fatti le ossa in precedenti e più ampi sforzi a livello cittadino e poi i partecipanti locali, con pazienza e in modo empatico, entrano in ogni casa, in ogni cucina o soggiorno e suscitano aspirazioni e, col tempo, partecipazione.

Percorsi di progresso

Immaginare tutto questo e molto di più, una volta liberata l’ambizione delle persone dalle manette del pessimismo quotidiano, non è stato difficile per le persone con cui ho parlato.  Il percorso ottimistico è uno scenario che implica il piantare nel presente i semi del futuro. E’ uno scenario che dirige l’energia e le intuizioni alla costruzione di alternative, ma anche alla conquista di risultati ora, per i quali, tutti, ci si batte e che vengono realizzati in modi che costruiscono aspirazioni e organizzazione dirette alla conquista di ancora altri risultati in futuro.

Abbiamo bisogno di un senso delle proporzioni e di senso del tempo. Le occupazioni ora in corso coinvolgono ancora una piccola percentuale, in realtà una percentuale minuscola, delle persone che soffrono e che sono arrabbiate.  Per crescere, le occupazioni devono concepire sé stesse  molto esplicitamente in modi che affrontino le necessità immediate, sia mirati a obiettivi di lungo termini realizzabili e validi, e sviluppino forme di partecipazione inducano la gente normale, che sopporta normali condizioni dure, a sentire che dedicare il proprio tempo ha senso perché alla fine potrà portare a un nuovo sistema sociale con risultati di gran lunga migliori delle condizioni attualmente subite. Occupazioni che sono iniziate come reazione a follie economiche devono anche ampliarsi e adottare un’ottica più omnicomprensiva, tenendo conto non solo dell’economia ma anche, e ugualmente, di questioni di razza, genere, età, capacità, ecologia, e guerra e pace.  E’ questo che fa di un movimento un progetto minaccioso in grado di indurre alla capitolazione autorità timorose di renderlo ancor più vasto. E’ questo, anche, che rende un movimento meritevole di vincere.

Ci serve non solo pazienza a fronte di una lotta lunga, ma anche un senso di ottimismo e di desiderio.  Le occupazioni sono un punto di partenza, una vera prova del fuoco di iniziazione, e hanno già un sostegno più vasto di quanto evidenzi la partecipazione diretta ad esse.  C’è una possibilità che si cela dietro questi eventi che è fantastica nelle sue potenziali implicazioni.   Dovremmo tutti avere pazienza e  restare lucidi, e tuttavia dovremmo anche renderci conto che questo può essere un momento molto speciale, in particolare per i giovani, in cui è possibile lasciare un segno indelebile, duraturo e incredibilmente desiderabile nella storia.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.zcommunications.org/occupy-to-self-manage-by-michael-albert

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

 

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